pensieri notturni

Le immagini e le storie di donne e uomini travolti dal terremoto a L’Aquila hanno allontanato, anche se per poco, tutto il parlare di libertà di morire degli ultimi mesi.

La morte che arriva all’improvviso e misteriosa, e porta via con sé uno e lascia l’altro che dorme accanto, apparentemente senza una spiegazione, ci ha preso a schiaffi, obbligandoci a guardare in faccia una realtà misteriosa, quella dell’esistenza di ciascuno di noi.

Pochi secondi per distruggere città e paesi, secoli di storia, e uno sconvolgimento di morte e macerie, e la lotta contro il tempo per salvare quante più persone possibile: questo abbiamo visto, e i fiumi di parole che abbiamo sentito negli ultimi mesi sull’autodeterminazione, sul diritto a morire, sulla libera scelta di morire, sono apparse nella loro vera consistenza, e cioè semplicemente ridicole.

Libertà di morire: ma di che cosa stiamo parlando? Cosa stiamo dicendo?

Non si tratta di eutanasia, non è neppure più questa la posta in gioco da quando è scoppiato il caso Englaro – la buona morte che si dà per pietà, l’omicidio che si commette per evitare sofferenze indicibili. Non è di questo che si discute, in realtà. Parlare di eutanasia oramai è fuorviante.

Qua si tratta  di apologia del suicidio, suicidio inteso come massima forma di libertà, il suicidio medicalmente assistito.

E un’intera società sembra correre dietro a questo surreale miraggio, il diritto a suicidarsi assistiti da un medico, il prossimo traguardo di civiltà.

Basta leggere alcuni commenti – non tutti - alla morte di Roberta Tatafiore, intellettuale femminista, che si è suicidata qualche giorno fa, programmando minuziosamente la sua fine negli ultimi tre mesi della sua vita  – una fine triste come lo può essere un suicidio in una camera d’albergo  – tanto da scrivere un memoriale che è arrivato postumo ai suoi più stretti amici, che immagino sarà oggetto di pagine e pagine di commenti, nelle prossime settimane.

Su l’Unità oggi Adele Cambrìa commentava “ammiro il suo coraggio: la sua morte così disperatamente eroica - un suicidio, non motivato, pare, da nessuna malattia inguaribile - é sostenuta da un discorso filosofico e letterario iniziato da oltre un anno; e che,approfondito in un testamento ancora non reso noto dalle amiche più vicine a lei, cui è stato indirizzato, forse aiuterà tutti e tutte a riflettere su un passaggio ineluttabile, a cui Roberta ha voluto accedere prima di noi. Per dare anche testimonianza di una società civile, quella italiana, che stenta a crescere su questi temi.”

Sì, hanno scritto proprio così: una morte eroica, quella di Roberta Tatafiore, perché il suicidio non era motivato da nessuna malattia inguaribile. Una testimonianza per una società che stenta a crescere su questi temi.

Ma, dico, io, siamo matti? Ma che stiamo dicendo? Di cosa stiamo parlando? Quale mefitico pifferaio maledetto stiamo inseguendo? Non vediamo l’abisso verso cui ci sta portando?

Io di eroico ho visto la gente di Abruzzo, quella che piangeva, quella che scavava le macerie, quella che guardava la distesa di bare, quella che pregava, quella che cerca di ricostruire.

Un angelo di Dio per tutti noi. E un l’eterno riposo per chi non c’è più. Roberta compresa.

quando Fini difendeva la 40 e celebrava la giornata della vita insieme ai vescovi

Gianfranco Fini vuole diventare Presidente della Repubblica, e per questo si è messo a fare il “laico”, sperando di allargare la platea dei suoi sostenitori, anche a sinistra (ma poi a destra lo voteranno?).

Paola Binetti, sabato, gli ha scritto una lettera aperta, ricordando una lettera che Fini aveva scritto al Corriere della Sera dieci anni fa.

Di seguito potete leggere l’articolo e la lettera di Fini, un Fini vecchia maniera, potremmo dire versione 1.0. Molto interessante, da leggere tutta.

Sia chiaro: il problema non è cambiare idea. Ma se un personaggio pubblico la cambia così radicalmente in poco tempo, dovrebbe innanzitutto spiegare il percorso che ha seguito, far capire per quale motivo adesso dice l’opposto di quello che diceva pochi anni fa: insomma, non può far finta di niente, e di punto in bianco fare una giravolta di 180 gradi, senza spiegare niente, altrimenti è ovvio per tutti noi pensare che non crede a quel che dice, ma che fa solo quello che ritiene utile alla sua carriera personale (ammesso e non concesso che poi veramente gli convenga).

Dal sito de Il Corriere della Sera  

 
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(2 febbraio 1999) - Corriere della Sera
 

 

Procreazione assistita

Una lettera di Fini "Niente donazione alle coppie di fatto"

Procreazione assistita Una lettera di Fini "Niente donazione alle coppie di fatto"

Caro direttore,

la legge sulla procreazione assistita è attesa da anni per mettere ordine negli interventi genetici sulle cellule germinali; per evitare i casi delle mamme - nonne, o peggio le ipotesi di realizzazione di monstra o di clonazioni; in definitiva, per regolamentare in modo certo il concepimento non naturale.

Com' è noto, gli articoli che vengono sottoposti al voto dei deputati, dopo l' approvazione con un ristretto margine dalla commissione Affari sociali, consentono la procreazione eterologa, cioè con i gameti di "donatori" estranei alla coppia, la ammettono anche tra le coppie di fatto, e tutelano l' embrione in modo subordinato rispetto agli altri soggetti che intervengono nel procedimento.

Si tratta di soluzioni che Alleanza nazionale non condivide: per questo, unitamente ad altri deputati del Polo, ha presentato degli emendamenti tesi a permettere l'accesso alle tecniche soltanto alle coppie di coniugati, a impedire la "donazione" di gameti estranei alla coppia, a impiantare un numero di embrioni corrispondenti a quelli che dovranno nascere, a vietare la sperimentazione sui nascituri.

Questa posizione non deriva da suggestioni confessionali, dal momento che non è la fede ma la natura che affida a un atto personale e cosciente la trasmissione della vita. La natura ha a sua volta un' eco significativa nella Costituzione, che all' art. 30 riconosce la collocazione naturale dei figli all' interno della famiglia e all' art. 29 descrive la famiglia come la società naturale fondata sul matrimonio.

L' INTERVENTO DEL PRESIDENTE DI AN Fini: no a genitori con legami occasionali

"La convivenza non può essere equiparata per tutto alla famiglia Il figlio non è un oggetto da acquisire ad ogni costo ma un soggetto da amare e al quale offrire garanzie" .

