22 febbraio: anniversari

Oggi in molti abbiamo ricordato l'anniversario della morte di Don Giussani, il 22 febbraio del 2005.

Credo che il modo migliore per fare memoria del Don Gius, oggi, sia ricordare un altro anniversario, che cade lo stesso giorno della sua morte: quello del processo e della esecuzione della condanna a morte dei ragazzi della Rosa Bianca. Sophie Scholl, suo fratello Hans Scholl e Christoph Probst, di 21, 24 e 23 anni, vennero decapitati il 22 febbraio 1943, lo stesso giorno dell'unica udienza del processo e dopo solo tre ore dalla sentenza. Successivamente saranno processati e condannati a morte altri amici: Alexander Schmorell, Kurt Huber, Willi Graf. La loro colpa: essersi opposti alla dittatura nazista, per amore della verità, in nome della propria comune amicizia. La resistenza dei ragazzi della Rosa Bianca è stata resistenza, nell’amicizia, dell’intelligenza e della libertà di pensiero e di parola. Una resistenza concretizzata in sei volantini che, dal giugno 1942 al febbraio 1943, vennero distribuiti a migliaia in Germania, con la consapevolezza che, come scritto nel quarto volantino “E’ ben vero che si deve portare avanti con metodi razionali la lotta contro lo stato terroristico; ma chi oggi dubita ancora sulla reale esistenza di forze demoniache, non ha ancora capito lo sfondo metafisico di questa guerra”.

E, come commentò Romano Guardini: “Di certo hanno lottato per la libertà dello spirito e per l’onore dell’uomo, e il loro nome resterà legato a questa lotta. Nel più profondo hanno vissuto però nell’irradiazione del sacrificio di Cristo, che non ha bisogno di alcun fondamento nell’esistenza immediata, ma sgorga libera dalla fonte creativa dell’eterno amore”.

Sophie Scholl, nel maggio del 1940, scriveva: “Come ci si può aspettare che, allora, il destino conceda vittoria a una giusta causa, quando nessuno è pronto a sacrificarsi pienamente per essa?”

Sophie fu la prima a essere decapitata. Poi Christoph e infine Hans che prima di appoggiare il capo sul ceppo, esclamò a voce alta, che risuonò per tutto il carcere: “Evviva la libertà”.