lettera ad Amicone

C’è ancora chi dice che la legge sul fine vita non s’ha da fare, perché moralmente giusta ma culturalmente sbagliata. In un editoriale di Tempi, riportato in parte sul Foglio di sabato, per esempio leggo che “siamo persuasi che sia sufficiente l’attuale pratica del consenso informato e che qualunque decisione circa la medicina di fine vita debba essere determinata non da carte notarili di stato, ma dal libero, privato, fiducioso dialogo tra medici, pazienti e familiari dei pazienti”.

Caro Luigi Amicone, non è così. Purtroppo, sei persuaso male. Per capire, però, devi conoscere i fatti concreti, entrare nel merito della questione Englaro, altrimenti non ti renderai mai conto del perché solo una legge può allontanare l’eutanasia dall’ Italia: non bastano i principi, e neppure le idee. Bisogna conoscere i fatti, che cercherò di riassumerti il più brevemente possibile.

 Il 16 ottobre 2007 la Cassazione ha emanato una sentenza definitiva che dice che si può sospendere alimentazione ed idratazione ad Eluana Englaro se si verificano due condizioni: se si accerta che il suo stato vegetativo è irreversibile, e che la sua volontà era veramente quella di non vivere in condizione di stato vegetativo, volontà che in mancanza di prove scritte può essere ricostruita da testimonianze, e anche in base agli stili di vita.

Il 9 luglio 2008 la Corte di Appello di Milano ha stabilito con un decreto che i due criteri indicati dalla Cassazione erano soddisfatti, e che Beppino Englaro era autorizzato a sospendere alimentazione ed idratazione.

Il parlamento allora ha sollevato un conflitto di competenze: si è rivolto alla Corte Costituzionale protestando che la Cassazione con quella sentenza aveva legiferato, aveva agito in modo inopportuno, prendendo il posto del parlamento.

La Corte Costituzionale ha dato torto al Parlamento, confermando la validità dell’operato della Cassazione: i giudici hanno fatto bene, il Parlamento, se vuole, legiferi in proposito.

Allora la procura di Milano ha impugnato il decreto (quello del 9 luglio). Quel decreto, infatti, a differenza della sentenza della Cassazione, non è mai definitivo, ma è sempre rivedibile.

L’11 novembre la Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile: i giudici non sono entrati nel merito, ma hanno detto, in poche parole, che la procura non aveva i requisiti per impugnare il decreto, che i fatti in questione non la riguardavano.

Hanno impugnato il decreto le Associazioni dei familiari dei malati in stato vegetativo, e lo hanno fatto presso la Corte dei Diritti dell’uomo a Strasburgo, la quale corte ha risposto allo stesso modo: le associazioni non erano legittimate ad impugnare il decreto. Il loro ricorso era inammissibile, e neanche a Strasburgo sono entrati nel merito.

In poche parole: secondo la magistratura solo il tutore – Beppino Englaro – e il curatore speciale – cioè Franca Alessio – avrebbero potuto impugnare il decreto. Ma il tutore voleva attuare il decreto, e il curatore era d’accordo, quindi era impossibile impugnare il decreto. Una gabbia giuridica, insomma, ha reso intoccabili sentenza e decreto.

C’è stato allora l’atto di indirizzo di Sacconi, che vieta a tutte le strutture del Servizio Sanitario Nazionale di sospendere alimentazione ed idratazione alle persone in stato vegetativo.

Dopo un mese, all’interno della casa di riposo la Quiete a Udine, è stata creata una specie di “isola” giuridica al di fuori del Servizio Sanitario Nazionale, in cui l’atto di indirizzo di Sacconi – secondo i legali di Englaro – non aveva efficacia, ed Eluana vi è stata trasferita.

Le autorità regionali, sollecitate dal Ministero che chiedeva chiarimenti, hanno cominciato a tergiversare, rispondendo a una prima lettera dal Ministero, e facendo melina a una seconda.

Allora il Consiglio dei Ministri ha proposto un decreto salva-Eluana. Napolitano non ha voluto firmare, e non commento per evitare querele.

Mentre il parlamento si avviava a fare di corsa una legge, il Ministero ha mandato ispettori e NAS alla casa di riposo “La Quiete” di Udine, per verificare che tutto fosse regolare. Sia gli ispettori che i NAS hanno segnalato elementi di irregolarità, e lo hanno segnalato alle autorità che potevano intervenire: procura, regione, sindaco. Ma la Procura non ha ritenuto opportuno intervenire, e neppure la Regione, e neanche il Sindaco (che era l’autorità a cui fa capo la Quiete).

E quindi Eluana è morta.

Non a caso, caro Luigi, tu insieme a Giuliano Ferrara ed a molti altri vi siete rivolti a Napolitano chiedendo di firmare il decreto, perché solo una legge poteva salvare Eluana.

Per “tornare indietro” rimane solo una strada: che si faccia una legge che eviti che i giudici possano interpretare in totale libertà l'art.32 della costituzione, secondo criteri mai stabiliti dal legislatore.