Ciò non significa discriminare le convivenze: significa che la convivenza non può essere equiparata, in tutto e per tutto, alla famiglia, così come è descritta dalla Costituzione. Se può accadere che un figlio non viva con il padre o con la madre per ragioni accidentali, come la morte di uno dei coniugi, o la separazione o il divorzio, questo non vuol dire che si possa programmare in anticipo un legame fra i genitori frammentario e occasionale: il figlio non è un "oggetto" da acquisire a ogni costo, ma è un "soggetto", da rispettare e da amare, e al quale garantire, per legge di natura espressamente riconosciuta dalla Carta costituzionale (art. 30), quel mantenimento e quell' educazione che soltanto il padre e la madre insieme, in virtù di un legame stabile, sono in grado di assicurare.

La fecondazione eterologa incontra riserve ancora maggiori. Quando vi è la donazione del seme o dell' ovulo (o di entrambi) da parte di soggetti estranei alla coppia, la figura dei genitori si scinde dalla figura dei coniugi: essere genitori non equivale, o equivale solo in parte, a essere coniugi. La struttura familiare viene spezzata e la stessa identità del concepito è compromessa, dal momento che costui finisce per avere una identità biologica che non coincide con quella sociale. Poiché ciascuno di noi ha il diritto di sapere di chi è figlio, quando il soggetto nato da eterologa conosce le modalità con le quali è venuto al mondo, incontra serie difficoltà nel rapporto con i genitori, uno dei quali, almeno, è putativo, mentre il donatore resta ignoto.

Va infine tutelata la vita umana dal concepimento, impedendo la distruzione degli embrioni: è imminente la ricorrenza della Giornata per la vita, che si celebra da oltre vent' anni per iniziativa della Conferenza episcopale italiana, al fine di richiamare l'attenzione di tutti sui temi dell' accoglienza del nascituro e dell' aiuto alla gestante.

Alleanza nazionale si unisce a questa celebrazione con un convegno europeo che si svolgerà sabato prossimo ad Assisi con la partecipazione di rappresentanti dei movimenti per la vita e di politici di altre nazioni europee particolarmente impegnati su questo fronte: il riconoscimento che l' uomo è persona fin dal primo istante, e come tale non è strumentalizzabile da nessuno e per nessun motivo, deve diventare una base comune di condivisione per l' intera Europa, partendo dall' Italia.

Mi auguro che il voto inizi realmente oggi, e che si concluda nei prossimi giorni senza ritardi: è ben strano che la discussione alla Camera si sia aperta nel luglio dello scorso anno e non sia più ripresa. Buona parte della sinistra preferisce l' anarchia normativa a una regolamentazione seria: la prospettiva che ai voti del Polo si sommino quelli dei Popolari, di parte della Lega e di altri deputati non obbedienti a logiche di schieramento, e che quindi sia approvata una buona legge, rende possibili ulteriori tentativi di insabbiamento. Alleanza nazionale è pronta a denunciarli con forza: un Parlamento che intenda assumere fino in fondo le sue responsabilità non può più assecondare acriticamente il trionfo della tecnica, ne' stendere tappeti alla sperimentazione senza limiti, ma deve preoccuparsi di aiutare in concreto l' uomo e la donna che soffrono, fissando precisi paletti normativi per far sì che il progresso scientifico non sia antitetico alla persona, ma contribuisca ad alleviarne il dolore.

Mi auguro pure che, benché per questo tipo di leggi il Regolamento della Camera consenta il voto segreto, nessuno lo chieda: su temi di tale delicatezza, in base ai quali si forma il giudizio degli elettori, gli italiani hanno il diritto di conoscere con chiarezza quali scelte operano i propri rappresentanti. Invocare, a sostegno del voto segreto, la tutela della libertà di coscienza suona ipocrita; è noto che, se fossero approvati gli emendamenti del Polo, cesserebbero gli affari multimiliardari di chi finora ha approfittato del Far West della biogenetica: non e' il caso di lasciare alle lobby spazi di manovra che traggano profitto da un voto anonimo.

Gianfranco Fini * presidente di Alleanza Nazionale

giudici dallacullaallatomba

I giudici in Italia le leggi le vogliono fare. Dovrebbero farle rispettare, ma non gli basta. Sono voraci, vogliono di più, o forse potremmo dire che se la suonano e se la cantano: insomma, del parlamento machissenefrega, per non parlare dei referendum. Decidono loro, e basta.

Decidono sempre, su tutte le leggi, dopo che ci fanno i referendum, quando non gli piacciono i risultati - come per la 40 - e pure prima delle leggi, se già capiscono che non andranno bene (come le dichiarazioni anticipate di trattamento, la legge ancora non c'è e già la vogliono bocciare...quando si dice la prevenzione...ma quanto sono previdenti i nostri giudici...che meraviglia....)

e poi sono attentissimi ai vuoti legislativi, quelli proprio non li sopportano. Non se ne fanno passare uno, di vuoto legislativo. Passano gli spifferi, c'è corrente d'aria, fa male alla salute, il vuoto legislativo. Nonsaiquantoèpericolosoilvuotolegislativo, signora mia.

Per il fine vita, per esempio, lo hanno riempito bene bene benissimo, il vuoto, basta vedere la sentenza per Eluana, hanno pensato a tutto, pure a spiegare ai medici come dovevano fare, tutto quanto, non volevano neanche lasciare il sospetto di un vuotino legislativo, un vuotino piccolo piccolo....

E anche per la 40, per non lasciare il vuoto legislativo, hanno tolto un pezzo da un comma e ne hanno aggiunto un altro sul comma successivo, tante volte non si capisse dove vogliono arrivare, e insomma quanto siamo più tranquilli a vedere questi giudici così premurosi....

Tolgono il vuoto, e mettono il pieno. Legislativo. 

Su tutto: dalle provette ai sondini, dalla culla alla tomba, tutta roba loro.

Quindi la legge 40 – votata in parlamento e confermata da un referendum, quello che per astensione è stato il più fallimentare della storia della repubblica – va cambiata, perché a loro proprio  non gli va giù: tutta quella bella gente (dalla Ferilli alla Montalcini, ricordate i 100 volti per il si sulla copertina dell'Espresso?) che voleva tanto bene abrogarla, quella legge 40 brutta, cattiva, crudele, che invece ancora sta là, imperterrita. E funziona pure, nonostante tutto (basta vedere la relazione al Parlamento, o anche solo la sintesi. quella presentata venerdì, di cui hanno parlato solo Avvenire, Il Foglio, e il Messaggero, gli altri hanno graziosamente ignorato la faccenda, e Repubblica ha preferito raccontare del turismo procreativo, i lettori di Repubblica neanche sanno che è stata presentata la relazione, ma anche qua, machissenefrega).

