Giugno 2013

lo tsunami antropologico e il verduraio

Come diceva una mia amica qualche giorno fa: “Da noi la legge sui matrimoni gay ancora non c’è, ma è come se ci fosse”. Ed è vero: la pressione mediatica è fortissima: siamo circondati.

Peggio. Siamo letteralmente sovrastati da un battage mediatico che vorrebbe convincerci tutti che in Italia, buoni ultimi, siamo tanto arretrati ma comunque è solo questione di tempo: fra poco, finalmente, l’amore trionferà. Nel senso che anche noi avremo i matrimoni gay.

E poco importa che la Corte Costituzionale abbia stabilito che in Italia per una legge di questo genere è necessario cambiare prima la costituzione. La soluzione è già pronta, ed è la via tedesca: si mette su un’altra cosa, un’altra istituzione – per esempio si fa una legge sulle unioni di fatto – e poi si dice che tutto quello che vale per il matrimonio – diritti, doveri e prerogative – vale anche per questa nuova istituzione.

Semplice, no?

Intanto il mainstream ci propina un ritornello ossessivo che recita così:

1.     Gli omosessuali sono discriminati e comunque a rischio discriminazione. Bisogna fare una legge che punisca severamente chi li vessa e fa loro violenza (e quindi serve una legge sull’omofobia, cioè un nuovo reato, non un’aggravante).

2.     Gli omosessuali sono discriminati perché amano diversamente, bisogna fare una legge che consenta di dire che il loro amore è lo stesso di quello legittimamente ammesso finora, quello fra persone di sesso diverso (e quindi serve una legge che consenta loro di sposarsi, per dimostrare che il loro amore è diverso ma uguale)

3.     Gli omosessuali sono discriminati,  e lo saranno sempre finchè si penserà che il loro amore diverso non sia adatto a crescere bambini (e quindi serve una legge che permetta loro di procurarsene, di bambini, per dimostrare che il loro amore è diverso ma uguale)

Inutile far sommessamente notare che se si istituiscono nuovi reati per discriminazioni e/o violenze contro omosessuali, allora bisognerebbe farlo per esempio anche per discriminazioni e/o violenze contro anziani, disabili e obesi, tanto per fare alcuni esempi. Ci sarà sempre qualcuno discriminato per cui non esiste un reato per chi lo discrimina.

Inutile far sommessamente notare che non è questione di amore – la qual cosa è fatto privato di cui non si sente la necessità che lo stato se ne occupi - ma di istituzione del matrimonio, e di poter far figli naturalmente, e non di procurarsi bambini in altro modo (con improbabili mix di gameti venduti e uteri affittati, per  esempio, profumatamente pagati in cliniche e laboratori di primo, secondo o terzo mondo a seconda delle disponibilità).

Inutile far sommessamente notare che i bambini hanno diritto ad avere padre e madre, possibilmente gli stessi che li hanno generati.

Inutile, perché la tempesta perfetta è arrivata. Ma quel che più preoccupa è la stanca rassegnazione di certi ambienti, specie cattolici, oramai convinti che tutta la partita sia irrimediabilmente perduta, e che dire tutto questo è, appunto, oramai inutile. Ambienti e persone che corrono il rischio di gettare la spugna e interessarsi di altro, in nome di una “testimonianza” tanto nobile negli intenti quanto falsa nella sostanza.

Perché testimonianza non significa vivere facendosi sostanzialmente gli affari propri, evitando accuratamente di giudicare quel che accade e prendere di conseguenza posizione pubblica, con la scusa di “tornare all’essenziale”. Un essenziale inutilmente vissuto nel privato (e quindi chissà quanto essenziale, alla fine).

La testimonianza è quella del verduraio di Vaclav Havel, che inizia a dire la verità, pubblicamente, nella sua vita quotidiana, togliendo dalla vetrina del suo negozio il cartello con su scritto “proletari di tutto il mondo, unitevi!”, sottraendosi cioè al comune obbligo di aderire all’ideologia totalitaria imperante.

Una semplice verità, ma dichiarata, vissuta e “agìta” pubblicamente, rischiando la pelle.

La nostra prima resistenza allo tsunami antropologico che ci sta investendo, e al quale non sappiamo chi sopravviverà, è dire la verità, ma dirla pubblicamente, ognuno là dove è.

Non dobbiamo aspettare che altri la dicano, per incominciare a parlare. Che ognuno cominci a rischiare di suo.

Che i cattolici non aspettino nuove parole dalla Chiesa: il magistero ha già dato tanto, con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI che ci hanno lasciato in eredità, per esempio, l’Evangelium Vitae e la formulazione dei principi non negoziabili. Non ci basta?