P.S.: comunque, tanto per non dimenticare il contesto in cui si è conclusa la vita di Eluana, approfitto dell’occasione per ricordare la cena a villa Campeis, cena che si è svolta la sera prima del funerale di Eluana, a cui l’avvocato Campeis (il legale della famiglia Englaro) ha invitato tutti i giornalisti (tranne quelli di Avvenire e del Giornale). A futura memoria.

P.P.S.: per approfondimenti giuridici, tecnicamente corretti e comprensibili, puoi leggere il contributo di Lorenzo D'Avack, Vicepresidente del Comitato Nazionale di Bioetica, e profondo sostenitore del testamento biologico, nonchè della sospensione di alimentazione e idratazione artificiale, ma nonostante ciò, molto critico nei confronti di tutto l'ambito giuridico della faccenda Englaro. E puoi leggere anche la lettera pubblicata sul Corriere della Sera, a cura di Giovanni Ferraù, già magistrato a Parma.

sassolino numero due

Sassolino numero due

Periodicamente Beppino Englaro ha chiesto il silenzio stampa sulla sua vicenda. Più o meno ogni quindici giorni, negli ultimi mesi. E periodicamente lo ha infranto lui per primo.

Quando è morta Eluana ha dichiarato “non parlo più”. I suoi legali hanno minacciato querele per chi aveva parlato di assassinio di Eluana (sarà morta di freddo?). Neanche quindici giorni dopo la sua morte, nella giornata di sabato, Beppino Englaro ha rispettivamente:

-         rilasciato un’intervista al Corriere della Sera per dichiarare il suo ardore socialista;

-         partecipato ad un comizio telefonico alla manifestazione di Roma contro il DDl sul fine vita per ribadire che la proposta di legge della maggioranza è una barbarie (evidentemente le sue sono tutte opere di carità);

-         partecipato alla trasmissione di Fabio Fazio, a rincarare la dose, in una puntata di cui Fabio Fazio dovrebbe solo vergognarsi per la faziosità: ma non ci sono commissioni di controllo, alla Rai?

 

   Sappiamo adesso che domani mattina, lunedì, parteciperà alla trasmissione sui Rai Tre “Cominciamo bene”.  

Noi abbiamo sempre rispettato Beppino Englaro e le sue decisioni, pur giudicandole aberranti. Ma quando è troppo, è troppo: se dice di voler stare zitto, stìa zitto. Se invece vuole rimanere un personaggio pubblico allora non dica di voler tacere, parli pure come è legittimo che faccia, ma si prepari ad essere contestato, attaccato, criticato  e trattato come tutti: se per lui questa legge è una barbarie, e lo vuole gridare al mondo, non protesti poi se qualcuno pensa e dice che la barbarie vera è stata il modo in cui è morta sua figlia.

sassolino numero uno

Sassolino numero uno

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano firmerà il decreto legge antistupri approvato dal Consiglio dei Ministri, con questa precisazione: contenuti ed indirizzo del decreto sono “autonoma ed esclusiva responsabilità del governo”. Cioè non ne condivide i contenuti, ma firma.

Ricordo che Napolitano si è rifiutato di firmare il decreto che avrebbe salvato Eluana perché secondo lui non c’erano i requisiti di urgenza, e perché andava contro un decreto della magistratura. Riportiamo letteralmente i passi della famosa lettera con cui anticipava il suo no:

“rispetto allo sviluppo della discussione parlamentare non è intervenuto nessun fatto nuovo che possa configurarsi come caso straordinario di necessità ed urgenza ai sensi dell’art. 77 della Costituzione se non l’impulso pur comprensibilmente suscitato dalla pubblicità e drammaticità di un singolo caso.

Ma il fondamentale principio della distinzione e del reciproco rispetto tra poteri e organi dello Stato non consente di disattendere la soluzione che per esso è stata individuata da una decisione giudiziaria definitiva sulla base dei principi, anche costituzionali, desumibili dall’ordinamento giuridico vigente.”

Per evitare querele, preferiamo non commentare l’opinione di Napolitano sulla mancanza di fatti nuovi che potessero configurarsi come straordinari per necessità e urgenza. In effetti, che la magistratura avesse autorizzato la morte per fame e sete di Eluana non era un fatto nuovo, ma era noto da diversi mesi. Evidentemente c’è chi pensa anche che questo non sia un fatto straordinario (e quindi se ne deduce che lo ritiene ordinario?).

Per evitare imbarazzi, evitiamo di commentare il fatto che il decreto della Corte di Appello, secondo tutti i giuristi italiani tranne che per il Quirinale, NON era definitivo.

