fiato sospeso per Eluana

Il Corriere della Sera si conferma il peggior giornale per informazione sui temi cosiddetti “eticamente sensibili”. Oggi ha pubblicato un’intervista in cui Umberto Bossi si dichiarava certo che la legge sul testamento biologico non si farà mai (infatti se ne farà una sul fine vita), titolata "Se capita a me lasciatemi morire". L’altro giorno invece, sempre il Corriere, ha dato l’improbabile notizia di suore che avrebbero chiesto di poter fare testamento biologico. Giovedì, sul Magazine, una santificazione di Ignazio Marino, sempre più su posizioni radicaleggianti riguardo a testamento biologico, morte di Eluana et similia, anche se viene da chiedersi quale sia effettivamente il seguito che questo medico ha nel suo partito.

Non dico che su Repubblica siano stinchi di santi: almeno però qualche notizia in più la danno, e capita anche di leggere storie diverse, come quella di oggi: una madre che vive con suo figlio che è “in stato vegetativo da 47 anni”- recita il titolo –per una encefalopatia dopo una vaccinazione fatta all’età di sei mesi. Non so quanto sia esatta la diagnosi: sicuramente si tratta di una persona gravemente disabile, dipendente in tutto da sua madre.

Per conoscere come sta procedendo la vicenda di Eluana, bisogna leggere Avvenire.

Beppino Englaro sta ancora cercando dove trasferire sua figlia per sospenderle la nutrizione: non c’è nessun obbligo ad eseguire la sentenza della Corte di Appello, e dopo il rifiuto delle strutture pubbliche di Lombardia, Toscana e Friuli, sarà sempre più difficile trovare un ospedale.

Franco Cuccurullo, Presidente del Consiglio Superiore di Sanità, in un'intervista su Avvenire ha dichiarato che se Eluana morirà come indicato dai giudici, sarà eutanasia.

Domenica scorsa, sempre su Avvenire, veniva spiegato come avviene questo tipo di morte, essenzialmente per disidratazione. L’agonia dura da cinque giorni fino a tre settimane. I tessuti si seccano, le pareti dello stomaco si disidratano (e quindi ci sono spasmi), come pure le vie respiratorie. La pelle si ritira, gli occhi si incavano, la temperatura corporea aumenta per la mancanza di sudorazione. Le mucose si inaridiscono, il naso sanguina, le labbra e la lingua si spaccano (e infatti i giudici della Corte di Appello di Milano, signoramiaquantosonoscupolosi, si sono raccomandati di bagnare le mucose per evitare che Eluana soffra, o meglio, come sottolinea l’autrice del pezzo, per evitare che Eluana mostri la sua sofferenza).

Siamo sicuri che Eluana volesse morire così? Qualcuno l’ha informata, prima dell’incidente stradale?

In un editoriale su Avvenire ho cercato di spiegare perché alimentazione ed idratazione sono cure primarie - come muovere un malato sul letto, lavarlo, cambiargli il pannolone - e non una terapia medica, indipendentemente dal modo con cui si somministra il nutrimento. Perché se è il sondino a fare la differenza fra un’alimentazione naturale ed una artificiale, allora dovremmo ammettere che se Eluana potesse ancora deglutire – come fanno molti malati in stato vegetativo, che hanno mantenuto il riflesso  –  non si potrebbe sospendere l’alimentazione.

Ecco qua invece il glossario preparato da un gruppo di lavoro del Ministero del lavoro, Salute e Politiche Sociali, sulle corrette definizioni di stati vegetativi ed argomenti correlati. Durante la conferenza stampa di presentazione, un intervento molto significativo, e coinvolgente, di Claudio Taliento.

 Intanto 34 associazioni di familiari di persone in stato vegetativo hanno presentato ricorso alla Corte dei Diritti dell’Uomo, in Europa. Ci sarà ancora un giudice a Strasburgo?

 

intervista a Franco Cuccurullo (CSS)

Avvenire 20.11.2008

«Morirà per eutanasia
  Non della sua malattia»
 Cuccurullo : siamo di fronte a una pericolosa deriva

 DA MILANO ENRICO NEGROTTI

 « Eluana non muore della patologia da cui è affetta, muore di fame e di sete. Anzi viene fatta morire, quindi si tratta di eutanasia». Il professor Franco Cuccurullo , rettore dell’Università di Chieti e presidente del Consiglio superiore di sanità, è docente di Medicina interna e non condivide affatto – pur rispettandola – la serie di decisioni della magistratura che stanno portando Eluana a morire. «Parlando da medico, mi resta grande perplessità e rammarico – aggiunge –. Penso che si apra una deriva pericolosa per le persone incapaci ».
 Professor Cuccurullo , lei ha dichiarato che l’adempimento delle sentenze della magistratura nel caso di Eluana Englaro configurerebbe un caso di eutanasia. Perché?