Ma dobbiamo dire che stavolta ai giudici non gli è riuscita più di tanto.

Dotti, medici e sapienti alla Corte Costituzionale hanno deciso che il limite massimo di tre embrioni da creare non vale più.

Però rimane il divieto di congelamento di embrioni, di soppressione di embrioni, di selezione eugenetica di embrioni, di ricerca sugli embrioni. Ma allora, se domani un medico produce cinque embrioni, che se ne fa, visto che li può solo trasferire in utero?

Certo, non è scritto che è vietato mangiarseli. Non sono vietati frullati di embrioni, non è vietato il purè di embrioni, e neanche frittate di embrioni: insomma, non sono esplicitamente vietate ricette di embrioni. Queste la Corte Costituzionale non le ha menzionate, almeno per adesso. E quindi forse si possono fare.

Ma il resto no, e quindi è difficile capire cosa effettivamente sia cambiato.

Neanche la diagnosi preimpianto si può fare, perché rimane intatto l’art.13, quello che vieta la selezione eugenetica di embrioni. E se produci tanti embrioni per farci la diagnosi – vietata – poi degli embrioni scartati che ci fai, visto che non li puoi sopprimere né congelare?

Intanto però i giudici sono contenti: loro le mani sulla 40 ce le hanno cominciate a mettere. Vedi un po’, magari di sentenza in sentenza, forse ci riescono a smontarla.

Adesso però non ci sono riusciti, e almeno per adesso in parlamento la legge 40 non ci torna.

Quando avranno scritto le motivazioni della sentenza, capiremo meglio cosa hanno in mente. Poi vedremo il da farsi.

prolusione - e un giudizio

La prolusione senza sconti del Presidente della CEI, Card. Bagnasco, e, di seguito, un breve giudizio su questi ultimi giorni di violenti attacchi alla Chiesa, nella persona del Papa.

 

AVVENIRE 20.3.2009

Dal dissenso legittimo all’intimidazione e al ghigno offensivo e beffardo, l’escalation di molti giornali in occasione del viaggio in Africa, di cui è stata snaturata e ridotta la portata, puntando tutto sul profilattico

 Gli attacchi concentrici a un Papa «scomodo»

 Da governi e mass media aggressione con pochi precedenti

 DI ELIO MARAONE

 « The pope is wrong» (il Papa sbaglia) nel riferirsi criticamente all’uso dei preservativi, sentenziano il New York Times e la Washington Post, in un singolare e significativo sincronismo che li porta a ribadire la «consistente» efficacia del profilattico nella lotta all’Aids, specialmente in Africa.
  Abbiamo detto «singolare e significativo sincronismo » perché è rara la coincidenza di giudizio fra le due maggiori testate statunitensi, due corazzate della comunicazione che sparano, a suon di editoriali, sulla navicella di San Pietro, e sul Papa in persona. Lasciamo ai margini la questione della discutibile e discussa efficacia del preservativo, soprattutto se presentato come strumento principe, per non dire unico, di prevenzione, e osserviamo invece, con preoccupazione crescente, come a ritmo crescente i media internazionali e gli stessi governi (ieri è stata la volta del primo ministro lussemburghese, il popolare Jean-Claude Juncker che si è detto «allarmato» dalle dichiarazioni del Pontefice) e potentati, dei quali sono spesso espressione, letteralmente si impegnino nell’aggressione di Benedetto XVI, quasi mai argomentandola razionalmente, ma per il semplice motivo che egli è emblema della Chiesa cattolica e avventura incarnata di quell’emblema.
  Per dirla in altre parole, che egli fa il suo mestiere, quello del Papa, memore, come ha detto il presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi, che «ciascuno svolge la sua missione ed è coerente con il suo ruolo». Scherzoso,l’'a parte' del leader della Lega Umberto Bossi, che dice: «Certo, se tutti facessero come me, che mi tengo mia moglie... l’Aids non si diffonderebbe».
  Tuttavia, l’aggressione mediatica e politica delle scorse settimane e di queste ore impressiona per inedita virulenza ed estensione, tanto da far sospettare una strategia comune, concertata da parte dei centri di potere e, parallelamente, di formazione del consenso laicisti, secolaristi, nichilisti. La Francia, e non è una sorpresa, guida l’aggressione, tanto che il suo ministro degli Esteri, Bernard Kouchner, non ha esitato a dire che il Papa «rivela poca comprensione della reale situazione dell’Africa», mentre Le Monde, il paludato Le Monde,  ha pubblicato una vignetta blasfema che vede la barca della Chiesa solcare un mare di africani, con a bordo Gesù che «dopo la moltiplicazione dei pani» realizza «quella dei preservativi», accompagnato da un rassegnato Benedetto XVI. La volgarità, in quella che è diventata una vera battaglia mediatica, non è più un tabù, è anzi un must, come direbbero a Londra dove si stampa quel Times, un tempo signorile, che ora pubblica una vignetta raffigurante un Papa ghignante con in capo un preservativo al posto della tiara. La satira deve essere libera, ma dovrebbe, crediamo, conoscere un limite nelle sensibilità altrui, tanto più quando questa satira, come, e più in generale, la libertà di espressione, si esercitano in un Paese-isola e in un continente che formalmente avevano fatto del rispetto delle fedi un obbligo, come insegnano le (peraltro giustificate) levate di scudi ufficiali e ufficiose contro opere antisemite o anti-islamiche. Per la Chiesa cattolica e il suo Pontefice questo obbligo al rispetto evidentemente non vale più, come hanno dimostrato in questi giorni non soltanto molti media europei, ma anche burocrati tedeschi, belgi e spagnoli.
  Abbiamo insomma un panorama intellettualmente, umanamente devastato e devastante, dove molti media e potentati (segnaliamo, tra i recenti critici del Papa, il Fondo monetario internazionale) si esibiscono in una sorta di tiro al piccione cattolico, avendo sostituito la legittima pratica del dissenso con quella dell’intimidazione, quasi che si volesse (e forse è proprio così) che la Chiesa tacesse la verità, abdicando alla propria missione di salvezza.
  Con qualche eccezione (è il caso del Daily Telegraph,  che dà ragione al Papa) questa infame pratica si allarga, anche in Italia, accusando tra l’altro il Papa, di «attentato alla vita». Peccato che la predica venga dal pulpito dei sostenitori dell’a­borto inteso anche come forma di pianificazione familiare, e di coloro che stanno riducendo a un solo aspetto, per giunta stravolgendolo, il viaggio del Papa in Africa, ossia quello dei modi per combattere la diffusione dell’Aids. Chissà se l’Occidente,
  quell’Occidente
sazio ed egoista, anche stasera, invece di pensare alle sue gravi responsabilità nei confronti dell’Africa, andrà a letto con un solo pensiero, un solo sogno: il preservativo.

due interviste

La prima, da il sussidiario.net, ad Edward Green, Direttore dell'AIDS Prevention Research Project della Harvard School of Public Health and Center for Population and Development Studies.

