Rompere il silenzio

Rompere il silenzio

NOI FAMIGLIA E VITA – dicembre 2018

Quando il disagio non si può chiamare solo alienazione

Assuntina Morresi

“Ogni uomo è stato un bambino – pensate – un bel bambino”. Un’osservazione elementare, il guizzo geniale con cui Alfonso Gatto iniziava una sua poesia: l’innocenza bella e fresca che tutti abbiamo attraversato e poi dimenticato, per guardarci adesso l’un l’altro come se fossimo nati già adulti.

E’ di questo bambino che ognuno di noi è stato che parla Girolamo Andrea Coffari, avvocato specializzato nel trattare casi di violenza su minori e noto per essere fra i difensori delle vittime del Forteto, la storica comunitàfondata da Rodolfo Fiesoli, riconosciuto colpevole di maltrattamenti e violenza sessuale sui ragazzi.

Nel suo “Rompere il silenzio – Le bugie sui bambini che gli adulti si raccontano” (Laurana ed. 2018, pagg.643) Coffari rivendica i diritti dei bambini, a partire da quello di essere presi sul serio, ascoltati, rispettati: il diritto a non subire violenza.

“Il concetto di popolo dei bambini non esiste, per adesso, se non nella mente di qualche visionario come il sottoscritto […] Se ai bambini fosse riconosciuta la dignità di popolo con una propria identità e peculiari diritti, cambierebbe l’ordine del giorno dell’agenda di tutti gli organismi internazionali, oggi preoccupati di dirimere gli infiniti ed estenuanti contrasti del mondo degli adulti […] Il passaggio dal bambino-oggetto al bambino-soggetto è la prima rivoluzione che siamo chiamati a compiere innanzitutto dentro la nostra coscienza”. E’ questo il fil rouge del libro, in cui Coffari documenta puntigliosamente un racconto che scorre veloce, con stile colloquiale e accessibile a tutti, raccontando un mondo adultocentrico che fa ancora fatica a guardare i bambini per come sono: persone.

E’ l’irruzione del cristianesimo nelle vicende dell’umanità a far nascere uno sguardo nuovo sui bimbi, ed è sconvolgente il contrasto con i riti crudeli del paganesimo, ricordati con una efficacissima carrellata storica, insieme alla descrizione della difficoltà, anche per il nostro occidente, di darsi strumenti efficaci per la tutela dei più piccoli.

Le pagine più difficili da leggere, però, sono quelle centrali, che descrivono non un passato dimenticato, ma le recenti scuole di pensiero che hanno cercato di sdoganare la pedofilia, difendendo più o meno esplicitamente la “libertà sessuale” dei minori, affermandone la positività quando i rapporti sono consensuali, fino a rovesciare la realtà, descrivendo i bambini come consapevoli seduttori di adulti, a loro volta trasformati in vittime. Nomi noti della cultura occidentale scorrono pagina dopo pagina, con citazioni di riviste dedicate, associazioni e testi fra i quali qualcuno che la nota filosofa Luisa Muraro non esita a definire “inno alla pedofilia”. Un sostegno che l’autore dice manifestarsi in due modalità: la prima, quella della “apologia della pedofilia”, cioè il tentativo di negare la sua nocività nei confronti dei piccoli, che non ne sarebbero poi così traumatizzati come si vuole far credere; la seconda è invece una forma di “negazionismo” che tende a screditare i racconti dei bambini, finendo per proteggere gli adulti abusanti.  Ma se la pedofilia viene sempre associata, e giustamente, alla peggiore violenza sui piccoli, c’è un suo aspetto che spesso resta sottaciuto: l’odio verso le donne, che Coffari spiega essere “parte integrante della perversione”. La donna è “odiata anche in quanto madre perché protegge i figli dalle aggressioni sessuali ed è vista come un ostacolo, un nemico da sconfiggere” da parte degli apologeti della pedofilia.