Che i laici non aspettino nuovi filosofi o intellettuali: le nostre biblioteche abbondano di capolavori di ogni tempo e latitudine che inneggiano alla differenza fra uomini e donne, e al loro matrimonio fecondo.

Che ognuno faccia la sua parte di riconoscimento pubblico della verità. Per esempio, che ognuno di noi è nato da un uomo e da una donna; per esempio che due maschi o da due femmine non possono fare figli, casomai se li possono comprare al nuovo mercato della provetta; per esempio che il matrimonio può essere solo fra un uomo e una donna; per esempio che una legge sull’omofobia, specie in questi tempi, serve solo per imporre il pensiero unico. Per esempio, che essenziale dell’umanità è l’essere sessuata: sia che si pensi che siamo creati da Qualcuno o venuti fuori dal caso, sempre maschi e femmine siamo, in quanto umani, e non omo ed eterosessuali.

Che ognuno di noi sia un verduraio, e tolga dalla vetrina il nuovo cartello del politicamente corretto: “omosessuali di tutto il mondo sposatevi”.

Sarà così che si ritroverà il nuovo popolo resistente. Il nuovo popolo cristiano, insieme a uomini e donne di buona volontà.

Eccoci. Eccomi. Io ci sono. E voi?

"Avrei tanto desiderato che tutto ciò non fosse accaduto ai miei giorni", esclamò Frodo.

"Anch'io", annuì Gandalf " come d'altronde tutti coloro che vivono questi avvenimenti. Ma non tocca a noi scegliere. Tutto ciò che possiamo decidere è come disporre del tempo che ci è dato".

Amicone fa una domanda

Interessante la domanda di Amicone oggi su Tempi: dove sono finite le minoranze creative cattoliche? 

Amicone, a supporto, chiama in ballo anche i risultati elettorali delle ultime amministrative, e chiede ai cattolici di confrontarcisi. In generale, in giro per il web, a leggere i commenti della vittoria del Pd, in particolare a Roma, ma non solo, se ne dà la colpa al PdL. Certo, il PdL ha scontato al Nord la morte della Lega, la sua cronica mancanza di classe dirigente valida sul territorio, il fatto che Alemanno non sia stato granchè come sindaco di Roma, e potremmo continuare per un bel po’.

Ma la domanda è: quali personalità ha espresso il mondo cattolico in questi anni? Quali alternative abbiamo offerto? Stiamo parlando di elezioni locali, per le quali serve gente presente sul territorio. Possibile che fra tutti i comuni in cui si votava, non ce ne stava uno in cui si è potuta esprimere qualche realtà diversa, nuova, rispetto a partiti vecchi e logori ed evidentemente inadeguati?

L’unica iniziativa del mondo cattolico in questi ultimi anni, in questo senso, è stata Todi, un “capolavoro” che ha drammaticamente indebolito  e isolato i cattolici nel PdL (che erano stati trainanti e decisivi per esempio sul caso Englaro) - Todi, che ha dato i risultati che ha dato: ricordiamo che i montiani hanno superato lo sbarramento del dieci per cento necessario per entrare in parlamento solo grazie ai voti di Fini, pochissimi ma sufficienti a salvare Scelta Civica dalla débacle.

Abbiamo un governo democristiano, per puro miracolo, che però adesso – onestamente – non riesce ad imporre una tregua sui temi etici, perché il parlamento – legittimamente – è sovrano, e le iniziative dei singoli parlamentari vanno da sole.

Il risultato è che sia nel Pdl che in Scelta Civica le componenti laiche stanno guadagnando terreno: ieri i montiani hanno presentato due mozioni sull’obiezione di coscienza, e una, quella della Binetti, è stata bocciata dall’aula, anche se il governo aveva dato parere favorevole, mentre oggi Galan, Bondi, e altri di cui noi faremmo benissimo a meno, hanno presentato una proposta di legge sulle unioni omosessuali. Proposta analoga presentata, fra l’altro, anche da alcuni di Scelta Civica.

E allora? Che si fa? Oltre a sostenere i cattolici in parlamento che visibilmente ogni giorno sono presenti su questo fronte, dovremmo porci la domanda di Amicone: dove sono finite le minoranze creative cattoliche?

Senza padri nè madri

Avvenire 9 giugno 2013

Il nodo: la rivoluzione antropologica e il cristianesimo

SENZA PADRI NE’ MADRI

Assuntina Morresi

“Nel nome del Genitore, del Figlio e dello Spirito Santo”, oppure “Genitore nostro, che sei nei cieli”, o ancora “Santa Maria, Genitore di Dio, prega per noi peccatori”. Quanto tempo dovremo aspettare prima di sentirci dire che dovremmo pregare così?

