Febbraio 2015

Una volta era un bravo giornalista

Una volta Andrea Tornielli era un bravo giornalista.

Ma adesso ha cambiato mestiere. E quando lo si legge, quasi vedi volare frecce avvelenate, attacchi trasversali, messaggi conto terzi, spesso veri e propri pizzini, nel peggiore stile da “corvo” della vecchia curia.

Eppure lui si sente chiaramente Interprete Privilegiato di Papa Bergoglio.

Non sono sicura che Tornielli abbia capito veramente Papa Francesco. Ma forse, continuando così, Papa Francesco capirà che tipo è Andrea Tornielli.

Per esempio: oggi Andrea Tornielli ha fatto pollice verso nei confronti del Cardinale Pell, uomo di fiducia del Papa in ambito economico, grande protagonista dello scorso Sinodo sulla famiglia, punto di riferimento degli anti-Kasper.

Un attacco senza precedenti, condito con un ultimo, ignobile paragrafo, in cui addirittura Tornielli riportava, come fossero riferiti a Pell, stralci del discorso di Papa Francesco alla Curia Romana di dicembre scorso, nella parte che descriveva la “quindicesima malattia”.

L’articolo di Tornielli si intitola “Vaticano, crescono i dubbi sui troppi poteri di Pell”, e l’ultimo paragrafo recitava così:

“Alla luce di quanto accaduto in questi giorni vale forse la pena rileggere le parole di Francesco nel discorso alla curia romana dello scorso dicembre. Come quindicesima e ultima ‘malattia’, il papa aveva indicato quella del ‘profitto mondano, degli esibizionismi, quando l’apostolo trasforma il suo servizio in potere, e il suo potere in merce per ottenere profitti mondani o più poteri. È la malattia delle persone che cercano insaziabilmente di moltiplicare poteri e per tale scopo sono capaci di calunniare, di diffamare e di screditare gli altri, perfino sui giornali e sulle riviste. Naturalmente per esibirsi e dimostrarsi più capaci degli altri. Anche questa malattia fa molto male al corpo perché porta le persone a giustificare l’uso di qualsiasi mezzo pur di raggiungere tale scopo, spesso in nome della giustizia e della trasparenza’”.

Usiamo i verbi al passato perché appena Sandro Magister nel suo blog “Settimo cielo” ha segnalato il passo velenoso dell’articolo di Tornielli, fatalità, ecco che la citazione della quindicesima malattia è scomparsa dal sito  Vatican Insider. L’intero paragrafo è stato cancellato.

E’ lo stesso Magister a raccontarlo.

Chissà se è stato un uccellino a suggerirglielo, ad Andrea Tornielli, o forse un momento di lucidità. Nel caso, speriamo che duri.

 

siamo circondati

Siamo a sud di Roma…in Libia.

Questo hanno fatto sapere i terroristi islamici, che stanno dilagando in Libia, e che hanno sgozzato i prigionieri cristiani copti, e l'hanno fatto vedere, orgogliosi, nell’ennesimo, tremendo video di propaganda, guardate qua, terribile: e all’indomani degli ennesimi attentati contro la libertà di parola a Copenaghen, e contro gli ebrei in una sinagoga, che sono costati due, ennesimi, morti innocenti.

Oggi in Francia sono state profanate centinaia di tombe in un cimitero ebraico, mentre in Germania hanno cancellato la più grande parata del carnevale tedesco a Nord (a Braunschweig, per la cronaca io ci sono stata per un anno a lavorare all’università) per via di minacce da parte degli islamici (si temeva un attentato).

