Ignazio Marino e gli squarci inaspettati della politica...

Un mio carissimo amico di recente mi ha detto che la bellezza della politica è quando all’improvviso, come accade con una scoperta scientifica, si aprono squarci inaspettati. Le intelligenze si uniscono, le coscienze si allertano, gli animi si risvegliano. E’ l’inizio del discorso di Ignazio Marino - il chirurgo delle interviste agiografiche, il chirurgo buono con lo sguardo che guarda lontano -  per la presentazione del suo programma come candidato segretario per il Partito Democratico. E in effetti stamattina uno squarcio inaspettato si è aperto, e pure qualche coscienza dovrebbe essersi allertata: sul Foglio è stata pubblicata una lettera in cui si spiega che nel 2002 Marino è stato allontanato da uno dei più importanti centri trapianti d’Europa, l’ISMETT di Palermo, e soprattutto dall’University of Pittsburgh Medical Center (UPMC), perché accusato di irregolarità amministrative, cioè di aver percepito rimborsi spese doppi, per circa ottomila dollari.

Niente fuga di cervelli, insomma, per l’addio di Marino all’Italia nel 2002, ma un episodio abbastanza imbarazzante, soprattutto per un personaggio che si presenta come bandiera della legalità e della moralità.

E oggi su Marino è calato il gelo: neanche uno straccio di agenzia, neanche l'ombra di un comunicato, da stamattina fino alle 14.31, quando Mario Adinolfi - non proprio un big nel PD – dà la sua solidarietà al chirurgo. Bisogna poi aspettare fino alle 16.00 per un comunicato dello stesso Marino, che annuncia solennemente la sua intenzione di … cambiare l’arredamento della sede del Pd se verrà eletto segretario. Vuole comprare un tavolo rotondo, per far partecipare tutti.

Il novello cavaliere della tavola rotonda un quarto d’ora dopo può leggere una dichiarazione di Bersani, che dà la sua solidarietà, ma senza troppo entusiasmo: “Non so se lui risponderà o vorrà precisare ma per come l'ho conosciuto voglio ribadire la mia stima”.

E poi basta. Dal resto del Pd, silenzio di tomba. Niente, niet, nisba. Tutti zitti, nel partito, ma zitti pure quelli di Micromega, che lo amano tanto , e muto è stato pure quel Beppino Englaro che Ignazio Marino ha definito un “eroe civile”, che è entrato apposta nel Pd per sostenere il chirurgo e che fino a ieri si è spellato le mani per applaudirlo.

In rete cresce l’agitazione dei “sottomarini” – così si chiamano i suoi sostenitori – che gli chiedono disperatamente di smentire: un po’ difficile, visto che la lettera in questione è controfirmata dallo stesso Marino, che quindi l’ha condivisa, a suo tempo. Ma finalmente, alle otto di sera Marino riesce a rispondere in merito, e tira fuori dal cassetto una lettera con cui il suo avvocato avrebbe smentito quella dell’UPMC.

Certo che dodici ore per trovare la lettera di smentita sono un po’ tantine…evidentemente il chirurgo aveva tanto da fare oggi, e prima di stasera non ha avuto tempo di pensare a queste sciocchezzuole.

Vedremo domani cosa ci diranno i giornali.

Certo, se noi fossimo maligni –ma non lo siamo – penseremmo che non è un caso che questa faccenda sia venuta fuori proprio il giorno dopo la sua candidatura alla guida del Pd. Candidatura vivamente sconsigliata da tanti “compagni” del Pd.

Se fossimo veramente cattivi, ma proprio cattivi – ma noi non lo siamo – ci ricorderemmo dei metodi del vecchio PCI per far fuori gli avversari.

E se la cattiveria aumentasse, e diventasse malvagità – sarà il caldo a fare certi effetti – allora penseremmo che la candidatura di Marino rompe le uova nel paniere – tanto per ricordare qualcosa di rotondo – innanzitutto al candidato Bersani, che non si può certo far superare a sinistra sul tema della laicità.

La candidatura di Marino ha terremotato tutti gli equilibri nel Pd, spostando l’asse della competizione per la segreteria verso un laicismo e una radicalizzazione alla Micromega, che poi inevitabilmente fa perdere consensi al partito. Il Pds-Ds-Pd ha dato tanto spazio a laicismo e antiberlusconismo, troppo spazio, e di questo rischia di morire.

La “scoperta” della lettera pubblicata oggi potrebbe essere l’estremo tentativo di ciò che resta del Pd, di evitare una destabilizzazione irrecuperabile, una sterzata che allontanerebbe altri elettori, che non si riconoscono nella deriva radicale impersonata da Marino. Ma non sarà troppo tardi, per loro?

Caritas in veritate

Il Riformista 8 Luglio 2009

 

DOTTRINA SOCIALE E DIFESA DELL’UOMO

di Eugenia Roccella

 

 

La politica tende a ridurre le mille sfumature che differenziano la grande e multiforme famiglia cattolica, comprimendole in due sfere separate: l’etica del sociale e l’etica della vita. Lo schema segue le grandi semplificazioni generalizzanti, come la distinzione tra laici e cattolici, destra e sinistra; in questo caso, o si privilegia la difesa della vita, e si sta più a proprio agio con il centrodestra, o il terreno del sociale, e si pende a sinistra. Ci possono essere sovrapposizioni e accavallamenti, ma in genere si appartiene all’una o all’altra tribù, che ha il proprio linguaggio, i propri temi privilegiati. Sempre di "ultimi" si tratta: i più fragili, e dunque gli embrioni, i non ancora nati, i disabili estremi, i malati gravi; oppure gli ultimi nella scala sociale, i poveri, gli immigrati, i rifiutati, i bisognosi. L’enciclica "Caritas in veritate" fa piazza pulita di questa distinzione, affermando, con la forza di un pensiero straordinariamente limpido, che «la questione sociale è diventata integralmente questione antropologica».

