Dicembre 2014

situazione internazionale

L’anno che se ne va ci lascia una situazione internazionale a dir poco critica, e non so quanto ce ne rendiamo conto. Io almeno – parlo per me – solo in questi giorni ho aperto gli occhi su alcune questioni.

Prima questione.

Abbiamo visto anche in questi giorni gli sbarchi abbondanti di migranti nelle nostre coste, i salvataggi in mare da parte delle autorità italiane. Si potrebbe pensare che si tratta di un’emergenza che non ha niente di nuovo, ma non è così. Il 28 dicembre scorso il Corriere ha dato i numeri dei migranti approdati sulle nostre coste, dal 2002 a oggi. Il grafico è molto efficace, vi riporto di seguito i numeri, leggeteli bene: 2002: 23719

2003: 14.331

2004: 13.635

2005: 22.939

2006: 22.016

2007: 20455

2008: 36.951

2009: 9.573

2010: 4.406

2011: 62.692

2012: 13.267

2013: 42.925

e infine, leggete qua: 2014: 169.215, di cui 120.150 approdati in Sicilia, e 141.395 partiti dalla Libia. La sciagurata guerra di Libia sta dando i suoi frutti.

I profughi sbarcati in Italia quindi sono aumentati di un ordine di grandezza nell’ultimo anno, e ancora non si sente il peso dei fuggiaschi dalla Siria (ne risultano solo 61 per il 2014). Sono stati necessari molti mesi per convincere l’Europa che quello dei migranti via mare non può essere solo un problema italiano. Ma adesso bisogna convincere tutti che il problema può essere risolto solamente regolando i flussi migratori, per esempio aprendo centri di accoglienza in Nordafrica. Altrimenti diverrà insostenibile.

Seconda questione. La crisi e l’Europa.

Sul Sole 24 Ore due articoli molto significativi, che vi segnalo. Il primo è di Adriana Cerretelli, una giornalista molto brava e informata che ha sempre qualcosa di interessante da dire in campo economico, e, soprattutto, sa dirlo in modo chiaro e comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Vi consiglio caldamente di leggerlo, è titolato “Nessuno tiri dritto più da solo”, che rende bene l’idea su quale sia il bivio di fronte al quale ci troviamo, in un contesto europeo nel quale anche la Germania, se continua così, rischia di trovarsi vittima di se stessa.

Il secondo articolo è sempre sul Sole24ore, molto preoccupante, direi.

Avremmo potuto avere il marchio “made in Italy” per i nostri prodotti di eccellenza, che, nonostante tutto, continuiamo a inventare, fabbricare, e persino a esportare, ma neppure durante la nostra presidenza del semestre europeo siamo riusciti ad ottenerlo (in ambito europeo) principalmente per l’opposizione della Germania. Mi ha colpito, perché è una faccenda assai grave, molto significativa e indicativa della crisi generale che il nostro paese sta attraversando, una crisi innanzitutto identitaria. Ma questa faccenda del marchio mancato mi pare rimasta nell’ambito degli addetti ai lavori.

Non possiamo illuderci che, una volta finita la crisi economica, si tornerà a com'era prima. Ci siamo lasciati alle spalle un mondo oramai finito, che non tornerà più, e non solo per effetto della crisi – che comunque sta trasformando il nostro paese. Intorno a noi gli assetti europei e mondiali stanno cambiando radicalmente e non abbiamo parlato neppure del Califfato che è arrivato quasi di sorpresa, quest’anno, e che rappresenta una novità assoluta. Ci aspetta un’epoca nuova, differente da quella che abbiamo vissuto per decenni. E’ bene metterselo in testa, intanto che andiamo a cominciare il nuovo anno.

intervista interessante

Quando la maggior parte della popolazione perde i suoi punti di riferimento, sono le minoranze strutturate che guidano la Storia e provocano il cambiamento.

E’ solo un brevissimo stralcio della lunga intervista di Giuseppe Rusconi a Tugdual Derville, uno dei principali portavoce nazionali della Manif pour Tous. Molti gli argomenti affrontati, come potete leggere di seguito, nei link alle due parti in cui l’intervista è divisa, pubblicate nel sito “Rosso Porpora”.

All’esperienza francese manca l’aspetto politico, quello che in Italia abbiamo conosciuto e vissuto nella felice stagione in cui  c’era la consapevolezza dell’eccezione italiana, e della necessità di difenderla e proporla come modello (v. referendum L.40 e Family Day); quando ancora c’erano movimenti cattolici incidenti nella società e significativi come presenza pubblica, movimenti dai quali, ad ogni evento, fatto, accadimento, ci si aspettava un giudizio – pubblico, chiaramente - perché quel che dicevano era comunque sempre qualcosa di interessante con cui confrontarsi; quando si poteva ben dire, insieme al Card. Ruini, “meglio contestati che irrilevanti”.

Completo quindi la citazione iniziale: Quando la maggior parte della popolazione perde i suoi punti di riferimento, sono le minoranze strutturate che guidano la Storia e provocano il cambiamento, passando inevitabilmente per un’esperienza e una proposta che non può essere che culturale e quindi politica.

