dall'Uganda ad Avvenire

Avvenire 14.3.2009

testimonianza Uganda: amare una figlia frutto di violenza

 L a sera del mercoledì delle ceneri ero letteralmente sfinito: avevo celebrato tre sante Messe e imposto le ceneri sulla testa a qualche migliaio di persone. Anche se non è festa di precetto, tanta gente, nell’intervallo del pranzo o alla sera subito dopo il lavoro, viene alla santa Messa per ricevere le ceneri. Portano anche i bambini e guai a non mettere le ceneri anche a loro.
  Molti poi, oltre a ricevere la cenere sul capo, la vogliono pure in mano o in un pezzetto di carta o in un fazzoletto, così da poterla portare a casa per coloro che non hanno potuto venire in chiesa. È un atto penitenziale e qualche volta mi viene persino il dubbio che ci sia un po’ di fanatismo, ma vedendo la devozione che ci mettono, debbo dire che è fede ed è un modo per esprimere pentimento del proprio essere peccatori. Tutto quanto detto non c’entra nulla con la ragione per cui le scrivo, ma in qualche modo fa da contorno. Stavo per andare a letto ed entrai nel mio ufficio solo per assicurarmi che le porte anteriori fossero chiuse. Notai sul mio tavolo una lettera che non avevo ancora aperto. La aprii e lessi.

  Eccoti il contenuto:
 Caro Padre, sono una ragazza di 14 anni, nativa di Gulu, Layibi. Nel 1993 mia madre era una studentessa del terzo anno di scuola superiore presso il collegio del Sacro Cuore di Gulu. Mentre era in vacanza i ribelli del Lra (
Lord’s Resistance Army, Esercito di resistenza del Signore: gruppo di ribelli ugandesi, Ndr)
 arrivarono al suo villaggio, uccisero i suoi genitori, violentarono mia mamma e sono nata io. Oltre ad aver concepito me, mia mamma ha pure ricevuto il virus dell’Aids e ora è sieropositiva Hiv. Io invece sono nata pulita.
  Non posso sapere chi può essere stato mio padre, ma la mamma sì: mi ha fatta nascere, mi ha cresciuta e pure mandata a scuola. Per pagare la mia scuola elementare ha lavorato cucendo e ha avuto molta cura di me, però ora non riesce a guadagnare soldi sufficienti per la scuola superiore. Ho saputo che tu aiuti gli orfani e hai una scuola ove c’è molta disciplina. Mi potresti prendere e aiutare a pagare
la retta? Io voglio studiare per poter aiutare e aver cura di mia mamma che sta diventando sempre più debole. Spero che tu consideri questa mia domanda e io pregherò per te perché Dio ti benedica e assista ad aiutare coloro che hanno bisogno.
 Maria Goretti Anena

 Dopo aver letto la lettera, sono andato a letto ma non sono riuscito a dormire. Ero disturbato dentro di me da un misto di gioia, di rabbia, di soddisfazione e di riconoscenza verso Dio che sa trarre atti eroici dalle persone semplici e insignificanti come possono essere queste nostre ragazze appena cristianizzate.
  Perché la rabbia ? Perché un esempio come questo dovrebbe far ammutolire quegli spacciatori di civiltà fasulla che abbiamo nel mondo progredito pronto a legiferare contro il diritto alla vita.
  Come è andata a finire questa storia? Al mattino mi sono alzato; sono andato alla scuola; mi sono assicurato che il direttore mi trovasse un posto per inserire questa ragazza (solo la mattina precedente gli avevo promesso che non avrei portato alcun nuovo studente). E il direttore mi disse che dovremo farla dormire per terra, perché anche i letti a tre piani sono tutti occupati. Se la ragazza accetta, la prendiamo. Chiamai la ragazza; le dissi di venire con la madre e vennero il giorno dopo. Feci un po’ di domande trabocchetto per assicurarmi che non mi avessero detto bugie e le proposi di dormire per terra su un materasso di gomma piuma. Si inginocchiò davanti a me e mi disse: ora sono contenta perché so di avere un papà anch’io! La madre mi ringraziò e mi disse: «Padre, io finché posso continuerò a lavorare e contribuirò per le spese della mia figlia». Le chiesi pure: perché hai dato il nome di Maria Goretti a tua figlia?
  Rispose che era stata la piccola a volere quel nome quando era in terza elementare: il catechista raccontò la storia di Maria Goretti e lei la scelse come nome e santa protettrice.
  Qui alla scuola abbiamo 10 ragazze che negli anni novanta furono rapite dai ribelli alla scuola di Aboke; passarono 8 anni come mogli schiave dei ribelli; quando fuggirono scapparono tutte coi loro figli e vennero da me a chiedermi se le accettavo alla scuola.
  Accettai le ragazze alla scuola e i figli furono lasciati in varie famiglie e ora pure loro vanno a scuola col nostro aiuto.
  Scusate se ho disturbato, ma ho pensato che forse potreste far sapere che esistono ragazze che hanno il coraggio di tenersi e amare il frutto della violenza. Chissà che non serva!
 padre John Scalabrini

Englaro: botta e risposta fra comune e arcidiocesi

dal blog di Sandro Magister

DELIBERA DEL CONSIGLIO COMUNALE DI FIRENZE

Il consiglio comunale,

considerato che la scelta di Beppino Englaro di sospendere l’alimentazione e l’idratazione nei confronti della figlia Eluana,vittima di un tragico incidente che l’aveva costretta allo stato vegetativo da 17 anni, è stata decisione umanamente difficile e dolorosa;

considerato che Beppino Englaro ha fatto della propria dolorosa storia personale una battaglia politica in difesa della laicità, dell’umanità, della civiltà;

ricordato che la richiesta di sospensione dell’accanimento terapeutico formulata da Beppino Englaro è stata accolta dalla suprema corte e ritenuta pertanto legittima;

considerato che la drammatica vicenda personale di Beppino Englaro e della sua famiglia non è un caso isolato, ma è un’esperienza che tragicamente riguarda molte famiglie e cittadini del nostro paese, e che in via teorica può riguardare ognuno di noi;

considerato che la battaglia di Beppino Englaro per affermare in modo così tenace e non violento i diritti dei cittadini a poter disporre fino alla fine della propria autonomia e della propria libertà rappresenta un insegnamento di grande integrità morale e di coraggio umano e civile;

visto che nel clamore e nella tragedia umana di Eluana Englaro e della sua famiglia dopo anni di stasi il parlamento ha accelerato i tempi per arrivare ad una legge sul tema del testamento biologico che rischia di essere inquinata da posizioni ideologiche che distolgono dalla centralità della tutela dei diritti;