Ma per curiosità, ci piacerebbe sapere il motivo per cui Napolitano ha ritenuto opportuno firmare il decreto antistupri e non quello per salvare Eluana. Sarebbe interessante che il Presidente della Repubblica lo spiegasse al popolo italiano.

questione giuridica - 2

Avvenire 5.2.2009

«Uso abnorme del diritto per far morire Eluana»
 di Lorenzo d'Avack *

La drammatica vicenda della Englaro suscita un confronto su problematiche etiche, politiche e giuridiche in merito al consenso informato all’atto medico. Quanto scriviamo vuole essere una mera riflessione nell’ambito del giuridico, evitando così di esprimere giudizi morali più facilmente opinabili.
A
seguito di una lettura personalista della Carta costituzionale (artt. 13 e 32) e in forza di diverse Carte e Convenzioni europee, la nostra giurisprudenza è certamente univoca nel ritenere il consenso informato e consapevole del malato all’atto medico parte del più ampio principio della libertà, in virtù del quale la persona non può essere sottoposta a coercizione nel corpo e nella mente. Ne consegue la possibilità per il paziente competente, adeguatamente informato, di rifiutare o rinunciare a qualsiasi trattamento terapeutico, anche salva-vita. Tuttavia, va ricordato che per vicende come quella dell’Englaro, incapace di intendere e di volere – e in ciò sta la marcata differenza con il caso Welby –, il quadro compositivo dei valori in gioco ha evidenziato alle nostre Corti di giustizia un ulteriore problema: se il potere di rappresentanza del tutore si estenda fino alla possibilità di rifiutare un trattamento sanitario salva-vita. Un quesito che ha ricevuto risposte diverse tra il passato e il presente, così che appare arduo sostenere che la giurisprudenza sia univoca e non presenti dissonanze. Un’assenza di certezza che lascia sgomenti a fronte di richieste che coinvolgono diritti personalissimi come è quello al bene salute e di conseguenza alla vita.
 
V
oglio ricordare che nel caso Welby l’ordinanza civile del Tribunale di Roma (2006), che dichiara inammissibile la richiesta del distacco del respiratore; l’ordinanza del Tribunale penale di Roma (2007), nella persona del gip, che rinvia a giudizio Mario Riccio per il reato di omicidio del consenziente e infine la sentenza del Tribunale penale di Roma (2007), nella persona del gup, che dichiara il non luogo a procedere sempre nei confronti del dottor Riccio, sono decisioni tutte una diversa dall’altra nei princìpi e nelle conclusioni che ne conseguono.
  Non diversamente nel caso Englaro. La Corte d’Appello di Milano con il decreto del novembre 2006 conferma quanto già deciso dal Tribunale di Lecco (2005) e dichiara inammissibile il ricorso del padre-tutore che, come noto, chiede la cessazione dell’idratazione e nutrizione artificiale a cui è sottoposta la figlia. Questa decisione ritiene che nel caso di un paziente non più in grado di intendere e volere occorre verificare la sua pregressa volontà e qualora questa non sia certa deve essere effettuato un bilanciamento tra diritto all’autodeterminazione e diritto alla vita.
  Un bilanciamento che in base a dati costituzionali e normativi deve risolversi a favore del diritto alla vita e non della morte del soggetto.
 
P
ertanto, nella globale valutazione della vicenda Englaro non si può trascurare che nel 2006 la Corte d’Appello di Milano riteneva quella prova testimoniale sulla pregressa volontà della paziente «generica» e non in grado di attribuire alla ragazza «il valore di una personale, consapevole e attuale determinazione volitiva, maturata con assoluta cognizione di causa...».
  La decisione viene cassata dalla ben nota sentenza della Suprema Corte (21748/2007) che in materia di ricerca della volontà del paziente non più pertinente (cioè dell’Englaro) impone, con molto sconcerto per chi la legge in termini giuridici, che si tenga conto «della sua personalità del suo stile di vita, delle sue inclinazioni, dei suoi valori di riferimento e delle sue convinzioni etiche, religiose, culturali e filosofiche». A ciò si atterrà successivamente la Corte d’Appello di Milano con il decreto del 2008 che autorizza la disattivazione del presidio sanitario (alimentazione e idratazione artificiale), senza svolgere alcuna ulteriore attività istruttoria per verificare gli ormai lontani desiderata della paziente.
  Dunque, quelle prove orali (prove per testi) giudicate in precedenza generiche e insufficienti, divengono ora attendibili, e indicative della personalità (= volontà) della paziente, «caratterizzata da un forte senso di indipendenza, intolleranza delle regole e degli schemi, amante della libertà e della vita dinamica, molto ferma nelle sue convinzioni». Giovani liberi, tendenzialmente anticonformisti, un poco anarchici, dinamici, attivi, con qualche entusiasmo per lo sport diventano così per la Corte i soggetti ideali per un presunto dissenso, ora per allora, verso terapie di sostegno vitale, filtrato attraverso la volontà del tutore.
 
Q
uesto abnorme indirizzo giurisprudenziale, che pare costruito su misura per porre fine allo stato dell’Englaro (per il nostro ordinamento viva, ma in quella zona grigia che la pone fuori dal mondo) è contrario ai criteri più elementari di validità pensati per le cosiddette dichiarazioni anticipate di trattamento, dove la forma scritta è l’unica garanzia per una più riflessiva formulazione della volontà, come avviene per il testamento mortis causa. D’altronde, anche le disposizioni cosiddette atipiche (art. 587, co. 2, c.c.), quali ad esempio quelle concernenti il riconoscimento del figlio naturale, scelta del tutore, disposizioni a favore dell’anima, richiedono la forma scritta. Per non menzionare, poi, la legge sulla privacy che subordina il trattamento dei dati personali al consenso espresso dell’interessato, manifestato liberamente, in maniera specifica per iscritto.
 