 Si tratta di eutanasia perché la morte di Eluana sarebbe causata dalla sospensione di idratazione e alimentazione, non dalla patologia di base dalla quale è affetta. Vede, io faccio due esempi: un paziente cui si interrompe un trattamento terapeutico o quello cui si toglie il sostegno alle funzioni vitali. Il primo caso è per esempio una persona affetta da una malattia tumorale allo stadio terminale. Io posso interrompere una chemioterapia che sottopone il paziente a ulteriori sofferenze senza migliorarne le condizioni. In questo caso la morte che sopraggiunge è una conseguenza diretta della malattia da cui è affetto il paziente. Viceversa – è il secondo caso – se a un paziente io sospendo l’idratazione e l’alimentazione non muore per la sua malattia, ma muore di sete e di fame. Non è la malattia che lo fa morire, il decesso non è conseguenza diretta della patologia che lo affligge. Muore per disidratazione.
 Ma qualcuno sostiene che essendo atti medici sono analoghi. Non è vero?

 Torniamo al primo caso. Se sospendo un trattamento chemioterapico a un paziente terminale di cancro che può dare solo disturbi, poi in presenza della comparsa di dolori, cercherò di alleviare le sofferenze, userò farmaci antidolorifici. In altre parole, metterò in atto un trattamento palliativo che non risolve la patologia ma lenisce il sintomo. Ma se a quello stesso paziente, alleviato il dolore, tolgo l’acqua, subirà la sofferenza da disidratazione. E se per risolvere il sintomo dolore, io somministravo un antidolorifico, per risolvere i disturbi da disidratazione, la soluzione non è l’antidolorifico. Proviamo a immaginare una persona dispersa nel deserto, che viene ritrovato disidratato: per lenirgli le sofferenze gli somministriamo antidolorifici? No, gli diamo acqua.
 Viene anche sostenuto che è ormai opportuno far riprendere il suo corso alla malattia, che è stata come bloccata dai medici quasi 17 anni fa. Non è così?

 Non è così. Eluana Englaro non morirebbe della sua malattia, che è in uno stato stabile. C’è una forte spinta vitale in quell’organismo: per fermarla occorre sospendere idratazione e alimentazione. Cosa c’è di diverso dall’eutanasia, o dall’omicidio? Ruotiamo intorno a questi concetti, è difficile discriminare. Diverso era il caso di Piergiorgio Welby. La ventilazione meccanica era la terapia indispensabile alla sostenerlo nella sua malattia, che colpendo i muscoli rendeva impossibile anche la respirazione. La sospensione del funzionamento della macchina portava il paziente a morire della sua malattia.
 Qualcuno sostiene anche che Eluana non soffrirebbe, perché la corteccia è totalmente compromessa. Però nel decreto della Corte d’Appello di Milano si prevede un accompagnamento alla morte che fa uso di sedativi e antiepilettici. Che cosa significa?

 Siamo di fronte a grandi contraddizioni: povera figlia, non è una vita che si spegne, ma che viene spenta. Io non conosco le condizioni cliniche specifiche, e quindi non mi posso pronunciare oltre un certo limite. Posso dire che esistono test specifici per stabilire se un paziente avverte il dolore. In questo caso credo che la morte sopravvenga per una insufficienza renale legata alla disidratazione progressiva. E finora questa non è la sua patologia. Ho grande perplessità e rammarico di fronte a queste sentenze: penso che si apra una deriva pericolosa per le persone incapaci.
 «Se a un malato di cancro che sta morendo tolgo la chemioterapia, offro comunque un trattamento palliativo, e non penso certo di smettere l’idratazione»

Ada Rossi

E' la moglie di Claudio Taliento il quale durante una conferenza stampa al Ministero del Welfare, ha raccontato quanto segue:

Roma, 17 nov. (Adnkronos/Adnkronos Salute) - Dopo la sentenza sul caso di Eluana Englaro, la donna di Lecco da oltre 16 anni in stato vegetativo, "potrei sopprimere mia moglie. Mi basta trovare un testimone che dica che lei non avrebbe mai accettato di vivere cosi'.
Questa sentenza, infatti, non e' circoscritta al singolo caso, ma costituisce un precedente e genera un diritto anche per me". Sa di essere provocatorio Claudio Taliento, vicepresidente dell'associazione Risveglio e marito di Ada, da sei anni in stato vegetativo, intervenendo alla presentazione oggi a Roma del 'Glossario' messo a punto dal Gruppo di lavoro del ministero sullo stato vegetativo e stato di minima coscienza.Taliento non entra nel merito del caso di Eluana Englaro e della battaglia del padre Beppino per interrompere quella che lui, e sua figlia, considerano una 'non vita'. Ma sottolinea che la sentenza "non resta ascritta al singolo che l'ha voluta, ma coinvolge disgraziatamente anche migliaia di persone e le rispettive famiglie. E alla fine - dice - rischia di attribuire proprio ai familiari un diritto di vita e di morte sui pazienti in condizioni simili. Mia moglie ha 57 anni ed e' a casa da tre, e dicono che versi in stato vegetativo da circa sei anni. Con lei andiamo al mare, in vacanza, abbiamo perfino una vita sociale", racconta all'ADNKRONOS SALUTE.

Anzi, proprio assistendo la moglie Taliento si e' accorto all'improvviso che sul viso le era comparsa un'espressione di dolore.
"Dopo tanti controlli - racconta - abbiamo visto che soffriva di un ascesso al dente. Una volta curato, lei e' tornata serena. Insomma, ci si interroga sulla possibilita' che questi pazienti provino dolore: ebbene, nel mio caso - conclude - la risposta e' positiva".