ritenuto che la città di Firenze, attraverso un atto simbolico quale quello del conferimento della cittadinanza onoraria, possa sostenere con forza l’art. 32 della costituzione per cui la “legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”;

visto il sostegno di premi Nobel e di numerose personalità alla battaglia di Beppino Englaro anche in favore di una legge sul testamento biologico che confermi il diritto alla salute, ma che rispetti il diritto di ogni persona a poter scegliere;

considerato infine che Beppino Englaro è divenuto un simbolo prezioso di quella parte del paese che crede alle istituzioni, alla libertà, all’autonomia dei poteri;

delibera

di conferire per i motivi suddetti la cittadinanza onoraria di Firenze a Beppino Englaro, quale simbolo di eccellente insegnamento di grande integrità morale, di coraggio umano e civile, in difesa della legalità della laicità dello Stato, dell’umanità, della civiltà.

*

COMUNICATO DELL’ARCIDIOCESI DI FIRENZE

Una maggioranza, peraltro sfilacciata, del consiglio comunale di questa città ha pensato bene di dare un tono di protagonismo a un finale di legislatura perlomeno problematico, approvando la concessione della cittadinanza onoraria di Firenze al signor Giuseppe Englaro, protagonista di una delle vicende più laceranti per la convivenza civile del nostro paese negli ultimi tempi.

Opporsi a questa improvvida decisione non vuole dire opporsi alla persona del signor Englaro o voler mancare di rispetto alla sua dolorosa vicenda familiare. Ma dopo aver assicurato rispetto e comprensione, si ritiene doveroso affermare con nettezza che l’atto che una parte del consiglio comunale ha voluto imporre a tutta la città appare pretestuoso, offensivo e distruttivo.

Pretestuoso perché anzitutto non si scorge quale specifico nesso possa aver legato o legare il signor Englaro alla nostra città di Firenze, primo requisito per dare una cittadinanza onoraria. Ma forse la pretestuosità più evidente, apparsa fin dall’inizio di questo triste dibattito fiorentino, è nel voler imporre alla città una scelta che serviva soltanto a segnare i confini di una parte politica e a spostarli in direzione di un più accentuato laicismo, rispetto a quanto gli stessi cittadini avevano voluto esprimere nelle recenti elezioni primarie di quello stesso settore politico. Ma ridurre una questione alta, come il senso e la dignità della vita, a mezzuccio di concorrenzialità politiche è per lo meno avvilente, se non desolante anche in rapporto al futuro di questa città.

Il gesto compiuto è però, più che pretestuoso, offensivo. Lo è nei confronti di quella non trascurabile parte della città che nel corso della vicenda Englaro ha manifestato orientamenti ben diversi da quelli di cui il signor Giuseppe Englaro e il gruppo che lo ha sostenuto erano portatori. Ma l’offesa più grande è stata fatta verso i genitori, fratelli, amici e gruppi di volontari che si stringono attorno ai loro oltre 2500 cari che vivono in situazioni similari a quelle da cui è stata strappata a forza Eluana Englaro, persone che chiedono invece di essere sostenute nella loro dedizione, nella loro fatica e nella loro speranza. Tutti costoro, nel momento in cui il signor Englaro viene accolto con onore in questa città, ne sono stati, per così dire, cacciati fuori, non forse con atteggiamento di repulsione, ma senz’altro con atteggiamento di noncuranza e di abbandono.

Da ultimo appare evidente come la pretesa di un gruppo di consiglieri di fare una scelta a nome di tutta una città, che si sa bene non essere tutta concorde su questo gesto, sia di fatto un atto di disprezzo verso la minoranza dei rappresentanti del popolo e verso una presunta minoranza di cittadini, inferendo una profonda lacerazione nella convivenza. È infatti a tutti palese che un atto del genere non può essere imposto da un gruppo a tutti, e nemmeno da una maggioranza a tutti, a meno che non si abbia una concezione della vita pubblica cittadina in cui vige la guerra per bande e non lo scopo di edificare l’unità nella convivenza. Ma qui, probabilmente, a chi ha approvato questa sciagurata delibera non interessa nulla di Eluana Englaro e tanto meno della convivenza civica della nostra amata Firenze, ma solo il poter mostrare con un ultimo gesto di arroganza la disponibilità di un potere esercitato come arbitrio, a spregio di chi ha altre opinioni e ritiene la vita un bene indisponibile perché sacro, e questo non per scelte religiose ma per convincimento razionale, perché sa che su questa sacralità della vita è stato edificato l’umanesimo della nostra civiltà che ha contribuito a denotare in tutto il mondo Firenze città di accoglienza e cura per i più deboli e bisognosi.

Su questa verità, lo si sappia con certezza, la Chiesa di Firenze, non farà mai un passo indietro e denuncerà con forza ogni sopruso, perché tale è l’atto nefasto appena deciso.

dalla parte della bambina brasiliana

L’Osservatore Romano 15.3.2009

 

Dalla parte della bambina brasiliana

 

di Rino Fisichella*

 

Il dibattito su alcune questioni si fa spesso serrato e le differenti prospettive non sempre permettono di considerare quanto la posta in gioco sia veramente grande. È questo il momento in cui si deve guardare all'essenziale e, per un attimo, lasciare in disparte ciò che non tocca direttamente il problema. Il caso nella sua drammaticità è semplice. C'è una bambina di soli nove anni — la chiameremo Carmen — che dobbiamo guardare fisso negli occhi senza distrarre lo sguardo neppure un attimo, per farle capire quanto le si vuole bene. Carmen, a Recife, in Brasile, viene violentata ripetutamente dal giovane patrigno, rimane incinta di due gemellini e non avrà più una vita facile. La ferita è profonda perché la violenza del tutto gratuita l'ha distrutta dentro  e  difficilmente  le  permetterà in futuro di guardare agli altri con amore.

 

Carmen rappresenta una storia di quotidiana violenza e ha guadagnato le pagine dei giornali solo perché l'arcivescovo di Olinda e Recife si è affrettato a dichiarare la scomunica per i medici che l'hanno aiutata a interrompere la gravidanza. Una storia di violenza che, purtroppo, sarebbe passata inosservata, tanto si è abituati a subire ogni giorno fatti di una gravità ineguagliabile, se non fosse stato per lo scalpore e le reazioni suscitate dall'intervento del vescovo. La violenza su una donna, già grave di per sé, assume una valenza ancora più deprecabile quando a subirla è una bambina, con l'aggravante della povertà e del degrado sociale in cui vive. Non c'è linguaggio corrispondente per condannare tali episodi, e i sentimenti che ne derivano sono spesso una miscela di rabbia e di rancore che si assopiscono solo quando viene fatta realmente giustizia e la pena inflitta al delinquente di turno ha certezza di essere scontata.