 

Il rischio all’orizzonte è la fine di qualunque forma di umanesimo, forse persino la fine dell’umano tout court, grazie alla manipolazione non solo della biologia umana e del corpo, ma delle relazioni fondamentali, come quelle tra genitori e figli, e all’indebolirsi di quei rapporti che, attraverso la gratuità e il dono, affermano la fratellanza e l’uguaglianza tra persone.

È un rischio che la politica fatica a leggere, perché sempre troppo coinvolta nel presente, nelle urgenze del momento, mentre la Chiesa, che ha uno sguardo che oltrepassa la contingenza storica, da anni lancia l’allarme, insistendo, come ha fatto il cardinale Ruini, sulla questione antropologica, e non soltanto sulla tutela della vita.

 

Il Papa è chiarissimo: l’enciclica sociale di Paolo VI, la "Populorum progressio", e il concetto di sviluppo su cui fa perno, va integrato con l’"Humanae vitae", e bisogna ricordarsi che «il primo capitale da salvaguardare è l’uomo, la persona nella sua integrità». Non c’è vero sviluppo senza «apertura alla vita», senza combattere la cultura del «disincanto totale, che crede di aver svelato ogni mistero», e che promuove una «concezione meccanicistica» della vita umana.

«Come ci si potrà stupire dell’indifferenza per le situazioni umane di degrado, se l’indifferenza caratterizza perfino il nostro atteggiamento verso ciò che è umano e ciò che non lo è?». Questa è la domanda che la politica, tutta, deve porsi, se vuole attrezzarsi per affrontare le nuove disuguaglianze che si prospettano, che già si stanno creando.

 

Asimmetrie sociali che derivano, per esempio, dall’idea che il corpo e le sue parti siano oggetti materiali, a disposizione del mercato, di cui si possono stabilire i diritti di proprietà. Non parlo solo dell’angosciante questione degli embrioni crioconservati, vite umane sospese tra l’essere e il non essere, ma anche dei molti problemi posti dall’utilizzo di cellule e tessuti, sia conservati per uso personale che a fini di ricerca; o ancora dalla possibilità di produrre farmaci su misura del singolo paziente, e dai nuovi pericoli di disparità di accesso che emergeranno.

Parlo di un mercato del corpo che già esiste, ed è l’altra faccia dei diritti individuali reclamati da alcuni: per esempio la vendita e il traffico di ovociti, problema inseparabile dalla fecondazione eterologa, di cui costituisce il versante commerciale negato.

Potrei citare l’esistenza di una rete internazionale di biobanche private, pronte a coprire ogni offerta possibile, da quella di embrioni belli e fatti (perché fare la fatica di sottoporsi ai trattamenti di fecondazione artificiale, quando si può avere il prodotto semilavorato?) a quella della conservazione delle staminali del cordone per uso autologo, ampiamente pubblicizzata nonostante la comunità scientifica sia concorde nell’affermare che ad oggi non c’è alcun vantaggio concreto per chi lo fa.

Solo il mistero della Creazione, che non si lascia penetrare così facilmente, ci ha salvato dalla produzione di ibridi uomoanimale, consentita dall’apposita Authority inglese, ma fallita nei laboratori; e saranno forse i risultati poco felici della diagnosi preimpianto a impedire che il nuovo eugenismo prenda piede, stabilendo nei fatti, oltre ogni proclama della Convenzione Onu sulla disabilità, che chi è imperfetto non ha diritto a nascere, e che una vita con qualche disabilità non è degna di essere vissuta.

 

«Il problema dello sviluppo è strettamente collegato anche alla nostra concezione dell’anima dell’uomo» si legge nella "Caritas in veritate". La tensione verso la felicità, richiamata nella Costituzione americana, presuppone la capacità umana di guardare verso l’alto, come diceva Simone Weil, e non solo in avanti.

libertas ecclesiae e dintorni

“Gli illuministi non volevano abolire i valori cristiani [ ….] ma non volevano seguire la Chiesa, non volevano continuare a riconoscere Cristo come decisivo per la vita. Allora difendevano i frutti che Cristo aveva portato separandoli dall’origine; hanno voluto fare un cristianesimo senza Cristo, difendendo i valori cristiani a prescindere dalla fonte, dalla sorgente di questi valori”. E’ uno stralcio da Romano Guardini, citato da Don Carròn, per spiegare che non hanno senso le battaglie sui “valori” di per sé – la vita, la famiglia – se non se ne afferma l’origine e il significato.

E’ profondamente vero, ed è il motivo per cui, per esempio, non abbiamo seguito l’amico Giuliano Ferrara quando alle scorse elezioni politiche ha presentato la lista contro l’aborto, pur condividendone - ovviamente – lo scopo: non sono i discorsi sulla sacralità della vita che fanno cambiare idea ad una donna decisa ad abortire.

Noi chiediamo innanzitutto la libertas ecclesiae, la libertà della Chiesa di esistere, e usiamo questo come criterio per scegliere, ad esempio, quale partito votare o quali candidati scegliere alle elezioni.