Che non si dica che è solo una provocazione.

Chi l’avrebbe mai detto, quarant’anni fa, quando andavamo a dormire dopo Carosello e la parola “preservativo” era proibita in TV, che un giorno il matrimonio omosessuale sarebbe stato definito un “diritto civile”, e che l’amore gay ricordato e celebrato per ogni dove, dalle pubblicità ai film, che rappresentanti istituzionali avrebbero partecipato alle parate dell’orgoglio gay, e che insomma l’omosessualità sarebbe stata vissuta come fatto pubblico e politico, celebrata e omaggiata – come vediamo in questi giorni - fino alla noia?
Chi avrebbe mai pensato che piazze immense si sarebbero dovute riempire per chiedere, almeno, di non cancellare “mamma” e “papà” da leggi e vocabolario?

E’ legittimo aspettarsi quindi, un giorno, di ritrovarsi a discutere se è il caso di cambiare anche le preghiere cristiane. Perché no?
E non sarà una “costrizione”, un obbligo, ma un adeguarsi del linguaggio a una situazione in cui il cristianesimo, e il cattolicesimo in particolare, conoscerà un problema nuovo, del quale ancora non c’è consapevolezza: la nuova evangelizzazione in un’era post-cristiana, post-rivoluzione antropologica.

Già, perché nel mondo in cui sono “famiglie” anche quelle con due mamme o due papà, in cui si finge che bambini possano nascere anche da persone dello stesso sesso, grazie a mix di gameti in provetta e uteri in affitto, l’evangelizzazione sarà più complicata.

L’annuncio cristiano, infatti, è tutto basato su un’antropologia naturale, a partire dall’annuncio centrale: Dio si è fatto uomo, ci ha dato Suo figlio, partorito da una donna. Il mistero dell’incarnazione è totalmente intrecciato con la dinamica della generazione umana, e tutto il cristianesimo si legge, si racconta e si vive in analogia all’amore fecondo fra un uomo e una donna.
Le figure del padre e della madre, dello sposo e della sposa ricorrono continuamente nelle scritture, così come quella del Figlio e del fratello. Parole che iniziano a non avere più quel significato universale, conosciuto in ogni angolo della terra, che permetteva di raccontare a tutti, in modo comprensibile, la buona notizia: il Padre nostro che è nei cieli nel suo immenso amore ci ha dato suo Figlio, partorito da una donna.
Ma quale Padre? Non tutti ce l’hanno. Maria, Madre di Dio: quale Madre? Non è necessaria. E i figli: di chi? E che dire dei fratelli? Amatevi come fratelli? Quali sarebbero?

Proviamo a sfogliare Vangelo e Bibbia, e a rileggerne i passi e i racconti cancellando le parole e le figure di padre e madre, sfumando figli e fratelli: se i legami della carne e la differenza sessuale non contano più, ma importa solamente dei desideri e dei sentimenti reciproci, madre e padre e figlio e fratello e sorella sono solo parole per rapporti e preferenze personali, che mutano di significato a seconda delle situazioni.
Dopo una simile operazione, che cosa rimane delle Sacre Scritture, e del catechismo? Racconti antichi e poco comprensibili non solo lessicalmente, ma nel loro significato più profondo.

I bambini con due mamme, cresciuti come figli di due donne, come potranno pregare il padre comune “Padre nostro che sei nei cieli”? E quelli con due papà, come potranno rivolgersi a Maria, Madre di Dio e di tutti noi?
Sarebbe poi così assurdo in un mondo così pensare di rivolgersi al “genitore” indifferenziato anche nelle preghiere?

Non so quanto ci si sia riflettuto su. Ma ritenere che la “rivoluzione antropologica” possa arrivare senza travolgere tutto, compresa la quotidianità dell’annuncio cristiano, è pura illusione. Pensiamo alla nuova evangelizzazione - quella rivolta ai Paesi che cristiani sono stati, ma adesso non lo sono più, che vivono una dimenticanza che li fa, se possibile, ancor più pagani di quello che erano quando hanno incontrato i primi cristiani.
Ecco, quella nuova evangelizzazione potrà essere tale e parlare davvero a tutti con parole e testimonianze di vita autentiche solo se consapevolmente sfiderà la rivoluzione antropologica, costruendo presìdi di verità, nei quali preservare e difendere e riconoscere pubblicamente e instancabilmente le fondamenta della natura umana.