Carmen doveva essere in primo luogo difesa, abbracciata, accarezzata con dolcezza per farle sentire che eravamo tutti con lei; tutti, senza distinzione alcuna. Prima di pensare alla scomunica era necessario e urgente salvaguardare la sua vita innocente e riportarla a un livello di umanità di cui noi uomini di Chiesa dovremmo essere esperti annunciatori e maestri. Così non è stato e, purtroppo, ne risente la credibilità del nostro insegnamento che appare agli occhi di tanti come insensibile, incomprensibile e privo di misericordia. È vero, Carmen portava dentro di sé altre vite innocenti come la sua, anche se frutto della violenza, e sono state soppresse; ciò, tuttavia, non basta per dare un giudizio che pesa come una mannaia.

Nel caso di Carmen si sono scontrate la vita e la morte. A causa della giovanissima età e delle condizioni di salute precarie la sua vita era in serio pericolo per la gravidanza in atto. Come agire in questi casi? Decisione ardua per il medico e per la stessa legge morale. Scelte come questa, anche se con una casistica differente, si ripetono quotidianamente nelle sale di rianimazione e la coscienza del medico si ritrova sola con se stessa nell'atto di dovere decidere cosa sia meglio fare. Nessuno, comunque, arriva a una decisione di questo genere con disinvoltura; è ingiusto e offensivo il solo pensarlo.

Il rispetto dovuto alla professionalità del medico è una regola che deve coinvolgere tutti e non può consentire di giungere a un giudizio negativo senza prima aver considerato il conflitto che si è creato nel suo intimo. Il medico porta con sé la sua storia e la sua esperienza; una scelta come quella di dover salvare una vita, sapendo che ne mette a serio rischio una seconda, non viene mai vissuta con facilità. Certo, alcuni si abituano alle situazioni così da non provare più neppure l'emozione; in questi casi, però, la scelta di essere medico viene degradata  a  solo  mestiere  vissuto  senza entusiasmo  e  subito  passivamente. Fare  di  tutta  un'erba  un  fascio, tuttavia, oltre che scorretto sarebbe ingiusto.

Carmen ha riproposto un caso morale tra i più delicati; trattarlo sbrigativamente non renderebbe giustizia né alla sua fragile persona né a quanti sono coinvolti a diverso titolo nella vicenda. Come ogni caso singolo e concreto, comunque, merita di essere analizzato nella sua peculiarità, senza generalizzazioni. La morale cattolica ha principi da cui non può prescindere, anche se lo volesse. La difesa della vita umana fin dal suo concepimento appartiene a uno di questi e si giustifica per la sacralità dell'esistenza. Ogni essere umano, infatti, fin dal primo istante porta impressa in sé l'immagine  del  Creatore,  e  per questo siamo convinti che debbano essergli  riconosciuti  la  dignità  e  i  diritti di  ogni  persona,  primo  fra  tutti quello  della  sua  intangibilità  e  inviolabilità.

L'aborto provocato è sempre stato condannato dalla legge morale come un atto intrinsecamente cattivo e questo insegnamento permane immutato ai nostri giorni fin dai primordi della Chiesa. Il concilio Vaticano ii nella Gaudium et spes — documento di grande apertura e accortezza in riferimento al mondo contemporaneo — usa in maniera inaspettata parole inequivocabili e durissime contro l'aborto diretto. La stessa collaborazione formale costituisce una colpa grave che, quando è realizzata, porta automaticamente al di fuori della comunità cristiana. Tecnicamente, il Codice di diritto canonico usa l'espressione latae sententiae per indicare che la scomunica si attua appunto nel momento stesso in cui il fatto avviene.

Non c'era bisogno, riteniamo, di tanta urgenza e pubblicità nel dichiarare un fatto che si attua in maniera automatica. Ciò di cui si sente maggiormente il bisogno in questo momento è il segno di una testimonianza di vicinanza con chi soffre, un atto di misericordia che, pur mantenendo fermo il principio, è capace di guardare oltre la sfera giuridica per raggiungere ciò che il diritto stesso prevede come scopo della sua esistenza: il bene e la salvezza di quanti credono nell'amore del Padre e di quanti accolgono il vangelo di Cristo come i bambini, che Gesù chiamava accanto a sé e stringeva tra le sue braccia dicendo che il regno dei cieli appartiene a chi è come loro.

Carmen, stiamo dalla tua parte. Condividiamo con te la sofferenza che hai provato, vorremmo fare di tutto per restituirti la dignità di cui sei stata privata e l'amore di cui avrai ancora più bisogno. Sono altri che meritano la scomunica e il nostro perdono, non quanti ti hanno permesso di vivere e ti aiuteranno a recuperare la speranza e la fiducia. Nonostante la presenza  del  male  e  la  cattiveria  di molti.

 

*Arcivescovo presidente della Pontificia Accademia per la Vita

il Direttore di Avvenire risponde

Avvenire 3 marzo 2009

Il direttore risponde Eluana: ciascuno è dinanzi alla verità di Dio

Mi dica la verità, direttore: da come distribuisce in pagina le notizie di questi giorni si capisce che lei non crede molto all’indagine giudiziaria in corso a Udine, che coinvolge i medici e gli infermieri che hanno portato a morte Eluana, o mi sbaglio?
 Lettera firmata