Ma dobbiamo capire bene cosa significa adesso, ai nostri giorni, chiedere la “libertas ecclesiae”, nel nostro paese, altrimenti rischiamo di equivocare quanto detto finora.

Alcuni miei amici dicono che Libertas ecclesiae significa poter costruire le nostre opere – dalle scuole, al Banco Alimentare, al Meeting – per fare esperienza e testimoniare la bellezza dell’incontro fatto.

Ma allora dovremmo anche ammettere che se domani, ad esempio, la Corte Costituzionale consentisse anche la diagnosi preimpianto degli embrioni, o la fecondazione eterologa, per le nostre opere non cambierebbe niente: ci sarebbe lo stesso il Meeting, faremmo ugualmente la Colletta Alimentare, le nostre scuole continuerebbero ad esistere.

E d’altra parte nella Spagna di Zapatero l’introduzione del matrimonio omosessuale non ha impedito certo ai cattolici di andare in piazza – ci sono andati a milioni – ai vescovi di parlare, ai movimenti e alle famiglie cattoliche di esistere e di operare, di continuare ad esempio le loro opere di carità.

Quindi leggi di questo tipo non impediscono la libertas ecclesiae, se con questa espressione si intende semplicemente la possibilità di costruire le nostre opere, e testimoniare pubblicamente.

Allora, le possibilità sono due: o questi fatti nuovi (fecondazione artificiale, etc.) non hanno niente a che fare con la libertas ecclesiae, e quindi possiamo ignorarli ed andare avanti sulla nostra strada – e allora tutte le conferenze episcopali del mondo stanno sbagliando – oppure dobbiamo chiederci se abbiamo capito cosa significa libertas ecclesiae.

Libertas ecclesiae significa la possibilità che ognuno incontri Cristo, nell’esperienza del popolo cristiano, cioè che abbia la possibilità di vivere l’appartenenza alla Chiesa. Per fare questo incontro dobbiamo innanzitutto poter paragonare quel che ci accade con le nostre esigenze ed esperienze elementari, con quello che chiamiamo cuore.

Ma per la prima volta nella storia dell’umanità – per la prima volta, è bene sottolinearlo – sta accadendo qualcosa di totalmente nuovo: si stanno sovvertendo tutte le categorie fondamentali dell’esperienza elementare. Si sta distruggendo l’umano nelle sue fondamenta.

Un esempio: in Spagna qualche settimana fa è stata data la notizia di due donne lesbiche che, sposate fra loro, hanno avuto due figlie. Ognuna  delle due ha donato i propri ovociti all’altra, con lo sperma di un donatore sono stati fecondati, e ognuna ha portato nel suo utero la figlia “genetica” dell’altra.

Le bambine nate hanno quindi due mamme, di cui una genetica, che ha dato l’ovocita, e l’altra che l’ha portata in grembo, e l’ha registrata all’anagrafe a suo nome. Non hanno padre, legalmente.

Un fatto come questo scardina tutti i rapporti umani naturali esistenti dagli albori dell’umanità. Significa che quel rapporto uomo-donna su cui si basa L’UMANO non è più un dato di fatto oggettivo, un’esperienza umana fondante, ma una delle possibili varianti dell’umanità.

Tecnicamente, un bambino oggi può avere fino a sei genitori, di cui tre fornitori del patrimonio genetico (una donna fornisce l’ovocita, un’altra i mitocondri dell’ovocita, un maschio lo sperma, e quindi il patrimonio genetico del bambino proviene da tre persone), e poi una terza donna mette a disposizione l’utero, una quarta sarà la madre “sociale”, che lo registra all’anagrafe come figlio suo, insieme ad un secondo maschio, il sesto genitore, che sarà il padre sociale.

Qual è l’esperienza elementare di questo bambino? Quale è la sua “certezza morale” o “certezza esistenziale”?

Immaginiamo di raccontare a questo bambino l’esempio che ci faceva Don Giussani per spiegarci la “certezza morale”: se vai a casa e tua madre ti dà il risotto, tu non ti poni il problema di analizzarlo per verificare se è avvelenato, prima di mangiarlo, sarebbe irragionevole. Per il bambino con sei genitori, invece, il problema è capire se ha una mamma e chi è, prima ancora del risotto potenzialmente avvelenato, o no. L’esempio non vale più. (E chi conosce il libro “il senso religioso”, può provare a scorrere il testo e domandarsi quali degli esempi valgono ancora per il bambino con sei genitori).

Non è una questione di “valori” – il valore della famiglia, il valore della vita – ma sono in gioco i fondamenti dell’antropologia.

Paradossalmente possiamo dire che il problema non è l’aborto o il divorzio: che l’aborto fosse un grande male lo sapeva anche Ippocrate, e la fedeltà coniugale senza l’esperienza cristiana è un’eroica eccezione. Adesso aborto e divorzio sono praticati su larga scala, ma fanno parte della carne e del sangue dell’esperienza umana, così come le guerre, gli omicidi, e tante altre manifestazioni del male che la storia dell’uomo conosce, da sempre, e che il cuore dell’uomo – queste sì – pure riconosce.

Ma lo scardinamento del rapporto uomo-donna e la possibilità di creare la vita in laboratorio in forme nuove, e di disporne, questo no, non è mai successo. Così come l’eutanasia – l’uccisione per pietà – c’è sempre stata, più o meno, mentre non si è mai teorizzato il diritto a morire, la scelta di morire quando si vuole.