La sentenza per Eluana

L’immagine più impressionante, tre anni fa, era quella delle guardie che impedivano di entrare nella camera dove Terri Schiavo stava morendo lentamente per fame e sete, e che controllavano che nessuno fra coloro che avevano il permesso di avvicinarla le desse da bere.

Vedremo qualcosa del genere anche per Eluana Englaro?

Probabilmente no, perché i familiari di Eluana sono tutti concordi sull’opportunità di sospenderle la nutrizione artificiale (mentre per Terri Schiavo i genitori erano contrari, a differenza del marito, che riuscì a farla morire).

Ma l’opinione pubblica italiana no, non è concorde. Eluana è entrata oramai nelle nostre case e il suo sorriso coinvolgente ci è diventato familiare, nonostante i media abbiano troppo spesso parlato di lei a sproposito, dicendo che vive attaccata ad una macchina, dicendo che ha l’elettroencefalogramma piatto, chiamandola “non viva” e pure “non morta”, quasi fosse una fantasma, uno zombi, o, nella migliore delle ipotesi, una pianta di insalata (un vegetale). Ma se la Cassazione ha deciso che può morire, allora significa che è viva, perché da che mondo è mondo si muore da vivi.

Il commento alla sentenza di ieri l’ho scritto per il sussidiario, e lo trovate qua.

Vi segnalo anche l'intervista a Mario Melazzini, sempre sul sussididario.

E mentre continuano dichiarazioni e appelli di chi approva ma anche di chi condanna il pronunciamento dei giudici, comincia a delinearsi il problema di come eseguire la sentenza (in tutti i sensi). Se anche l’ospedale individuato in Friuli dovesse fare un passo indietro, sarebbe ben difficile trovare un’altra struttura pubblica disponibile ad ospitare Eluana per lasciarla morire.

La sentenza non è esecutiva: i giudici hanno semplicemente autorizzato suo padre a sospendere la nutrizione artificiale, e Beppino Englaro lo può fare in strutture pubbliche, private o anche a casa, purché adeguatamente attrezzato. Nessuno è obbligato a staccare il sondino ad Eluana.

E quale ospedale, quale hospice, quale struttura pubblica o privata sarebbe disposta a rimanere alla storia come quella in cui Eluana Englaro è morta per fame e sete dopo un’agonia di due-tre settimane, soprattutto se anche il Friuli, dopo la Lombardia e la Toscana, rifiutasse di collaborare all'applicazione della sentenza ?

Curioso pure questo chiedere il silenzio, adesso, da parte del padre di Eluana e di tanti che condividono la sua battaglia e l’esito del percorso giudiziario. Curioso cioè che a chiedere il silenzio siano proprio coloro che hanno portato, o contribuito a portare, il caso sotto i riflettori, facendone un caso pubblico.

Noi non siamo certo intenzionati a tacere proprio adesso, e la nostra battaglia perché Eluana viva siamo intenzionati a combatterla fino in fondo.

Aspettando la sentenza

“La Cassazione ci ripensi, perché sarebbe la prima volta in Italia che qualcuno muore, tra l'altro di fame e di sete e con un'agonia di almeno 15 giorni, per effetto di una sentenza”.  Con le parole di Eugenia Roccella, aspettiamo per oggi 11 novembre la sentenza della Cassazione su Eluana, una sentenza che sarà definitiva.

In questi giorni ho letto due libri. Il primo “Storia di una morte opportuna - il diario del medico che ha fatto la volontà di Welby”, di Mario Riccio e Gianna Milano, un diario del medico che ha sospeso la ventilazione a Welby. Il secondo “Eluana – la libertà e la vita”, di Beppino Englaro con Elena Nave.

Libri ben curati e costruiti, ricchi di citazioni, sentenze, bibliografia – soprattutto quello di Riccio –  ripercorrono le note vicende di Welby ed Eluana, quelle storie che nel giro di pochissimi anni hanno sdoganato presso l’opinione pubblica italiana l’idea che esiste un diritto a morire.

Non sono raccontate come storie tristi, ma quasi come atti di eroismo da parte di chi le vive in prima persona – Mario Riccio e Beppino Englaro, in questo caso: persone qualunque che per imperscrutabili casi della vita si sono trovate a combattere la battaglia del diritto a morire.

Strani tempi, questi nostri, in cui sembra che la maggiore preoccupazione sia quella di morire, e non di vivere. La preoccupazione di non far vivere bambini nati troppo prematuri, oppure disabili gravissimi come Eluana, ma anche meno gravi: quasi che il problema di questi tempi sia amministrare la morte, e non vivere la vita.

A questo proposito vi segnalo l’interessante lettera di Fulvio De Nigris a Gad Lerner, dopo la trasmissione “L’Infedele” dedicata proprio ad Eluana. Il quale Fulvio de Nigris (fondatore dell'Associazione "Amici di Luca") a un certo punto osserva che Beppino Englaro chiede silenzio su sua figlia, però a parlare è sempre e solo lui, e non vediamo mai in tv tutti quelli – e sono migliaia - che la loro Eluana ce l’hanno in casa, e che chiedono solo di essere aiutati a continuare a viverci insieme. Persone per le quali la sentenza Englaro può avere un impatto devastante, e almeno psicologicamente tanti problemi già li ha fatti (senza parlare della questione giuridica e legale: non sentivamo la mancanza dell’ennesima battaglia parlamentare che ci porterà a una legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento).