Non si sbaglia. Ritengo questa indagine importante almeno nella misura in cui altri atti, secondo me dovuti, in precedenza non sono stati neppure avviati. Ma non mi aspetto niente di più.
  Diciamolo, è un pro-forma: qualcosa che a questo punto non si può evitare, ma che porterà a nulla, e questo – come s’usa dire – «a prescindere». Immagini lei la scena. Questi signori – medici e infermieri – che sfilano uno dopo l’altro attraverso le porte della procura, che ad un certo punto si siedono dinanzi a chi li interroga, che rispondono come si usa fare in questi casi. Ma che, arrivati al dunque, possono all’incirca obiettare con questo ragionamento: «Signor pm, ho fatto quello che voi avete disposto. Non solo, ho fatto quello che voi avete garantito con tanta perizia, preservandolo da qualunque incursione e qualunque intoppo.
  Cosa vuole ora da me?». Sguardo imbarazzato da entrambe le parti, e via. Sotto un altro. La conclusione è già stata anticipata dal cronista che dall’inizio della vicenda funge da porta parola «occulto»: infatti ha potuto bruciare sui tempi la concorrenza, annunciando l’apertura dell’inchiesta con un giorno di anticipo – lui poteva – ma premurandosi di spargere tranquillità e rassicurazioni: «Forse si tratta di un fascicolo che si apre velocemente e altrettanto velocemente si chiuderà. Una sorta di atto dovuto». Infatti, all’uscita dalla procura questi convocati appaiono tutt’altro che allarmati: anziché giustificarsi, attaccano, senza curarsi troppo dei particolari. Non importa se per ostentare sicurezza schizzano melma sul mondo, suore comprese. D’altra parte, di che cosa dovrebbero preoccuparsi? Sanno già di non rischiare l’incriminazione, se no i giudici dovrebbero per coerenza logica e formale incriminare anzitutto se stessi. Non facciamoci dunque distrarre dai diversivi. Ma concentriamoci piuttosto sull’iter della legge sulla fine della vita, che è in allestimento. È l’unica cosa che oggi si può fare per dare moralmente ragione del sacrificio di Eluana. Questo però non significa che, a commento della fatidica inchiesta, si possa dire ciò che incautamente ha affermato per esempio il ministro Bondi: «È tutto poco civile e per niente cristiano».
  Domanda: perché, signor ministro, l’inchiesta ora aperta sarebbe poco cristiana? Poteva dire che è sciocca, inutile, dispendiosa, ma perché scomodare un aggettivo tanto impegnativo, da maneggiare sempre con cura? E che cosa c’è, secondo lei, di veramente cristiano in tutta questa storia? La prego, ce lo dica. E precisi, se può, in base a quale catechismo lei ritiene di poter sentenziare questo. Viviamo, ne converrà, tempi strani. Tutti che pontificano. Il senatore Marino ritiene che, essendo stato trent’anni fa uno scout provetto, ciò che oggi sostiene e fa, tra lo sbigottimento pressoché generale, sia per forza di cose un’espressione di cattolicesimo doc. Non ci si accontenta di avanzare le proprie tesi, di sostenerle con impegno e talora forzando magari la logica, no: si deve puntualmente auto­attribuirsi il timbro canonicale. E siccome l’incompetenza è spesso madre dell’arroganza, ecco che lo si fa anche con un tono di protervia degno di miglior causa. Di grazia, perché mai? In nome di che cosa?
  Di qualche frequentazione o di qualche furtiva pacca sulle spalle?
  Il mio parlare – ben inteso – vale per uno; una cosa tuttavia vorrei dirla tra fratelli di fede (seppure, credendo che il nostro sia il Dio vero, trattasi di discorso che in un modo o nell’altro tocca tutti).
  Eluana era in vita e oggi, in seguito a quello che le è stato fatto, non lo è più. La sua forma di vita era la stessa per la quale 2.500 famiglie circa si stanno prodigando notte e giorno attorno al letto di un loro congiunto in stato vegetativo persistente. Tutti dementi? Tutti poveri illusi? Tutti catturati da un simulacro che nulla ha a che fare con la vita? Non bestemmiamo. E almeno non offendiamoli. Lo stesso papà Beppino ha detto e fatto al momento della morte di Eluana ciò che ogni papà compie al congedo estremo di un figlio. Eluana c’era, e oggi non c’è più. Ebbene, non amando le polemiche ad oltranza, si può anche rinunciare alla precisione lessicale, e controllando il vocabolario si può anche dire che Eluana è morta di sentenza anziché uccisa, ma scrivere uccisa non è – onorevole Bondi – inappropriato.
  Sarà magari scomodo, o inopportuno, o sconveniente, di sicuro è politicamente scorrettissimo, ma inappropriato proprio no. E nel profondo inconfessabile del cuore non c’è nessuno, di questo sono certo, che non sia stato almeno per un istante raggiunto dal dubbio radicale che queste parole includono. Capisco che perfino monaci famosi possano mettere la loro scienza spirituale a servizio delle vostre sicurezze, ma neppure loro taceranno a se stessi fino in fondo la verità. Qui peraltro non stiamo mettendo in discussione le intenzioni segrete e gravide di mistero delle persone, sappiamo di dover sempre distinguere l’atto da chi lo compie – tanto più quando è un atto affollato nel concorso delle responsabilità – e nessuno è autorizzato a scrutare nelle coscienze, tranne il Padreterno. Ma, per quanto parcellizzata, la responsabilità non viene mai nullificata. Ci rincorre sempre.
  Dunque, non forzando il mistero delle coscienze, sappiamo di «comandamenti» che sono iscritti nella natura dell’uomo. Diceva il professor Melloni, mai tenero nelle sue sentenze sull’agire ecclesiale, che nell’intera vicenda di Eluana è mancato l’annuncio del mistero cristiano. Non so che cosa intendesse dire. Ognuno naturalmente parla per sé. Per me – peccatore – posso dire però che non mi ha mai, neppure per un istante, abbandonato la certezza dei
 Novissimi:
morte, giudizio, inferno e paradiso. E che la coscienza di dovermi un giorno presentare dinanzi all’Altissimo mi ha continuamente tormentato. «Cosa ho fatto io per fermare il meccanismo di morte?».
  Terrorismo psicologico, questo?
  Non scherziamo, amici.
  Semplicemente non desidero imbrogliare me stesso. Né imbrogliare voi. Quel giudizio decide della mia pace quaggiù e del mio destino lassù. I conti in casa degli altri non li faccio. Ma non accetto che altri abusino della mia educazione e facciano i conti con troppa disinvoltura a spese mie e a spese delle persone più semplici.
  Onorevole Bondi, senatore Marino: voi che amate tanto la precisione, per cortesia, astenetevi dal distribuire qualifiche 'cristiane'.
  Abbiamo già i nostri profeti (cfr Luca 16,29). Grazie.