La seconda da Avvenire:

Avvenire 20.3.2009

Paola Germano, responsabile del programma «Dream» di Sant’Egidio

 «Ma ha chiesto cure gratis, in sintonia con la scienza»

 Andrea Lavazza  « Gli attacchi al Papa sul tema dei profilattici nella lotta all’Aids sono sorprendenti, per l’ampiezza e per il merito. In questo momento, chi ( come noi medici) è in prima linea contro la malattia si sente circondato da molta approssimazione, che può penalizzare il nostro lavoro sul campo. Alla fine a rimetterci davvero rischiano di essere i malati. Ma non per le parole del Papa. C’è anzi una novità radicale nel discorso di Benedetto XVI. E cioè che esiste un diritto umano fondamentale, quello alle cure per l’Aids, cure gratuite, da garantire a tutti. Si tratta della via più efficace per sconfiggere davvero la pandemia, e rendere efficace la prevenzione. Per di più in sintonia con la scienza».
  Che cosa ha detto veramente il Papa, al di là dei fraintendimenti?
 Ha affermato che l’epidemia di Hiv si ferma con le cure e con le cure gratuite – s’infervora Paola Germano, medico responsabile del progetto anti-Aids 'Dream' della Comunità di Sant’Egidio –. Per più di un decennio il pensiero unico e l’approccio unico, anche delle grandi agenzie internazionali, è stato 'condom per tutti'. Ma recentemente la stessa Organizzazione mondiale della sanità ha rimarcato come sia l’accesso ai farmaci da parte del maggior numero possibile di persone la prima strategia per combattere il contagio. D’altra parte è successo così anche in Italia.
 Ci spieghi meglio. Chi è in cura con gli antiretrovirali ha minori possibilità di diffondere il virus?

 Esattamente. Quando il 95% della popolazione infetta è sotto trattamento, il processo di contagio rallenta moltissimo. È per questo che nel nostro e in altri Paesi ricchi l’emergenza è stata messa sotto controllo.
 Quindi puntare tutto sul profilattico non è la soluzione?
 
Si guardi all’Europa dell’Est, dove è stata fatta una massiccia campagna di prevenzione fondata sul preservativo. L’Aids è cresciuto in maniera esponenziale. Il condom, da solo, non basta di certo. In tutta questa vicenda, vi sono schemi occidentali che non si misurano con la realtà: ovvero la debolezza della donna africana rispetto all’uomo, le resistenze culturali, ma anche il fatto che un numero significativo di nuovi contagi avviene per infezioni ospedaliere o con le lame dei riti di iniziazione o con siringhe riutilizzate...
  Qual è la linea d’azione più efficace?
 Potrà sembrare sorprendente a chi si muove dentro un pensiero unico, ma è proprio quella che ha indicato il Papa. C’è il discorso morale di ordine superiore, proprio del suo magistero, e c’è la necessità di rendere accessibili le cure a quante più malati possibile. È su questo punto che i governi dovrebbero fare una vera autocritica. Se le cure e gli esami per un anno costano 600 dollari, come potrà pagarli una persona che ha un reddito magari di due o tre euro al giorno, quando non inferiore. Non dimentichiamo poi che, fino a pochi anni fa, i brevetti, strenuamente difesi dalle aziende farmaceutiche americane ed europee, tenevano altissimi i prezzi dei farmaci. Ora, con i prodotti generici indiani, i costi sono scesi.
 Anche i dati epidemiologici sembrano dare ragione al Pontefice?

 È vero che nelle campagne, dove vi è meno promiscuità, anche per il controllo familiare, il contagio risulta limitato, mentre nelle città, con fenomeni diffusi come la prostituzione, la percentuale dei malati è superiore.
 La vostra esperienza
come 'Dream' che cosa vi ha insegnato?
 Che bisogna stare vicino alle persone, fare informazione per vincere i pregiudizi – quelli ad esempio che legano l’Aids alla stregoneria – e convincere la gente a sottoporsi ai test. Soprattutto, che è sbagliato cercare di imporre categorie estranee. Come si può parlare di profilattici a donne poverissime, che magari vivono in un contesto di poligamia e sono in competizione per la sopravvivenza con altre donne? In quella situazione, chi farà più figli avrà più attenzione dal marito. Se non si sa questo, si può anche attaccare il Papa, ma non si aiuta davvero chi è colpito dalla malattia. Tanto più che un altro aspetto induce a considerare tutta la polemica come essenzialmente ideologica.
 A che cosa si riferisce?

 Ad esempio, al fatto che per anni il governo sudafricano ha sostanzialmente ignorato l’emergenza Aids, propagando una follia scientifica dalle conseguenze tragiche per la popolazione, ovvero che il virus si potesse combattere con l’aglio. Quasi nessuno ha gridato allo scandalo come si è fatto in questa occasione. Eppure, è stata una condotta che ha prodotto enormi danni al Paese. È la prova che ci sono due pesi e due misure.

il problema più grande del pianeta

Pare che quello dei preservativi sia il problema di gran lunga più importante del pianeta. Altro che fame nel mondo, altro che inquinamento, mortalità materna, ritorno della malaria, guerre, dittature, carenza d’acqua, deserto che avanza, effetto serra, buco dell’ozono, meteorite che precipita, etc. etc…il problema è il preservativo.

E a leggere le dichiarazioni indignate alle parole del Papa (sconsiglia i preservativi! Ma che novità sconvolgente! Che notizia bomba inaspettata!) da parte dei politici di tutto il mondo, intellettuali, dotti medici e sapienti, insomma, pare proprio che sia fondamentale. Utilissimo per un sacco di cose. Sicuro e infallibile. Impossibile non usarlo, non averlo sempre con sé.

Una mano santa per l’AIDS, innanzitutto: efficacissimo per combattere la pandemia. Una barriera invalicabile che arresta di colpo il contagio, annichilisce il virus. (dovrebbe far pensare il fatto che in occidente, soprattutto nei paesi dove il consumo dei preservativi è più alto, il virus non si è affatto fermato). E d’altra parte l’Africa è inondata dai preservativi, eppure l’AIDS non è certo sparito: tutti sciolti al sole africano?