Ma i solerti giudici italiani non si occupano solo di fine vita: anche la legge 40 è sotto tiro, e fra qualche mese la Corte Costituzionale si pronuncerà sul limite massimo dei tre embrioni da creare e trasferire in utero. Intanto continua un’irresponsabile pubblicità ai test genetici: sul corriere, ne hanno descritto uno all’ultimo grido, che stanerebbe ben 15.000 difetti genetici. Una meraviglia, secondo i media. Ne ho parlato su Avvenire.

In pratica anziché leggere l’oroscopo (oppure oltre che leggere l’oroscopo) adesso si fanno i test genetici, e pure per trovare l’anima gemella: guardate qua questo sito. Incredibile.

evviva McCain, però ha vinto Obama

Ho tifato McCain, e invece ha vinto Obama. E’ stato triste assistere alla sconfitta del soldato, è stato comunque bello vedere la vittoria dell’uomo nero, e non diremo mai abbastanza sul sogno americano, su quanto sia affascinante e suggestiva insieme la tensione ideale che comunque avvertiamo sempre, nel loro God Bless America.

Invito tutti voi a leggere il discorso, strepitoso e commovente, di McCain, un personaggio straordinario: solo in America chi ha appena perso l’elezione più importante del mondo può dire ai suoi sostenitori ”Auguro buona fortuna all’uomo  è stato il mio avversario e che sarà il mio presidente”. Oggi l’ho letto ai miei figli, e sono rimasti tutti molto impressionati, colpiti.

Magnifico anche il discorso di Obama, naturalmente, anche quello vale la pena leggerlo. Nel link al sito di Repubblica sono riportate anche le interruzioni del pubblico, suggestivi quei “yes we can”, corali, di quella folla immensa. Qua, il video della Rai.

Patetico invece lo spettacolo di chi ieri bruciava le bandiere a stelle e strisce, e oggi festeggia Obama, come se l’America fosse cambiata in una notte.

E adesso staremo a vedere.

God Bless America. Forever.

discorso di McCain

Grazie, amici miei, per essere venuti qui in questa bella serata in Arizona.

Amici miei, siamo giuntialla fine di un lungo viaggio. Il popolo americano si è espresso, e lo ha fatto chiaramente. Poco fa, ho avuto l'onore di chiamare il senatore Barack Obama per fargli le mie congratulazioni per la sua elezione a prossimo presidente del paese che entrambi amiamo.In una sfida lunga e difficile come è stata questa campagna elettorale, il suo successo da solo merita il mio rispetto per la sua capacità e la sua perseveranza. Ma il fatto che sia riuscito a fare questo suscitando le speranze di così tanti milioni di americani che una volta credevano erroneamente di contare poco o di avere poca influenza nell'elezione di un presidente americano è qualcosa che ammiro profondamente e mi complimento con lui per averlo raggiunto.

Questa è un'elezione storica e io riconosco il significato speciale che ha per gli afroamericani, e l’ orgoglio particolare che devono provare stanotte.

Ho sempre creduto che l'America offrisse opportunità a tutti coloro che hanno operosità e  volontà di coglierle. Anche il senatore Obama lo crede. Ma tutti e due riconosciamo che, anche se abbiamo fatto molta strada dalle vecchie ingiustizie che un tempo macchiavano la reputazione della nostra nazione e negavano ad alcuni americani la piena benedizione della cittadinanza americana, i ricordi di esse avevano ancora il potere di ferire.

Un secolo fa, l’invito a cena alla Casa Bianca del presidente Theodore Roosevelt a Booker T. Washington fu preso come  un oltraggio da molti. L'America oggi è lontanissima dalla crudele e altezzosa intolleranza di quei tempi. Non c'è prova migliore di ciò dell’elezione di un afroamericano alla presidenza degli Stati Uniti. Non lasciamo che ci siano ragioni per qualsiasi americano per non avere a cuore la cittadinanza in questa nazione, la più grande della terra.

Il senatore Obama ha raggiunto un grande traguardo per sé stesso e per il suo paese. Io lo applaudo per questo e gli offro le mie sincere condoglianze perchè la sua amata nonna non ha vissuto abbastanza da poter vedere questo giorno. Anche se la nostra fede ci assicura che sta riposando alla presenza del suo Creatore e che sia molto orgogliosa dell’uomo che ha aiutato a crescere.

Il senatore Obama ed io abbiamo avuto le nostre differenze e ne abbiamo discusso, e lui ha prevalso. Non c’è dubbio che molte di queste differenze rimangano. Questi sono tempi difficili per il nostro paese. E io gli prometto stanottedi fare tutto ciò che è in mio potere per aiutarlo a guidarci attraverso le tante sfide che dobbiamo affrontare.

Esorto tutti gli americani che mi hanno sostenuto a unirsi a me non soltanto nel congratularsi, ma offrendo al nostro prossimo presidente la nostra buona volontà e i più sinceri sforzi per trovare modi per riunirci al fine di trovare i compromessi necessari per colmare le nostre differenze e aiutare a ristabilire la nostra prosperità, difendere la nostra sicurezza in un mondo pericoloso e a lasciare ai nostri figli e ai nostri nipoti un paese più forte e migliore di quello che abbiamo ereditato.