Ribadisco, in sintesi, quanto scritto ieri, a proposito del commento di Carron sulle stragi di Parigi, specificando alcuni punti:

- nell’Europa scristianizzata il terrorismo islamico penetra come nel burro, complice l’atteggiamento arrendevole di chi non ha più niente da difendere, v. questo articolo di Tempi sui finanziamenti pubblici francesi alle moschee, anche dei fratelli musulmani;

- i terroristi islamici hanno dimostrato di essere pure peggio dei nazisti, che non erano mai arrivati a pubblicizzare le atrocità dei campi di sterminio, di cui hanno cercato, invece, di nascondere le prove; questi islamici terroristi ci fanno sopra i filmati, pure molto curati dal punto di vista grafico (niente a che vedere con i video da Tora Bora)  e fanno vedere al mondo come si sgozzano i cristiani;

- ho portato a esempio i ragazzi della Rosa Bianca, che sono morti per essersi opposti al Nazismo: non si sono accontentati di una testimonianza personale che si limitasse al semplice quotidiano, ma, in forza della propria amicizia basata sulla comune fede cristiana, si sono ribellati pubblicamente ai nazisti, con cui non si sono posti neppure il problema di dialogare, ma che volevano abbattere;

- si sono opposti con le armi che avevano, cioè la fede e le parole, espresse in giudizi pubblici che sono costati loro la vita. In questo modo hanno conservato la propria fede, traendone tutte le conseguenze;

- nel mio piccolo, posso combattere solo così: consapevolezza condivisa con un gruppo di amici, giudizio pubblico e preghiera. Nel privilegio di non rischiare la vita, almeno per ora;

- se fossi il ministro degli esteri, impiegherei tutte le mie energie per mettere insieme una coalizione internazionale e spianare l’Isis, possibilmente asfaltandola. Non ci sono alternative, con questi. E’ la stessa opinione di alcuni vescovi, che rischiano la vita accanto ai loro fedeli, per esempio l'arcivescovo di Erbil che ha chiesto un'azione militare di terra; 

- Il vescovo di Tripoli, che tanto si era opposto alla guerra a Gheddafi – la più stupida della storia, fortissimamente voluta dalla Francia, e da Obama, e appoggiata dal compagno Napolitano, sempre bene rinfrescare la memoria – non ha intenzione di lasciare la città e vuole rimanere fino alla fine accanto ai suoi. Preghiamo per un vero pastore di anime, e per tutti i suoi cristiani, e ci inchiniamo davanti al suo coraggio, e al coraggio di tanti vescovi, di quelle che oggi sono le periferie più periferie di tutte, quelle in guerra. Sono i vescovi che non abbandonano i loro fedeli ma stanno con loro sempre. “Quo vadis, Domine?”

Carron e le stragi di Parigi

Oggi su Il Corriere della Sera leggiamo una riflessione di Carròn sulle stragi francesi di un mese fa.

Un giudizio interessante, il suo, maturato in questo periodo di silenzio, un silenzio che quindi non voleva evitare un “giudizio a priori” (come se un suo giudizio pubblico impedisse una posizione personale di ciascuno di noi, ci trattenesse dal dire “io”, come scrive invece un lettore di Chioggia su Tracce di febbraio), ma anzi, forse anche dovuto a quello che giustamente Carròn descrive come “un contraccolpo di smarrimento o paura”, che “nessuno ha potuto evitare”, dopo le stragi francesi, e anche dopo i fatti tremendi che stanno ancora succedendo (è di oggi la notizia della conquista di Sirte, in Libia, da parte dell’Isis: sono arrivati letteralmente davanti casa nostra).

La chiave di lettura proposta da Carròn parte da un’osservazione: gli esecutori delle stragi non erano stranieri  ma cittadini francesi, immigrati di seconda generazione. Analogamente, molti giovani lasciano l’Europa e vanno a combattere nelle fila dei terroristi dell’Isis. Sono il risultato di un “vuoto corrosivo” un “nulla dilagante”, e la scommessa è rispondere a questa situazione a partire da qui, dall’Europa, dalla testimonianza dei cristiani d’Europa.

Un “vuoto corrosivo” esito della scristianizzazione del nostro continente:  quante volte Giovanni Paolo II ha chiesto invano di inserire le radici giudaico cristiane nel preambolo della costituzione europea! Ricordiamo che fu la Francia ad opporsi più fortemente, quella Francia che adesso vede la sconfitta della sua idea di “laicité”, affogata nel sangue delle stragi di un mese fa. Interessante a proposito questo pezzo di Meotti, “I fiori del male”, che parla di Bruxelles, capitale del Belgio e “capitale dei suicidi e del jihad, dove il cristianesimo si sta spegnendo e a un gaio nichilismo subentra l’islam”.

