terzo post su CL

terzo post su CL


Proseguiamo il ragionamento dei due post precedenti sui fatti di Parigi e Comunione e Liberazione (primo, secondo).

 Si può rispondere, apparentemente in due modi. Il primo, dall'ultima Scuola di Comunità, Carròn:

A questo proposito mi ha colpito un testo («Natale: il mistero della tenerezza di Dio», Tracce, n. 11/2005, pp. 1-2»), che mi ha accompagnato durante il tempo di Natale, in cui don Giussani dice che noi cerchiamo la nostra consistenza in quello che facciamo o in quello che abbiamo. Proprio per questa nostra inconsistenza, tante volte pensiamo che qualcosa dobbiamo pur fare, e cerchiamo in quel che vogliamo fare la riposta alla nostra inconsistenza. Allora facciamo – e ciascuno può identificare ciò che ha fatto –, ma questo non ci toglie l’inconsistenza. Quanti sono tornati a casa dalla manifestazione di Parigi meno impauriti e meno smarriti, indipendentemente dal numero delle persone in piazza? Per questo don Giussani insiste: se noi cerchiamo la nostra consistenza «in quello che facciamo o in quello che abbiamo [...] la nostra vita non ha mai quel sentimento, quell’esperienza di certezza piena che la parola “pace” indica, [...] quella certezza piena, quella certezza e quella pienezza senza della quale non c’è pace e perciò non c’è allegrezza e non c’è gioia. Al massimo, noi arriviamo al compiacimento in quello che facciamo o al compiacimento in noi stessi. E questi frammenti di compiacimento in quello che facciamo o in quello che siamo non recano nessuna allegrezza e nessuna gioia, nessun senso di pienezza sicuro, nessuna certezza e nessuna pienezza».

Il secondo, da “La Croce”, in cui Gianfranco Amato ricorda Don Giussani:

Io ho imparato da lui cosa significhi saper giudicare la realtà durante gli anni in cui frequentavo l’Università Cattolica a Milano.

In quell’epoca (siamo agli inizi del 1980) gli studenti ciellini avevano la consuetudine, – fortemente voluta dallo stesso Giussani –, di porre ogni giorno all’ingresso dell’Ateneo un manifesto, noto come “tatsebao”, in cui esprimevano un giudizio sui fatti che accadevano. Con quel nome originale tratto dalla tradizione cinese (letteralmente significa “giornale murale a grandi caratteri”) venivano allora chiamati i manifesti scritti a mano con un pennarello a tratto grosso.

I tatsebao ciellini avevano il coraggio di andare contro corrente e contenevano giudizi spesso scomodi alle orecchie dell’intellighentija e del potere politico di sinistra. Quei giudizi si identificavano in una posizione culturale (all’epoca definita “integralista”) che non cedendo al compromesso culturale, urtava ed irritava molti. Al punto che molte volte venivano strappati e rimossi.

Un giorno mentre stavo entrando in università, vidi mons. Giussani circondato da alcuni studenti responsabili di Cl, e assistetti alla seguente scena. Lui si fermò all’improvviso, si guardò intorno e chiese perché non vi fosse il tatsebao, o se per caso fosse stato rimosso. Gli risposero che quel giorno non era stato scritto perché non era successo nulla. A quel punto lui si rivolse al più autorevole del gruppo e lo freddò con la sua voce roca:

«Come potete dire una cosa del genere? Non è possibile che un giorno trascorra sulla Terra senza che accada nulla. Il punto è che voi non vi siete accorti di cosa è accaduto e per questo non siete riusciti a dare un giudizio». Dopo poche ore apparve un tatsebao. Questo è il don Giussani che ho conosciuto io.

Mi ritrovo pienamente nel racconto di Gianfranco Amato: io ho incontrato un’esperienza così, e l’ho vissuta per trent’anni, quotidianamente. E d’altra parte, Carròn riporta sicuramente le parole di Giussani.

E allora? Una contraddizione?

No.

