la provetta è tecnica non libertà

la provetta è tecnica non libertà


Avvenire 7 luglio 2010  Ma la provetta è tecnica non libertà  Assuntina Morresi  Luci e ombre nella relazione annuale al Parlamento sull’attuazione della legge 40, che regola la procreazione assistita in Italia. I numeri ci dicono che la legge funziona, ma allo stesso tempo che qualcosa sta mutando nel vissuto di chi desidera mettere al mondo dei figli, un campanello di allarme che dobbiamo ascoltare. I dati presentati si riferiscono al 2008, un periodo precedente alla sentenza della Corte Costituzionale con cui si è abolito il limite massimo dei tre embrioni da formare, e confermano che anche con la norma originaria è aumentato l’accesso alla fecondazione assistita: sempre di più le coppie coinvolte, i cicli di trattamento, le gravidanze e i nati che hanno superato la soglia dei diecimila. Gli stessi numeri direbbero pure che l’infertilità è in aumento nel nostro Paese. Un fatto preoccupante, ma il condizionale è d’obbligo: quanti dei trattamenti sono dovuti a una prolungata infertilità, e quanti invece a un accesso più rapido delle coppie alla provetta? Per quanti la fecondazione assistita è stato l’ultimo tentativo di avere un figlio, e per quanti invece è stato percepito come un percorso alternativo a quello naturale, che si imbocca alle prime difficoltà? L’insieme dei dati indica anche un disagio che si sta insinuando nel generare: continua ad esempio ad aumentare l’età media delle donne che accedono alla provetta, che adesso ha superato i 36 anni, e un trattamento su quattro è per una donna con più di quarant’anni. Non è una novità: si comincia a cercare un figlio sempre più tardi, ma con l’età aumentano pure le difficoltà biologiche, e allora ci si rivolge alle nuove tecniche nell’illusione (falsa) che in laboratorio si risolva più facilmente il problema del tempo che passa. Non è così. Ed è difficile accettare che a una prolungata gioventù dei corpi, specie femminili, non possa corrispondere anche una prolungata fecondità: la medicina ha fatto tanto per migliorare le nostre condizioni fisiche, ma il famoso (o famigerato) orologio biologico femminile è rimasto sostanzialmente inalterato, e anche in vitro i tentativi tardivi di maternità sono destinati quasi sempre al fallimento. D’altra parte, il ricorso alla fecondazione in laboratorio è sempre più spesso dipinto nei mezzi di comunicazione come ulteriore possibilità di pianificazione delle nascite: la possibilità di congelare da giovani i gameti femminili, gli ovociti, per usarli nella fecondazione in vitro più avanti nel tempo è descritta come un’opportunità per posticipare a piacimento la maternità. La provetta, insomma, sta lentamente entrando nell’immaginario collettivo come una possibile alternativa al percorso naturale di maternità, come se il concepimento in vitro fosse non l’estrema opportunità per chi non riesce altrimenti ad avere un figlio, un cammino difficile e assai spesso fallimentare, ma una questione di libertà di scelta, una ulteriore possibilità per ogni coppia, e quindi un indice di modernità e progresso. Di fronte al fatto che in Europa viene effettuato il 54% dei cicli di fecondazione in vitro di tutto il mondo, si può parlare di "successo" delle tecniche, di "avanguardia" del Vecchio Continente, o forse bisognerebbe esprimere anzitutto preoccupazione rispetto a una sterilità che avanza? Quale sarebbe il "progresso" nell’aumento della fecondazione in vitro? Le critiche feroci alla legge 40 si sono dimostrate ampiamente immotivate, ma resta la perplessità per una tecnica che tende sempre più a modificare nel profondo una delle esperienze più significative della nostra vita: quella del diventare madri e padri.