Sarebbe utile adesso un confronto con la laicità americana, quella in cui tutti i discorsi del Presidente, Obama compreso, terminano con “God bless America”

Ma c’è di più.

Le stragi di Francia di vignettisti ed ebrei e, a seguire, il pilota giordano arso vivo, con tanto di video proiettato nelle piazze, riescono a superare gli atti stessi dei nazisti, i quali comunque tenevano nascoste le atrocità dei campi di sterminio, e tentarono addirittura di distruggerne le prove. Neppure Hitler ha mai cercato di farsi pubblicità con le crudeltà inflitte agli ebrei. E, in aggiunta, se a questi islamici terroristi e fondamentalisti delle stragi e dei roghi si oppongono quelli “moderati” che ne chiedono la crocifissione e l’amputazione degli arti, allora si smonta anche la storia dello scontro interno fra "estremisti" e "moderati": vogliamo forse scegliere fra croce e fiamme?

Quello che è in gioco ce lo ha spiegato bene Benedetto XVI nel suo discorso di Ratisbona, quando, in buona sintesi, diceva che la verità deve essere ragionevole.

Una verità senza ragione – come quella che si pretende essere scritta nel Corano, da accettare perché dettata direttamente da Allah – è di per sé violenta, non può che esserlo. Questo è IL problema intrinseco all’Islam, di cui gli islamici devono prendere consapevolezza, a cui devono guardare in faccia. E noi con loro, senza false scorciatoie buoniste o politicamente corrette.

E per questo la nostra testimonianza di cristiani è innanzitutto quella della ragionevolezza della verità che abbiamo incontrato. “Rendete ragione della speranza che è in voi”, scriveva S. Pietro nella sua prima lettera, quando si rivolgeva a un gruppo di cristiani che erano minoranza in un ambiente ostile e pagano, in Asia Minore.

Nella nostra storia, di CL, ci sono sempre stati indicate persone, gruppi di amici che hanno reso ragione pubblicamente della verità incontrata.

Come ad esempio i ragazzi della Rosa Bianca, ai quali non è bastata una testimonianza personale nella vita quotidiana, ma che insieme hanno addirittura affrontato Hitler nel giudizio pubblico con sei volantini, che incitavano alla resistenza contro il dittatore nazista chiedendo libertà per il popolo tedesco, e tutto questo l’hanno pagato con la vita.

La mostra al Meeting dei ragazzi della Rosa Bianca ha fatto il giro d’Italia, giustamente, perché non era un tentativo ideologico il loro, ma la necessità di affermare insieme e pubblicamente la verità, una verità vissuta nell’esperienza di un’amicizia basata sulla fede cristiana.

“Volti di un’amicizia” era il sottotitolo della mostra, che spiegava “La Rosa Bianca non è innanzitutto un gruppo di resistenza, quanto piuttosto un gruppo di persone unite da una profonda amicizia”; un’amicizia descritta da uno di loro così: “gioiresti di questi volti, se tu li potessi vedere. L’energia che uno dedica a quei rapporti rifluisce tutta intera nel proprio cuore”; un’amicizia che faceva concludere così il loro quarto volantino: “Noi non taceremo, noi siamo la voce della vostra cattiva coscienza; la Rosa Bianca non vi darà pace”.

Ci torneremo su.

le invisibili solitudini.

Un fatto riportato in una cronaca locale mi ha colpito molto. L'ho commentato su Avvenire che - molto opportunamente - ha titolato il commento: le invisibili solitudini.

Non la incontravano da una decina di giorni. Una conoscente l’ha cercata caparbiamente, setacciando uno a uno i reparti dell’ospedale, dove qualcuno diceva di averla vista, e alla fine l’ha trovata nell’androne del Pronto Soccorso, avvolta da una coperta, su una barella, molto sporca e denutrita. Non è il classico caso di malasanità, e per questo non diciamo il nome del paese. 