S
i può allora osservare come emerga dalla sentenza della Corte una minore tutela al bene vita di quella che l’ordinamento in genere riconosce ad altri interessi riferiti a valori patrimoniali ed esistenziali della persona.
  Ma, forse non tutti sanno che i criteri di accertamento della volontà imposti dalla Cassazione nel caso Englaro non sono conformi, anzi contrari, alla coeva giurisprudenza della stessa Suprema Corte. Emblematiche due sentenze (4211/2007 e 23676/2008) nell’ambito del diritto di non curarsi di pazienti, nella fattispecie testimoni di Geova. Sentenze che riaffermano l’obbligo del medico di salvare la vita, anche contro la volontà del soggetto e le sue credenze religiose che impongono il divieto a essere trasfusi. In queste decisioni si legge che qualora il paziente si trovi in stato di incoscienza, la manifestazione del 'non consenso' a un determinato trattamento sanitario, ancorché salvifico, dovrà ritenersi vincolante per i medici soltanto se contenuta in «una dichiarazione articolata, puntuale ed espressa, dalla quale inequivocabilmente emerga detta volontà». Una prova che non si realizza sebbene il paziente abbia con sé un cartellino recante la scritta «niente sangue».
  Si presuppone, dunque, in queste decisioni che nel mediare tra le istanze del solidarismo e del consensualismo in materia di trattamenti sanitari debba prevalere la direttiva in dubio pro vita contro quella fatta propria nel caso Englaro in dubio pro morte.
 

D
unque, i giudici che hanno affrontato i problemi di vita o di morte tracciano princìpi e orientamenti difformi, lontani dal poter realizzare una qualche certezza del diritto. E non vedo come attenti giuristi, forse solo perché sospinti dalle proprie ideologie, sostengano che le Corti abbiano avuto il merito di tracciare una linea di legal polity, di modo che il processo normo-creativo possa usufruirne. Forse non sono state lette con sufficiente attenzione le diverse decisioni riguardanti le scelte di fine vita.
  Ma che un indirizzo giurisprudenziale uniforme non si abbia avuto nel nostro Paese non deve stupire. Gli addetti ai lavori, coloro che vivono la prassi quotidiana delle Corti, sanno bene che è frequente da parte dei giudici l’uso dell’incerta e curva corda della loro ragione, spesso esercitata con criteri selettivi e discriminanti in base alle proprie ideologie politiche, sociali e religiose. Allora, pare necessario e urgente non trascurare l’arte legislativa, in grado di attuare un’opera di mediazione che tenga conto di una società caratterizzata da pluralismo etico.
  * vicepresidente Comitato nazionale di bioetica
 Il vice presidente del Comitato nazionale di bioetica, Lorenzo D’Avack, formula un giudizio severo sul castello di teoremi giuridici che sembra «costruito su misura per porre fine allo stato dell’Englaro»

 Un giurista per la bioetica
 Ordinario di Filosofia del Diritto, Università degli Studi «Roma Tre», Lorenzo D’Avack è membro del Comitato nazionale di bioetica attualmente in carica, del quale è vice presidente.

la questione giuridica

Interventi e Repliche

Le questioni di diritto

Nel dibattito anche giuridico sul caso Englaro, non sembra essere state sufficientemente approfondite le ragioni delle sottili questioni giuridiche connesse specialmente alla efficacia del presunto «giudicato» che si sarebbe formato sulle pronunce della Magistratura (Decreto App. Milano 9 luglio 2008) e della Cassazione con le sentenze n.n. 21748/2007 e 27145/2008. Invero risulta (v. anche Corte Cost. ord. n. 334/2008) che il giudice è stato adito dalle parti private congiuntamente, con l' intervento del Pm, a norma degli art. 732 e segg. e 737 e segg. c.p.c. nell' ambito, cioè, di un procedimento c.d. di volontaria giurisdizione. A differenza di quanto si verifica nell' ambito di un ordinario procedimento contenzioso a cognizione piena (in cui il giudice è chiamato a decidere una controversia, previo accertamento dei diritti in contestazione), il procedimento volontario non contenzioso è inidoneo ad acquisire, come è generalmente riconosciuto, una qualsiasi efficacia di accertamento di diritti soggettivi. Pertanto, anche se il provvedimento volontario contiene un dettato normativo concreto, lo stesso incide su situazioni giuridiche soggettive senza risolvere posizioni di contrasto, avendo solo carattere costitutivo o integrativo o modificativo dei poteri di diritto privato di un soggetto. Nella specie si tratta di autorizzazione ad un «facere».