Un odio che diventa parente stretto della malcelata ostilità che alimenta la “Sindrome della Madre Malevola”, e meglio ancora la PAS, acronimo che sta per “Sindrome di Alienazione Parentale”. E’ lei la vera protagonista del libro: si tratta di un costrutto teorico che interpreta il rifiuto mostrato dai bambini nei confronti di un genitore – più spesso il padre – come il risultato di una manipolazione dei piccoli da parte dell’altro genitore – più spesso la madre.  Il suo inventore è uno psichiatra americano, Richard Gardner, che nel libro è annoverato fra i “negazionisti” della pedofilia: la sua teoria nasce per negare le motivazioni addotte dai figli che rifiutano di stare con un genitore – nella grande maggioranza dei casi il padre – anche e soprattutto i racconti di maltrattamenti, violenza e abusi. Secondo Gardner si tratterebbe quasi sempre, in realtà, di “false accuse” inventate appositamente dalla madre per screditare il padre, e inculcate al figlio con un vero e proprio lavaggio del cervello, facilitato dal profondo rapporto affettivo che le mamme hanno con i propri bambini. L’uso della parola “sindrome” è funzionale a definire il minore un malato mentale, e quindi inattendibile nei suoi racconti, e poiché la causa di questa patologia sarebbe la madre, sua è la responsabilità dei comportamenti del ragazzino. La conclusione è spaventosamente semplice: se un bambino racconta di maltrattamenti, violenze o abusi fatti dal padre nei suoi confronti, si tratta di bugie inventate dalla madre, che quindi finisce per essere doppiamente colpevole, sia di aver calunniato il suo compagno che di aver manipolato ad arte il figlio. Il possibile violento si trasforma cioè in vittima, mentre la mamma, che vuole proteggere suo figlio, diventa il vero carnefice del proprio compagno e del bambino, il quale, in finale, secondo la PAS, è abusato non dal padre ma dalla madre.

La PAS diventa così una strategia processuale di difesa di persone accusate di maltrattamenti e violenze in famiglia, denunciati dai loro partner, anche sulla base dei racconti o dei comportamenti dei figli: un compagno violento difficilmente è al tempo stesso un genitore amoroso.

E d’altra parte, come ben sanno coloro che se ne occupano, è molto difficile dimostrare violenze, compresi abusi sessuali ed incesto, se non ci sono inequivocabili segni fisici. Figurarsi maltrattamenti non fisici, come denigrazioni, umiliazioni, e anche solo continui litigi con insulti urlati ai quali il minore assiste (si parla di “violenza assistita”) senza poter difendere il genitore più debole. Situazioni, cioè, che sfociano molto spesso in divorzi: per questo la PAS è spesso chiamata in causa nelle separazioni ad alta conflittualità, per stabilire la frequentazione dei figli quando ci sono di mezzo denunce per maltrattamenti e violenze, solitamente da parte delle donne nei confronti dei compagni. La PAS rischia quindi di diventare il peggior incubo delle vittime di violenza: le madri che denunciano vengono trasformate in carnefici, i figli non vengono creduti, e la soluzione proposta dai consulenti nominati dai tribunali spesso si traduce nell’allontanamento del figlio dalla madre, che nell’ipotesi della PAS è la vera maltrattante. Il minore viene collocato dal giudice in una struttura dedicata (“case-famiglia”) per alcuni mesi, per essere poi definitivamente trasferito presso il genitore rifiutato, il padre. Storie vere, incubi diventati realtà che Coffari racconta, nella sua drammatica, pluriennale esperienza di difensore dei minori e dei genitori “alienanti”, solitamente donne.

Nel frattempo Gardner si è suicidato e i suoi discepoli non sono riusciti a inserire la PAS nel DSM-V, cioè nella “bibbia” della psichiatria, il manuale diagnostico statistico dei disturbi mentali, elaborato dalla American Psychiatric Association: secondo la comunità scientifica questa sindrome non esiste. I suoi sostenitori ne hanno allora cambiato il nome; la parola “sindrome” non c’è più ma resta sostanzialmente inalterata l’impalcatura teorica. Un piccolo gruppo di addetti ai lavori (psichiatri, psicologi e avvocati) l’ha importata anche in Italia, utilizzandola nelle consulenze giudiziarie e cercando di inserirla in disegni di legge (ddl), come è accaduto anche in questa legislatura con il contestatissimo ddl leghista sull’affido condiviso: i due articoli che invocano la PAS sono stati pubblicamente rivendicati da Giovanni Battista Camerini, neuropsichiatra “caposcuola” italiano “pasista”, come vengono indicati in gergo i sostenitori della Alienazione.

Non c’è bisogno di scomodare psichiatri ed esperti del settore per capire che se un bambino rifiuta il padre o la madre, innanzitutto bisognerebbe chiedersi il perché, senza dare niente per scontato. E’ sicuramente vero che i bambini possono essere strumentalizzati dai propri genitori, specie nelle separazioni più conflittuali. Ma la soluzione non è questo violento costrutto teorico: la PAS rischia di massacrare la vita di bambini che si vedono strappati dai genitori con cui vivono, soprattutto le madri. Una violenza inenarrabile che spesso si aggiunge a un’altra, denunciata ma non riconosciuta. E se la violenza denunciata va sempre provata con certezza, è fondamentale, nel frattempo, mettere in campo misure di tutela, per evitare di sottovalutare pericoli concreti per la vita di donne e bambini.