Aeroporto di Istanbul

Aeroporto di Istanbul. Arrivata da Tbilisi, tre ore di attesa prima del volo per Roma.  Aspetto in una specie di enorme crocevia, fra negozi di ogni tipo, quelli tutti uguali degli aeroporti – duty free, bulgari, bazar e delizie locali – mentre un sacco di gente va e viene. Tantissime donne velate, e tante completamente vestite di nero, con quella veste che ha solo una fessura orizzontale per gli occhi. Molte di più di quelle che avevo visto qualche anno fa, nella stessa città. Brutto segno. Burka, nikab, o come si chiama: tengono per mano i bambini, di solito un passo indietro ai loro mariti, che invece vestono comodamente all’occidentale, jeans e maglietta leggera. Le mogli si muovono lentamente, un po’ goffe, i corpi sembrano appesantiti, non si capisce se più da quel feretro che le imprigiona o se invece proprio dalle maternità che pare averle sopraffatte, e in tutto quel nero difficile immaginarle sorridere. Ma a un certo punto, tutti si voltano: eccola qua, figura snella, da sola, va svelta in mezzo alla gente, anche lei con il sudario nero che fa vedere appena gli occhi, uno sguardo vivacissimo, e soprattutto due strepitose ballerine rosa ai piedi. Un rosa acceso, che spicca sul nero. Quelle il burka non riesce a coprirle, e probabilmente nessuno gliele può rimproverare, nessuno ha potuto negargliele. Si vede anche un angolo di foulard, rosa pure quello come le ballerine, che viene fuori in mezzo al nero, da qualche parte sulle spalle, e due polsini - ancora quel rosa! - che escono dalle lunghe maniche del tunicone.  E’ un attimo, cammina veloce, ma tutti la notano, e guardano stupefatti quelle ballerine rosa che spuntano ostinate dal nero della veste, e si muovono veloci sul pavimento dell’aeroporto. Ho immaginato che fosse la sua ribellione, la sua voglia di vivere, di farsi vedere, notare e ammirare, lei sicuramente molto giovane, che non vuole farsi soffocare da tutto quel nero opprimente. Che combatte per la sua libertà come può: con un paio di ballerine rosa.