Ne consegue che il provvedimento volontario nel caso richiesto e adottato non è idoneo a conseguire l' efficacia incontrovertibile del giudicato materiale, ex art. 2909 c.c. - è questo il punto nodale della questione - e quindi non è vincolante per alcuno, posto che esso non accerta e non riconosce diritti soggettivi controversi, essendo, lo stesso (efficace «rebus sic stantibus») contraddistinto dal carattere della revocabilità e della modificabilità «in ogni tempo» anche d' ufficio per fatti nuovi (art. 742 c.p.c.). Se così è, il Governo, in assenza di vincoli «pro-iudicato», poteva con decreto-legge intervenire legittimamente sul caso Englaro, non per creare una legge ad personam, ma adottando - salva la successiva verifica in Parlamento dei requisiti richiesti per la decretazione d' urgenza - un provvedimento legislativo di carattere generale e astratto, avente efficacia per tutti i soggetti che si fossero trovati nelle stesse condizioni della Englaro. Nella specie l' intervento del Capo dello Stato era infatti limitato dall' art. 87 Cost. alla dichiarazione esterna della volontà dello Stato, come si evince dal significato letterale del termine «emanare» riferito dall' art. 87 Cost. ai decreti - legge. Sotto tale profilo è d' uopo rilevare che il decreto della Corte milanese di autorizzazione alla interruzione del trattamento di sostegno vitale, in assenza di una specifica disciplina normativa della materia, non poteva accertare - come non accertava - in capo al suo rappresentante legale, alcun diritto di vita o di morte della persona interessata (l' esercizio di un diritto personalissimo non può mai essere consentito a terzi in nome e per conto altrui) che non risulta avere con la necessaria certezza (non presuntivamente) disposto liberamente della propria vita, nell' esercizio del proprio diritto di autodeterminazione (art. 5 c.c.). Il provvedimento giurisdizionale nella specie adottato, non potendo - in assenza del vincolo del giudicato - riconoscere diritti tutelabili non previsti dall' ordinamento, poteva invece essere legittimamente disapplicato (art. 40 c.p.) da parte di altro giudice o a seguito di un intervento legislativo urgente volto ad impedire l' evento temuto, per dare doverosa applicazione alle norme costituzionali (art. 2, 3, 32) che garantiscono il fondamentale diritto alla vita.

Giovanni Ferraù, già Magistrato, Parma

 

Pagina 29
(15 febbraio 2009) - Corriere della Sera

 

sondaggio sul fine vita

In previsione del referendum sulla legge sul fine vita, minacciato dal senatore Ignazio Marino, che ha rallegrato la maggioranza e gettato nel panico totale l’opposizione di cui Marino fa parte, e per accompagnare l’approvazione del Disegno di Legge Calabrò sul fine vita, proponiamo il seguente sondaggio (per sapere come la pensano gli italiani sul fine vita, non serve una gran quantità di domande, ne basta una, semplice e chiara):

Nel caso in cui tu non fossi più in grado di esprimere direttamente il tuo consenso a cure, terapie o alimentazione e idratazione assistita, preferisci:

a)     morire in solitudine, di fame e di sete, in un’ala apposita della casa di riposo “La Quiete” di Udine, in una stanza con le finestre sbarrate e le guardie giurate alla porta, assistito dal Dr. Amato De Monte e da un’associazione di volontari che hanno preso le ferie appositamente per accompagnare il tuo trapasso

oppure

b)    di morte naturale, accudito dalle suore misericordine di Lecco, con un sondino naso-gastrico

hanno pure festeggiato

 

da Avvenire 12 Febbraio 2009

 

IL CASO

Surreale cena per ringraziare i giornalisti

 

Un ricco catering nella sua villa seicentesca, quella dove nonni, genitori e poi i figli hanno studiato da avvocati, camerieri in guanti bianchi, i migliori vini friulani: Eluana attendeva ancora sepoltura, ieri sera, quando nelle campagne fuori Udine l'avvocato Campeis – il legale udinese della famiglia Englaro – ha imbandito la sua tavola per i giornalisti.«So già che mi mancherete molto; con questa cena vi voglio ringraziare per la vicinanza e la collaborazione che ci avete dato...». C'erano quasi tutti i colleghi della carta stampata, accolti con raffinatezza nel lusso di Villa Campeis. C'era finalmente Daniele Renzulli, figura storica del socialismo friulano, dicono il protagonista occulto dell'intera vicenda, e anche lui come gli altri ha alzato il calice: impresa giunta a buon fine.

La festa è andata avanti fin quasi all'alba, poi tutti a letto, sazi, ma qualcuno anche turbato: «Ci siamo andati – racconta il collega di un grande quotidiano milanese –: effettivamente era qualcosa di surreale». Al mattino, viso stanco e occhiaie per tutti: bisogna correre a Paluzza, oggi si seppellisce Eluana.

 

Lucia Bellaspiga

p.s.: Al ricco catering non sono ovviamente stati invitati i giornalisti di Avvenire e Sat2000. I quali comunque – va da sé – non avrebbero partecipato. Ma è chiaro che non è questa la notizia.

