Febbraio 2011

Tutti pazzi per Suor Eugenia

Tutti pazzi per suor Eugenia

di Ubaldo Casotto

Il Riformista, domenica 20 febbraio 2011 

«La più applaudita dalle donne di piazza del Popolo». Così è stata presentata da quasi tutti i giornali, all'indomani delle manifestazioni “per la dignità della donna” di domenica scorsa 13 febbraio, la settantaduenne suor Eugenia Bonetti, missionaria della Consolata, per ventiquattr'anni in Africa, poi alla Caritas di Torino e ora responsabile dell'ufficio “Tratta donne e minori” dell'Unione delle superiore maggiori d'Italia.

Suor Eugenia si è presentata sul palco con il suo abito grigio, velo sul capo e crocefisso al collo, non proprio l'immagine di donna che ti aspetteresti acclamata da una platea femminil-femminista. E invece...

Per capire il perché di quelle ovazioni non mi sono bastate le cronache dei giornalisti (li conosco e in parte ne diffido), ho voluto risalire direttamente alla fonte, sono andato a leggermi il discorso di suor Eugenia. E credo di aver capito. Ecco cosa.

È stato un classico caso di cortesie tra ospiti. Non si invita una religiosa su un palco per fischiarla, anche se tutto quello che lei rappresenta viene spesso e volentieri dileggiato su quegli stessi giornali che lunedì l'acclamavano. Non si accetta di partecipare a una manifestazione per poi rivolgere parole sgradite alle orecchie della platea. E così è andata.

«Sono qui per dare voce a chi non ha voce, alle nuove schiave, vittime della tratta di esseri umani per sfruttamento lavorativo e sessuale». Voi non applaudireste? Io di corsa, senza pensarci su. Mi sorge solo un dubbio sul contesto. La folla di piazza del Popolo avrebbe applaudito con la stessa convinzione e adesione alle parole dell'oratore se questi invece che con il velo di suor Eugenia si fosse presentato con la tonaca di don Oreste Benzi? Il sacerdote famoso per la sua battaglia contro la prostituzione e per l'aiuto concreto a tante donne soprattutto straniere non diceva cose diverse dalla missionaria della Consolata. In cambio ne ricavava, da quegli stessi circoli che insieme a suor Eugenia condannano «questo indegno e vergognoso mercato del mondo femminile», il gentile appellativo di “talebano”.

«Siamo ancora molto lontani - continuava suor Eugenia - dal considerare la donna per ciò che veramente è e non semplicemente un oggetto o una merce da usare... La donna è diventata solo una merce che si può comprare, consumare per poi liberarsene come un qualsiasi oggetto “usa e getta”». Altri applausi cui mi unisco sinceramente.

Sono d'accordo con suor Eugenia pure sul fatto che «l'immagine che viene trasmessa in tanti modi e forme, dai media, dalla pubblicità e dagli stessi rapporti quotidiani tra uomo-donna è l'immagine del corpo della donna inteso solamente come oggetto o strumento di piacere, di consumo e di guadagno», anche se mi permetto di far notare che è un po' semplicistico legare a questo immaginario collettivo consumistico l'origine della denunciata negazione dei «diritti umani» di tante donne. Il vecchio detto popolare sul “mestiere più antico del mondo” non illumina sulle cause del fenomeno, ma permette almeno di retrodatarne la nascita a ben prima dell'invenzione della televisione privata e dei famigerati spot pubblicitari. Un accenno, anche senza voler approfondire, sulla rivoluzione sessuale e sull'evoluzione dei costumi, sul cambiamento del concetto di “comune senso del pudore”, su slogan quali “il corpo è mio e me lo gestisco io”, poteva entrare a far parte delle considerazioni di suor Eugenia, ma, appunto, come le bestemmie, anche i discorsi ideali vanno “contestualizzati”.

Non ho sentito i discorsi delle altre convenute sul palco di piazza del Popolo, ma non credo di sbagliare se dico che quanto detto da suor Eugenia poteva essere affermato anche da ognuna di loro. Sinceramente, quella della missionaria cattolica mi è parsa un'occasione perduta per dire cose in cui sicuramente crede e che avrebbero arricchito di argomenti la riflessione sulla “dignità della donna”.

Suor Eugenia avrebbe potuto, ad esempio, invitare il «mondo femminile» (locuzione che ha usato più volte) a riflettere sul fatto che anche sottoporsi a stimolazioni ovariche per “donare” (dietro compenso) ovuli per la fecondazione eterologa è una mercificazione del corpo della donna, dietro la quale ci sono altre donne (e uomini), fatto che configura anch'esso uno sfruttamento mercatistico del corpo femminile. Lo stesso poteva dire riguardo alla pratica dell'utero in affitto, dove l'uso mercificato del corpo altrui è anche visivamente evidente. Non che si potessero pretendere pronunciamenti sul divorzio e sull'aborto e sulle conseguenze che questi hanno sulla percezione di sé come vittima di un mondo ingiusto e maschilista che scarica sulla donna le proprie irresponsabilità, relegandola nella solitudine di scelte tragiche. Piazza del Popolo, poi, è in Italia, che senso avrebbe avuto parlare degli aborti selettivi che avvengono su scala industriale in India e in Cina? In effetti con la dignità della donna che «non può basare il suo vero successo e il suo avvenire sul denaro, sulla carriera, o sui privilegi dei potenti» non c'entra niente.