Infallibile pure per tutte le malattie sessualmente trasmesse, gravidanza compresa.

Se lo usi per coprire le orecchie, previene l’otite. Se invece ci infili le dita, proteggi le unghie. Se lo tieni in tasca ti senti protetto, e non ti viene l’influenza. Se lo porti con te per la spesa, puoi usarlo come sacchetto per le monoporzioni. Puoi metterci i pesci rossi che vinci al luna park, acqua compresa. Oppure le conchiglie che raccogli in riva al mare. O anche i trucioli delle matite dopo che le hai temperate, così non sporchi a terra. In tutto il mondo lo usano per farci i gavettoni e, se sono colorati, si possono gonfiare come piccoli palloncini, e ci si possono fare scritte con i pennarelli.

E se i più volgari critici del Papa se lo infilassero in testa, oltre a ripararsi dalla pioggia, sarebbe pure più semplice, come dicono a Parigi, riconoscere i testa …..

dall'Uganda ad Avvenire

Avvenire 14.3.2009

testimonianza Uganda: amare una figlia frutto di violenza

 L a sera del mercoledì delle ceneri ero letteralmente sfinito: avevo celebrato tre sante Messe e imposto le ceneri sulla testa a qualche migliaio di persone. Anche se non è festa di precetto, tanta gente, nell’intervallo del pranzo o alla sera subito dopo il lavoro, viene alla santa Messa per ricevere le ceneri. Portano anche i bambini e guai a non mettere le ceneri anche a loro.
  Molti poi, oltre a ricevere la cenere sul capo, la vogliono pure in mano o in un pezzetto di carta o in un fazzoletto, così da poterla portare a casa per coloro che non hanno potuto venire in chiesa. È un atto penitenziale e qualche volta mi viene persino il dubbio che ci sia un po’ di fanatismo, ma vedendo la devozione che ci mettono, debbo dire che è fede ed è un modo per esprimere pentimento del proprio essere peccatori. Tutto quanto detto non c’entra nulla con la ragione per cui le scrivo, ma in qualche modo fa da contorno. Stavo per andare a letto ed entrai nel mio ufficio solo per assicurarmi che le porte anteriori fossero chiuse. Notai sul mio tavolo una lettera che non avevo ancora aperto. La aprii e lessi.

  Eccoti il contenuto:
 Caro Padre, sono una ragazza di 14 anni, nativa di Gulu, Layibi. Nel 1993 mia madre era una studentessa del terzo anno di scuola superiore presso il collegio del Sacro Cuore di Gulu. Mentre era in vacanza i ribelli del Lra (
Lord’s Resistance Army, Esercito di resistenza del Signore: gruppo di ribelli ugandesi, Ndr)
 arrivarono al suo villaggio, uccisero i suoi genitori, violentarono mia mamma e sono nata io. Oltre ad aver concepito me, mia mamma ha pure ricevuto il virus dell’Aids e ora è sieropositiva Hiv. Io invece sono nata pulita.
  Non posso sapere chi può essere stato mio padre, ma la mamma sì: mi ha fatta nascere, mi ha cresciuta e pure mandata a scuola. Per pagare la mia scuola elementare ha lavorato cucendo e ha avuto molta cura di me, però ora non riesce a guadagnare soldi sufficienti per la scuola superiore. Ho saputo che tu aiuti gli orfani e hai una scuola ove c’è molta disciplina. Mi potresti prendere e aiutare a pagare
la retta? Io voglio studiare per poter aiutare e aver cura di mia mamma che sta diventando sempre più debole. Spero che tu consideri questa mia domanda e io pregherò per te perché Dio ti benedica e assista ad aiutare coloro che hanno bisogno.
 Maria Goretti Anena

 Dopo aver letto la lettera, sono andato a letto ma non sono riuscito a dormire. Ero disturbato dentro di me da un misto di gioia, di rabbia, di soddisfazione e di riconoscenza verso Dio che sa trarre atti eroici dalle persone semplici e insignificanti come possono essere queste nostre ragazze appena cristianizzate.
  Perché la rabbia ? Perché un esempio come questo dovrebbe far ammutolire quegli spacciatori di civiltà fasulla che abbiamo nel mondo progredito pronto a legiferare contro il diritto alla vita.
  Come è andata a finire questa storia? Al mattino mi sono alzato; sono andato alla scuola; mi sono assicurato che il direttore mi trovasse un posto per inserire questa ragazza (solo la mattina precedente gli avevo promesso che non avrei portato alcun nuovo studente). E il direttore mi disse che dovremo farla dormire per terra, perché anche i letti a tre piani sono tutti occupati. Se la ragazza accetta, la prendiamo. Chiamai la ragazza; le dissi di venire con la madre e vennero il giorno dopo. Feci un po’ di domande trabocchetto per assicurarmi che non mi avessero detto bugie e le proposi di dormire per terra su un materasso di gomma piuma. Si inginocchiò davanti a me e mi disse: ora sono contenta perché so di avere un papà anch’io! La madre mi ringraziò e mi disse: «Padre, io finché posso continuerò a lavorare e contribuirò per le spese della mia figlia». Le chiesi pure: perché hai dato il nome di Maria Goretti a tua figlia?
  Rispose che era stata la piccola a volere quel nome quando era in terza elementare: il catechista raccontò la storia di Maria Goretti e lei la scelse come nome e santa protettrice.
  Qui alla scuola abbiamo 10 ragazze che negli anni novanta furono rapite dai ribelli alla scuola di Aboke; passarono 8 anni come mogli schiave dei ribelli; quando fuggirono scapparono tutte coi loro figli e vennero da me a chiedermi se le accettavo alla scuola.
  Accettai le ragazze alla scuola e i figli furono lasciati in varie famiglie e ora pure loro vanno a scuola col nostro aiuto.
  Scusate se ho disturbato, ma ho pensato che forse potreste far sapere che esistono ragazze che hanno il coraggio di tenersi e amare il frutto della violenza. Chissà che non serva!
 padre John Scalabrini