 

Cossiga Non vota più PD

COSSIGA A FRANCESCHINI, NON VOTERO' MAI PIU' PER IL PD

(ANSA) - ROMA, 10 FEB - 'Caro Dario , ti scrivo per comunicarti, come a un giovane amico, che io non voterò mai più per il Partito Democratico'. Lo scrive Francesco Cossiga in una lettera a Dario Franceschini che sarà pubblicata domani su 'Il Tempo'.
Non lo farò, 'perche' dopo la pasticciata gestione politica e partitica di Walter Veltroni, l'ex-'non comunista' del Partito Comunista Italiano, non so più per che cosa mai io abbia votato, e non so per chi e per cosa mai voterei... Indirizzo a te questa lettera, e non al segretario del tuo partito, l'onorevole Walter Veltroni sia perchè non credo che a motivo della diversa cultura e sensibilità, lui la comprenderebbe, sia perchè ti stimo e perchè mi sento a te legato da affetto e amicizia'. Dopo aver 'sempre votato per la Democrazia Cristiana, votai per il Partito Popolare, qualche volta per i Democratici di Sinistra, quando ne era segretario l'amico Massimo D'Alema. Concorsi quindi con Mastella, Buttiglione, Scognamiglio, Sanza a fondare e a gestire un partito di transizione: l'Unione Democratica per la Repubblica'.
'Ho votato per il Pd perchè in esso erano candidati amici di diversa estrazione culturale e politica che stimavo, come ancora oggi stimo: D'Alema, Bersani, La Torre, comunisti, Carra, Paola Binetti, Marini, Rutelli, ex-democratico-cristiani o cattolici liberali. Non voterò mai più per il Partito democratico per le posizioni da esso assunte in relazione al caso Eluana, e che considero in contrasto con le mie convinzioni più profonde di uomo in materia di vita,di uomo europeo, figlio quindi della civiltà ellenistica, romana, giudea e cristiana', conclude Cossiga.

 

Pacatamente

Eluana è morta in solitudine, nella stanza in cui era stata confinata, a Udine, lontano dalle carezze delle suore e dall’ambiente familiare della clinica di Lecco. E’ morta in mani estranee, di gente che non l’aveva mai vista prima di lunedì scorso, e che si era messa a disposizione per farla morire di fame e di sete. Persone che l’hanno avvicinata, toccata, maneggiata, sapendo che dovevano lasciarla morire di fame e sete.

Non c’era suo padre - che d’altra parte in questi anni l’aveva lasciata alle suore – lui stava a Lecco, per sicurezza. Non c’era la sua specialissima curatrice, l’avvocato Franca Alessio, che, per l’appunto, si è presa tanta cura di Eluana, in questi anni. Non c’era neanche Defanti, il cosiddetto medico curante, e neppure De Monte, il responsabile del protocollo di morte. Non c’era nessuno, insomma.

Nel primo pomeriggio era stato comunicato che le sue condizioni erano stabili; sapevamo che non c’era ancora nessun blocco renale, e che non era ancora stato raggiunto il punto di non ritorno nel digiuno e nella disidratazione forzata.

Un’agenzia Ansa delle 21.08 spiega che “la situazione di Eluana Englaro e' rimasta stabile fino al primo pomeriggio, dopodiche' sarebbe avvenuto un improvviso peggioramento” , ma si contraddice con agenzie che un’ora dopo dicono: “Eluana, ha riferito Defanti, ha smesso di vivere improvvisamente per subentrate complicazioni respiratorie: ha cominciato a respirare male, in maniera sconnessa fino all'arresto respiratorio. "E' stato un arresto improvviso", conclude Defanti” (AGI, 9.02). E d’altra parte, se è morta in solitudine, se nessuno è stato avvertito in tempo e non c'erano familiari o medici in stanza, delle due l’una: o è spirata in meno di due minuti, oppure l’attenzione dei volontari che la “accudivano” era tale che nessuno si era accorto che stava male.

Eluana è morta molto prima del previsto, considerando anche che proprio oggi Defanti, quello convinto che morire disidratati è dolcissmo, ha dichiarato al Corriere che Eluana stava bene, a Lecco, i suoi esami erano perfetti.

Eluana è morta – ma guarda un po’ che fatalità, che singolare coincidenza, quando si dice il caso, l’imprevisto, l’evento improvviso ed imprevedibile, ma che sorpresa signora mia – un attimo - letteralmente un attimo - prima del voto al Senato di un Disegno di Legge che avrebbe messo in mutande l’opposizione e avrebbe schiacciato l’imparzialità del Presidente della Repubblica sulla posizione dei suoi ex compagni di partito.

Adesso si invoca la calma, il silenzio, la riflessione, si chiede di abbassare la voce, magari anche socchiudere gli occhi, chinare il capo, turarsi le orecchie e l ’avverbio del momento è “pacatamente”. Noi naturalmente siamo prontissimi a seguire gli inviti alla saggezza ed alla compostezza, e

1.     Pacatamente, ricordiamo che se il Presidente della Repubblica avesse firmato il decreto venerdì scorso, adesso Eluana sarebbe viva.

