Un futuro senza figli, gli studi di genere e la Giornata per la Vita Nascente

Un futuro senza figli, gli studi di genere e la Giornata per la Vita Nascente

   Un futuro senza figli: così si vede la maggioranza dei giovani ventenni italiani.
E’ il risultato di un sondaggio commissionato dalla Fondazione Donat Cattin nel trentesimo anniversario della morte dell’ex Ministro. Secondo l’Istituto demoscopico Noto Sondaggi, a cui l’inchiesta è stata commissionata, di questi giovani il 31% si immagina a 40 anni coinvolto in un rapporto di coppia ma senza figli, mentre il 20% pensa che sarà single, con l’uso della parola inglese che maschera l’idea cupa della solitudine.
   Un risultato con cui avrebbe dovuto aprire il Tg della sera, che avrebbe dovuto essere oggetto dei principali talk show per settimane, numeri che dovevano campeggiare nei titoli di prima pagina di quotidiani e siti: eppure niente di tutto questo è avvenuto. La notizia è passata quasi inosservata, complice l’emergenza della pandemia, certo, ma che da sola non basta a spiegare tanta indifferenza per l’emergere di un dato drammatico.
   Forse, in fondo, già lo sapevamo: per i nostri figli metter su famiglia non fa parte delle aspirazioni del futuro. Diventare mamme non è mai stato così poco ambìto dalle ragazze, ed essere chiamati papà da un pezzo non è il sogno dei ragazzi. La realizzazione personale è altrove, ed è innanzitutto individuale: nel lavoro, nei propri interessi, anche nelle amicizie, magari in un rapporto di coppia, sapendo comunque che può finire facilmente.
Eppure gli studi di settore finora riportavano che il desiderio delle donne di avere figli è restato immutato negli anni: più di due a testa, fino a poco tempo fa. Ma adesso non sembra più così, e il drastico calo delle nascite ormai sotto gli occhi di tutti lo conferma. Che cosa è successo, allora?
   E’ evidente che la profonda mutazione antropologica che ha investito la nostra società occidentale, accompagnata ad una pesante secolarizzazione, ha ormai permeato tutta la società, creando un nuovo habitus mentale, un vero e proprio Mondo Nuovo, che è già qui, è quello che già viviamo. Certamente ci si continua a innamorare, ma mai come adesso avere dei figli è qualcosa di diverso dal vissuto di un rapporto amoroso: i figli possono far parte o meno della vita di una coppia. Sono casomai il risultato di una scelta consapevole e ponderata, quanto di più lontano possibile dall’esito naturale del matrimonio, o comunque di un patto impegnativo fra un uomo e una donna.
E i sostegni economici alle famiglie, pur doverosi, non saranno mai adeguati a farle ripartire se i giovani per primi, pur essendo essi stessi ancora figli, neanche pensano ai propri, di figli, come a una eventuale, ipotetica possibilità futura. Come investire sulla famiglia, se fare famiglia non è più neanche considerato un investimento, una possibilità per il futuro?
   E’ necessario innanzitutto un intervento culturale, pubblico, di pensiero, che non insegua inutili rivendicazioni né tantomeno si perda in sterili battaglie ideologiche, come quelle dei “gender studies”, che occupano ormai le università di tutto il mondo. Si tratta dei famosi “studi di genere”, nati circa 50 anni fa per occuparsi dei tanti aspetti dell’essere donna, ma che nel tempo si sono trasformati nell’opposto, cioè nella celebrazione dell’essere umano indifferenziato, finendo con il cancellare la differenza tra maschio e femmina. Basta vedere la diffusione di espressioni teoricamente “gender neutral” ma concretamente volte alla eliminazione del femminile, e constatare la scomparsa della stessa parola “donna” in molti testi ufficiali, soprattutto in area anglosassone. Oggi la desinenza maschile e femminile nei documenti internazionali ( e non solo) è spesso sostituita da un asterisco, e il termine donna è scomparso, a favore di definizioni come “persona con l’utero”, “persona con le mestruazioni”. Sono tendenze contestate da tanto mondo femminista e anche da una parte dell’area LGBT (per esempio Arcilesbica), che però restano marginalizzate nel dibattito pubblico, a partire dai convegni che quel pensiero celebrano, come anche accaduto recentemente nella nostra università perugina.
“Dare vita dà vita” è lo slogan di una iniziativa che tenta una risposta a tutto questo. Rigorosamente online, per via del Covid-19, sabato prossimo 27 marzo, nel pomeriggio (dalle 14.30 alle 17.30) decine di associazioni del volontariato italiano propongono a tutti di incontrarsi in rete per parlare e vedere e sentir parlare di vita nascente: “musica, interviste, storie e tanto altro per raccontare lo spettacolo della vita”, leggiamo nel sito dell’evento. Tanti gli ospiti – dal regista Pupi Avati all’economista Leonardo Becchetti – per un Festival che si pone come obiettivo quello di promuovere l’istituzione della data del 25 marzo come ricorrenza nazionale per riscoprire la bellezza della vita, della genitorialità e della natalità. Che il 25 marzo di ogni anno sia la Giornata Nazionale per la Vita Nascente: un primo, piccolo ma significativo cambio di passo per poter guardare avanti, per poter avere una concreta speranza per il futuro.