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Eluana per sempre nei nostri cuori

A sei anni dalla sua morte, ricordiamo la nostra Eluana con le voci di due dei principali protagonisti della battaglia di sei anni fa, Eugenia Roccella e Maurizio Sacconi, all'epoca rispettivamente Sottosegretario e Ministro della Salute, che fino alla fine cercarono di salvarla:

Comunicato di Eugenia Roccella, oggi:

(AdnKronos Salute) - "Sei anni fa, il 9 febbraio, si spegneva Eluana Englaro, a seguito della decisione di un tribunale che aveva stabilito per lei un protocollo di morte per denutrizione e disidratazione. Non dimenticheremo mai la generosa corsa contro il tempo del Governo, e poi di una parte del Parlamento, per cercare di salvarla. Eluana è morta, ma il confronto pubblico nell'arena politica e nella società civile ha impedito fino ad oggi che altri casi come il suo si verificassero". Lo dichiara in una nota Eugenia Roccella, parlamentare di Area popolare e vice presidente della Commissione Affari sociali della Camera, in prima linea in quei giorni del 2009 quando era sottosegretario alla Salute. "Ancora oggi ci sono sentenze creative e sconcertanti nell'ambito delle tematiche di inizio e fine vita - osserva Roccella - e ancora oggi c'è chi vorrebbe introdurre l'eutanasia nel nostro Paese. Ma non dimentichiamo che il 9 febbraio è anche la Giornata nazionale sugli stati vegetativi, una giornata chiesta dalle associazioni dei familiari delle persone in queste condizioni, che ci ricorda che non stiamo parlando di non-persone, di candidati all'eutanasia, ma di gente viva, colpita da una forma estrema di disabilità, a cui va dato il necessario sostegno". "Le Istituzioni, intanto, hanno lavorato: nel 2011 - sottolinea la Parlamentare - è stato concluso un importante accordo Stato-Regioni per delineare il percorso di cura e sostegno delle persone in stato vegetativo e in minima coscienza, e le amministrazioni locali, anche se a volte con troppo lentezza, lo stanno mettendo in atto. Il nostro impegno a difesa della vita non è finito, e non finirà, anche in memoria di Eluana".

Maurizio Sacconi, oggi: "A sei anni dalla morte procurata di Eluana Englaro mi sento di ribadire cio' che feci come ministro. Non c'era, come fortunatamente non c'e', una legge sull'eutanasia per cui fu mio dovere segnalare che il servizio sanitario nazionale era ed e' istituzionalmente orientato solo alla vita": cosi' Maurizio Sacconi, senatore di Area Popolare. "Si tento' di confondere il caso di una disabile grave, di cui nessuno poteva dichiarare il grado di reversibilita', ragionevolmente in grado di vivere a lungo, con una condizione di accanimento terapeutico. Mentre acqua e cibo non sono ovviamente terapie. Ancora oggi - prosegue - rimango contrario ad una legislazione per l'eutanasia e favorevole al rafforzamento delle politiche di sostegno alle famiglie in relazione alle gravi forme di non autosufficienza che normalmente si cerca di assistere nel calore delle relazioni familiari".

Qui il post della drammatica sera di sei anni fa, su stranocristiano.it.

E qua pure i surreali festeggiamenti. E' sempre bene rinfrescare la memoria, con precisione. 

 

quante bugie

Quante bugie sulla faccenda dei bambini con tre genitori! Tutti a magnificare questa presunta "terapia", che adesso, allo stato attuale delle conoscenze, tutto è tranne una terapia.

Per approfondire: qui un'intervista su Repubblica - dicesi Repubblica, non propriamente l'accademia per la vita - allo scienziato che guida la società europea di genetica umana, uno favorevole alla ricerca sugli embrioni umani - ripeto, non propriamente l'Accademia per la Vita. 

Qui invece un mio pezzo di due anni fa, in cui raccontavo la storia per esteso.

terzo post su CL

Proseguiamo il ragionamento dei due post precedenti sui fatti di Parigi e Comunione e Liberazione (primo, secondo).

