…riprendiamo il filo con Antonio Socci.

…riprendiamo il filo con Antonio Socci.


Riprendiamo il filo, scrivevamo nel post precedente, e lo facciamo con il pezzo di Antonio Socci sui cattolici, pubblicato domenica scorsa su Libero che lo ha titolato "Bisogna uscire dalle sacrestie, ma come?" Veramente superbo. Lo condivido tutto quanto. Specie quando, citando Newman, spiega cosa significa che la chiesa è necessariamente un partito. Tanti cattolici hanno rivendicato con orgoglio il loro contributo decisivo alla vittoria sui referendum per fratello acquedotto (perché quello è stato, un referendum sui tubi, o forse sarebbe meglio dire un referendum del tubo), un contributo del quale sinceramente non ci siamo entusiasmati, viste le scemenze che ci siamo dovuti sorbire da parte di gente che non sapeva neanche di cosa parlava, tranne il fatto che voleva votare contro Berlusconi (ma se l’acqua è sorella,  perché per questi cattoliconi Berlusconi non è non dico fratello, ma neanche cugino di secondo grado? Tutta la loro tolleranza va solo in un verso, quello sinistro? Tutta la loro passione per la pace e per la tolleranza, come si concilia con l’odio per Berlusconi? Non potrebbero considerarlo alla pari almeno di un tubo di un acquedotto? ). Socci però fa una riflessione che va ben al di là di tubature e bunga bunga, centrando invece la vera posta in gioco. Attenzione: qua non si tratta di un’analisi del voto dei cattolici – Berlusconi si o no – ma di una proposta concreta per rispondere alla domanda del Papa e del Card. Bagnasco, quando chiedono una nuova generazione di politici cattolici. E mi resta veramente difficile pensare che Benedetto XVI voglia indicare i tubi degli acquedotti come icona del nuovo impegno dei cattolici in politica.