Avvenire e le elezioni

Avvenire e le elezioni


Avvenire 7.3.2010 IL CAOS DELLE LISTE, LE TENSIONI, LE ATTESE DELLA GENTE   Pensieri e giorni amari E pur tuttavia si vota, e si sceglie  MARINA CORRADI Dal diario di un elettore. In questi giorni in Italia se ne sono viste di tutte. Escluso il Pdl dal Lazio: quello che doveva presentare le liste s’è attardato al bar, oppure no, insomma non s’è capito, fatto sta che mezza Roma e provincia sembrava non poter votare. Poi, la Lombardia, un fulmine sulla efficienza del Pirellone. Mancano i timbri tondi, mancano i timbri quadrati, i radicali in agguato che controllano occhiuti, il verdetto: fuori gioco anche il listino Formigoni, a Milano non proprio minoritario. Dialogo sottocasa, alle sette del mattino, fra due milanesi col cane al guinzaglio: «Ma è uno scherzo?», fa uno.   «No, fanno sul serio», risponde cupo l’altro, il giornale già sfogliato sottobraccio. Giorni affannati, dal Campidoglio alla Pianura Padana: rabbiose verifiche di montagne di carte, telefoni roventi, accuse, controaccuse e anatemi. Si litiga anche negli uffici e nei bar. «Io, se nella dichiarazione dei redditi sbaglio a compilare una riga, la pago cara!», protestano molti, invocando la stessa severità anche per i partiti, anzi: per la 'casta'. Ma nello scontro, che pare opporre irrimediabilmente Pdl e oppositori e Corti e uffici vari, sembra che si dimentichi che, qui, il primo diritto offeso è di un altro: dell’elettore, anzi di milioni di elettori italiani, impediti nell’esercitare il loro libero voto. E ci si sente come passeggeri di un aereo che per irregolarità del piano di volo non parta. La torre di controllo nega l’ok al decollo, i piloti si infuriano, ma, zitti e vessati, chiusi in quell’aereo fermo sulla pista ci siamo noi. «Ma non capisci che il diritto di votare viene prima?», dici a un collega, alzando un po’ troppo la voce. E lui, urlando: «Le regole vanno rispettate! Senza regole non c’è democrazia!».   E tanta ansia di rispetto delle regole, in un Paese come l’Italia, un poco ti insospettisce. D’accordo, a Milano mancheranno i timbri tondi, ma, se andassimo a controllare tutte le liste, dal Moncenisio a Reggio Calabria? D’accordo, a Roma è emersa la improvvisazione di una classe dirigente non certo cresciuta in quelle grandi 'scuole' che erano Dc e Pci.   Ma – è la domanda sbalordita del venerdì mattina – davvero per questo non vogliono farci votare? O tanto rigido ossequio della legge non nasconde invece la speranza, in alcuni, di mettere fuori gioco un avversario detestato prima ancora che inizi la partita? C’è un livore che emerge, che viene a galla, franco, sui giornali. Due fazioni che reciprocamente s’accusano di taroccare, o tramare, o barare. Mentre qualcuno già promette d’essere «disposto a tutto». Poi d’affanno, in un convulso lavorio notturno, vede la luce il decreto salva-liste. Il presidente Napolitano firma. E il giorno dopo – lasciando di stucco addetti ai lavori e noi, gente comune – spiega ragioni e dubbi addirittura su internet. Beh, alla fine ci hanno messo una pezza, pensi, alla fine noi elettori ci riappropriamo di un diritto fondamentale: votare. Votare, e mandare a casa – noi – gli incapaci. Votare, e premiare – noi – chi se lo merita. Ma mentre anche il Tar della Lombardia (che nei prossimi giorni dirà una parola finale) riammette provvisoriamente il listino escluso, e trai un respiro di sollievo, la rissa invece sale e deflagra.  C’è chi parla, o straparla, di impeachment,  di messa in stato d’accusa, per il capo del­lo Stato. E nell’opposizione c’è chi grida e insorge: in piazza! E nella maggioranza c’è chi si straccia le vesti come se non fosse stata appena messa una toppa a un incre­scioso sbrego. Allora, amaro, torna il so­spetto che questa storia di firme sia solo un pretesto, un altro sulfureo giro nella spirale dell’avversione ideologica e radica­le che divide in due l’Italia della cosiddetta Seconda Repubblica segnata dal 'fenome­no politico' Berlusconi. Un cronista che ne ha viste tante come Giampaolo Pansa ha avvertito in questo humus una possibilità di violenza. Esage­ra? ti chiedi, come sentendo sottilmente vacillare le fondamenta di una casa che, comunque, fin da bambina hai pensato ben solida. Allora chiudi i giornali e vai al mercato: tra la frutta e il pesce, i banchetti di Lega e di Idv si fronteggiano pacifica­mente, la gente compra le prime fragole. Un Paese in pace, ti rassicuri. Con una classe politica in alcuni casi maldestra, in altri miope, in altri ancora avida. Ma, tut­tavia, si vota. Si boccia, se si vuole, e si manda a casa. Noi, il popolo sovrano, il cui diritto a scegliere viene prima di tutto. Co­me in una democrazia normale. Almeno, speriamo.