morte Card. Martini, politica, film

morte Card. Martini, politica, film


1. Continuano a volare gli avvoltoi intorno alla morte del Card. Martini. Prendono a pretesto la sedazione che ha avuto negli ultimi momenti di vita, e il racconto che ne è stato fatto dalla nipote nella sua lettera per dire che il Cardinale, in punto di morte, ha fatto la stessa richiesta di Welby, che a Welby si voleva negare e che invece Martini avrebbe avuto. 

Speculare sui morti è particolarmente disgustoso.

Quella data al Card. Martini era una sedazione per lenire le sofferenze di un malato terminale: dove sta scritto che la Chiesa la vieta? Se come risultato, oltre a togliere il dolore, la sedazione  accorciasse anche la vita del malato, non si tratterebbe di un atto eutanasico se l’intenzione con cui è stata somministrata fosse stata quella di lenire le sofferenze, non di abbreviarne la vita (principio del doppio effetto). E con il Card. Martini è andata così: una sedazione per rendere sopportabile l'agonìa. 

Welby è stato tutt’altro: lui, che non era un malato terminale, voleva l’eutanasia, la chiese pubblicamente al compagno Napolitano sapendo che gli sarebbe stata negata, perché in Italia è vietata. A quel punto, pienamente consapevole, ha chiesto di interrompere la respirazione artificiale. Una richiesta legittima dal punto di vista del diritto – si può sempre interrompere una cura, anche salvavita – ma che Welby ha chiesto si attuasse nelle modalità che lui voleva, cioè che fosse il più possibile simile ad un atto eutanasico (e per questo non ha avuto i funerali in chiesa, che tra l’altro, lo voglio ricordare, lui non aveva mai chiesto personalmente. Non parlano sempre di autodeterminazione? E perché non lo volevano far autodeterminare sui funerali?). Welby ha voluto fare della sua morte una battaglia politica, tutta sotto i riflettori. Martini, semplicemente, se n’è andato quando Dio ha voluto, nel letto di casa sua, sedato come tantissimi malati terminali. Voler avvicinare il percorso di Welby a quello del Card. Martini è a dir poco vergognoso.

2.  Sempre a proposito del Card. Martini, la lettera di Julian Carron sul Corriere è stata interpretata da alcuni come una “svolta”, un “profetismo” o addirittura, come dice Risé, “la presa d’atto della nostra difficoltà di dare un giusto valore alla realtà”. Se così fosse, sarebbe un problema: in una delle lettere “rubate” al Papa (e che doveva rimanere riservata) e pubblicate recentemente, il giudizio dato da Carron su Martini era altro. E allora? Allora non c’è nessuna contraddizione, niente di nuovo, ma tutto di antico: quella lettera sul Corriere è un gesto di carità e di obbedienza, nel senso che abbiamo imparato da Don Giussani. Lo spiega benissimo Antonio Socci in un suo mirabile articolo.

3. Politica: c’è stata la festa dell’UdC a Chianciano, e abbiamo scoperto che l’UdC non si era sciolta, come avevano annunciato mesi fa, ma ha solo cambiato un nome nel simbolo; abbiamo scoperto che alla sua festa i giovani hanno potuto discutere con gente “nuova” come Giorgio La Malfa e Daniela Melchiorre, sicuramente una speranza per il futuro; abbiamo scoperto che fra il nuovo che avanza c’è pure Fini, ringraziato da Cesa perché “senza di lui non saremmo qui” , e su questo anche noi conveniamo, purtroppo. Abbiamo scoperto che dei valori non negoziabili hanno perso pure il ricordo, tanto che oggi su Repubblica Paola Binetti, che se ne è accorta e teme di diventare inutile nel partito, in un’intervista ha ricordato sommessamente ai suoi che lei ancora esiste, e che vorrebbe essere di nuovo candidata.

4.  Il film di Bellocchio non ha preso neanche uno straccio di premio. C’è un giudice a Venezia.