un editoriale da leggere, da Avvenire

Avvenire 3 marzo 2009

UDINE, IL SOVVERTIMENTO DELLA REALTÀ

 
 IL NICHILISMO IN ARMI NON RISPARMIA LE SUORE 

  MARINA CORRADI  

Da Repubblica, intervista a Maria Marion, una delle infermiere accanto a Eluana negli ultimi giorni. Il giornalista: «Qualcuno pensa che lei abbia concorso a un’eutanasia » . La Marion: « Un termine che rifiuto, anzi per me nei confronti di questa ragazza c’è stato un accanimento terapeutico » .
  Dunque le suore che per tanti anni hanno dato a Eluana nutrimento e acqua, che l’hanno lavata e mille e mille volte voltata nel letto a evitare il decubito, si sono accanite su quel corpo. Si sono accanite, anche, ad aiutare Eluana a liberarsi dalla saliva che le ostacolava il respiro. Per quindici anni a Lecco c’è stato un pervicace, cocciuto accanimento: a una malata assente hanno dato nientemeno che da bere, e mangiare. Le han liberato la gola dalle secrezioni, cosa del tutto normale in pazienti immobili e incoscienti. Da una intervista della stessa Marion al Corriere emerge che quando Eluana è arrivata a Udine, nessuno sapeva a che servissero quelle pile di bavaglini mandati da Lecco. E sì che una che fa l’infermiera da 35 anni certe cose dovrebbe averle viste. Stupore invece: a che serviranno mai i bavaglini? La saliva fa tossire Eluana, la tosse espelle il sondino. Quando Avvenire scrisse di quei colpi di tosse, alcuni scrissero: favole. E invece la verità delle ultime ore della Englaro dice di volontari colti di sorpresa dalla donna che stenta a respirare. Penosissima verità: Eluana ha passato i suoi ultimi giorni nell’abbandono di quelle mani che conosceva e la amavano, che sapevano mantenerne limpido il respiro. Quando la disidratazione ha fatto il suo lavoro – « Chiazze rosse sulla pelle, temperatura alta » – l’équipe è rimasta a osservare il precipitoso decorso di una morte « naturale » .
  Ma non basta ancora. Non è eutanasia, si afferma, quel tagliare acqua e cibo, ma è « accanimento » , invece, l’averlo per anni dispensato. Al partito della morte non basta di avere sepolto Eluana; l’obiettivo è più ambizioso, è il rovesciamento, la sovversione anzi, della realtà. Dare acqua e cibo e lavare un malato inerte, si chiama « accanimento » .
  Non è una questione linguistica. È importante, il nome che si dà alle cose. Hannah Arendt nella Banalità del m­le  spiega come il nazismo abbia evitato accuratamente di usare la parola « sterminio » circa la eliminazione degli ebrei. L’ordine era di parlare di « soluzione finale » . Suonava meglio, e qualcuno poteva fare finta anche di non aver capito. Le parole, sono importanti. Attribuire alle suore di Lecco un « accanimento terapeutico» – ma il padre, perché tanto a lungo ha lasciato loro la figlia? – è sovvertire la realtà di ciò che è stato. Dire che a Udine « non è stata eutanasia » è altrettanto mendace – se non per il fatto che eutanasia è soppressione del consenziente, e Eluana non ha mai espresso un positivo consenso alla sua morte.
  A Udine la morte è stata data attivamente, sopprimendo ciò che è vitale all’uomo. Giuliano Ferrara ha scritto che allora un’iniezione sarebbe stata un gesto più franco. Già, ma un’iniezione sarebbe stato aperto omicidio, e questo oltre a essere illegale avrebbe mostrato a tutti come la fine di Eluana « naturale » non fosse per niente. E invece « naturalmente » doveva morire: di fame e sete, naturalissima morte. Manca la perfezione dell’opera: convincerci che accanimento è stato quello delle mani di tre suore, per quindici anni, a lavare e vestire e carezzare. Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto. Il darsi più totale e gratuito si vuol chiamare « accanimento terapeutico » ,in questa Italia a forza liberata. Ma perché il rivoltarsi contro chi ha solamente dato? Si direbbe che il pensiero unico nichilista non tollera il bene gratuito. Proprio non lo sopporta. Forse perché lo avverte, della sua ansia di nulla, radicalmente nemico.

lettera ad Amicone

C’è ancora chi dice che la legge sul fine vita non s’ha da fare, perché moralmente giusta ma culturalmente sbagliata. In un editoriale di Tempi, riportato in parte sul Foglio di sabato, per esempio leggo che “siamo persuasi che sia sufficiente l’attuale pratica del consenso informato e che qualunque decisione circa la medicina di fine vita debba essere determinata non da carte notarili di stato, ma dal libero, privato, fiducioso dialogo tra medici, pazienti e familiari dei pazienti”.

Caro Luigi Amicone, non è così. Purtroppo, sei persuaso male. Per capire, però, devi conoscere i fatti concreti, entrare nel merito della questione Englaro, altrimenti non ti renderai mai conto del perché solo una legge può allontanare l’eutanasia dall’ Italia: non bastano i principi, e neppure le idee. Bisogna conoscere i fatti, che cercherò di riassumerti il più brevemente possibile.

 Il 16 ottobre 2007 la Cassazione ha emanato una sentenza definitiva che dice che si può sospendere alimentazione ed idratazione ad Eluana Englaro se si verificano due condizioni: se si accerta che il suo stato vegetativo è irreversibile, e che la sua volontà era veramente quella di non vivere in condizione di stato vegetativo, volontà che in mancanza di prove scritte può essere ricostruita da testimonianze, e anche in base agli stili di vita.

Il 9 luglio 2008 la Corte di Appello di Milano ha stabilito con un decreto che i due criteri indicati dalla Cassazione erano soddisfatti, e che Beppino Englaro era autorizzato a sospendere alimentazione ed idratazione.

Il parlamento allora ha sollevato un conflitto di competenze: si è rivolto alla Corte Costituzionale protestando che la Cassazione con quella sentenza aveva legiferato, aveva agito in modo inopportuno, prendendo il posto del parlamento.

La Corte Costituzionale ha dato torto al Parlamento, confermando la validità dell’operato della Cassazione: i giudici hanno fatto bene, il Parlamento, se vuole, legiferi in proposito.

Allora la procura di Milano ha impugnato il decreto (quello del 9 luglio). Quel decreto, infatti, a differenza della sentenza della Cassazione, non è mai definitivo, ma è sempre rivedibile.

L’11 novembre la Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile: i giudici non sono entrati nel merito, ma hanno detto, in poche parole, che la procura non aveva i requisiti per impugnare il decreto, che i fatti in questione non la riguardavano.

Hanno impugnato il decreto le Associazioni dei familiari dei malati in stato vegetativo, e lo hanno fatto presso la Corte dei Diritti dell’uomo a Strasburgo, la quale corte ha risposto allo stesso modo: le associazioni non erano legittimate ad impugnare il decreto. Il loro ricorso era inammissibile, e neanche a Strasburgo sono entrati nel merito.