2.     Pacatamente, ricordiamo che gli unici a poter fermare il protocollo di morte – oltre a Giorgio Napolitano -  erano il sindaco di Udine, il Presidente della regione Tondo con i suoi assessori e il Procuratore di Udine, e non l’hanno fatto.

3.     Pacatamente, chiediamo al Procuratore di Udine dove sono finite le testimonianze raccolte dopo l’esposto, quelle delle compagne di scuola e degli insegnanti che dichiaravano di non aver mai sentito Eluana parlare di morte e stati vegetativi dalla mattina alla sera, fin dalla più tenera età.

4.     Pacatamente, vorremmo sapere che fine ha fatto la relazione degli ispettori ministeriali, dove ci risulta scritto, tra l’altro, che Eluana era sedata anche per via orale, cioè per bocca (perché lei deglutiva, ricordiamo).

5.     Pacatamente, vorremmo chiedere allo stesso procuratore come mai chi ha tanto amorevolmente sedato per bocca Eluana, non si è preoccupato anche di darle da bere, visto che era in grado di ingoiare.

6.     Pacatamente, temiamo che i risultati dell’autopsia facciano la fine degli esposti e delle relazioni di cui sopra e che l’eventuale cremazione impedisca per sempre di conoscere la verità.

7.     Pacatamente, ricordiamo che il Presidente della Repubblica, mesi fa, aveva risposto ad una lettera di Carlo Casini dichiarando che non sarebbe mai intervenuto nel merito del caso Englaro. Tutto il mondo politico sapeva da tempo che Giorgio Napolitano non avrebbe mai firmato un decreto per impedire la morte di Eluana, e d’altra parte, se non l’ha fatto quando già avevano iniziato il digiuno e la disidratazione forzati, figuriamoci quanto poteva essere disposto a farlo quando Eluana stava ancora a Lecco dalle suore.

8.     Pacatamente, ricordiamo che il Presidente Napolitano ha contestato che ci fosse il requisito dell’urgenza, necessario a fare un decreto, quando Eluana aveva già iniziato la disidratazione forzata. Non c'era niente di urgente, secondo lui.

9.     Pacatamente, ricordiamo anche che il ministro Sacconi ha emanato un atto di indirizzo lo scorso dicembre, in attesa di una legge sul fine vita, che proibiva nei fatti di uccidere Eluana. Atto di indirizzo contestato dai compagni del PD (d’ora in poi Partito Disidratato) che prima hanno accusato Sacconi di violenza (c’è anche una denuncia per violenza privata nei suoi confronti, alla Procura di Roma, proprio per l’atto di indirizzo);  gli stessi del PD adesso chiedono cosa ha fatto il governo per impedire la morte di Eluana. Se tutto il Parlamento veramente avesse voluto impedire la morte di Eluana, bastava difendere l’atto di indirizzo. Semplice, no? Molto pacatamente, vorrei far notare che il decreto di urgenza del governo di venerdì scorso è stato contestato con forza dal PD, che ha chiesto un confronto parlamentare per la legge sul fine vita. Ma se confronto deve essere – com’è giusto che sia – ci vuole tempo. Provate solo ad immaginare – pacatamente – come avrebbe reagito il PD se a novembre il PdL avesse detto: bene ragazzi, vogliono far morire Eluana di fame e sete, facciamo la legge in due settimane, senza tante storie.

10.                       Pacatamente, vorremmo sapere perché tanta ansia del Procuratore di Trieste – superiore di quello di Udine – nel gridare per monti e per mari che mai e poi mai si stava indagando sul caso Englaro, e che mai e poi mai si sarebbero sequestrate le stanze di Eluana, e che mai e poi mai si sarebbe impedito di attuare il decreto. Il Procuratore di Trieste, Beniamino Deidda, è fra i fondatori di MD, Magistratura Democratica, d’ora in poi Magistratura Disidratata (non è colpa nostra se Democratici comincia con la D, come Disidratati).

Abbiamo tante domande da farci, pacatamente. E cercheremo di rispondere a tutte, sempre pacatamente.

Adesso vogliamo solo piangere Eluana, morta innaturalmente per una sentenza dei magistrati ma soprattutto, come ha dichiarato Gustavo Zagrebelsky, ex presidente della Corte Costituzionale, e firma pacata di Repubblica, “la premessa più importante è che ciò che è accaduto fino ad ora è legale”.

Cosa sta succedendo...

Oggi pomeriggio, con mio marito e i miei figli, sono stata alla fiaccolata per Eluana, in pieno centro a Perugia. Subito dopo c’è stato il rosario con il Vescovo Chiaretti, in Cattedrale. Diverse centinaia di persone, convocate essenzialmente via sms. 

Molto efficace il testo fatto leggere oggi durante le Messe  della Diocesi, su invito del nostro Vescovo.

L’agonia di Eluana sta mobilitando le coscienze.

