Ottobre 2010

un segreto perfettamente custodito

E’ veramente difficile avere fiducia in questa magistratura.

Secondo i giudici di Roma la svendita della famosa casa di Montecarlo fatta, sostanzialmente, da Gianfranco Fini a una società off shore di cui ancora teoricamente non si conosce il proprietario (ma che tanti indizi indicherebbero essere il “cognato” di Fini), non è una truffa.

Ma se la casa a Montecarlo è stata “giustamente” svenduta a 300.000 euro, allora anche quella di Scajola poteva valerne 600.000: perché no? Perché Scajola, che non è mai stato indagato, si è dovuto dimettere, e Fini invece no?

E veniamo al fatto più grave, anzi, scandaloso: sappiamo adesso che Gianfranco Fini era indagato. Ma, fatalità, da quella procura non è trapelato niente, finché non si è avuta la certezza dell’archiviazione.

In un paese come il nostro, con le procure colabrodo, in cui interi verbali di interrogatori finiscono sulle prime pagine dei giornali, il fatto che Fini fosse indagato è rimasto miracolosamente segretissimo. Neanche un fil di fumo, un sussurro, un’ipotesi: niente di niente.

Ma, dico io, ci prendono per scemi?

Una casa che apparteneva a un partito svenduta  a sconosciuti ancora ignoti;  il “cognato” che ancora si deve capire come fa a campare in quel modo, che, fatalità, ancora abita là, e che non si è mai degnato di spiegare niente; l’indagine sul Presidente della Camera rimasta riservatissima, che neanche col terzo segreto di Fatima ci erano riusciti così bene: MA CHI VOGLIONO PRENDERE PER I FONDELLI?

La verità è che Fini non può essere indagato perché serve per far fuori Berlusconi: se fosse uscito sui giornali che era indagato, si sarebbe dovuto dimettere, e allora come si faceva a far saltare il governo ?

E noi dovremmo sorbirci i comizi di Fini sulla legalità? Adesso si capisce perchè Fini ha fiducia nella magistratura. Lui sì. Noi non sempre.

Tanto per capire da che parte pendono i cosiddetti poteri forti, vi segnalo un pezzo significativo, sul Corriere della Sera (tanto per cambiare: da quelle parti Berlusconi non l’hanno mai digerito). M. Teresa Meli a pagina due riporta le profonde riflessioni di Fini e D’Alema, che immaginano per il futuro del paese un governo tecnico come quello Dini, quello dopo il “ribaltone” del 1994, con cui fu fatto fuori il primo governo Berlusconi (appunto).

Già immaginare  un ex fascista e un ex comunista – nessuno dei due tanto ex – che insieme fanno un governo, fa ridere o piangere, a seconda dell’umore del momento. Ma interessa quello che dice la giornalista nel pezzo, riportando le considerazioni dei due: “La tappa fondamentale è rappresentata dalle amministrative del 2011. Quello sarà un appuntamento ad altissimo rischio per Berlusconi. Le elezioni, infatti, non dovrebbero andargli bene. Tradizionalmente quelle nei comuni non sono consultazioni in cui il cavaliere va forte…”.

PREMIO FACCIA DI BRONZO AL CORRIERE, AL QUALE RICORDIAMO CHE BERLUSCA HA STRAVINTO LE ULTIME AMMINISTRATIVE, ANCHE IN UN COMUNE COME ROMA, SENZA LISTA: NE VOGLIAMO PARLARE? E FINI, VENTI GIORNI DOPO IL TRIONFO DI BERLUSCONI ALLE AMMINSTRATIVE, HA COMINCIATO LO SFASCIO. Quindi lui sfascia sempre, a prescindere, i risultati non gli interessano.

Certo, il corriere tifa per il governo tecnico, lo vediamo bene. Ci rassicura il fatto che da un pezzo il corriere non ne ha azzeccata una. Speriamo continui così, rispettando la tradizione.

E comunque, un’ultima considerazione.

Alle amministrative, dove era convinto che Berlusconi avrebbe perso, Fini non ha fatto neanche mezzo minuto di campagna elettorale, perché – diceva – lui era una figura istituzionale, non poteva mica fare campagna elettorale. Era super partes, lui.