In poche parole: secondo la magistratura solo il tutore – Beppino Englaro – e il curatore speciale – cioè Franca Alessio – avrebbero potuto impugnare il decreto. Ma il tutore voleva attuare il decreto, e il curatore era d’accordo, quindi era impossibile impugnare il decreto. Una gabbia giuridica, insomma, ha reso intoccabili sentenza e decreto.

C’è stato allora l’atto di indirizzo di Sacconi, che vieta a tutte le strutture del Servizio Sanitario Nazionale di sospendere alimentazione ed idratazione alle persone in stato vegetativo.

Dopo un mese, all’interno della casa di riposo la Quiete a Udine, è stata creata una specie di “isola” giuridica al di fuori del Servizio Sanitario Nazionale, in cui l’atto di indirizzo di Sacconi – secondo i legali di Englaro – non aveva efficacia, ed Eluana vi è stata trasferita.

Le autorità regionali, sollecitate dal Ministero che chiedeva chiarimenti, hanno cominciato a tergiversare, rispondendo a una prima lettera dal Ministero, e facendo melina a una seconda.

Allora il Consiglio dei Ministri ha proposto un decreto salva-Eluana. Napolitano non ha voluto firmare, e non commento per evitare querele.

Mentre il parlamento si avviava a fare di corsa una legge, il Ministero ha mandato ispettori e NAS alla casa di riposo “La Quiete” di Udine, per verificare che tutto fosse regolare. Sia gli ispettori che i NAS hanno segnalato elementi di irregolarità, e lo hanno segnalato alle autorità che potevano intervenire: procura, regione, sindaco. Ma la Procura non ha ritenuto opportuno intervenire, e neppure la Regione, e neanche il Sindaco (che era l’autorità a cui fa capo la Quiete).

E quindi Eluana è morta.

Non a caso, caro Luigi, tu insieme a Giuliano Ferrara ed a molti altri vi siete rivolti a Napolitano chiedendo di firmare il decreto, perché solo una legge poteva salvare Eluana.

Per “tornare indietro” rimane solo una strada: che si faccia una legge che eviti che i giudici possano interpretare in totale libertà l'art.32 della costituzione, secondo criteri mai stabiliti dal legislatore.

P.S.: comunque, tanto per non dimenticare il contesto in cui si è conclusa la vita di Eluana, approfitto dell’occasione per ricordare la cena a villa Campeis, cena che si è svolta la sera prima del funerale di Eluana, a cui l’avvocato Campeis (il legale della famiglia Englaro) ha invitato tutti i giornalisti (tranne quelli di Avvenire e del Giornale). A futura memoria.

P.P.S.: per approfondimenti giuridici, tecnicamente corretti e comprensibili, puoi leggere il contributo di Lorenzo D'Avack, Vicepresidente del Comitato Nazionale di Bioetica, e profondo sostenitore del testamento biologico, nonchè della sospensione di alimentazione e idratazione artificiale, ma nonostante ciò, molto critico nei confronti di tutto l'ambito giuridico della faccenda Englaro. E puoi leggere anche la lettera pubblicata sul Corriere della Sera, a cura di Giovanni Ferraù, già magistrato a Parma.

sassolino numero due

Sassolino numero due

Periodicamente Beppino Englaro ha chiesto il silenzio stampa sulla sua vicenda. Più o meno ogni quindici giorni, negli ultimi mesi. E periodicamente lo ha infranto lui per primo.

Quando è morta Eluana ha dichiarato “non parlo più”. I suoi legali hanno minacciato querele per chi aveva parlato di assassinio di Eluana (sarà morta di freddo?). Neanche quindici giorni dopo la sua morte, nella giornata di sabato, Beppino Englaro ha rispettivamente:

-         rilasciato un’intervista al Corriere della Sera per dichiarare il suo ardore socialista;

-         partecipato ad un comizio telefonico alla manifestazione di Roma contro il DDl sul fine vita per ribadire che la proposta di legge della maggioranza è una barbarie (evidentemente le sue sono tutte opere di carità);

-         partecipato alla trasmissione di Fabio Fazio, a rincarare la dose, in una puntata di cui Fabio Fazio dovrebbe solo vergognarsi per la faziosità: ma non ci sono commissioni di controllo, alla Rai?

 

   Sappiamo adesso che domani mattina, lunedì, parteciperà alla trasmissione sui Rai Tre “Cominciamo bene”.  

Noi abbiamo sempre rispettato Beppino Englaro e le sue decisioni, pur giudicandole aberranti. Ma quando è troppo, è troppo: se dice di voler stare zitto, stìa zitto. Se invece vuole rimanere un personaggio pubblico allora non dica di voler tacere, parli pure come è legittimo che faccia, ma si prepari ad essere contestato, attaccato, criticato  e trattato come tutti: se per lui questa legge è una barbarie, e lo vuole gridare al mondo, non protesti poi se qualcuno pensa e dice che la barbarie vera è stata il modo in cui è morta sua figlia.

sassolino numero uno

Sassolino numero uno

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano firmerà il decreto legge antistupri approvato dal Consiglio dei Ministri, con questa precisazione: contenuti ed indirizzo del decreto sono “autonoma ed esclusiva responsabilità del governo”. Cioè non ne condivide i contenuti, ma firma.

Ricordo che Napolitano si è rifiutato di firmare il decreto che avrebbe salvato Eluana perché secondo lui non c’erano i requisiti di urgenza, e perché andava contro un decreto della magistratura. Riportiamo letteralmente i passi della famosa lettera con cui anticipava il suo no:

“rispetto allo sviluppo della discussione parlamentare non è intervenuto nessun fatto nuovo che possa configurarsi come caso straordinario di necessità ed urgenza ai sensi dell’art. 77 della Costituzione se non l’impulso pur comprensibilmente suscitato dalla pubblicità e drammaticità di un singolo caso.

Ma il fondamentale principio della distinzione e del reciproco rispetto tra poteri e organi dello Stato non consente di disattendere la soluzione che per esso è stata individuata da una decisione giudiziaria definitiva sulla base dei principi, anche costituzionali, desumibili dall’ordinamento giuridico vigente.”

Per evitare querele, preferiamo non commentare l’opinione di Napolitano sulla mancanza di fatti nuovi che potessero configurarsi come straordinari per necessità e urgenza. In effetti, che la magistratura avesse autorizzato la morte per fame e sete di Eluana non era un fatto nuovo, ma era noto da diversi mesi. Evidentemente c’è chi pensa anche che questo non sia un fatto straordinario (e quindi se ne deduce che lo ritiene ordinario?).

