elezioni amministrative

Sommersi dai commenti sulle elezioni amministrative, cerchiamo di orientarci, anche se sarà il secondo tempo, quello dei ballottaggi, a stabilire definitivamente vincitori e vinti.

A Roma aspettiamo la vittoria della Raggi: chi ha votato la Meloni (con Salvini)  al primo turno non voterà l’ex radicale Giachetti al secondo. E’ anche bene essere intellettualmente onesti, e riconoscere che proprio Meloni e Salvini sono andati maluccio nel resto d’Italia (tranne la Lega a Bologna): d’altra parte Lega e FdI non possono guidare il centrodestra. Possono solo essere alleati in uno schieramento sì di centrodestra, ma guidato da qualcun altro, che per ora purtroppo non c’è. E se a Roma la Meloni ha raggiunto un risultato importante, va detto che però è il suo massimo (a risultati invertiti, al ballottaggio sicuramente i voti di Giachetti non sarebbero andati a lei, e solo in piccola parte quelli di Marchini le sarebbero arrivati) - e con un consenso che resta confinato al “caso” Roma. Per lo stesso motivo ci potrebbero essere sorprese a Torino: i voti dispersi a destra non andranno a Fassino al secondo turno. A Milano se la giocheranno all’ultimo voto, e speriamo vinca Parisi.

Insomma, a Renzi è andata male e potrebbe andare a finire molto peggio, perché potrebbe perdere tutte e tre queste città, le principali. Ma d’altra parte era stato avvertito, al Circo Massimo: nei paesi occidentali, di tutti i governi che hanno approvato leggi su unioni/matrimoni/filiazione di persone dello stesso sesso, nessuno è stato riconfermato. E se è vero che da certe leggi difficilmente si torna indietro – ma noi ci proveremo con il referendum – è anche vero che nonostante tutto queste leggi sui “nuovi diritti” non portano il gran consenso che si penserebbe nel leggere i giornali, tutti rigorosamente allineati nel regime del politically correct. E se lo spartiacque sarà il referendum del prossimo ottobre, questo del ballottaggio potrebbe essere un amaro antipasto. Vedremo.

Veniamo ai cattolici: un voto sparso, che in quanto tale non pesa più come invece ha pesato nel periodo berlusconiano. Non voglio infierire commentando il risultato del Popolo della Famiglia, largamente prevedibile: faccio qualche osservazione per capire quel che è successo, e perché si eviti di continuare a farsi del male, non guardando in faccia la realtà.

Nella sua pagina fb, il PdF comunica che i sindaci da loro indicati hanno preso oltre cinquantamila voti. Anche ipotizzando che tutti questi voti coincidano con quelli del PdF (che in diverse città sostenevano sindaci insieme ad altre forze), si tratta di un numero di voti corrispondente a un piccolo angolo delle due piazze del Family Day: piazze che evidentemente non si sono sentite rappresentate da un partito che invece si proponeva come loro voce.

Avevamo già la lezione della “lista pazza” di Giuliano Ferrara, ma evidentemente non è bastata. Se parlo del fallimento del PdF, quindi (e per carità di patria non parlo dei numeri delle preferenze), lo faccio perché vorrei evitarne altri, di fallimenti, e di disastri futuri per noi cattolici: in politica le sconfitte pesano, e a volte pesano per anni.

Dobbiamo ricostruire un’alternativa a Renzi. E la strada è quella della ricostruzione di un centrodestra nuovo, consapevoli che adesso si tratta di uno schieramento senza leader, frammentato, e che purtroppo non ci sono De Gasperi in vista. Ma solo all’interno di quello schieramento, in contrapposizione al centrosinistra, possiamo far sentire e pesare la nostra voce. Adesso non ci sono altre strade.