Qualsiasi siano le nostre differenze, siamo concittadini americani. E vi prego – credetemi -  quando dico che nessuna associazione di parole ha mai significato di più per me di quella.

È naturale stasera provare  delusione. Ma domani dobbiamo andare oltre e lavorare insieme per far sì che il nostro paese vada ancora avanti. Abbiamo lottato, abbiamo lottato duramente quanto abbiamo potuto.

E se anche ci sentiamo giù, il fallimento è mio, non vostro.

Sono profondamente grato a tutti voi per il grande onore che mi avete concesso con il vostro sostegno e per tutto quello che avete fatto per me. Avrei voluto che il risultato fosse stato diverso, amici miei. La strada è stata difficile fin dall'inizio, ma il vostro sostegno e la vostra amicizia non hanno mai vacillato. Non posso esprimere in modo adeguato quanto vi sono profondamente debitore.

Sono in maniera particolare grato a mia moglie Cindy, ai miei figli, alla mia cara madre, a tutta la mia famiglia e tutti i vecchi e cari amici che sono stati al mio fianco attraverso tutti i molti sali e scendi di questa lunga campagna. Sono sempre stato un uomo fortunato, e non lo sono stato mai così tanto grazie all'amore e all’incoraggiamento che mi avete dato

 

Lo aapete, le campagne spesso sono più dure per la famiglia del candidato che per il candidato stesso, e così è stato per questa campagna. Tutto quello che posso offrire come risarcimento sono il mio amore e la mia gratitudine e la promessa di sereni anni a venire.Sono anche, naturalmente, molto grato alla governatrice Sarah Palin, una delle migliori candidate che abbia mai visto e una nuova voce di peso nel nostro partito per le riforme e i principi che sono sempre stati la nostra forza più grande. Sono grato a suo marito Todd, ai loro cinque bellissimi figli per la dedizione instancabile alla nostra causa e per il coraggio e l'eleganza che hanno mostrato nella baraonda di una campagna presidenziale. Possiamo guardare tutti con grande interesse al servizio che Sarah Palin renderà in futuro all'Alaska, al Partito repubblicano e al nostro paese.

A tutti i miei compagni della campagna elettorale , da Rick Davis a Steve Schmidt e Mark Salter, fino all'ultimo volontario che ha combattuto così duramente e valorosamente, mese dopo mese, in quella che in alcuni momenti è sembrata la campagna più combattuta dei tempi moderni: vi ringrazio tantissimo. Un'elezione persa non significherà mai per me più del privilegio della vostra fiducia e della vostra amicizia.

Non so che cos a avremmo potuto fare di più per cercare di vincere queste elezioni. Lo lascerò decidere ad altri. Ogni candidato commette degli errori,  e io sono sicuro di aver fatto la mia parte di sbagli. Ma non passerò un attimo del mio futuro a rimpiangere quello che avrebbe potuto essere.

Questa campagna è stata e rimarrà il grande onore della mia vita, e il mio cuore è pieno di null’altro se non gratitudine per l’esperienza vissuta e nei confronti del popolo americano per avermi ascoltato con imparzialità prima di decidere che il senatore Obama e il mio vecchio amico, il senatore Joe Biden, avrebbero dovuto avere l'onore di guidarci per i prossimi quattro anni.

Non sarei un americano degno di questo nome se dovessi rimpiangere un destino che mi ha concesso lo straordinario privilegio di servire questo paese per mezzo secolo. Mezzo secolo. Oggi, ero candidato alla carica più alta del paese che amo così tanto. E stanotte resto suo servitore. Questa è una benedizione sufficiente per chiunque,  e ringrazio i cittadini dell'Arizona per questo.

Stanotte, più che ogni altra notte, il mio cuore non racchiude altro che amore per questo paese e per tutti i suoi cittadini, che abbiano sostenuto me o il senatore Obama. Auguro buona fortuna all'uomo che è stato il mio avversario e che sarà il mio presidente.

E chiedo agli americani, come spesso ho fatto durante questa campagna, di non disperare per le nostre difficoltà attuali, ma di credere, sempre, nella promessa e nella grandezza americane, perché nulla qui è impossibile..

Gli americani non mollano mai, non ci arrendiamo mai. Non ci nascondiamo mai dalla storia. Noi facciamo la storia.
Grazie, che Dio vi benedica, e che benedica l'America.

le fesserie sull'università

Sono veramente stufa di sentire tutte queste calunnie e fesserie sull’università.

In questi giorni di proteste si sono sentite cose inenarrabili, soprattutto nelle trasmissioni televisive: giornalisti e politici di destra e di sinistra che straparlano dimostrando di non sapere neanche di cosa stanno berciando.

Per esempio quando puntano il dito accusatore protestando perchè ci sono 5000 corsi di laurea: mai sentito parlare di tre più due? Dove eravate quando la più grande disgrazia, il tre più due, appunto, si è abbattuta sull’università? Tutti zitti, a bersi la favola dei crediti, della riforma che ci portava in Europa, mentre diventavamo matti con le tabelle della 509 (e poi della 270), tutti impegnati con caratterizzanti, affini e tirocinio, e chi non sa di queste cose, di cosa è significato il tre più due, faccia il favore di tacere e di occuparsi di altro - ippica, per esempio - e non rompa le scatole.