Englaro: botta e risposta fra comune e arcidiocesi

dal blog di Sandro Magister

DELIBERA DEL CONSIGLIO COMUNALE DI FIRENZE

Il consiglio comunale,

considerato che la scelta di Beppino Englaro di sospendere l’alimentazione e l’idratazione nei confronti della figlia Eluana,vittima di un tragico incidente che l’aveva costretta allo stato vegetativo da 17 anni, è stata decisione umanamente difficile e dolorosa;

considerato che Beppino Englaro ha fatto della propria dolorosa storia personale una battaglia politica in difesa della laicità, dell’umanità, della civiltà;

ricordato che la richiesta di sospensione dell’accanimento terapeutico formulata da Beppino Englaro è stata accolta dalla suprema corte e ritenuta pertanto legittima;

considerato che la drammatica vicenda personale di Beppino Englaro e della sua famiglia non è un caso isolato, ma è un’esperienza che tragicamente riguarda molte famiglie e cittadini del nostro paese, e che in via teorica può riguardare ognuno di noi;

considerato che la battaglia di Beppino Englaro per affermare in modo così tenace e non violento i diritti dei cittadini a poter disporre fino alla fine della propria autonomia e della propria libertà rappresenta un insegnamento di grande integrità morale e di coraggio umano e civile;

visto che nel clamore e nella tragedia umana di Eluana Englaro e della sua famiglia dopo anni di stasi il parlamento ha accelerato i tempi per arrivare ad una legge sul tema del testamento biologico che rischia di essere inquinata da posizioni ideologiche che distolgono dalla centralità della tutela dei diritti;

ritenuto che la città di Firenze, attraverso un atto simbolico quale quello del conferimento della cittadinanza onoraria, possa sostenere con forza l’art. 32 della costituzione per cui la “legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”;

visto il sostegno di premi Nobel e di numerose personalità alla battaglia di Beppino Englaro anche in favore di una legge sul testamento biologico che confermi il diritto alla salute, ma che rispetti il diritto di ogni persona a poter scegliere;

considerato infine che Beppino Englaro è divenuto un simbolo prezioso di quella parte del paese che crede alle istituzioni, alla libertà, all’autonomia dei poteri;

delibera

di conferire per i motivi suddetti la cittadinanza onoraria di Firenze a Beppino Englaro, quale simbolo di eccellente insegnamento di grande integrità morale, di coraggio umano e civile, in difesa della legalità della laicità dello Stato, dell’umanità, della civiltà.

*

COMUNICATO DELL’ARCIDIOCESI DI FIRENZE

Una maggioranza, peraltro sfilacciata, del consiglio comunale di questa città ha pensato bene di dare un tono di protagonismo a un finale di legislatura perlomeno problematico, approvando la concessione della cittadinanza onoraria di Firenze al signor Giuseppe Englaro, protagonista di una delle vicende più laceranti per la convivenza civile del nostro paese negli ultimi tempi.

Opporsi a questa improvvida decisione non vuole dire opporsi alla persona del signor Englaro o voler mancare di rispetto alla sua dolorosa vicenda familiare. Ma dopo aver assicurato rispetto e comprensione, si ritiene doveroso affermare con nettezza che l’atto che una parte del consiglio comunale ha voluto imporre a tutta la città appare pretestuoso, offensivo e distruttivo.

Pretestuoso perché anzitutto non si scorge quale specifico nesso possa aver legato o legare il signor Englaro alla nostra città di Firenze, primo requisito per dare una cittadinanza onoraria. Ma forse la pretestuosità più evidente, apparsa fin dall’inizio di questo triste dibattito fiorentino, è nel voler imporre alla città una scelta che serviva soltanto a segnare i confini di una parte politica e a spostarli in direzione di un più accentuato laicismo, rispetto a quanto gli stessi cittadini avevano voluto esprimere nelle recenti elezioni primarie di quello stesso settore politico. Ma ridurre una questione alta, come il senso e la dignità della vita, a mezzuccio di concorrenzialità politiche è per lo meno avvilente, se non desolante anche in rapporto al futuro di questa città.

Il gesto compiuto è però, più che pretestuoso, offensivo. Lo è nei confronti di quella non trascurabile parte della città che nel corso della vicenda Englaro ha manifestato orientamenti ben diversi da quelli di cui il signor Giuseppe Englaro e il gruppo che lo ha sostenuto erano portatori. Ma l’offesa più grande è stata fatta verso i genitori, fratelli, amici e gruppi di volontari che si stringono attorno ai loro oltre 2500 cari che vivono in situazioni similari a quelle da cui è stata strappata a forza Eluana Englaro, persone che chiedono invece di essere sostenute nella loro dedizione, nella loro fatica e nella loro speranza. Tutti costoro, nel momento in cui il signor Englaro viene accolto con onore in questa città, ne sono stati, per così dire, cacciati fuori, non forse con atteggiamento di repulsione, ma senz’altro con atteggiamento di noncuranza e di abbandono.

Da ultimo appare evidente come la pretesa di un gruppo di consiglieri di fare una scelta a nome di tutta una città, che si sa bene non essere tutta concorde su questo gesto, sia di fatto un atto di disprezzo verso la minoranza dei rappresentanti del popolo e verso una presunta minoranza di cittadini, inferendo una profonda lacerazione nella convivenza. È infatti a tutti palese che un atto del genere non può essere imposto da un gruppo a tutti, e nemmeno da una maggioranza a tutti, a meno che non si abbia una concezione della vita pubblica cittadina in cui vige la guerra per bande e non lo scopo di edificare l’unità nella convivenza. Ma qui, probabilmente, a chi ha approvato questa sciagurata delibera non interessa nulla di Eluana Englaro e tanto meno della convivenza civica della nostra amata Firenze, ma solo il poter mostrare con un ultimo gesto di arroganza la disponibilità di un potere esercitato come arbitrio, a spregio di chi ha altre opinioni e ritiene la vita un bene indisponibile perché sacro, e questo non per scelte religiose ma per convincimento razionale, perché sa che su questa sacralità della vita è stato edificato l’umanesimo della nostra civiltà che ha contribuito a denotare in tutto il mondo Firenze città di accoglienza e cura per i più deboli e bisognosi.

Su questa verità, lo si sappia con certezza, la Chiesa di Firenze, non farà mai un passo indietro e denuncerà con forza ogni sopruso, perché tale è l’atto nefasto appena deciso.

dalla parte della bambina brasiliana

L’Osservatore Romano 15.3.2009

 

Dalla parte della bambina brasiliana

 

di Rino Fisichella*

 

Il dibattito su alcune questioni si fa spesso serrato e le differenti prospettive non sempre permettono di considerare quanto la posta in gioco sia veramente grande. È questo il momento in cui si deve guardare all'essenziale e, per un attimo, lasciare in disparte ciò che non tocca direttamente il problema. Il caso nella sua drammaticità è semplice. C'è una bambina di soli nove anni — la chiameremo Carmen — che dobbiamo guardare fisso negli occhi senza distrarre lo sguardo neppure un attimo, per farle capire quanto le si vuole bene. Carmen, a Recife, in Brasile, viene violentata ripetutamente dal giovane patrigno, rimane incinta di due gemellini e non avrà più una vita facile. La ferita è profonda perché la violenza del tutto gratuita l'ha distrutta dentro  e  difficilmente  le  permetterà in futuro di guardare agli altri con amore.