Per evitare imbarazzi, evitiamo di commentare il fatto che il decreto della Corte di Appello, secondo tutti i giuristi italiani tranne che per il Quirinale, NON era definitivo.

Ma per curiosità, ci piacerebbe sapere il motivo per cui Napolitano ha ritenuto opportuno firmare il decreto antistupri e non quello per salvare Eluana. Sarebbe interessante che il Presidente della Repubblica lo spiegasse al popolo italiano.

questione giuridica - 2

Avvenire 5.2.2009

«Uso abnorme del diritto per far morire Eluana»
 di Lorenzo d'Avack *

La drammatica vicenda della Englaro suscita un confronto su problematiche etiche, politiche e giuridiche in merito al consenso informato all’atto medico. Quanto scriviamo vuole essere una mera riflessione nell’ambito del giuridico, evitando così di esprimere giudizi morali più facilmente opinabili.
A
seguito di una lettura personalista della Carta costituzionale (artt. 13 e 32) e in forza di diverse Carte e Convenzioni europee, la nostra giurisprudenza è certamente univoca nel ritenere il consenso informato e consapevole del malato all’atto medico parte del più ampio principio della libertà, in virtù del quale la persona non può essere sottoposta a coercizione nel corpo e nella mente. Ne consegue la possibilità per il paziente competente, adeguatamente informato, di rifiutare o rinunciare a qualsiasi trattamento terapeutico, anche salva-vita. Tuttavia, va ricordato che per vicende come quella dell’Englaro, incapace di intendere e di volere – e in ciò sta la marcata differenza con il caso Welby –, il quadro compositivo dei valori in gioco ha evidenziato alle nostre Corti di giustizia un ulteriore problema: se il potere di rappresentanza del tutore si estenda fino alla possibilità di rifiutare un trattamento sanitario salva-vita. Un quesito che ha ricevuto risposte diverse tra il passato e il presente, così che appare arduo sostenere che la giurisprudenza sia univoca e non presenti dissonanze. Un’assenza di certezza che lascia sgomenti a fronte di richieste che coinvolgono diritti personalissimi come è quello al bene salute e di conseguenza alla vita.
 
V
oglio ricordare che nel caso Welby l’ordinanza civile del Tribunale di Roma (2006), che dichiara inammissibile la richiesta del distacco del respiratore; l’ordinanza del Tribunale penale di Roma (2007), nella persona del gip, che rinvia a giudizio Mario Riccio per il reato di omicidio del consenziente e infine la sentenza del Tribunale penale di Roma (2007), nella persona del gup, che dichiara il non luogo a procedere sempre nei confronti del dottor Riccio, sono decisioni tutte una diversa dall’altra nei princìpi e nelle conclusioni che ne conseguono.
  Non diversamente nel caso Englaro. La Corte d’Appello di Milano con il decreto del novembre 2006 conferma quanto già deciso dal Tribunale di Lecco (2005) e dichiara inammissibile il ricorso del padre-tutore che, come noto, chiede la cessazione dell’idratazione e nutrizione artificiale a cui è sottoposta la figlia. Questa decisione ritiene che nel caso di un paziente non più in grado di intendere e volere occorre verificare la sua pregressa volontà e qualora questa non sia certa deve essere effettuato un bilanciamento tra diritto all’autodeterminazione e diritto alla vita.
  Un bilanciamento che in base a dati costituzionali e normativi deve risolversi a favore del diritto alla vita e non della morte del soggetto.
 
P
ertanto, nella globale valutazione della vicenda Englaro non si può trascurare che nel 2006 la Corte d’Appello di Milano riteneva quella prova testimoniale sulla pregressa volontà della paziente «generica» e non in grado di attribuire alla ragazza «il valore di una personale, consapevole e attuale determinazione volitiva, maturata con assoluta cognizione di causa...».
  La decisione viene cassata dalla ben nota sentenza della Suprema Corte (21748/2007) che in materia di ricerca della volontà del paziente non più pertinente (cioè dell’Englaro) impone, con molto sconcerto per chi la legge in termini giuridici, che si tenga conto «della sua personalità del suo stile di vita, delle sue inclinazioni, dei suoi valori di riferimento e delle sue convinzioni etiche, religiose, culturali e filosofiche». A ciò si atterrà successivamente la Corte d’Appello di Milano con il decreto del 2008 che autorizza la disattivazione del presidio sanitario (alimentazione e idratazione artificiale), senza svolgere alcuna ulteriore attività istruttoria per verificare gli ormai lontani desiderata della paziente.
  Dunque, quelle prove orali (prove per testi) giudicate in precedenza generiche e insufficienti, divengono ora attendibili, e indicative della personalità (= volontà) della paziente, «caratterizzata da un forte senso di indipendenza, intolleranza delle regole e degli schemi, amante della libertà e della vita dinamica, molto ferma nelle sue convinzioni». Giovani liberi, tendenzialmente anticonformisti, un poco anarchici, dinamici, attivi, con qualche entusiasmo per lo sport diventano così per la Corte i soggetti ideali per un presunto dissenso, ora per allora, verso terapie di sostegno vitale, filtrato attraverso la volontà del tutore.
 
Q
uesto abnorme indirizzo giurisprudenziale, che pare costruito su misura per porre fine allo stato dell’Englaro (per il nostro ordinamento viva, ma in quella zona grigia che la pone fuori dal mondo) è contrario ai criteri più elementari di validità pensati per le cosiddette dichiarazioni anticipate di trattamento, dove la forma scritta è l’unica garanzia per una più riflessiva formulazione della volontà, come avviene per il testamento mortis causa. D’altronde, anche le disposizioni cosiddette atipiche (art. 587, co. 2, c.c.), quali ad esempio quelle concernenti il riconoscimento del figlio naturale, scelta del tutore, disposizioni a favore dell’anima, richiedono la forma scritta. Per non menzionare, poi, la legge sulla privacy che subordina il trattamento dei dati personali al consenso espresso dell’interessato, manifestato liberamente, in maniera specifica per iscritto.
 