Mentre per quelli della mia età i sei genitori possibili sono aberrazioni evidenti, dobbiamo essere consapevoli che per i nostri figli e nipoti questa sarà una variante dell’esperienza umana, e anche se non sarà la loro esperienza personale, sarà quella che vedranno nei compagni di scuola, o in televisione. E quanto resisterà, il loro “cuore”?

Non sono solo temi etici, insomma, quelli di cui abbiamo parlato, ma le fondamenta dell’umano. Non sono i “valori” ad essere in gioco, e la differenza fra la Spagna e l’Italia non è che loro hanno Zapatero e noi solo Prodi; la differenza è il Card. Ruini, che ha capito che siamo di fronte a una questione epocale, la questione antropologica. Ed è stato in grado di affrontare la situazione in modo adeguato ed efficace.

La libertas ecclesiae è in pericolo quando si impedisce o si rende comunque difficile il paragone con l’esperienza elementare, perché in questo modo si impedisce l’esperienza cristiana.

Credo che spesso la nostra idea di “libertas ecclesiae” sia legata agli anni passati, quando il problema era avere il diritto di cittadinanza, pubblicamente: appendere un volantino, mettere su il Banco Alimentare, fare le scuole libere. Ma adesso la situazione è cambiata, e non è più questo il problema.

Si potrebbero dire molte altre cose, ma per ora mi fermo qua.

Credo sia importante cominciare a riflettere su tutto questo, se vogliamo capire meglio cosa sta accadendo intorno a noi, e cosa significhi adesso la “libertas ecclesiae”.

giustizia a Teheran

La situazione in Iran sta peggiorando di ora in ora: continuano gli scontri in piazza e la polizia interviene pesantemente, oltre duemila le persone arrestate, spariti centinaia di oppositori del regime, probabilmente ingoiati dalle carceri degli ayatollah, oggi sono stati arrestati otto dipendenti iraniani dell’ambasciata inglese. Ci sono morti, non si sa quanti.

 La gente continua a protestare come può, per esempio lanciando in aria palloncini verdi, o cantando di notte sui tetti delle case, mentre arrivano i miliziani basiji che irrompono nelle abitazioni, sfondando le porte, spaccando gli interni. Video drammatici documentano tutto questo, per esempio qui, qua o anche qua.

Ma per tutto questo non si scaldano i cuori in Italia (e in Europa), c'è indifferenza, ed io lo trovo terribile.

Certo, nessuno degli oppositori di Ahmadinejad è particolarmente liberale, neppure quel Moussavi per il quale tanta gente in Iran sta manifestando.

Ma c’è un popolo che lotta per la propria libertà, – e come suona retorico scrivere queste parole, sembrano descrivere di qualcosa di antico, anzi, di vecchio – e vuole almeno che il proprio voto sia rispettato, pur con tutti i limiti di votazioni come quelle iraniane.

E l’Occidente sta a guardare. Non mi riferisco alle istituzioni, e neppure ai media, che stanno facendo bene il loro lavoro, ma all’opinione pubblica.

A Roma, in piazza Farnese, c’è stata una piccola manifestazione qualche giorno fa, organizzata dal quotidiano “il riformista”. Saranno stati massimo in duecento, e non c’è stata nessuna eco.

Ma dove sono i pacifisti? Perché non si mobilita il tavolo della pace, quella della marcia Perugia-Assisi? Nel sito di riferimento si sono limitati a riportare un paio di articoli tiepidi. Eppure dovrebbero traboccare di preoccupazione, indignazione, iniziative.

E perché per esempio ad Assisi, dove si è manifestato tanto per la pace, soprattutto in segno di amicizia verso l'Islam, a nessuno viene in mente di organizzare una manifestazione per quell'Islam che adesso chiede libertà?

Il 14 ottobre 2001, a un mese dall’attacco alle torri gemelle a New York, parteciparono in 250.000 per dire no alla guerra in Afghanistan.

Adesso tutto tace. Certo, non è una guerra fra stati, e soprattutto non si manifesta contro gli Usa, ma quanto sta succedendo in Iran potrebbe essere l'inizio di una guerra civile, il che non consola. E proprio le drammatiche immagini da Teheran ci stanno dimostrando – se mai ce ne fosse bisogno - che i musulmani non sono antropologicamente incompatibili con la democrazia: non ci sono ribellioni contro l’Islam, ma in nome dell’Islam (la rivoluzione è verde, perché verde è il colore dell’Islam), per la democrazia.

In questi giorni, per una strana ironia della sorte, nei giornali troviamo il ricordo di Woodstock: quarant’anni fa si celebrò il grande happening americano, mega concerto con mezzo milione di giovani, simbolo della cultura hippy e dei figli dei fiori. Tre giorni di pace e musica, adesso c’è pure un museo, ecco qua le foto.

Leggevo gli articoli, guardavo le foto, e pensavo: mezzo secolo di predicazioni e manifestazioni pacifiste, e poi quando veramente un popolo si ribella e viene represso sanguinosamente, tutti stanno zitti, nessuno reagisce, neanche un corteo - figurarsi un concerto - per i ragazzi e le donne di Teheran.

Che tristezza. Ma c’è ancora qualcuno che chiede giustizia? 

