Nei giorni più bui del coronavirus

Nei giorni più bui del coronavirus

Nei giorni più bui del coronavirus, e sempre a proposito delle considerazioni di buonsenso.

1. Secondo me, in Cina hanno potuto chiudere tutto in una regione grande quanto l’Italia perché i beni di necessità potevano essere importati da altre regioni della stessa Cina. Da noi in Italia se chiudono fabbriche e filiere in Veneto, Lombardia e Emilia Romagna, poi cosa compriamo nei supermercati?
Da noi tanta gente è in giro perché va a lavorare, e difficilmente potrà smettere. Da questo punto di vista, limitare le corse dei treni per i pendolari, nelle metro e gli orari nei supermercati rischia di aggravare la situazione, non di migliorarla.

2. A chi si compiace di esibire la propria necessità di fare sport all’aperto, dalle “corsette” alle passeggiate e attività varie – escluso chi fa sport agonistico – dico che non stanno facendo una bella figura. Innanzitutto loro possono uscire finché sono relativamente pochi, cioè finché noi, la maggioranza, rinunciamo a farlo: con queste belle giornate tutti vorremmo uscire a fare una bella passeggiata, anche da soli. Secondariamente, ricordo che fare sport non significa in automatico essere immuni dal virus: il paziente1 era un giovane sportivo che è stato settimane in terapia intensiva, tanto per dire, ma se ne potrebbero citare altri, anche noti. Ma soprattutto chi scrive delle proprie “corsette” come di necessità irrinunciabili, dimostra di avere una dipendenza, non proprio sinonimo di salute. E comunque, a scanso di equivoci, su amazon vendono tapirulan e attrezzi di tutti i tipi: ordinateli, ve li portano a domicilio, metteteli in salone, aprite le finestre e fate quel che sentite necessario. A casa vostra, grazie. Aggiungo che non saper fare una rinuncia per il bene comune, per il bene dei più fragili, è quanto meno sorprendente. Soprattutto per chi è credente.

3. C’è una strage di anziani, in Italia, perché noi i nostri anziani li curiamo tutti, e bene, e li teniamo con noi finché possiamo, e per questo vivono più a lungo anche se hanno malattie pregresse: ci siamo letteralmente inventati le badanti, per questo, un fenomeno tutto italiano. Curare tutti, sempre e comunque, significa avere più malati cronici di altri paesi che fanno altre scelte. Ed è vero che tendiamo a stare insieme più degli altri, insieme in famiglia. Ed è vero che abbiamo una socialità più “calda”: abituati a stringerci le mani e baciarci sulle guance quando ci incontriamo. Non a caso quelli più simili a noi nell’epidemia sono gli spagnoli, ora. Adesso tutto questo è il nostro punto debole, ma sarà la forza che ci farà ripartire, quando tutto sarà finito. Coraggio!

4. Quando tutto sarà finito? Quando ci sarà il vaccino, o comunque una cura efficace. E’ evidente che una volta finita la quarantena poi non si potrà tornare subito alla vita di prima. Potremmo dover fare i controlli con le app, tracciare elettronicamente i positivi come in Corea, se vogliamo aprire un po’ le regole. Mesi di attenzione, quindi, magari con alti e bassi a seconda del caldo, se aiuterà (speriamo ma non lo sappiamo). E niente sarà più come prima, ma proprio niente, come succede sempre dopo una guerra, e questa è la prima guerra in occidente, dopo il ’45, in un certo senso è la terza guerra mondiale. Su queste riflessioni torneremo presto.