 Si può rispondere, apparentemente in due modi. Il primo, dall'ultima Scuola di Comunità, Carròn:

A questo proposito mi ha colpito un testo («Natale: il mistero della tenerezza di Dio», Tracce, n. 11/2005, pp. 1-2»), che mi ha accompagnato durante il tempo di Natale, in cui don Giussani dice che noi cerchiamo la nostra consistenza in quello che facciamo o in quello che abbiamo. Proprio per questa nostra inconsistenza, tante volte pensiamo che qualcosa dobbiamo pur fare, e cerchiamo in quel che vogliamo fare la riposta alla nostra inconsistenza. Allora facciamo – e ciascuno può identificare ciò che ha fatto –, ma questo non ci toglie l’inconsistenza. Quanti sono tornati a casa dalla manifestazione di Parigi meno impauriti e meno smarriti, indipendentemente dal numero delle persone in piazza? Per questo don Giussani insiste: se noi cerchiamo la nostra consistenza «in quello che facciamo o in quello che abbiamo [...] la nostra vita non ha mai quel sentimento, quell’esperienza di certezza piena che la parola “pace” indica, [...] quella certezza piena, quella certezza e quella pienezza senza della quale non c’è pace e perciò non c’è allegrezza e non c’è gioia. Al massimo, noi arriviamo al compiacimento in quello che facciamo o al compiacimento in noi stessi. E questi frammenti di compiacimento in quello che facciamo o in quello che siamo non recano nessuna allegrezza e nessuna gioia, nessun senso di pienezza sicuro, nessuna certezza e nessuna pienezza».

Il secondo, da “La Croce”, in cui Gianfranco Amato ricorda Don Giussani:

Io ho imparato da lui cosa significhi saper giudicare la realtà durante gli anni in cui frequentavo l’Università Cattolica a Milano.

In quell’epoca (siamo agli inizi del 1980) gli studenti ciellini avevano la consuetudine, – fortemente voluta dallo stesso Giussani –, di porre ogni giorno all’ingresso dell’Ateneo un manifesto, noto come “tatsebao”, in cui esprimevano un giudizio sui fatti che accadevano. Con quel nome originale tratto dalla tradizione cinese (letteralmente significa “giornale murale a grandi caratteri”) venivano allora chiamati i manifesti scritti a mano con un pennarello a tratto grosso.

I tatsebao ciellini avevano il coraggio di andare contro corrente e contenevano giudizi spesso scomodi alle orecchie dell’intellighentija e del potere politico di sinistra. Quei giudizi si identificavano in una posizione culturale (all’epoca definita “integralista”) che non cedendo al compromesso culturale, urtava ed irritava molti. Al punto che molte volte venivano strappati e rimossi.

Un giorno mentre stavo entrando in università, vidi mons. Giussani circondato da alcuni studenti responsabili di Cl, e assistetti alla seguente scena. Lui si fermò all’improvviso, si guardò intorno e chiese perché non vi fosse il tatsebao, o se per caso fosse stato rimosso. Gli risposero che quel giorno non era stato scritto perché non era successo nulla. A quel punto lui si rivolse al più autorevole del gruppo e lo freddò con la sua voce roca:

«Come potete dire una cosa del genere? Non è possibile che un giorno trascorra sulla Terra senza che accada nulla. Il punto è che voi non vi siete accorti di cosa è accaduto e per questo non siete riusciti a dare un giudizio». Dopo poche ore apparve un tatsebao. Questo è il don Giussani che ho conosciuto io.

Mi ritrovo pienamente nel racconto di Gianfranco Amato: io ho incontrato un’esperienza così, e l’ho vissuta per trent’anni, quotidianamente. E d’altra parte, Carròn riporta sicuramente le parole di Giussani.

E allora? Una contraddizione?

No.