I tatsebao avevano un titolo: “Atlantide: una cultura sommersa”, che esprimevano il nostro impeto a interessarci di tutto, a voler vivere quel che accadeva nel  mondo intero, a voler affrontare tutto e anche di più (leggete qui il racconto di Vittadini, pag. 251, il tatsebao firmato CL citato da Tobagi sul Corriere  poco prima di essere ucciso).

Misurarci con tutto e giudicare tutto era il metodo con cui verificavamo che quel che avevamo incontrato, Cristo, nella nostra compagnia e nei sacramenti, era veramente la risposta a tutto. E nel renderlo pubblico dovevamo dirne le ragioni, e non astrattamente, in generale,  ma concretamente, rispetto a ogni circostanza incontrata, a ogni fatto che accadeva – perché se risponde a tutto lo devi scoprire fatto dopo fatto, non certo una tantum -  e dicendolo agli altri lo approfondivamo per noi stessi. Come quando si ripete alla persona amata “ti voglio bene”: quando glielo dici, lo riscopri per te. Non basta pensarlo, glielo devi dire.

Per questo non si poteva stare senza i tatsebao: non farli significava semplicemente non vivere fino in fondo la proposta del movimento, quel metodo particolare.

Ma è anche vero, ovviamente, quel che ricorda Carròn: la nostra consistenza non è nel fare le cose, e quindi neppure i tatsebao, o i volantini.

Il problema nasce quando queste due affermazioni sono messe in contrapposizione fra loro, come se il “fare” fosse di per sé sbagliato.

Se uno, sbagliando, cerca la propria consistenza in quel che fa, per esempio in un volantino, ma anche nel proprio lavoro, o nell’attività politica, nella cura della casa o anche nel fare il responsabile della propria comunità, il problema non si risolve smettendo di fare volantini, smettendo di lavorare, smettendo l’attività politica o smettendo di curare la casa o di fare il responsabile del movimento.

La domanda è: dove fondi la tua vita? Ma non puoi smettere di vivere per scoprirlo. Al contrario: per scoprire e verificare continuamente dove fondare la tua vita devi vivere tutto, ed è necessario farlo in una compagnia, perché è in relazione che ci riesci, non da solo.

Per questo l’incontro con CL ha sempre significato una fioritura di energia, di presenza, di creatività, ciascuno in quel che sa fare o – molto più spesso – scopre, insieme agli amici, di essere in grado di fare, scopre di voler fare.

Ecco qua i nuovi canti del movimento – ma da quanto tempo non se ne scrivono più? – le nuove iniziative, dal Movimento Popolare ai Cattolici Popolari, alla Compagnia delle Opere, al Meeting, le scuole, la Cometa,  e via dicendo con tutta la nostra storia, con tutta la creatività che ha sempre segnato la nostra storia. Una creatività che, per il metodo che abbiamo seguito, si esprimeva pubblicamente e insieme, e per questo ci ha sempre reso visibili, che lo volessimo o no.

Non abbiamo mai fatto iniziative perché  “qualcosa dobbiamo pur fare” (frase questa, invece, mai sentita in tanti anni di movimento). Ma perché era quello il nostro modo di vivere la nostra esperienza cristiana.

Da qualche tempo, invece, c’è un sottinteso in CL, che man mano sta venendo fuori: abbiamo sbagliato tutto, siamo stati ideologici, la nostra consistenza era su quel che facevamo, adesso l’abbiamo capito e si riparte dall’inizio, dall’essenziale. Ma dicendo questo si butta via il bambino con l’acqua sporca, si finisce per giudicare negativamente tutto il passato, indistintamente, anche senza accorgersene: si butta il metodo di CL, e si fa qualcosa di diverso.  

Facendo un enorme autogol, perché due sono le possibilità, a questo punto:

1.      Sbagliava Don Giussani, a indicarci quel metodo – e quindi a rimproverare se non c’erano tatsebao – e a non fermare ogni nostra attività?

2.     O forse per quarant’anni nessuno gli ha mai dato retta, lui ci diceva una cosa e tutti noi, a partire dai responsabili, facevamo sempre e comunque il contrario, e tutto quel che abbiamo fatto era contro quel che lui voleva?