Neda

Il video di Neda che muore ha fatto il giro del mondo. Neda è la ragazzina iraniana di sedici anni morta durante le manifestazioni contro i brogli elettorali. E’ stata uccisa, mentre insieme a tanti altri iraniani cercava la libertà e la giustizia. Non è retorica, è la verità. Ma per noi in Italia (e anche in europa, mi pare) è una verità lontana, che non ci coinvolge.

E mentre in Iran c’è un popolo che lotta per la propria libertà, qua ci vorrebbero far credere che il problema sono i dopo cena di Berlusconi.

Una preghiera per Neda, e per il suo popolo.

lezioni di moralità

Augusto Minzolini ci piace. E’ il nuovo direttore del TG1, e ieri ha spiegato a tutti perché il suo TG non si occupa delle cene a casa di Berlusconi. Sostanzialmente, perché non ci sono notizie, solo chiacchiere. Se cliccate qua potete vedervi il video.

Per quel che mi riguarda, non prendo lezioni di moralità da Repubblica, nel senso del giornale.

I loro articoli sono patetici: oggi, per esempio, Edmondo Berselli parla di “amnesia etica”, e punta l’indice, orrore orrore, verso “il mondo di Noemi, il mondo di Casoria e delle feste notturne a strascico, il mondo notturno e terminale di Berlusconi e del Berlusconismo”. E quale sarebbe, l’abisso immondo di Casoria? In che consiste? Che è?

Invece, come sappiamo, il mondo di Repubblica, quello sì, tutta virtù!

Notoriamente, Repubblica è la bandiera della morale cattolica ed indica a tutti castità, sobrietà e fedeltà coniugale. Il suo padrone, DeBenedetti, è un noto benefattore dell’umanità, lui sicuramente non ha mai fatto una festa in vita sua,  tutto casa e bottega, per non parlare di Eugenio Scalfari, che quandoc’eraLui, andava in Via Veneto, e con i suoi amichetti, evidentemente, ci andava a recitare il rosario.. Le pagine di Repubblica e dei suoi inserti trasudano purezza morale, evocano valori etici ora sottoposti ad amnesia (almeno a Casoria), il paradiso dell’anima, insomma.

Ad oggi i fatti sono questi: qualcuno ha portato una prostituta (che a Repubblica chiamano escort perché sono rispettosi delle donne e poi sono tanto educati e certe brutte parole non le dicono per rispetto dei lettori)  a casa di Berlusconi, le ha fatto registrare tutto il registrabile – sei nastri almeno - per poi montare una incredibile campagna di delegittimazione.

E che forse questo qualcuno ha qualcosa a che fare con chi in quindici anni ha fatto di tutto per far fuori Berlusconi, usando pure mezza magistratura italiana, e non ci è riuscito? La domanda sorge spontanea.

Certo che quei nastri dovrebbero essere abbastanza noiosi. A quanto pare Berlusconi ha fatto vedere ai suoi ospiti tutti il filmato con Bush (quindi tutto in inglese), e poi le foto con i nipotini, ha fatto cantare Apicella, ha raccontato barzellette, insomma: che eccitazione. Che eros.

E pure Famiglia Cristiana che ci va dietro. Che fantasia. Rosi Bindi e Ignazio Marino e le loro proposte di legge su famiglia e testamento biologico: Famiglia Cristiana giusto quelli si merita.

pure Gianfranco Fini è preoccupato

 

Campanello, anzi, campanone, ma che dico, sirena di allarme per Fini? Pare di sì. Pare che adesso abbia ben chiaro che se Berlusconi venisse travolto dalla violentissima campagna di Repubblica, se ne tornerebbe a casa pure lui, e senza Berlusconi probabilmente ci resterebbe. 

Quella dei timori di Fini è un'ipotesi non troppo fantasiosa: oggi, su un piccolo giornale locale, il Giornale dell'Umbria, è stato pubblicato un editoriale che potete leggere di seguito, firmato da Alessandro Campi, il direttore scientifico di Farefuturo, la fondazione di Gianfranco Fini, il suo "pensatoio".

 

Leggete cosa scrive Campi, considerato lo "spin doctor" di Fini: 

 

 Il Giornale dell’Umbria 20.6.2009

 

Caso Berlusconi, i giacobini e il rischio caos

 

Alessandro Campi

 

Non è un complotto, ma uno scontro di potere. Duro. Spietato. All’ultimo sangue. Non ci sono fantasmi che tramano nell’ombra, ma attori in carne e ossa – a cominciare dal partito di Repubblica, da D’Alema, da settori politicizzati della magistratura, da schegge di servizi, da qualche famiglio ingrato e invidioso – che hanno deciso di provare ad abbattere Berlusconi, a farlo dimettere e dunque a farlo scomparire dalla scena politica, utilizzando contro di lui le sue stesse debolezze private: la passione per le donne giovani e uno stile di vita che permane esuberante e godereccio a dispetto dell’età ormai avanzata.

Chi ha capito di non poterlo sconfiggere alle urne, ha deciso di tentare l’estrema carta dello sputtanamento del leader su scala planetaria, nella speranza che almeno questa operazione, l’ultima e la più azzardata, riesca.

Si è perciò arrivati – l’ha fatto ieri esplicitamente Il Riformista – a chiedere un suo gesto volontario: rimettere l’incarico e lasciare che si apra una nuova, più normale e più stabile, fase politica, nella forma di un governo tecnico o istituzionale.

