Grazie Pablito

Grazie Pablito

Il mio esame di maturità allo Scientifico Galilei di Macerata è stato nell’estate 1982, l’anno dei Mondiali, e il mio orale è stato proprio il lunedì dopo quella domenica da sogno, quando abbiamo vinto.
Sono andata a fare gli esami con in mano la Gazzetta dello Sport, con su il titolone della vittoria, l’ho posato sul tavolo quando mi sono seduta davanti alla commissione, dove molti avevano messo in bella mostra la coccarda tricolore. La materia che “portavo” – all’epoca ce ne erano due orali – era inglese, e parlammo ovviamente dei mondiali. Zoff, Cabrini – quel rigore mancato, ma tanto avevamo vinto lo stesso – e poi Scirea, Gentile, Tardelli con quell’urlo e il giro di campo, e chiaramente lui, Paolo Rossi, che in quel mondiale segnò sei gol, tre contro il Brasile, quella partita magica dopo la quale capimmo che forse quel sogno di vittoria, impensabile nella fatica degli inizi, si sarebbe potuto realizzare.
Quella notte di domenica fu epocale: eravamo tutti fuori, dalle madri di famiglia che battevano con cucchiai di legno sui coperchi delle pentole, ai vigili del fuoco sui loro “camion”, con tricolori dappertutto, persino piccole bandierine sui tergicristalli accesi . Festeggiammo fino a notte fonda, le strade erano piene, ci abbracciavamo continuamente fra vicini casuali, perfetti estranei fino a quel momento. E sono tornata a casa a dormire solo perchè il giorno dopo c’erano gli esami, non potevo andare proprio assonnata. Nel nostro cuore c’era tutta la squadra, tutti gli azzurri, ma Pablito era il primo. Così apparentemente fragile, di quelli che passano inosservati per strada, nel fisico e pure nel nome, ma si inventava i gol dal nulla, e ci ha regalato emozioni che non dimenticheremo mai.
Grazie Pablito, amico della mia giovinezza.