ancora su CL

Rispondo alle lettere e ai commenti al post di qualche giorno fa, quello sui fatti di Francia, l’11 settembre e CL. Molti commenti sono simili, e quindi rispondo una volta per tutte. Tralascio insulti e ironie di chi non ha altro come argomenti.

Una premessa: alcuni mi hanno risposto attribuendomi giudizi e commenti diversi dal post,  per esempio sul Papa (ma non solo) dicendo “tanto si capisce bene quel che pensi”.  In effetti di solito si capisce bene quel che penso perché io scrivo proprio per farmi capire, e scrivo quel che penso, e di quel che scrivo voglio parlare e rispondo. Non di retropensieri, pensati da altri.

Ma veniamo al post. Sintetizzando, chi non era d’accordo sostanzialmente ha risposto:

 “Il problema non è “dov’è CL” ma TU DOVE SEI? Siamo chiamati ed educati sempre più ad essere noi protagonisti”.

Cioè: adesso si lavora sull’io, sulla coscienza di sé e del proprio rapporto con Cristo, non si aspetta una posizione “ufficiale” firmato CL a cui aderire supinamente, e non si vuole fare un attivismo che sarebbe ideologico, ma si cerca di esercitare una libertà personale. Nessuno vieta di esprimere giudizi, anche in pubblico, ovviamente, ma nessuno può parlare a nome di CL: ognuno parli per sé, ci metta la propria faccia.

Sicuramente è una proposta ottima, condivisibile, ma semplicemente non è questo il metodo di CL, non lo è mai stato.

Per fare questo basta una comunità cristiana con una fede autentica. In ogni parrocchia si cerca di fare questo:  educare la propria persona alla fede e rischiare poi, ciascuno a modo suo, nel mondo, là dove è. Un metodo che ha prodotto anche tanti santi, ma ditemi: dove sarebbe la specificità di CL?

Per decenni CL è stato sinonimo di presenza pubblica di cristiani che sono in comunione evidente fra loro. Era così evidente la nostra presenza pubblica insieme, la nostra unità, che ci accusavano di essere una setta.

Il cuore di CL, la sua specificità, quello che ci ha reso sempre riconoscibili è stato il fatto che ci trovavano dappertutto, e avevamo sempre qualcosa da fare e da dire, pubblicamente, e insieme. Perché erano i nostri gesti a essere educativi, era la nostra stessa presenza pubblica, in quanto tale, a essere al tempo stesso educativa.

Ci presentavamo alle elezioni scolastiche perché fare la campagna elettorale era un gesto educativo, perchè chiedendo il voto per la nostra lista dovevamo motivarlo, e il motivo ultimo era quel che avevamo incontrato, e lo riscoprivamo proponendolo, e proponendolo lo riscoprivamo anche per noi.

E questo valeva per ogni gesto, che non poteva che essere pubblico, cioè per tutti. Un gesto, cioè iniziative che erano sempre giudizi, più o meno espliciti (dalla festa dei giovani alle elezioni ai volantinaggi, che presupponevano un testo da diffondere).

Non si chiedeva prima la formazione, e poi una presenza personale (come è adesso). Ma i due momenti erano insieme, e vissuti in comunione.

Era un’esperienza dove dire io e dire noi era la stessa cosa, perché dicendo noi era la nostra persona che cresceva, e viceversa, l’esperienza di ciascuno, condivisa, faceva crescere e maturare tutti noi.

Per questo per decenni abbiamo fatto volantini su tutto e su tutti, firmandoli CL senza problemi, e poi quando facevamo CP all’università o MP, intorno ai singoli che si impegnavano personalmente nelle istituzioni c’era sempre tutta la comunità.

Ma adesso il metodo è cambiato, e di conseguenza CL è scomparsa dalla scena pubblica, e c’è un’altra cosa, che ha lo stesso nome, che usa molte stesse parole – non tutte, “noi” e “compagnia” sono quasi scomparse – ma che con un vocabolario simile a quello passato sta raccontando una storia diversa.

Non ho niente in contrario al fatto che il metodo sia cambiato. Chi guida il movimento ovviamente lo può fare. Ma lo deve dire, non può fare come se tutto fosse come sempre. Anzi, meglio: non lo si può fare sottintendendo che finora molte cose erano sbagliate e questo è un nuovo inizio. Che si dica chiaramente, e ognuno si confronti con la nuova proposta.