un sinodo antisionista

un sinodo antisionista


DA IL FOGLIO 23.10.2010 Uomini di Dio, sì, ma quale? Giuliano Ferrara Ha detto ieri al sinodo sul medio oriente Raboula Antoine Beylouni, vescovo libanese siro-cattolico: “Il Corano permette al musulmano di nascondere la verità al cristiano e di parlare e agire in contrasto con ciò che pensa e crede. Il Corano dà al musulmano il diritto di giudicare i cristiani e di ucciderli con la jihad (guerra santa). Ordina di imporre la religione con la forza, con la spada. Per questo i musulmani non riconoscono la libertà religiosa, né per loro né per gli altri. Non stupisce vedere tutti i paesi arabi e musulmani rifiutarsi di applicare integralmente i diritti umani sanciti dalle Nazioni Unite”. Ratisbona docet. Questo Corano nel film francese che ha vinto l’anno scorso a Cannes (“Des hommes et des dieux”), che ha spopolato ai botteghini, che ieri è uscito in Italia, non si legge. Il precetto evangelico di amare il nemico, ciò che significa conoscerlo e riconoscerlo, è trasformato in quel racconto irenista, bello e manipolatorio, nella sordina al cristianesimo, religione che porta sulle sue spalle il senso di colpa dell’occidente ex coloniale e realizza un martirio di civiltà muto, senza significato: la carità al servizio della menzogna compassionevole, invece che della verità. Dal fragile cattolicesimo francese arriva un messaggio di successo, mainstream: la seconda morte degli otto benedettini sgozzati dagli islamisti in Algeria. Per un film abilmente manipolatorio, per un vescovo pieno di saggezza, un sinodo equivoco. Anche se non sono state le sole, si sono sentite levarsi alte, nella Roma sinodale di queste settimane, voci ecclesiali radicalmente anti-sioniste e anti-israeliane. Legittime, senz’altro, come le repliche che ospitiamo. Israele è una ferita storica, come ogni altro stato realizzando una violenza originaria nel suo costituirsi. L’occupazione è l’occupazione, e ha le sue tristi leggi. Ma le parole pace e democrazia, tolleranza e compassione, hanno un senso solo in Israele, l’unico paese dove i cristiani sono davvero liberi. Ciò che non è nel mondo arabo-musulmano, o peggio iraniano, che circonda e minaccia questo paese in una logica divenuta di puro annientamento dopo l’ondata di islamizzazione radicale dell’ultimo quarto di secolo scorso. L’islamismo politico sa chi è il proprio nemico: ebrei e crociati. Evangelicamente e biblicamente Israele è un segno di contraddizione che contiene storicamente quel che l’ebraismo, “radice della fede cristiana” secondo Ratzinger, contiene in termini di teologia della storia: il genio religioso di Roma dovrebbe saperlo intercettare e riconoscere per tale, questo segno. La speranza è che le conclusioni del sinodo, proceduralmente complesse, siano più prudenti e coraggiose del suo svolgimento. Il sinodo antisionista Giulio Meotti Roma. In un sinodo vaticano dedicato al medio oriente c’era da aspettarsi riferimenti a Israele. Ma, come registrato ieri in prima pagina sul Foglio, è stata insistente e ben scandita la retorica antisraeliana adottata dai vescovi mediorientali. Attacchi allo stato ebraico, alla sua “pulizia etnica”, all’occupazione israeliana vista come un “peccato contro Dio”, persino inviti a boicottare Israele, sono venuti dai patriarchi Michel Sabbah, Fouad Twal, Elias Chacour, Antonius Naguib e Edmond Farhat. Quindi non solo da vescovi palestinesi. Farhat, già nunzio apostolico e rappresentante della politica vaticana, ha detto che Israele è un “trapianto non assimilabile” in medio oriente, “corpo estraneo, che corrode”, un malanno di cui non si trova “la cura”. Difficile pensare a un peggior trattamento per Israele. David Horowitz, direttore del maggiore quotidiano israeliano in lingua inglese, il Jerusalem Post, che ha denunciato gli attacchi vaticani a Israele, lancia un appello al Vaticano: “Comprendiamo che il Vaticano cerchi di salvare le vessate comunità cristiane che si trovano in un milieu islamico intollerante, ma non può avvenire a spese d’Israele. Accusare Israele del disagio quotidiano