La mia testimonianza davanti al mondo – Storia di uno stato segreto

La mia testimonianza davanti al mondo – Storia di uno stato segreto

Dovrebbero adottarlo come testo di educazione civica in tutte le scuole, in questo tempo del sovranismo: La mia testimonianza davanti al mondo – Storia di uno stato segreto, di Jan Karski (Adelphi). Esemplare per vedere e capire cosa significa sentirsi parte di un popolo e di una nazione: innanzitutto che si è disposti a sacrificare la propria vita per entrambi, e insieme, che si sperimenta la vera, profonda solidarietà umana. Una bella lezione a sovranisti e antisovranisti de noantri, quelli che da un po’ di tempo fanno a gara a chi bercia più forte e inutilmente: da questa lettura avrebbero moltissimo su cui riflettere, e ancor più da imparare.

Jan Karski è stato uno dei protagonisti della resistenza polacca al nazismo. E’ profondamente cattolico. Il suo racconto inizia la sera del 23 agosto 1939, a Varsavia, con una divertente festa da ballo a cui è stato invitato dal figlio dell’ambasciatore del Portogallo. Continua con l’occupazione tedesca, la disfatta dell’esercito polacco, la fuga dalla prigionia russa e il suo ingresso nella resistenza polacca a Varsavia, la cattura da parte della Gestapo, le torture e poi una fuga rocambolesca, e di nuovo nei ranghi della resistenza, a Cracovia e ancora a Varsavia, il tutto intercalato da spedizioni nel cuore dell’Europa sconvolta dalla guerra, insieme a tante persone che per la maggior parte non sopravviveranno al conflitto, come spiegano molte note a piè pagina.

Ma sono due gli elementi che fanno della storia di Jan Karski un unicum. Il primo è la descrizione della resistenza polacca: non appena una forma organizzata di opposizione all’invasore tedesco, ma la continuazione dello Stato polacco in forma clandestina, in parallelo a quello dell’occupante nazista. Uno Stato segreto pienamente strutturato in cinque diversi comparti – amministrativo, militare, parlamentare, di resistenza civile, di coordinamento dei raggruppamenti locali – ognuno con i suoi dipartimenti e articolazioni, costruiti per continuare a regolare l’intera vita dei cittadini polacchi, anche se sotto occupazione nazista. Da una produzione abbondante di stampa clandestina, con abbonamenti e sottoscrizioni a riviste e giornali illegali – alcuni mandati beffardamente anche ai tedeschi, perché leggessero cosa i polacchi pensavano di loro – fino addirittura all’organizzazione degli esami di maturità per i ragazzi, con tanto di riconoscimento statale (di quello polacco clandestino, ovviamente). L’idea era riuscire a preservare la democrazia nel paese in attesa della liberazione dal giogo nazista: era essenziale quindi custodire le istituzioni statali, anche se in clandestinità, che dipendevano comunque dal governo polacco in esilio.

Il secondo elemento è la consapevolezza della Shoah. Jan Karski ha ben compreso di trovarsi di fronte a un fatto unico nella storia: lo sterminio sistematico di un popolo che aveva l’unica colpa di esistere, senza altre motivazioni politiche o strategiche. Particolarmente drammatico il suo dialogo con i capi della clandestinità ebraica, “l’incarnazione delle sofferenze e degli sforzi disperati di un intero popolo”, che in poche parole spiegano:

“Le autorità dello Stato clandestino riusciranno forse a salvare qualcuno di noi, ma non le grandi masse. E non saranno certo in grado di fermare lo sterminio. I tedeschi non intendono asservirci, come hanno fatto con i polacchi e con altri popoli. Vogliono liquidarci. Tutti. E’ questo che la gente non capisce, e che noi non riusciamo a far capire. A Londra, a Washington, a New York credono che gli ebrei esagerino, che siano in preda a una crisi isterica. Moriremo tutti. Magari qualcuno riuscirà a salvarsi, ma tre milioni di ebrei polacchi sono condannati. Lo sono anche altri, portati qui da tutta Europa. Nessuno potrà impedirlo, né il movimento clandestino polacco né quello ebraico”.

Jan Karski sta per recarsi in missione a Londra, per rendicontare al governo polacco in esilio e agli alleati la situazione in Polonia, e per questo i due ebrei avevano chiesto di incontrarlo, perché si facesse anche loro ambasciatore, anche se sono pienamente consapevoli che il loro appello non sarebbe stato creduto.

“Faccia in modo che non un solo rappresentante delle Nazioni Unite possa affermare di non aver saputo che in Polonia ci stavano uccidendo sistematicamente e che per noi l’unico aiuto poteva venire dall’esterno. Vedrà che l’accuseranno di essere un agente al servizio degli ebrei. Si prepari. Ma la imploro, faccia qualsiasi cosa in suo potere, sfrutti ogni prova, ogni testimonianza, li convinca, urli la verità finché nessuno potrà negarla. Lei rappresenta la nostra unica possibilità”.