In breve gli ultimi, tragici eventi: un Consiglio dei Ministri epocale che all’unanimità propone un decreto urgente per salvare Eluana dalla morte per fame e per sete; il Presidente della Repubblica che si rifiuta di firmarlo in omaggio alla Costituzione – così dice – ; la decisione del governo di trasformare il decreto in legge da far approvare in Parlamento, velocemente; lo scontro istituzionale; la regione Friuli che si rifiuta di fermare il percorso di morte di Eluana.

Vorrei chiarire alcuni punti, adesso.

1.     Se non accade qualcosa domani, il percorso di morte a cui hanno avviato Eluana con il digiuno forzato diventerà irreversibile. Alimentazione ed idratazione le sono state sospese venerdì mattina: domani, lunedì, sarà il quarto giorno di sospensione forzata di alimentazione e idratazione.

2.     E’ bene spiegare che il Senato non si è riunito prima perchè se si fosse fatta la convocazione straordinaria nel fine settimana, l’opposizione avrebbe potuto ottenere cinque giorni di sospensione, allungando ancora di più i tempi. Quello individuato dai parlamentari del PdL è la via più breve per approvare la legge salva-Eluana, che però non terminerà  prima di venerdì.

3.     I tempi della morte di Eluana sono stati accelerati, ed è stato possibile perché, come ci ha spiegato Defanti, il protocollo è discrezionale. In altre parole, i medici fanno quel che vogliono. Ricordo che Defanti è il neurologo che ci ha gentilmente spiegato – riportato da Repubblica - che la morte per disidratazione è dolcissima: evidentemente esiste un elevatissimo numero di suicidi per disidratazione, a noi finora ignoto.

4.     Per bloccare il percorso di morte di Eluana, potrebbero intervenire, nell’ordine:

a)     il Presidente della Repubblica, firmando un decreto di urgenza. Abbiamo visto come la pensa.

b)    la regione Friuli, commissariando la clinica (e oggi si è rifiutata di farlo) o applicando l’atto di indirizzo del Ministro Sacconi (ma quando mai).

c)     Il sindaco di Udine – autorità sanitaria. Ricordo che è quello che si è adoperato per far ricoverare Eluana nella clinica “La Quiete”.

d)    La procura di Udine, che ha già avviato indagini sugli esposti, ha già ascoltato testimonianze di amiche di Eluana, può intervenire sulla base delle relazioni degli ispettori. Ma il procuratore di Trieste – superiore di quello di Udine – ha già spiegato a chiare lettere che non se ne fa niente. E infatti nella procura di Udine le indagini continuano, ma le iniziative stanno a zero, e non ci sembra azzardato prevedere che non ce ne saranno di significative almeno per diversi giorni. Comunque ci dicono che in procura piovono esposti da tutte le parti.

e)     La procura di Milano, che pure ha ricevuto un esposto con testimonianze interessanti, ma qui proprio tutto tace, forse l’esposto si è perso, o forse hanno finito i giudici, chissà. Non è dato sapere.

E poi, chiaramente, potrebbero il padre, la curatrice speciale (specialissima, direi), i medici che Eluana ha intorno.

E’ chiaro quindi che, visti i soggetti coinvolti, a meno di un miracolo, la legge non arriverà in tempo per salvare Eluana. E se Eluana morirà, se la legge non arrivasse a salvarla - e potrebbe essere solo una questione di pochi giorni - discuteremo delle responsabilità (v. elenco di cui sopra).

 Vorrei anche ricordare, a scanso di equivoci, che Eluana non muore per una sentenza definitiva - come invece viene detto da alcuni che hanno pure difeso Napolitano - ma per un decreto che non è mai definitivo, e che non obbliga ma autorizza.  Ancora non è dato capire quale sia il contrasto con la Costituzione. 

Da ultimo, Marco Pannella: interessante, nella sua conversazione di oggi su Radio Radicale (grazie Antonio che me l’hai segnalata, si può ascoltare in rete) ha riconosciuto che è cambiato il clima in Italia, che adesso si parla di Eluana che muore di fame e di sete, che forse soffre, e che “rischiamo” di avere una legge in quattro giorni, fatta da Berlusconi che vuole salvare Eluana – e allora addio, proposta di Ignazio Marino sul testamento biologico, dice Pannella - e che quindi, forse, varrebbe la pena che “gliela si dia vinta”. Insomma: siamo arrivati a un punto tale di sdegno del popolo italiano (popolo ingannato, secondo Pannella), che per il momento non converrebbe andare fino in fondo al percorso di morte di Eluana. La battaglia del padre di Eluana può essere pregiudicata: sarebbe meglio – sempre secondo Pannella - che Beppino Englaro si fermi, aspetti, e faccia riprendere alimentazione e idratazione, altrimenti avremo in pochi giorni approvata una legge che impedirà di sospendere alimentazione ed idratazione nelle dichiarazioni anticipate di trattamento, in nome della cultura della vita contro la cultura della morte, una contrapposizione fra culture chiaramente intollerabile, sempre secondo Pannella, soprattutto perchè Pannella & C. sarebbero assegnati automaticamente allo schieramento mortifero.

A me personalmente, adesso, interessa solamente che Eluana viva. Preghiamo.

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