Ma, restando alla cattolica Italia, suor Eugenia poteva spiegare alle astanti - avrebbe reso un servizio alla verità e pure a loro - che per lei il concetto stesso di “dignità della donna” deriva da quello di “dignità della persona”. Non c'era bisogno di citare la “Mulieris dignitatem” del pur sempre in odore di conservatorismo Giovanni Paolo II, c'è a disposizione il più accettabile Paolo VI: «Nel cristianesimo, infatti, più che in ogni altra religione, la donna ha fin dalle origini uno speciale statuto di dignità». Sarebbe stata un'esemplificazione del punto di partenza culturale del lavoro indicato nel suo appello finale «alle autorità civili e religiose, al mondo maschile e maschilista che non si mette in discussione, alle agenzie di informazione e formazione, alla scuola, alle parrocchie, ai gruppi giovanili, alle famiglie e in modo particolare alle donne affinché possiamo riappropriarci di quei valori e significati sui quali si basa il bene comune».

Non crede, suor Eugenia, che ricordare il rispetto di Cristo per l'adultera, la prostituta, la vedova, la samaritana con cinque mariti... avrebbe chiarito il suo concetto di dignità della donna? Ma, forse, chi l'ascoltava da lei voleva altro. Non ha avvertito in questa richiesta una forma di sfruttamento, se non del suo corpo, almeno della sua veste (ché l'abito non fa la monaca, però la individua), delle sue parole, della sua fede? E tutto ciò non le sembra poco dignitoso?

la doppia morale dei paolini

Il Foglio 2 febbraio 2011

LA DOPPIA MORALE DEI PAOLINI CHE ACCUSANO IL CAV. E BEATIFICANO NICHI

Assuntina Morresi

Leggevamo interessati Pasolini quando scriveva contro l’aborto, e d’altra parte al Meeting di Rimini ascoltavamo Testori: ci impressionavano le parole e la profondità del pensiero, e le loro note preferenze sessuali ci lasciavano del tutto indifferenti.

E’ solo nel merito, quindi, che discutiamo sulla scelta di inserire uno scritto di Nichi Vendola fra le riflessioni proposte ai sacerdoti per le omelie quaresimali di quest’anno, in un Sussidio liturgico-pastorale edito dai Paolini. Fermo restando che il paragone con due grandi della cultura italiana non giova certo al governatore pugliese, qualche dubbio nasce piuttosto scorrendo il pezzo scelto (una lettera di Nichi al defunto vescovo conterraneo don Tonino Bello, scritta e pubblicata un anno fa): per esempio quando Vendola dichiara a don Tonino di sentire una “nostalgia struggente della tua cosmogonia”, o quando gli chiede: “Dov’è la Pasqua della responsabilità sociale e della convivialità culturale?”, o ancora quando accusa: “C’è chi vorrebbe metter su un Ku Klux Klan in versione padana”. Riesce francamente difficile prenderli come spunti chiarificatori per una riflessione profonda sul mistero della resurrezione di Nostro Signore, ma tant’è. Il punto però è un altro.

La lettera di Vendola è accompagnata da un box, inserito dai curatori del testo, titolato “La sapienza dei padri”, con un episodio della vita di un grande monaco del IV secolo, Bessarione, che “Capitato in una chiesa durante la predica gli toccò sentire il presbitero scacciare un peccatore, giudicato indegno di stare tra la gente per bene. Bessarione non mosse ciglio, si alzò e uscì con lui dicendo: ‘Anch’io sono un peccatore’”.

A questo punto qualche domanda sorge spontanea a noi tutti, sinceri ed entusiasti aderenti al fan club del monaco Bessarione: ci chiediamo se il pezzo non sia un’enorme excusatio non petita, un incredibile autogol insomma, di chi ha scelto il brano per le meditazioni pasquali. Se così fosse, se la citazione del monaco fosse veramente un altolà a chi potrebbe storcere il naso per le meditazioni di Nichi Vendola messe accanto a quelle di madre Teresa di Calcutta, allora ci chiediamo pure se i paolini editori del Sussidio liturgico siano gli stessi editori di Famiglia Cristiana, la rivista che un anno fa meditava sul tema: “La Comunione a Berlusconi: è giusto?”; quella stessa che, sempre riguardo al presidente del Consiglio, ha posto ai lettori il problema del suo “stato di malattia, qualcosa di incontrollabile”. Insomma: due peccatori, due misure? E Bessarione sarebbe d’accordo? Almeno per la quaresima qualcuno dovrebbe meditarci su. A meno che non sia l’inizio di un ripensamento paolino, che ci porterà l’anno prossimo a meditare su un pensiero del Cav.