Oppure la favola delle 300 e passa “facoltà” con qualche iscritto – pure questa ci è toccato sentire -  senza sapere che non si possono istituire facoltà solo con qualche iscritto, e quindi forse volevano dire corsi di laurea, che è un’altra cosa, e poi questi corsi andrebbero pure verificati perché, ammesso che esistano, probabilmente sono quelli che si stanno chiudendo per via dei requisiti minimi, o essenziali.

E poi tutti a lamentarsi dei parenti in università, cioè del fatto che in certe facoltà si entra per grado di parentela: forse sarebbe il caso una buona volta di osservare che c’è una differenza abissale fra le facoltà dove è importante la libera professione (ad esempio Medicina e Giurisprudenza) e quelle dove invece questa non c’è (Filosofia e Scienze, per esempio). Forse bisognerebbe cominciare a pensare regole differenti, quando sono in gioco interessi diversi: il medico che è anche prof. universitario chiede una parcella differente da quello che docente universitario non è, e magari ha anche uno studio professionale che vuole tramandare ai posteri, possibilmente parenti stretti. E d’altra parte è ovvio che chiamare ad insegnare in università avvocati o medici professionalmente affermati, arricchisce l’università stessa. Evidentemente bisogna pensare regole particolari, diverse, per facoltà di questo tipo.

O il problema delle sedi universitarie proliferate, anche in piccoli paesi: nessuno che spieghi  il meccanismo con cui questo è avvenuto. Se un comune mette a disposizione della sede universitaria più vicina una somma consistente per pagare qualcuno che insegni un qualche corso nel comune stesso, e una struttura per permettere l’insegnamento, mi si trovi, per favore, un rettore che dica “no grazie”: i docenti lo prenderebbero per matto, soprattutto quelli potenzialmente interessati a ricoprire i nuovi corsi. Di fronte a una cronica mancanza di fondi, mi si trovi per favore un preside disposto a rinunciare ad aprire un corso di laurea triennale ben pagato,  solo perché è in un piccolo paese.

Certo che quella non è l’università, certo che per esempio un paese come Acquacanina (dove andavo in vacanza da piccola) suonerebbe quantomeno improbabile come prestigiosa sede accademica, ma diciamolo francamente: pecunia non olet, e se per pagare qualche giovane si ha solo quello, passi pure l’università di Acquacanina. Sfido chiunque a dire il contrario. (per non parlare del vantaggio per il politico e l’economia locali)

Quello che si sta leggendo in questi giorni sull’università è indegno.

Sicuramente è un sistema con tante storture e difetti, ma non è quel covo di fannulloni e delinquenti che i media stanno descrivendo.

Ed è curioso che, pur essendo culturalmente un ambiente spesso vicino alla sinistra, non gode di buona stampa neanche nei giornali di quell’area culturale. Nessuno difende l’università.

La verità è che con tutti i suoi difetti – che non nego, sarei cieca a non vederli, e se questa è l’occasione di cambiare, sono la prima a dire “io ci sto” – l’università è forse uno dei pochi, se non l’unico, spazio libero del nostro paese. Una specie di zona franca, ordinatamente anarchica.

Non ci sono sindacati, perchè con i famigerati “baroni” (e parlare di baroni universitari nel 2008 suona un po’ come parlar di panda: non ci sono più i baroni di una volta, signora mia) sostanzialmente ha funzionato la cooptazione, e questo ha salvato l’università rispetto alla scuola, per esempio, dove l'alternativa ai concorsi carrozzone sono state le SISS (e ho detto tutto: per informazioni e chiarimenti, rivolgersi a professori delle superiori, o anche a studenti attempati).

In università c’è ancora, nonostante tutto, libertà di insegnamento e di ricerca, le eccellenze non mancano e non sono rare. Non è vero che il livello di preparazione è così basso: i nostri studenti, quando vanno all’estero per dottorati e borse, non sono certo disadattati, e la stragrande maggioranza riceve buone offerte per restarci, all’estero, il che qualcosa vorrà pur dire.

L’università, nonostante tutto, è ancora il posto dove continui l’esperimento in laboratorio alle tre di notte anche se non ti aumenta lo stipendio, ma lo fai perché in quel modo magari riesci a misurare qualcosa di importante, capire come funziona un sistema, imparare, scriverci su e andarlo a raccontare ai congressi. E’ il posto in cui fare ricerca è gioco di squadra, dove puoi passare il tempo a studiare, ragionare, dedurre e scoprire, dove tiri su ragazzi, da studenti te li vedi diventare ricercatori, e quindi fai di tutto per tenerli con te. Li mandi a studiare in giro per il mondo, come qualcuno ha fatto prima con te, perché solo in questo modo si cresce veramente, si diventa indipendenti, critici, si sviluppa un proprio progetto di studi, e la ricerca va avanti.

L’università, nonostante tutto, dà ancora la possibilità di incontrare gente da cui imparare, la possibilità di incontrare il mondo.

Per questo sono preoccupata dei tagli indiscriminati all’università: se tagli devono essere, che abbiano un criterio. Che si tolgano di mezzo i rami secchi, e si risparmino quelli freschi, si permetta loro di crescere.

E smettiamola di parlare a vanvera: smettiamola di sparare sull’università. E’ già sufficientemente messa male per conto suo.