Nella peggiore delle ipotesi, se proprio il Cavaliere dovesse incaponirsi, si andrebbe avanti – per settimane? Per mesi? – con questo stillicidio di voci e insinuazioni, di accuse e calunnie, sino a che uno dei due contendenti si deciderà a mollare la presa e ad ammettere la propria sconfitta. Ma potrebbe essere lo stesso Berlusconi a prendere di petto la situazione e a tentare la carta estrema, accettando il rischio di tornare davanti alle urne: in quel caso sarebbero gli italiani a decidere se liquidarlo o tenerselo ancora.

Scenari diversi, quindi, ma tutti assai cervellotici, ipotesi che reggono bene a tavolino, tipici della politica fatta con le chiacchiere, ma che in concreto sono uno più pericoloso e irrealistico dell’altro.

Lasciamo perdere se sia guisto o meno, dal punto di vista della legittimità politico-democratica, cercare di sconfiggere un avversario, regolarmente eletto dal popolo, ricorrendo ad uno scandalo di queste proporzioni e di questa particolare natura, uno scandalo che presenta non poche zone d’ombra.

Chiediamoci piuttosto cosa accadrebbe se Berlusconi fosse costretto a farsi da parte, in modo ignominioso, per una storia di donne. Sarebbe, semplicemente, il caos.

 

Altro che “governassimo”! E ciò per una ragione molto semplice, che gli apprendisti stregoni al lavoro ormai da settimane evidentemente non hanno considerato.

 

Berlusconi non è un leader democristiano qualunque, un capo corrente o un generico segretario di un qualche partito, il cui posto possa essere preso dall’oggi al domani da questo o quello. Berlusconi, per come la sua vicenda politica si è sviluppata negli ultimi quindici anni, è un sistema di potere, un sogno, un pezzo di storia italiana ormai radicatosi nell’immaginario collettivo, un simbolo nel bene e nel male, una personalità carismatica e come tale assolutamente unica, uno stile di vita, una rete assai complessa di alleanze e relazioni.

 

Insomma, tutto fuorché un politico normale, che sia fungibile nel giro di ventiquattro ore attraverso una qualche alchimia di Palazzo. La sua fine traumatica sarebbe la fine di un ciclo storico, che nessuno può pensare di governare con strumenti costituzionali ordinari, come se si trattasse di un semplice avvicendamento alla guida del governo.

Cadendo dall’oggi al domani, travolto per di più dal peso di accuse infamanti, lascerebbe dietro di sé – a destra e a sinistra: sì, anche a sinistra – un campo di rovine e un vuoto enorme.

 

La transizione morbida che alcuni immaginano sarebbe, data l’anarchia generata da un dopo-Berlusconi scioccante e repentino, semplicemente impossibile. Al contrario, si creerebbe lo spazio per le peggiori e più temerarie avventure politiche: verrebbe l’ora degli uomini senza scrupoli e disposti a tutto, dei corsari e dei predatori dell’ultima ora. La confusione e lo smarrimento sarebbero generalizzati. E con un’opinione pubblica allo sbando e un sistema politico a pezzi, con un’Italia presentata agli occhi del mondo come un lupanare, nessuno può davvero prevedere ciò che realmente accadrebbe. Comincerebbe con ogni probabilità una sanguinosa guerra per bande. E dunque perderebbe e finirebbe travolto anche chi oggi crede di avere qualcosa da guadagnare dalla sua rovina politica.

 

Tutti hanno letto, quell’ormai lontano 29 aprile, lo sfogo che Veronica Lario, la consorte offesa di Berlusconi, affidò al quotidiano Repubblica. Ma pochi probabilmente ne ricordano il testo integrale. Un passaggio in particolare merita di essere richiamato, dal momento che aveva quasi il sapore di una tragica anticipazione, di una profezia politica. “Mio marito – diceva testualmente la Lario – insegue lo spirito di Napoleone, non quello del dittatore. Il vero pericolo è che in questo paese la dittatura arrivi dopo di lui, se muore la politica come temo stia succedendo”.

 

La minaccia per la democrazia italiana non è l’esuberanza sessuale di Berlusconi, ma la furia moralizzatrice e giacobina, l’incontenibile fame di potere ammantata di senso della giustizia, che rischiano di prenderne il posto.

Pur con tutti i suoi lati patetici e ormai francamente insopportabili, pur con tutte le sue umane debolezze, compensate tuttavia da una simpatia istintiva e debordante, da una creatività e da una capacità di lavoro politico fuori dal comune, da una grande e riconosciuta generosità, Berlusconi è stato e rimane un grande leader democratico, che il consenso non se l’è comprato con i miliardi, ma conquistato mettendoci la faccia e le idee, incarnando agli occhi di milioni di italiani una grande voglia di cambiamento, il desiderio di un’Italia meno socialmente ingessata e finalmente sottratta al controllo ferreo delle oligarchie dei vecchi partiti.

Il suo bilancio, dopo quindici anni, potrà apparire deludente o francamente fallimentare, ma nessuno può contestare che egli abbia sempre vinto (e perso) per ragioni schiettamente politiche, per ciò che ha pubblicamente detto e promesso agli italiani, per ciò che ha realizzato quando è stato al governo, per il modo con cui ha dato voce e rappresentanza ad una vasta maggioranza di connazionali, non per ciò che ha fatto di pruriginoso o di poco commendevole nel chiuso delle sue ville.

 

E dunque attenti – a destra come a sinistra, soprattutto a sinistra – nell’immaginare scenari politici talmente perfetti da risultare perfettamente irrealizzabili.