Per essere un testimone efficace Jan Karski deve vedere con i suoi occhi, e per questo correrà un rischio inaudito: si introdurrà di nascosto in un campo di sterminio e anche due volte nel ghetto di Varsavia. Riuscirà a uscirne vivo. Le pagine dedicate ai due luoghi di immensa, indicibile agonia degli ebrei sono quelle centrali del libro. Vanno lette, non c’è recensione che tenga.

Jan Karski riesce fortunosamente a raggiungere Londra, alla fine del 1942, con una particolare protezione che i lettori scopriranno leggendo, e poi volerà negli Stati Uniti. Sarà il messaggero del ghetto di Varsavia. Parlerà con molti potenti, intellettuali – da H.G. Wells ad Arthur Koestler – militari e politici, sarà ricevuto dal Presidente Roosevelt in persona, ma inutilmente: nessuna iniziativa sarà presa per soccorrere gli ebrei, per interromperne lo sterminio nell’Europa nazista. Alcuni mesi dopo averlo ascoltato si suiciderà un importante rappresentante dei socialisti ebrei, Szimul Zygielbojm, che nel suo ultimo messaggio alle autorità polacche in esilio scrive:

“Non posso più vivere mentre vengono eliminati gli ultimi resti del popolo ebraico in Polonia, di cui sono il rappresentante. I miei compagni del ghetto di Varsavia sono caduti con le armi in pugno nell’ultimo, eroico scontro con il nemico. Non mi è concesso morire come loro e insieme a loro, ma a loro appartengo come appartengo alle fosse comuni che li accolgono. Con la mia morte desidero esprimere la protesta più vibrante contro la passività con cui il mondo osserva, e permette, lo sterminio del popolo ebraico.”

Ma non solo. Durante il suo viaggio Jan Karski si rende conto di quanto fosse disperata la situazione polacca, paragonata a quella di altre popolazioni, pure oppresse dai nazisti: “Eravamo senza dubbio il più sventurato dei popoli”, osserva amaramente, e si accorge che il grande sacrificio della gente polacca, così tenace nel respingere qualsiasi forma di collaborazionismo con i nazisti, non fosse compreso dagli alleati, che puntavano invece alla forza bellica alleata. “Londra era il fulcro attorno a cui ruotava un vasto meccanismo militare, i cui ingranaggi erano rappresentati da miliardi di dollari, sterminate flotte di navi e bombardieri, armate impressionanti in grado di sopportare perdite spaventose. E poi la gente mi chiedeva che cosa fosse mai il sacrificio dei polacchi, a fronte dell’incommensurabile eroismo e delle inenarrabili sofferenze del popolo russo. In che misura i polacchi erano partecipi di quella titanica impresa? E, soprattutto: chi erano i polacchi? Mi resi rapidamente conto che il mondo esterno non poteva comprendere in cosa consistessero i princìpi cardine della Resistenza polacca. Non riusciva a capire e apprezzare nella giusta misura il sacrificio e l’eroismo dimostrati da un’intera nazione che si rifiutava di collaborare con i tedeschi”.

Eppure, nonostante l’immensa delusione, quando gli viene chiesto “cosa possiamo fare per voi”, lui continua sempre a dare la stessa risposta:

“Il vostro sostegno materiale è per noi di primaria importanza, ma ancora più importante è che voi riusciate a trapiantare in Europa gli ideali americani, il vostro stile di vita, il vostro modello di giustizia sociale, la vostra democrazia e la limpida correttezza della vostra politica estera. Noi europei guardiamo agli Stati Uniti come alla maggiore potenza mondiale. Tutto quello che vi chiediamo è di estendere al resto del mondo i princìpi espressi dalla Carta Atlantica e nel Discorso delle Quattro Libertà. Sarà così che potete salvare l’Europa e il resto del pianeta. Cercate di non deluderci”.

Non ricevendo ascolto, affida tutte le sue memorie al libro Story of a Secret State – questo libro, di cui stiamo parlando – pubblicato negli Usa nel 1944, e poi sparirà dalla scena pubblica e sarà dimenticato per decenni, fino a che nel 1982 riceve la medaglia di Giusto tra le Nazioni dallo Yad Vashem di Gerusalemme, e soprattutto sarà scovato da Claude Lanzmann, che lo intervisterà per il suo film Shoah, nelle sale nel 1985. Il 13 maggio 1994 gli viene conferita la cittadinanza onoraria dello Stato d’Israele. Nel 1995 il Presidente Lech Walesa lo nomina cavaliere dell’Ordine dell’Aquila Bianca, la massima onorificenza polacca. Muore a Washington il 13 luglio del 2000, pochi mesi dopo la pubblicazione della traduzione polacca del suo libro. Alla messa funebre parteciperà l’ultimo sopravvissuto all’insurrezione del ghetto di Varsavia, Marek Edelman. Il 29 maggio 2012 Barack Obama lo ha insignito del più alto riconoscimento civile statunitense, la Presidential Medal of Freedom, alla memoria.