 

Carmen rappresenta una storia di quotidiana violenza e ha guadagnato le pagine dei giornali solo perché l'arcivescovo di Olinda e Recife si è affrettato a dichiarare la scomunica per i medici che l'hanno aiutata a interrompere la gravidanza. Una storia di violenza che, purtroppo, sarebbe passata inosservata, tanto si è abituati a subire ogni giorno fatti di una gravità ineguagliabile, se non fosse stato per lo scalpore e le reazioni suscitate dall'intervento del vescovo. La violenza su una donna, già grave di per sé, assume una valenza ancora più deprecabile quando a subirla è una bambina, con l'aggravante della povertà e del degrado sociale in cui vive. Non c'è linguaggio corrispondente per condannare tali episodi, e i sentimenti che ne derivano sono spesso una miscela di rabbia e di rancore che si assopiscono solo quando viene fatta realmente giustizia e la pena inflitta al delinquente di turno ha certezza di essere scontata.

Carmen doveva essere in primo luogo difesa, abbracciata, accarezzata con dolcezza per farle sentire che eravamo tutti con lei; tutti, senza distinzione alcuna. Prima di pensare alla scomunica era necessario e urgente salvaguardare la sua vita innocente e riportarla a un livello di umanità di cui noi uomini di Chiesa dovremmo essere esperti annunciatori e maestri. Così non è stato e, purtroppo, ne risente la credibilità del nostro insegnamento che appare agli occhi di tanti come insensibile, incomprensibile e privo di misericordia. È vero, Carmen portava dentro di sé altre vite innocenti come la sua, anche se frutto della violenza, e sono state soppresse; ciò, tuttavia, non basta per dare un giudizio che pesa come una mannaia.

Nel caso di Carmen si sono scontrate la vita e la morte. A causa della giovanissima età e delle condizioni di salute precarie la sua vita era in serio pericolo per la gravidanza in atto. Come agire in questi casi? Decisione ardua per il medico e per la stessa legge morale. Scelte come questa, anche se con una casistica differente, si ripetono quotidianamente nelle sale di rianimazione e la coscienza del medico si ritrova sola con se stessa nell'atto di dovere decidere cosa sia meglio fare. Nessuno, comunque, arriva a una decisione di questo genere con disinvoltura; è ingiusto e offensivo il solo pensarlo.

Il rispetto dovuto alla professionalità del medico è una regola che deve coinvolgere tutti e non può consentire di giungere a un giudizio negativo senza prima aver considerato il conflitto che si è creato nel suo intimo. Il medico porta con sé la sua storia e la sua esperienza; una scelta come quella di dover salvare una vita, sapendo che ne mette a serio rischio una seconda, non viene mai vissuta con facilità. Certo, alcuni si abituano alle situazioni così da non provare più neppure l'emozione; in questi casi, però, la scelta di essere medico viene degradata  a  solo  mestiere  vissuto  senza entusiasmo  e  subito  passivamente. Fare  di  tutta  un'erba  un  fascio, tuttavia, oltre che scorretto sarebbe ingiusto.

Carmen ha riproposto un caso morale tra i più delicati; trattarlo sbrigativamente non renderebbe giustizia né alla sua fragile persona né a quanti sono coinvolti a diverso titolo nella vicenda. Come ogni caso singolo e concreto, comunque, merita di essere analizzato nella sua peculiarità, senza generalizzazioni. La morale cattolica ha principi da cui non può prescindere, anche se lo volesse. La difesa della vita umana fin dal suo concepimento appartiene a uno di questi e si giustifica per la sacralità dell'esistenza. Ogni essere umano, infatti, fin dal primo istante porta impressa in sé l'immagine  del  Creatore,  e  per questo siamo convinti che debbano essergli  riconosciuti  la  dignità  e  i  diritti di  ogni  persona,  primo  fra  tutti quello  della  sua  intangibilità  e  inviolabilità.

L'aborto provocato è sempre stato condannato dalla legge morale come un atto intrinsecamente cattivo e questo insegnamento permane immutato ai nostri giorni fin dai primordi della Chiesa. Il concilio Vaticano ii nella Gaudium et spes — documento di grande apertura e accortezza in riferimento al mondo contemporaneo — usa in maniera inaspettata parole inequivocabili e durissime contro l'aborto diretto. La stessa collaborazione formale costituisce una colpa grave che, quando è realizzata, porta automaticamente al di fuori della comunità cristiana. Tecnicamente, il Codice di diritto canonico usa l'espressione latae sententiae per indicare che la scomunica si attua appunto nel momento stesso in cui il fatto avviene.

Non c'era bisogno, riteniamo, di tanta urgenza e pubblicità nel dichiarare un fatto che si attua in maniera automatica. Ciò di cui si sente maggiormente il bisogno in questo momento è il segno di una testimonianza di vicinanza con chi soffre, un atto di misericordia che, pur mantenendo fermo il principio, è capace di guardare oltre la sfera giuridica per raggiungere ciò che il diritto stesso prevede come scopo della sua esistenza: il bene e la salvezza di quanti credono nell'amore del Padre e di quanti accolgono il vangelo di Cristo come i bambini, che Gesù chiamava accanto a sé e stringeva tra le sue braccia dicendo che il regno dei cieli appartiene a chi è come loro.

Carmen, stiamo dalla tua parte. Condividiamo con te la sofferenza che hai provato, vorremmo fare di tutto per restituirti la dignità di cui sei stata privata e l'amore di cui avrai ancora più bisogno. Sono altri che meritano la scomunica e il nostro perdono, non quanti ti hanno permesso di vivere e ti aiuteranno a recuperare la speranza e la fiducia. Nonostante la presenza  del  male  e  la  cattiveria  di molti.