Riformare l’università non sarà facile. Ci vorrà tanto tempo, come dice qua Giancarlo Cesana. Però da qualche parte dobbiamo pure cominciare, almeno noi, che in università ci viviamo e alla quale, comunque, teniamo veramente. 

Il Tremonto dell'Università

22.10.2008

 

Come dice il mio amico Ugo, tempo qualche anno e torneremo all’Università medioevale, con i testi copiati a mano a lume di candela. Niente fotocopiatrici o stampanti, ma neanche l’energia elettrica. Pochissimi i docenti, ancora meno le sedi universitarie, l’insegnamento torna ad essere una vocazione e ci si dedica chi non ha famiglia. Questo lo scenario prossimo futuro: un’Università sul viale del Tremonto.

Ironia a parte, il problema è gravissimo. Questo è un grido di dolore, una richiesta di aiuto, e non riguarda solo gli addetti ai lavori, ma tutti quanti, perché non esistono paesi sviluppati con università sottosviluppate: crescono – o crepano – gli uni e le altre, insieme. Sempre.

Cerchiamo di spiegare semplicemente cosa sta succedendo. Per vivere l’Università ha bisogno del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO), erogato dal Ministero, che va soprattutto in stipendi. In questi ultimi anni le università considerate virtuose e meritevoli sono quelle che usano non più del 90% del FFO per pagare gli stipendi. Perugia, per esempio, è un’università virtuosa, perché spende l’82% del FFO per gli stipendi del personale.

I tagli del Tremonto prevedono una diminuzione del FFO di un miliardo e mezzo di euro dal 2009 al 2013, che non tengono conto delle situazioni locali (cioè del fatto che un’università sia stata o meno virtuosa), ma saranno uguali in tutt’Italia. L’effetto è semplice: in un paio di anni tutto il FFO servirà per pagare gli stipendi, e probabilmente non basterà. In tantissime università, ad esempio, nel 2010 più del 100% del FFO andrà per pagare gli stipendi dei dipendenti. E quindi sarà impossibile chiudere il bilancio di previsione. Anche quelle adesso virtuose (come Perugia) non potranno esserlo piu'. In queste condizioni, per pagare gli stipendi bisogna ricorrere a prestiti bancari (come stanno già facendo altre università), e se si continua così magari si comincerà a pensare di tamponare la situazione con vendite di immobili.

D’altra parte, oltre ai tagli c’è il problema del turn over: nei prossimi tre anni si potrà assumere una persona solo ogni cinque pensionamenti. Questo significa che i docenti diminuiranno, i corsi non potranno essere coperti, e molti corsi di laurea dovranno chiudere, perché mancherà il numero minimo di docenti per tenerli aperti, indipendentemente dagli iscritti. Chiaramente, di assumere giovani non se ne parla neppure, almeno finora.

C’è solo una parola per spiegare tutto questo: collasso. Fine. Kaputt.

Il problema non è tanto l’obiettivo della manovra, e cioè ridurre drasticamente le spese in un sistema che certo ha anche le sue colpe – e non poche – per la crisi in cui versa. Sappiamo tutti che certi atenei, o certe facoltà, hanno sprecato risorse umane ed economiche senza produrre niente di buono, e se questa è l’occasione per riorganizzare l’università, siamo i primi a dire “io ci sto”.

Il problema è il metodo: in questo modo l’Università muore, perché si dovranno per forza chiudere corsi e forse facoltà, tenendo conto solamente di fattori economici, e non di scelte programmatiche. Ci sarà una selezione darwiniana degli atenei, alcuni sopravviveranno e altri no, solo in base al fattore economico.

E non mi si venga a dire che per trovare i soldi possiamo fare le fondazioni: come spiega bene questo pezzo del sussidiario.net, la norma che regola la formazione delle fondazioni universitarie è praticamente inapplicabile.

Adesso servono soldi: pochi, maledetti e subito.

Pochi (non ne servono poi tantissimi, per l'urgenza iniziale): nei prossimi anni gli aumenti automatici degli stipendi – che non decidono le università, ma l’economia centrale – dovrebbero essere dati dallo stato, e non devono essere presi dal bilancio delle università. Dal 1993, infatti, lo stato dà un fondo fisso di FFO, e gli aumenti degli stipendi l’università è obbligata a pagarseli da sola.

Maledetti: i tagli non possono essere uguali per tutti. Il governo calcoli un rapporto fra docenti/non docenti/studenti ottimale da raggiungere, per il quale è disposto a garantire gli stipendi, e lo inserisca in un piano di programmazione triennale, mettendolo come obiettivo. Sarà responsabilità delle singole università fare le scelte di come tagliare e cosa promuovere.

Subito: non c’è da perdere tempo. L'anno prossimo non si riuscirà a chiudere il bilancio di previsione, la faccenda è grave.

Bisogna muoversi, se vogliamo evitare il definitivo Tremonto dell’Università.

Muoversi non significa sfasciare, distruggere, ma proporre e tentare di costruire.  Per questo, oltre a quanto detto sopra, invitiamo alla lettura del documento di Aquis, l’Associazione degli Atenei piu’ produttivi.

Per aggiornamenti, consultate il sito Universitas University.