palestinese, senza citare le atrocità terroristiche che hanno reso quelle restrizioni inevitabili, significa dipingere gli israeliani come tirannici. Questa è demonizzazione. Per il bene della Santa Sede come autorità morale: non si arruoli nel carrozzone antisraeliano”. Durissimo il commento di Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica di Roma: “C’è una contraddizione tra l’azione svolta dalla diplomazia vaticana su Israele e l’azione e il pensiero degli uomini di fede in medio oriente. Non è soltanto atavico odio antisemita e antisionista, queste espressioni contro Israele care alla propaganda islamica e negazionista forse sono un ricatto delle tirannie che tengono i cristiani in ostaggio. Non si erano visti mai tanti attacchi a Israele, in un sinodo che nasce dalla legittima preoccupazione del mondo cattolico rispetto alla propria condizione nei paesi islamici, dove si registrano violenze anticristiane che sfociano, nel migliore dei casi, in stupri e intimidazioni, ma spesso in massacri. Ma c’è anche il silenzio assordante del Vaticano, pronto a stigmatizzare le politiche di sicurezza e di difesa dei suoi cittadini attivate da Israele”. Parla da posizioni di realismo cattolico il fondatore di Sant’Egidio, lo storico Andrea Riccardi: “I cristiani orientali condividono le opinioni del mondo arabo. Non accettano Israele, loro che sono stati i fautori dell’arabismo del Baath. I primi traduttori dei ‘Protocolli dei savi anziani di Sion’ sono stati i cristiani arabi. La domanda per me è un’altra: le minoranze cristiane sono arrivate alla fine o avranno un futuro? Se si estingueranno, il mondo islamico sarà più fondamentalista e totalitario. E’ interesse d’Israele e dell’occidente che i cristiani restino nel mondo arabo”. Molto più diretto è il commentatore e accademico cattolico Vittorio Emanuele Parsi: “Questi vescovi sono duri con i deboli e deboli con i duri, perché sanno che non pagheranno alcun prezzo nelle loro critiche a Israele”. “I vescovi antisraeliani avrebbero la vita più difficile se anziché Israele denunciassero l’oltranzismo islamista che rende impossibile la vita dei cristiani in medio oriente e che è la causa principale della decrescita cristiana, non certo per la presenza d’Israele”, continua Vittorio Emanuele Parsi, docente di Relazioni internazionali all’Università Cattolica di Milano ed editorialista della Stampa. “Questi vescovi dovrebbero protestare con i governi dei propri popoli. Dal punto di vista politico attaccare Israele e l’islam radicale significa denunciare i nemici dei propri governanti, da Mubarak ad Assad: non si paga nulla, c’è furbizia politica e poco coraggio. Il Vaticano con il suo appeasement ha quindi sbagliato in medio oriente, è il momento di cambiare politica”. Più sfumato il giudizio del direttore di AsiaNews, Bernardo Cervellera: “Politicamente i palestinesi vedono le loro difficoltà dovute all’occupazione d’Israele, il muro a Betlemme, gli insediamenti di coloni israeliani. I soldati israeliani lì fanno il bello e il cattivo tempo”. Quanto al riconoscimento d’Israele come “stato ebraico”, Cervellera è duro: “Una forzatura”. La commentatrice e parlamentare Fiamma Nirenstein attacca il “palestinismo”, una distorsione della legittima rivendicazione palestinese a uno stato: “Nel sinodo si è infiltrato un negazionismo sempre più mainstream nella politica vaticana. Un terzomondismo cristiano, associato all’odio per l’ebraismo sinonimo di imperialismo, sta dilagando poi nelle chiese mediorientali. La Santa Sede deve smontare quest’ideologia orrenda e falsa. L’impellenza più netta dell’alleanza ebraico-cristiana è la difesa della democrazia e dei diritti umani, da pericolose forze che le attaccano, prima fra tutte l’integralismo islamico che odia sia cristiani che ebrei. Cristiani ed ebrei, dice giusto il Papa, sono sullo stesso fronte nella battaglia per la vita e per la pace”. Andrea Riccardi conclude così: “L’accettazione dell’ebraismo da parte dei cristiani arabi è un passaggio obbligato. Gli ebrei non sono gli Ixos, i barbari, del medio oriente”.