Una vita ‘normale’

Una vita ‘normale’


Avvenire  02-07-2010  Stefania, una vita ‘normale’. E quei mille chilometri per le cure.  Viviana Daloiso  Ha quarant’anni, Stefania Mosca, e sulla sedia a rotelle sta da quando ne aveva nove. Camminava su un marciapiede di Guardavalle, in provincia di Catanzaro, insieme ai suoi genitori: all’improvviso un uomo ha perso il controllo della sua auto, le è piombato addosso, l’ha fatta stramazzare a terra e venti metri di distanza. E le ha portato via per sempre la possibilità di una vita 'normale'. ‘La chiamano cosi’ – racconta lei –, la vita sulle tue gambe, ma a me la vita sembra normalissima come l’ho vissuta e la vivo ogni giorno. Non mi sono mai fermata, mai sentita diversa, o fuori posto’.  Merito di due genitori, Assunta e Giuseppe, che non si sono mai arresi. A partire da quel giorno terribile del 1979, in cui la piccola è finita di corsa in ospedale a Locri, e poi a Reggio Calabria e poi ancora su, su, fino nel Lazio, fino ad Ariccia, in un centro ortopedico specializzato, perchè ‘forse lì qualcuno avrebbe potuto fare qualcosa’. All’epoca il caso di Stefania sembrava addirittura disperato: per mesi nessuno si azzardò nemmeno a scommettere che potesse riprendere coscienza appieno, figurarsi che potesse sollevarsi da un letto. Tranne Assunta e Giuseppe. Che telefonavano, si informavano, scoprivano pian piano il dramma della paraplegia. Ad Ariccia, per fortuna, la bambina veniva seguita con tutte le dovute accortezze. Capitò anche che papa Giovanni Paolo II arrivasse in città nel corso di una visita pastorale. Il primo 'miracolo' nella vita di Stefania: Assunta ferma il Papa al passaggio, per strada, e gli racconta della sua bambina appesa alla vita. Il giorno dopo all’ospedale arriva un’ambulanza direttamente da Città del Vaticano. Stefania viene portata a Castel Gandolfo, con una barellina fin sotto gli occhi del Pontefice, che la accarezza, la stringe. E che con Stefania prega, nella sua cappella. Terminate le cure, Stefania torna a casa. Papà Giuseppe non vuole saperne di tenerla lontana dalla scuola, nascosta, e ce la accompagna tutti i giorni, in braccio, su per la scale, visto che con la sedia a rotelle non può arrivare in classe: ‘La tua vita è normale, normalissima ‘, le ripete sempre. Anche quando tutto sembra andare a rotoli, anche quando i soldi non bastano, e Giuseppe deve pure ridurre gli orari di lavoro per starle vicino.  I viaggi della speranza, lontano dalla Calabria priva di strutture adeguate e di risposte terapeutiche, continuano. I genitori di Stefania tentano tutte le strade: la portano al San Camillo di Roma per i primi interventi alla colonna, poi in Germania, a Heidelberg. Niente da fare: il trauma non può essere curato e la ragazza deve rimanere sulla sedia a rotelle. Stefania non ha paura. però: ‘Non ho mai smesso di vedere il mio futuro, non mi sono mai arresa. Sono sempre 'partita', e sono andata avanti fino a quando non ho trovato un ostacolo. E anche lì, ho sempre tentato di superarlo, e quando non ce l’ho fatta sono tornata indietro e il giorno dopo ho riprovato’. Un coraggio da togliere il fiato: Stefania ha finito la scuola, ha preso la patente e guida la sua macchina 'speciale', si è laureata, ha girato l’Europa, ha vinto un concorso pubblico e trovato un lavoro, ha un fidanzato, Gaetano, con cui sta progettando una vita. Eppure oggi, nel 2010, deve ancora fare più di mille chilometri per le visite di controllo e per i piccoli interventi di cui ha bisogno periodicamente: ‘Da Lamezia, vado all’Unità spinale del Niguarda di Milano. La mia Regione preferisce pagare le trasferte ogni anno, a me e agli altri nelle mie condizioni, piuttosto che costruire un centro specializzato’. Sorride, Stefania, sul letto dell’ospedale milanese, dove dall’aeroporto è arrivata in taxi, sola: è un altro ostacolo che può superare.