 

 

Si parte, Eluana

Questa è una mail a siti unificati: viene spedita sia alla mailing list del sito salutefemminile.it che al nuovo blog, che prende il posto di stranau.it, e riprende anche il nome con cui è iniziata l’avventura, e cioè stranocristiano.

Stranocristiano diventa quindi un blog personale, sul quale commenterò di volta in volta fatti e notizie, così come eravamo abituati con stranau, mentre salutefemminile.it ha una redazione (Francesco per gli esteri, Nadia e Alberta agli interni, per ora, oltre me), e continuerà ad essere dedicato ai temi della biopolitica.

Le mail saranno sempre separate, tranne in casi eccezionali come oggi: eccezionali sia perché è la prima del ritorno di stranocristiano, sia perché non si può non commentare quanto sta succedendo a Eluana Englaro, la ragazza in stato vegetativo da sedici anni, al centro di una battaglia giudiziaria che ha fatto da spartiacque nella giurisprudenza italiana, tanto da determinare la necessità di una legge sul fine vita  – e su questo potete documentarvi in dettaglio su salutefemminile.it.

Eluana Englaro, che in sedici anni non ha mai avuto neanche un raffreddore, che respira da sola, che non fa nessuna terapia ma si nutre con un sondino, ieri ha avuto un’emorragia interna improvvisa e abbondante, che l’avrebbe potuta portare in poco tempo alla morte se non si fosse arrestata, all’improvviso, così come era cominciata, senza nessun intervento esterno.

Adesso le sue condizioni sono stazionarie, gravi, ma potrebbe ancora riprendersi se l’emorragia non ricomincia.

Il modo con cui i giornali hanno raccontato la faccenda, e le dichiarazioni rilasciate hanno dell’incredibile. Per esempio Carlo Alberto Defanti, il neurologo di Eluana, da sempre favorevole a staccarle il sondino: “Per il momento non è più a rischio di vita immediato. L’importante è che l’emorragia non ricominci”. Ma come, all’improvviso parliamo di “rischio di vita”? Non avete detto fino a cinque minuti fa che era un vegetale, una pressoché morta? E poi: perché adesso è diventato improvvisamente importante che l’emorragia non ricominci, per il medico che vuole farla morire di fame e di sete?

Sempre Defanti, in una intervista su Repubblica: “Da un certo punto di vista è un peccato che succeda adesso, perché per me si doveva andare fino in fondo”.  Certo, in effetti, un gran peccato, non c’è che dire, se Eluana muore per conto suo per una complicazione naturale, anziché di fame e di sete: qua, invece, siamo tutti di un pezzo, qua si tira dritto, si va fino in fondo, non sia mai che ci si fermi prima, che peccato, signora mia….e  l’intervista continua “Ma sono anche sollevato, se Eluana arriverà alla fine dei suoi giorni adesso, si risparmieranno ulteriori polemiche e gli scontri furibondi che ci sarebbero sicuramente stati durante l’agonia, che sarebbe potuta durare almeno 15 giorni una volta tolto il sondino”.

Risparmiamoci le polemiche, insomma, mica l’agonia: questa scocciatura di polemiche per un’agonia di  almeno quindici giorni…perchè questo toccherà ad Eluana se l’interruzione della nutrizione verrà confermata definitivamente l’11 novembre prossimo dalla Cassazione (se per allora sarà ancora viva).

Certo che un qualche dubbio ci sorge, a leggere: forse che a qualcuno importa di più la battaglia di cui Eluana è diventata la bandiera, piuttosto che la vita di Eluana?

In effetti, sempre Defanti su Repubblica “Vorrei che questo avvenimento non scoraggiasse la lunga campagna che la famiglia Englaro ha combattuto in questi sedici lunghissimi anni. […] una battaglia che è stata comunque vinta”

E anche il drammatico racconto di Beppino Englaro: “Mi hanno chiamato stamattina “Eluana sta male, devi venire”. Sono corso, l’ho vista, non mi capacitavo che fosse in quello stato, ero disperato”. Disperato come tutti i genitori, quando sta morendo un figlio. Ma, per l’appunto, di solito si muore da vivi. “ero disperato, era pallida con lo sguardo che vagava”.. E continua il giornalista “Il volto di Eluana è chiaro e disteso. Englaro la osserva “sta meglio rispetto a come l’ho vista stamani”. Ma non è solo apparenza. Alle 18 il destino torna a stupire. L’emorragia si è fermata […] Si torna a sperare al secondo piano della Casa di cura. Suore in festa, il peggio si allontana. […] Eluana potrebbe farcela. Il purosangue non è ancora caduto”.

Ma come, non era un vegetale? E come fa un vegetale ad avere lo sguardo che vaga? Come fa ad impallidire, e poi a migliorare, un ortaggio? E perché adesso vi scappa pure di scrivere che il peggio si allontana, quando Eluana migliora? Forse che Eluana non è una pianta di insalata, ma una persona? Ma non l’avete descritta sempre come una non-viva? “questa vita, non-vita o non-morte”, spiega il non-giornale Repubblica.

Come ha dichiarato oggi Eugenia Roccella “Mai come adesso si capisce che Eluana è viva”.

Saranno i medici a decidere se curarla o meno, adesso, tocca a loro, in scienza e coscienza. Noi, per ora, continuiamo a dire che Eluana è viva, e che non spetta a noi stabilire quando e come deve morire.

 

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