Qui la prima parte dell'intervista e qua la seconda parte.

Un "dono" al mercato

Oggi su Avvenire il mio editoriale sulla sentenza di ieri della Corte di Giustizia UE:

Un embrione umano non può mai essere utilizzato a fini industriali o commerciali. Questo è stato ribadito ieri dalla Corte di giustizia europea, che ha chiarito il criterio in base al quale stabilire quando un organismo si può definire "embrione umano": deve avere «capacità intrinseca di svilupparsi in un essere umano».

per continuare a leggere….

la strage degli innocenti, di tutti gli innocenti

Il Pakistan della strage dei bambini – “abbiamo scelto il nostro bersaglio con cura”, hanno rivendicato i terroristi talebani - è quel paese che tiene in prigione la cattolica Asia Bibi da cinque anni e quattro mesi, lo stesso dove poche settimane fa due giovani sposi cristiani sono stati arsi vivi in una fornace. Così come ieri una maestra è stata arsa viva davanti ai suoi alunni.

Certamente gli assassini della strage di ieri sono terroristi islamici che combattono contro il governo pakistano, e si potrebbe obiettare che le persecuzioni dei cristiani non c’entrano con l’attentato, che avrebbe potuto colpire – purtroppo - qualsiasi paese, anche pienamente democratico. Ma le cose non stanno esattamente così: se centinaia di persone possono gettare in una fornace due sposi (lei incinta) - 400 musulmani inferociti, una folla di musulmani, riferivano le cronache  - in nome di una legge, quella sulla blasfemia, che nessuno vuole comunque mettere in discussione, come è possibile tollerare questo e allo stesso tempo combattere l’odio, quell’odio di cui quel paese oramai è intriso, e che non può che generare altro odio, universalmente, verso tutti?

I media cercano di mascherare, di nascondere la radice della violenza che quest’anno è esplosa nel mondo – ma che da decenni regna sovrana in tante parti del pianeta. Vado a memoria, ve lo ricordate l’attentato al parlamento in Canada? E’ stato solo due mesi fa, era ottobre e l’attentatore era un canadese convertito all’islam. Sempre lo scorso ottobre, un afroamericano, anche lui 32 anni, anche lui convertitosi all’Islam, attacca agenti a colpi di ascia. Siamo a New York, stavolta. L’altro ieri Sidney, ieri Pakistan e pure Yemen, dove un attentato kamikaze su uno scuolabus ha ucciso decine di bambine. E sempre ieri in Spagna è stata smantellata una cellula che reclutava donne per l’Is. E abbiamo perso il conto dei massacri di Boko Haram in Nigeria, e oramai abbiamo dato per perdute le centinaia di ragazze da loro rapite e fatte schiave.

Insomma: vogliamo ancora negare la guerra che una parte del mondo ha dichiarato all’altra? Guerra, dico, perché di guerra si tratta.

Le contraddizioni interne dell’Islam sono esplose, quelle contraddizioni che Benedetto XVI aveva così ben descritto nel suo memorabile discorso di Ratisbona, e questi sono i risultati.

Eppure i segni c’erano tutti: le persecuzioni dei cristiani, nel mondo avvengono essenzialmente nei paesi islamici e nelle residue dittature comuniste. Ma la mattanza dei cristiani non fa notizia, non diventa un problema politico, non entra nelle agende dei paesi ancora liberi, non mobilita.

Dalle parti nostre ancora c’è chi va blaterando che la colpa è tutta degli americani, e c’è pure chi li sta ancora a sentire. Ma perché a chi organizza le marce per la pace o gli incontri di dialogo interreligioso non viene mai in mente di farli là dove sono i problemi, per esempio a Peshawar, o a Mosul?

Non si tratta certo di rispondere pure noi con l’odio all’odio, ma il problema è non chiudere gli occhi, non nascondersi più dietro belle espressioni come “bombardiamoli di libri”: sicuramente suggestive, ma francamente retoriche.

L’educazione, in quei paesi, c'è, ma è solo islamica. E la legge sulla blasfemia non l’ha prodotta un manipolo di analfabeti impazziti: spesso idee come queste nascono o si formano nelle università islamiche, che in questi anni non hanno certo brillato in quanto a esortazioni di pace, dialogo e tolleranza. Dobbiamo aprire gli occhi e armarci di coraggio, cominciando, per esempio, a PRETENDERE con FERMEZZA dai regimi islamici DI PRENDERE LE DISTANZE DA OGNI TIPO DI SOPRUSO, a cominciare da quelli contro i cristiani.

Perché i cristiani, come gli ebrei, sono i “canarini nella miniera”: finché li si sente cantare, allora l’aria è buona per tutti, ma quando smettono e cominciano a morire, vuol dire che un veleno mortifero sta arrivando, anche se gli altri non se ne sono ancora accorti. E se non si reagisce, se non si prendono provvedimenti, viene un momento in cui colpisce tutti, indistintamente. Gli innocenti figli nostri, così come gli innocenti figli degli stessi musulmani.