 

*Arcivescovo presidente della Pontificia Accademia per la Vita

il Direttore di Avvenire risponde

Avvenire 3 marzo 2009

Il direttore risponde Eluana: ciascuno è dinanzi alla verità di Dio

Mi dica la verità, direttore: da come distribuisce in pagina le notizie di questi giorni si capisce che lei non crede molto all’indagine giudiziaria in corso a Udine, che coinvolge i medici e gli infermieri che hanno portato a morte Eluana, o mi sbaglio?
 Lettera firmata

Non si sbaglia. Ritengo questa indagine importante almeno nella misura in cui altri atti, secondo me dovuti, in precedenza non sono stati neppure avviati. Ma non mi aspetto niente di più.
  Diciamolo, è un pro-forma: qualcosa che a questo punto non si può evitare, ma che porterà a nulla, e questo – come s’usa dire – «a prescindere». Immagini lei la scena. Questi signori – medici e infermieri – che sfilano uno dopo l’altro attraverso le porte della procura, che ad un certo punto si siedono dinanzi a chi li interroga, che rispondono come si usa fare in questi casi. Ma che, arrivati al dunque, possono all’incirca obiettare con questo ragionamento: «Signor pm, ho fatto quello che voi avete disposto. Non solo, ho fatto quello che voi avete garantito con tanta perizia, preservandolo da qualunque incursione e qualunque intoppo.
  Cosa vuole ora da me?». Sguardo imbarazzato da entrambe le parti, e via. Sotto un altro. La conclusione è già stata anticipata dal cronista che dall’inizio della vicenda funge da porta parola «occulto»: infatti ha potuto bruciare sui tempi la concorrenza, annunciando l’apertura dell’inchiesta con un giorno di anticipo – lui poteva – ma premurandosi di spargere tranquillità e rassicurazioni: «Forse si tratta di un fascicolo che si apre velocemente e altrettanto velocemente si chiuderà. Una sorta di atto dovuto». Infatti, all’uscita dalla procura questi convocati appaiono tutt’altro che allarmati: anziché giustificarsi, attaccano, senza curarsi troppo dei particolari. Non importa se per ostentare sicurezza schizzano melma sul mondo, suore comprese. D’altra parte, di che cosa dovrebbero preoccuparsi? Sanno già di non rischiare l’incriminazione, se no i giudici dovrebbero per coerenza logica e formale incriminare anzitutto se stessi. Non facciamoci dunque distrarre dai diversivi. Ma concentriamoci piuttosto sull’iter della legge sulla fine della vita, che è in allestimento. È l’unica cosa che oggi si può fare per dare moralmente ragione del sacrificio di Eluana. Questo però non significa che, a commento della fatidica inchiesta, si possa dire ciò che incautamente ha affermato per esempio il ministro Bondi: «È tutto poco civile e per niente cristiano».
  Domanda: perché, signor ministro, l’inchiesta ora aperta sarebbe poco cristiana? Poteva dire che è sciocca, inutile, dispendiosa, ma perché scomodare un aggettivo tanto impegnativo, da maneggiare sempre con cura? E che cosa c’è, secondo lei, di veramente cristiano in tutta questa storia? La prego, ce lo dica. E precisi, se può, in base a quale catechismo lei ritiene di poter sentenziare questo. Viviamo, ne converrà, tempi strani. Tutti che pontificano. Il senatore Marino ritiene che, essendo stato trent’anni fa uno scout provetto, ciò che oggi sostiene e fa, tra lo sbigottimento pressoché generale, sia per forza di cose un’espressione di cattolicesimo doc. Non ci si accontenta di avanzare le proprie tesi, di sostenerle con impegno e talora forzando magari la logica, no: si deve puntualmente auto­attribuirsi il timbro canonicale. E siccome l’incompetenza è spesso madre dell’arroganza, ecco che lo si fa anche con un tono di protervia degno di miglior causa. Di grazia, perché mai? In nome di che cosa?
  Di qualche frequentazione o di qualche furtiva pacca sulle spalle?
  Il mio parlare – ben inteso – vale per uno; una cosa tuttavia vorrei dirla tra fratelli di fede (seppure, credendo che il nostro sia il Dio vero, trattasi di discorso che in un modo o nell’altro tocca tutti).
  Eluana era in vita e oggi, in seguito a quello che le è stato fatto, non lo è più. La sua forma di vita era la stessa per la quale 2.500 famiglie circa si stanno prodigando notte e giorno attorno al letto di un loro congiunto in stato vegetativo persistente. Tutti dementi? Tutti poveri illusi? Tutti catturati da un simulacro che nulla ha a che fare con la vita? Non bestemmiamo. E almeno non offendiamoli. Lo stesso papà Beppino ha detto e fatto al momento della morte di Eluana ciò che ogni papà compie al congedo estremo di un figlio. Eluana c’era, e oggi non c’è più. Ebbene, non amando le polemiche ad oltranza, si può anche rinunciare alla precisione lessicale, e controllando il vocabolario si può anche dire che Eluana è morta di sentenza anziché uccisa, ma scrivere uccisa non è – onorevole Bondi – inappropriato.
  Sarà magari scomodo, o inopportuno, o sconveniente, di sicuro è politicamente scorrettissimo, ma inappropriato proprio no. E nel profondo inconfessabile del cuore non c’è nessuno, di questo sono certo, che non sia stato almeno per un istante raggiunto dal dubbio radicale che queste parole includono. Capisco che perfino monaci famosi possano mettere la loro scienza spirituale a servizio delle vostre sicurezze, ma neppure loro taceranno a se stessi fino in fondo la verità. Qui peraltro non stiamo mettendo in discussione le intenzioni segrete e gravide di mistero delle persone, sappiamo di dover sempre distinguere l’atto da chi lo compie – tanto più quando è un atto affollato nel concorso delle responsabilità – e nessuno è autorizzato a scrutare nelle coscienze, tranne il Padreterno. Ma, per quanto parcellizzata, la responsabilità non viene mai nullificata. Ci rincorre sempre.
  Dunque, non forzando il mistero delle coscienze, sappiamo di «comandamenti» che sono iscritti nella natura dell’uomo. Diceva il professor Melloni, mai tenero nelle sue sentenze sull’agire ecclesiale, che nell’intera vicenda di Eluana è mancato l’annuncio del mistero cristiano. Non so che cosa intendesse dire. Ognuno naturalmente parla per sé. Per me – peccatore – posso dire però che non mi ha mai, neppure per un istante, abbandonato la certezza dei
 Novissimi:
morte, giudizio, inferno e paradiso. E che la coscienza di dovermi un giorno presentare dinanzi all’Altissimo mi ha continuamente tormentato. «Cosa ho fatto io per fermare il meccanismo di morte?».
  Terrorismo psicologico, questo?
  Non scherziamo, amici.
  Semplicemente non desidero imbrogliare me stesso. Né imbrogliare voi. Quel giudizio decide della mia pace quaggiù e del mio destino lassù. I conti in casa degli altri non li faccio. Ma non accetto che altri abusino della mia educazione e facciano i conti con troppa disinvoltura a spese mie e a spese delle persone più semplici.
  Onorevole Bondi, senatore Marino: voi che amate tanto la precisione, per cortesia, astenetevi dal distribuire qualifiche 'cristiane'.
  Abbiamo già i nostri profeti (cfr Luca 16,29). Grazie.

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