Guai a non considerare i guasti incalcolabili per l’Italia che un’eventuale caduta di Berlusconi, in questo clima, con queste modalità, inevitabilmente produrrebbe. La verità è che senza rendersene conto molti, forse perché offuscati dall’odio o da un eccesso di ambizione, stanno scherzando con il fuoco. Ma una volta appiccato l’incendio non ci sarà salvezza per nessuno.

aggiornamenti, e Catilina

La Fnomceo, la federazione degli ordini dei medici, ha elaborato un documento sulle dichiarazioni anticipate di trattamento, molto discusso e discutibile.

Qua un mio editoriale sulla faccenda, su Avvenire, e qui, invece, un'intervista a Eugenia Roccella, sempre sul documento Fnomceo, anche questa pubblicata su Avvenire.

Dopo questo post, invece, alcune considerazioni su Adriano Sofri e dintorni.  

E a commento della squallidissima piega della politica di queste ultime settimane, un pezzo molto interessante di Deborah Bergamini

Il Corriere della Sera 18.6.2009

Il Cavaliere, moderno Catilina e le persecuzioni dei riformatori

Deborah Bergamini

Caro direttore,

salvare Catilina, salvare la Repubblica. Roma, I secolo A. C.: Lucio Sergio Catilina è un patrizio romano, uomo coraggioso e di parola. In breve tempo percorre con inaspettato successo tutta la carriera politica, coltivando idee di giustizia sociale e libertà. Per tre volte tenta di raggiungere la carica di console, massima autorità repubblicana, spinto da un consenso popolare straordinario frutto di posizioni anticonformiste, progetti di riforma e profondo senso della Patria.
Per tre volte i poteri forti del tempo utilizzano tutti i mezzi, leciti ed illeciti, per combatterlo e sconfiggerlo. Nella Roma del 50 a.C. esisteva una norma molto lontana dall'attuale concezione del diritto, che alcune moderne marionette del giustizialismo italico vorrebbero applicare anche alla nostra democrazia: ai cittadini romani anche solo inquisiti veniva impedito l'accesso ad ogni carica pubblica. Ed è sulla base di questa norma che Lucio Sergio Catilina viene per due volte accusato di nefandezze a pochi giorni dalle elezioni, interdetto e poi assolto dopo il voto. Ma a chi vede in Catilina e nel suo partito un pericolo troppo grande per i propri interessi, l'esclusione anche solo temporanea del «rivoluzionario conservatore» non può bastare: occorre distruggerne il consenso per intero. Il compito viene affidato al più famoso e abile avvocato del tempo, Marco Tullio Cicerone, alla sua spregiudicatezza e alla sua straordinaria capacità di falsificare i fatti. Cicerone trasforma Catilina in un hostis, un nemico della Patria, servendosi dei più efficaci strumenti dell'epoca: dalle accuse basate su lettere anonime, ai brogli elettorali, ai discorsi retorici tesi a costruire l'immagine più degenerata del suo avversario, fino alle palesi violazioni della legge romana. Tra le accuse più infamanti, Cicerone imputa a Catilina di aver corrotto una giovane vestale, vergine e consacrata alla dea del focolare.
 

Ci spostiamo di oltre 2000 anni

. Al famoso avvocato pensano di sostituirsi procure politicizzate e redazioni di giornali. Al posto delle orazioni di Cicerone, si ascoltano i teoremi mediatici e giudiziari, si assiste all'uso spesso indecente di foto, video e intercettazioni. La tentazione è sempre la stessa: demonizzare il «rivoluzionario conservatore» di oggi. Gli optimates di ieri che armarono le azioni di Cicerone erano i rappresentanti di una classe senatoriale gelosa custode di privilegi politici ed economici; gli optimates che violentano le regole di oggi sono potentati senza patria, politici mediocri e polverosi intellettuali. Il potere non accetta gli imprevisti e spesso i grandi riformatori, gli uomini in grado di cambiare la storia, si presentano all'appuntamento senza bussare. Questo li rende inaccettabili.

Ma la storia maledice il suo ritorno. Il suo tragico fugge davanti alla farsa in cui si trasforma. E così accade che oggi, per distruggere l'uomo che sta cambiando l'Italia, si è persino disposti a distruggere l'Italia stessa. Minando la fiducia nelle istituzioni che quell'uomo rappresenta, il valore di una democrazia fondata sul consenso popolare, l'immagine di una nazione all'estero e la percezione che il Paese ha di se stesso. Si è disposti a far precipitare la dignità nazionale dentro il buco di una serratura. Un'opera di demolizione che non dovrebbe giovare a nessuno. O forse sì. Quando l'avversario politico viene trasformato per forza in un nemico della patria, quando diviene normale distruggerne il nome, la famiglia, gli amici, i collaboratori, la vita stessa, quando trionfano coloro che accusano per mestiere, con illazioni e teoremi, dietro il velo di un'informazione che è spesso solo fango, allora il diritto scompare, le Repubbliche cadono, le libertà civili si spezzano e i Cesari, quelli veri, arrivano di lì a poco. 

Adriano Sofri vuole fare la morale....

Anche oggi (venerdì) Adriano Sofri in prima pagina su Repubblica ha scritto un articolo molto violento contro Berlusconi. Ultimamente ne ha scritti altri così grevi, sulla vicenda di Eluana Englaro, essendo lui d’accordo nell’interrompere alimentazione ed idratazione assistita.