I tatsebao avevano un titolo: “Atlantide: una cultura sommersa”, che esprimevano il nostro impeto a interessarci di tutto, a voler vivere quel che accadeva nel  mondo intero, a voler affrontare tutto e anche di più (leggete qui il racconto di Vittadini, pag. 251, il tatsebao firmato CL citato da Tobagi sul Corriere  poco prima di essere ucciso).

Misurarci con tutto e giudicare tutto era il metodo con cui verificavamo che quel che avevamo incontrato, Cristo, nella nostra compagnia e nei sacramenti, era veramente la risposta a tutto. E nel renderlo pubblico dovevamo dirne le ragioni, e non astrattamente, in generale,  ma concretamente, rispetto a ogni circostanza incontrata, a ogni fatto che accadeva – perché se risponde a tutto lo devi scoprire fatto dopo fatto, non certo una tantum -  e dicendolo agli altri lo approfondivamo per noi stessi. Come quando si ripete alla persona amata “ti voglio bene”: quando glielo dici, lo riscopri per te. Non basta pensarlo, glielo devi dire.

Per questo non si poteva stare senza i tatsebao: non farli significava semplicemente non vivere fino in fondo la proposta del movimento, quel metodo particolare.

Ma è anche vero, ovviamente, quel che ricorda Carròn: la nostra consistenza non è nel fare le cose, e quindi neppure i tatsebao, o i volantini.

Il problema nasce quando queste due affermazioni sono messe in contrapposizione fra loro, come se il “fare” fosse di per sé sbagliato.

Se uno, sbagliando, cerca la propria consistenza in quel che fa, per esempio in un volantino, ma anche nel proprio lavoro, o nell’attività politica, nella cura della casa o anche nel fare il responsabile della propria comunità, il problema non si risolve smettendo di fare volantini, smettendo di lavorare, smettendo l’attività politica o smettendo di curare la casa o di fare il responsabile del movimento.

La domanda è: dove fondi la tua vita? Ma non puoi smettere di vivere per scoprirlo. Al contrario: per scoprire e verificare continuamente dove fondare la tua vita devi vivere tutto, ed è necessario farlo in una compagnia, perché è in relazione che ci riesci, non da solo.

Per questo l’incontro con CL ha sempre significato una fioritura di energia, di presenza, di creatività, ciascuno in quel che sa fare o – molto più spesso – scopre, insieme agli amici, di essere in grado di fare, scopre di voler fare.

Ecco qua i nuovi canti del movimento – ma da quanto tempo non se ne scrivono più? – le nuove iniziative, dal Movimento Popolare ai Cattolici Popolari, alla Compagnia delle Opere, al Meeting, le scuole, la Cometa,  e via dicendo con tutta la nostra storia, con tutta la creatività che ha sempre segnato la nostra storia. Una creatività che, per il metodo che abbiamo seguito, si esprimeva pubblicamente e insieme, e per questo ci ha sempre reso visibili, che lo volessimo o no.

Non abbiamo mai fatto iniziative perché  “qualcosa dobbiamo pur fare” (frase questa, invece, mai sentita in tanti anni di movimento). Ma perché era quello il nostro modo di vivere la nostra esperienza cristiana.

Da qualche tempo, invece, c’è un sottinteso in CL, che man mano sta venendo fuori: abbiamo sbagliato tutto, siamo stati ideologici, la nostra consistenza era su quel che facevamo, adesso l’abbiamo capito e si riparte dall’inizio, dall’essenziale. Ma dicendo questo si butta via il bambino con l’acqua sporca, si finisce per giudicare negativamente tutto il passato, indistintamente, anche senza accorgersene: si butta il metodo di CL, e si fa qualcosa di diverso.  

Facendo un enorme autogol, perché due sono le possibilità, a questo punto:

1.      Sbagliava Don Giussani, a indicarci quel metodo – e quindi a rimproverare se non c’erano tatsebao – e a non fermare ogni nostra attività?

2.     O forse per quarant’anni nessuno gli ha mai dato retta, lui ci diceva una cosa e tutti noi, a partire dai responsabili, facevamo sempre e comunque il contrario, e tutto quel che abbiamo fatto era contro quel che lui voleva?