CLdalPapa

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Avevo scritto un post su CL dal Papa, ma un pezzo di oggi di Massimo Borghesi me lo fa correggere, in parte.

Ricapitoliamo.

Una settimana fa l’incontro fra CL e il Papa, a Roma, per i sessant’anni del movimento e i dieci dalla morte di Giussani.

Diverse le valutazioni: commentatori in senso positivo li potete leggere nella rassegna stampa del sito di CL, mentre altri ne hanno sottolineato le criticità, in modo più o meno acceso – da Robi Ronza, a Sandro Magister, a Socci, fino al Manifesto.

Un punto è evidente, e su questo – ma solo su questo – sono d’accordo con Massimo Borghesi: il Papa ci ha detto che siamo autoreferenziali. Dopo un’ora e mezza di proiezioni di filmati con Don Giussani e di canti, ci ha detto – come oramai sanno tutti - che dire “Io sono CL” è autoreferenziale, che non dobbiamo essere – sottintendendo che forse lo siamo – guardiani di musei e adoratori di ceneri.

Molti dei presenti non hanno avvertito la durezza del discorso, secondo me anche perché la piazza era veramente bella. Il gesto molto curato, un momento atteso e preparato a lungo, la gioia di vedersi insieme, in tanti, magari incontrando anche amici lontani dopo anni – capita sempre, in queste occasioni – il tutto aspettando il Papa e riascoltando Giussani in una bellissima giornata romana: in un clima molto positivo (a detta di alcuni con un audio non sempre chiarissimo, per esempio la frase “Io sono CL” molti l’hanno letta dopo) la sferzata si è sentita meno, probabilmente. Da casa è stato diverso: anche con la migliore disposizione d’animo, si era per forza concentrati solo nel seguire le parole di Papa Francesco, parole risuonate dallo schermo televisivo chiaramente, in tutta la loro dura nettezza, rafforzata anche da toni e gestualità.

Una nettezza accentuata – come hanno notato diversi commentatori – dalla differenza con le parole del giorno prima ai neocatecumenali, e anche, aggiungo, con quanto ha detto oggi alla comunità “seguimi”, un’associazione laicale nata negli anni sessanta a Modena e Roma: “Vi incoraggio ad essere laici in prima linea, a sentirvi parte attiva nella missione della Chiesa, a vivere la vostra secolarità dedicandovi alle realtà proprie della città terrena: la famiglia, le professioni, la vita sociale nelle diverse espressioni. Così potete contribuire, a modo di fermento, a immettere lo spirito del Vangelo nelle pieghe della storia con la testimonianza della fede, della speranza e della carità”.

In particolare, anche a loro ha detto di de-centrarsi, ma non era riferito al loro carisma, piuttosto alle persone, riconoscendo che il programma della loro associazione è il de-centrarsi per vivere centrati su Gesù.

Il gesto, simbolico e intensamente spirituale, dei primi membri di partire dalle Catacombe di San Callisto testimonia questa volontà, che avete espresso nella formula statutaria del vostro programma di vita: “Gesù Cristo vivo è al centro di Seguimi”. Questo è molto bello. Vi incoraggio a vivere ogni giorno con impegno tale programma, cioè ad essere persone decentrate da voi stessi e a porre il vostro centro vitale nella Persona viva di Gesù.”

E quindi, in sintesi, la questione che si pone per noi adesso è: che cosa significa correggere la propria autoreferenzialità? Perché questo ha chiesto il Papa.

In che modo adesso CL è autoreferenziale?  In che cosa consiste la nostra autoreferenzialità?

La risposta di Borghesi di oggi è indicativa (anche perché un suo pezzo poco precedente, aveva anticipato toni e sostanza del discorso di Papa Francesco).

Sostanzialmente, in questo suo ultimo contributo, Borghesi parla di un problema di autoreferenzialità di CL come della Chiesa stessa, e ne dà una lettura storica: “Si tratta di una deriva di cui Francesco ha parlato costantemente nel corso dei due anni del suo magistero, deriva che non riguarda solo CL ma la Chiesa nel suo complesso. Una Chiesa che doveva abbattere i bastioni della cittadella assediata, grazie al Concilio Vaticano II, e che è tornata invece, a partire dalla fine degli anni ’80 in avanti, ad avvitarsi nuovamente in se stessa a identificare servizio e burocrazia, a clericalizzarsi nella separazione tra leadership e popolo, a confidare negli spazi di potere residui. Questo processo ha toccato tutte le realtà ecclesiali, CL compresa”.

E qui siamo al cuore della faccenda.

Perché da tempo, oramai, all’interno di CL, si tende a prendere le distanze da gran parte della storia stessa di CL, dicendo, più o meno esplicitamente, che ci si è allontanati dalla “purezza” delle origini, sottintendendo che il problema sia stato un approccio sbagliato alla presenza pubblica, specie riguardo la politica. Sotto accusa sono proprio la fine degli anni ’80 e poi i ’90, fino alla morte del Don Gius.

Borghesi con questa lente legge la storia della Chiesa, immagino sostanzialmente quella italiana, diciamo pure il periodo di Ruini, di cui si vuol dire che si è allontanato dalla strada del Concilio Vaticano II.

Ora: il Papa in quegli anni era vescovo/cardinale in Argentina, dubito conoscesse CL, il Sabato, i Cattolici Popolari e il Movimento Popolare, ma se lo ha fatto è stato tramite don Giacomo Tandardini – un grande - che in quegli anni nella politica ci nuotava dentro. Il Papa ha letto i libri del Don Gius, ne apprezza e condivide il pensiero, ma non ha conosciuto direttamente la nostra storia, né le nostre opere – a cui non ha fatto neppure cenno nel suo discorso.

Quindi lui ci ha giudicato per come ci vede ora, in questi ultimi anni. Autoreferenziali, adesso. E con questo giudizio dobbiamo confrontarci, tutti, personalmente e con le nostre comunità di adesso.

A meno che gli sia stata raccontata la storia del movimento nella chiave descritta da Borghesi. Anche questa è una possibilità.

Un racconto che comunque io non condivido, perché non è la mia storia né la mia esperienza di quegli anni, che invece sono di grande libertà e apertura nei confronti del mondo intero.  Ed è a questo livello che si gioca il futuro del nostro movimento. Perché a seconda della lettura della nostra storia le note citazioni di Giussani – "non ho mai inteso fondare niente", e, citata nel finale da Borghesi, quella in cui Gius dice che "l’ideale sarebbe che CL scomparisse" – potrebbero anche condurre ad un graduale sbiadimento del movimento, fino a un suo sostanziale  scioglimento.

Una trasformazione da movimento di appartenenza – in cui ciascuno di noi si identifica come appartenente a CL, perché il “noi” della comunione è la liberazione e realizzazione personale, - a movimento di formazione, una comunità che ciascuno di noi -  cioè “io”-  frequenta per formare la propria persona alla fede cristiana, una sorta di catechesi permanente.

Sul significato da attribuire alle parole di Giussani sullo scioglimento di CL si decide tutto, e di questo dobbiamo parlare.