Adriano Sofri, fondatore e leader carismatico di Lotta Continua, è stato condannato in via definitiva: la giustizia italiana, in tutti i gradi di giudizio, lo ha riconosciuto colpevole in quanto mandante dell’omicidio del commissario Calabresi.

Adriano Sofri si è sempre dichiarato innocente. Liberissimo lui di farlo, naturalmente. Liberissimi noi di dubitare della sua innocenza, e di ricordargli sommessamente che c’è una certa differenza fra essere sospettato di andare a puttane, ed essere condannato in via definitiva come mandante di un omicidio.

E lui stesso, comunque, pur ritenendosi innocente dal punto di vista penale per l’omicidio Calabresi, si considera corresponsabile per quel che ha scritto e fatto a quei tempi. Che ha da moraleggiare, allora?

Adriano Sofri non è scappato ed è andato in galera, quando è stato riconosciuto colpevole, ma non mi pare che per questo debba essere trattato come un eroe.

Non è questione di essere vendicativi con chi ha sbagliato. Pagati i propri debiti con la giustizia, si ha certamente diritto di parola. Ma a mio avviso il massimo del moralismo ipocrita, e insopportabile, è leggere Adriano Sofri che consiglia Berlusconi di lasciare la politica, che “non è mai stato l’affar suo”, con un “dignitoso congedo”, per il quale “venti minuti al Quirinale sarebbero perfino troppi”. Sì, lo scrive proprio lui, Adriano Sofri, lui che in politica ha rappresentato il peggio del peggio, la peggiore gioventù del nostro paese, quella che il giorno dopo l’uccisione di Calabresi titolò il pezzo dedicato all’omicidio, su Lotta Continua “Giustizia è fatta”.

E se Sofri pensa che uno come Berlusconi dovrebbe lasciare la politica, cosa dovrebbe fare lui stesso, Adriano Sofri, se usasse su di sé i medesimi criteri di giudizio che usa per Berlusconi?

Adriano Sofri, per definizione innocente, solo perché fa parte della casta, quella giusta, quella vera, quella degli intellettuali raffinati pensosi colti e chic sinistreggianti, signora mia, che non se ne trovano più.

Come direbbe Totò: ma mi faccia il piacere……

è vero, c'è un piano eversivo

E’ in atto un’operazione eversiva per delegittimare Berlusconi e obbligarlo a dimettersi da Presidente del Consiglio.

In pratica si cerca di rifare quello che è successo con “mani pulite” nel 1993: allora volevano delegittimare tutta una classe politica (colpevoli e innocenti insieme, e se qualcuno ha avuto la vita distrutta e qualcun altro si è pure suicidato, e chissenefrega) per far prendere il potere a chi non ci riusciva ( e continua a non riuscirci)  con le elezioni.

Ma nel 1993 avevano cominciato con reati veri – tangenti – e volevano far fuori un’intera classe politica, mentre adesso vogliono eliminare innanzitutto Berlusconi dalla scena, usando di tutto: cinquemila – diconsi  cinquemila – foto fatte dentro casa sua, con appostamenti per mesi e mesi. Hanno pure fotografato gente che si faceva la doccia (e leggete qua il gustosissimo pezzo di Nicoletta Tiliacos). Per non parlare della storia del compleanno di Casoria.

E siccome hanno archiviato la faccenda dei voli di stato con ospiti a bordo (come era ovvio, visto che una, due o tre persone in più non aggiungono neanche un euro di costo, e Berlusconi è obbligato a prendere gli aerei di stato per questioni di sicurezza. Ricordo a tutti che lui ha una flotta aerea privata), e siccome l'incontro con Obama è andato benone, sì, proprio con Obama, quello che tuttipazziperObama  (e leggete qua il commento del foglio, quanto je rode), allora hanno tirato fuori la storia di Bari. E chissà cosa spareranno i prossimi giorni. Prepariamoci a tutto.

E, fatalità, Massimo D’Alema,formalmente ex comunista, proprio domenica scorsa aveva annunciato “scosse” future nella maggioranza, per cui l’opposizione si sarebbe dovuta tenere pronta per soccorrere la nazione e – ma che grande sacrificio! – magari tornare pure al governo. E chissà, a lui glielo avrà detto un uccellino, che si stava preparando qualcos'altro. Oppure avrà fatto anche lui una seduta spiritica, come Prodi ai suoi bei tempi.

Non so cosa potrà uscire sui giornali i prossimi giorni. So solo che la sinistra è a pezzi, e non riuscendo a mettere insieme neanche due mezze idee per uscire dalla crisi nera – dalla quale non usciranno mai, perché la sinistra sta uscendo dalla storia, ringraziando Iddio, ed era ora – ha lasciato a Repubblica il compito di fare la vera opposizione nel paese. E oggi, con la storia di Bari, ci si è messo pure il Corriere della Sera (ma poteva mancare?)

Repubblica, Il Corriere. La voce dei poteri forti, insomma. Altro che Casoria, e Noemi, e tutta la parentela....Vogliono la testa di Berlusconi.

 Quel Berlusconi che vince troppo, che non riescono a sconfiggere in nessun modo. Quel Berlusconi che odiano, perché ha feeling con la gente. Quel Berlusconi che ci ha salvato dal regime dei giudici e delle toghe rosse del '93. 

L’attacco c’è, ed è personale, a lui. Era preparato da tempo, ed è scattato quando Berlusconi ha raggiunto il massimo della popolarità, dopo il terremoto.

Dobbiamo capirlo, e fare bene attenzione.

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