S
i può allora osservare come emerga dalla sentenza della Corte una minore tutela al bene vita di quella che l’ordinamento in genere riconosce ad altri interessi riferiti a valori patrimoniali ed esistenziali della persona.
  Ma, forse non tutti sanno che i criteri di accertamento della volontà imposti dalla Cassazione nel caso Englaro non sono conformi, anzi contrari, alla coeva giurisprudenza della stessa Suprema Corte. Emblematiche due sentenze (4211/2007 e 23676/2008) nell’ambito del diritto di non curarsi di pazienti, nella fattispecie testimoni di Geova. Sentenze che riaffermano l’obbligo del medico di salvare la vita, anche contro la volontà del soggetto e le sue credenze religiose che impongono il divieto a essere trasfusi. In queste decisioni si legge che qualora il paziente si trovi in stato di incoscienza, la manifestazione del 'non consenso' a un determinato trattamento sanitario, ancorché salvifico, dovrà ritenersi vincolante per i medici soltanto se contenuta in «una dichiarazione articolata, puntuale ed espressa, dalla quale inequivocabilmente emerga detta volontà». Una prova che non si realizza sebbene il paziente abbia con sé un cartellino recante la scritta «niente sangue».
  Si presuppone, dunque, in queste decisioni che nel mediare tra le istanze del solidarismo e del consensualismo in materia di trattamenti sanitari debba prevalere la direttiva in dubio pro vita contro quella fatta propria nel caso Englaro in dubio pro morte.
 

D
unque, i giudici che hanno affrontato i problemi di vita o di morte tracciano princìpi e orientamenti difformi, lontani dal poter realizzare una qualche certezza del diritto. E non vedo come attenti giuristi, forse solo perché sospinti dalle proprie ideologie, sostengano che le Corti abbiano avuto il merito di tracciare una linea di legal polity, di modo che il processo normo-creativo possa usufruirne. Forse non sono state lette con sufficiente attenzione le diverse decisioni riguardanti le scelte di fine vita.
  Ma che un indirizzo giurisprudenziale uniforme non si abbia avuto nel nostro Paese non deve stupire. Gli addetti ai lavori, coloro che vivono la prassi quotidiana delle Corti, sanno bene che è frequente da parte dei giudici l’uso dell’incerta e curva corda della loro ragione, spesso esercitata con criteri selettivi e discriminanti in base alle proprie ideologie politiche, sociali e religiose. Allora, pare necessario e urgente non trascurare l’arte legislativa, in grado di attuare un’opera di mediazione che tenga conto di una società caratterizzata da pluralismo etico.
  * vicepresidente Comitato nazionale di bioetica
 Il vice presidente del Comitato nazionale di bioetica, Lorenzo D’Avack, formula un giudizio severo sul castello di teoremi giuridici che sembra «costruito su misura per porre fine allo stato dell’Englaro»

 Un giurista per la bioetica
 Ordinario di Filosofia del Diritto, Università degli Studi «Roma Tre», Lorenzo D’Avack è membro del Comitato nazionale di bioetica attualmente in carica, del quale è vice presidente.

la questione giuridica

Interventi e Repliche

Le questioni di diritto

Nel dibattito anche giuridico sul caso Englaro, non sembra essere state sufficientemente approfondite le ragioni delle sottili questioni giuridiche connesse specialmente alla efficacia del presunto «giudicato» che si sarebbe formato sulle pronunce della Magistratura (Decreto App. Milano 9 luglio 2008) e della Cassazione con le sentenze n.n. 21748/2007 e 27145/2008. Invero risulta (v. anche Corte Cost. ord. n. 334/2008) che il giudice è stato adito dalle parti private congiuntamente, con l' intervento del Pm, a norma degli art. 732 e segg. e 737 e segg. c.p.c. nell' ambito, cioè, di un procedimento c.d. di volontaria giurisdizione. A differenza di quanto si verifica nell' ambito di un ordinario procedimento contenzioso a cognizione piena (in cui il giudice è chiamato a decidere una controversia, previo accertamento dei diritti in contestazione), il procedimento volontario non contenzioso è inidoneo ad acquisire, come è generalmente riconosciuto, una qualsiasi efficacia di accertamento di diritti soggettivi. Pertanto, anche se il provvedimento volontario contiene un dettato normativo concreto, lo stesso incide su situazioni giuridiche soggettive senza risolvere posizioni di contrasto, avendo solo carattere costitutivo o integrativo o modificativo dei poteri di diritto privato di un soggetto. Nella specie si tratta di autorizzazione ad un «facere».

Ne consegue che il provvedimento volontario nel caso richiesto e adottato non è idoneo a conseguire l' efficacia incontrovertibile del giudicato materiale, ex art. 2909 c.c. - è questo il punto nodale della questione - e quindi non è vincolante per alcuno, posto che esso non accerta e non riconosce diritti soggettivi controversi, essendo, lo stesso (efficace «rebus sic stantibus») contraddistinto dal carattere della revocabilità e della modificabilità «in ogni tempo» anche d' ufficio per fatti nuovi (art. 742 c.p.c.). Se così è, il Governo, in assenza di vincoli «pro-iudicato», poteva con decreto-legge intervenire legittimamente sul caso Englaro, non per creare una legge ad personam, ma adottando - salva la successiva verifica in Parlamento dei requisiti richiesti per la decretazione d' urgenza - un provvedimento legislativo di carattere generale e astratto, avente efficacia per tutti i soggetti che si fossero trovati nelle stesse condizioni della Englaro. Nella specie l' intervento del Capo dello Stato era infatti limitato dall' art. 87 Cost. alla dichiarazione esterna della volontà dello Stato, come si evince dal significato letterale del termine «emanare» riferito dall' art. 87 Cost. ai decreti - legge. Sotto tale profilo è d' uopo rilevare che il decreto della Corte milanese di autorizzazione alla interruzione del trattamento di sostegno vitale, in assenza di una specifica disciplina normativa della materia, non poteva accertare - come non accertava - in capo al suo rappresentante legale, alcun diritto di vita o di morte della persona interessata (l' esercizio di un diritto personalissimo non può mai essere consentito a terzi in nome e per conto altrui) che non risulta avere con la necessaria certezza (non presuntivamente) disposto liberamente della propria vita, nell' esercizio del proprio diritto di autodeterminazione (art. 5 c.c.). Il provvedimento giurisdizionale nella specie adottato, non potendo - in assenza del vincolo del giudicato - riconoscere diritti tutelabili non previsti dall' ordinamento, poteva invece essere legittimamente disapplicato (art. 40 c.p.) da parte di altro giudice o a seguito di un intervento legislativo urgente volto ad impedire l' evento temuto, per dare doverosa applicazione alle norme costituzionali (art. 2, 3, 32) che garantiscono il fondamentale diritto alla vita.

Giovanni Ferraù, già Magistrato, Parma

 

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(15 febbraio 2009) - Corriere della Sera

 

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