E allora adesso che ci va a fare in giro per l’Italia? Perché adesso per promuovere il suo partito personale la figura istituzionale non impiccia, e prima sì?

Eh, si, a troppe domande deve rispondere ancora il signor Fini…

P.S.: nel post che segue, alcuni vostri commenti. ricordo l'indirizzo e-mail, nella rubrica "contatti": redazione@stranocristiano.com

commenti

di seguito alcuni dei commenti arrivati via mail relativamente al post sul sinodo vaticano sul medioriente. Ho omesso i cognomi. Grazie a tutti.

Carissima Assuntina,

ti ringrazio per la tempestività con cui intervieni sulla questione del Sinodo e sull'acume delle tue osservazioni che, per la verità, riassumono ampiamente le mie stesse osservazioni.

Cordialità e buon lavoro

Paola 

Volevo solo esprimere la mia approvazione in merito alla decisione di chiudere l'accesso libero al blog; le persone che, eufemisticamente, tu chiami imbecilli, sono piuttosto guastatori di professione. Mi sono chiesta spesso - e l'ho chiesto direttamente anche a loro - come facessero ad avere tanto tempo a disposizione per insolentire te e anche tutti gli altri corrispondenti, in tempo reale. Non ho ricevuto in risposta nemmeno un commento sarcastico; quindi, forse, ho ragione.

Grazie per il tuo lavoro e auguri per tutto. 

M.Rosa S. 

 Secondo me è che i governi ma soprattutto la cultura predominante occidentale lascerebbe soli questi vescovi se loro attaccassero l'islam radicale e chiedessero maggiori libertà nei propri paesi; così poi veramente si troverebbero, passatemi la parola (quando ci vuole ci vuole), nella cacca. Secondo me non è un caso che il coraggio della denuncia l'ha trovato solo il vescovo libanese, lì come sappiamo bene il governo deve essere per costituzione diviso fra le varie etnie religiose, lì c'è una presenza militare proprio per tutelare questo e fra l'altro mandata proprio da coloro che anche in Italia attaccherebbero subito i vescovi che denunciassero l'islam; insomma lì c'erano le condizioni per la denuncia. Dall'altre parti come fare a denunciare? Come può fare il Papa a denunciare se solo per una lettura magistrale  in un'università in cui poi non faceva altro che riportare fatti storici è stato massacrato, a parole, e lasciato solo da tutto il mondo politico occidentale anzi gli è stato intimato di chiedere scusa? Mah!!!! Io non so proprio cosa fare!!! Forse noi chi qui in Italia, in occidente è dalla loro parte potrebbe creare un'associazione indipendente dal vaticano, altrimenti sarebbe subito attaccato, di sostegno culturale per far conoscere la situazione e anche di sostegno economico per dare un aiuto concreto a queste popolazioni. In attesa di ciò, ammesso che sia la soluzione, mi rimane solo la preghiera e il confidare in Gesù.

David

 Ciao Assuntina,

vengo dalla visione di un film, Uomini di Dio, che mi ha colpito e commosso per la verità e la fede che trasuda. In Francia lo hanno visto due milioni di persone, ha vinto il premio della critica a Cannes: in Umbria è stato in programmazione una sola settimana, allo Zenith. E' la storia degli ultimi giorni di un pugno di monaci in Algeria, che, non senza un percorso interiore, decidono di non poter lasciare il luogo dove Cristo li ha chiamati e si è reso presente, pur sapendo che da questa scelta viene la loro fine. Infatti, durante i disordini del '96, vengono barbaramente uccisi.

Da tempo non vedevo qualcosa così bello al cinema e in merito alla prudenza dei vescovi che vivono la difficile condizione di una convivenza sempre più drammatica con l'Islam in Medio Oriente, ti dico solo un piccolo pensiero, che probabilmente è marginale rispetto alla questione di tutto ciò che la Chiesa potrebbe fare e dovrebbe fare in quei frangenti: la cosa che più mi colpisce è la seguente: solo i cristiani amano veramente l'uomo, solo i cristiani amano veramente gli islamici, hanno questa capacità di sedersi accanto, di amare l'uomo, di servirlo.

Questa immeritata libertà che Cristo ci dona mi stupisce ogni giorno di più. Come nella lettera dell'anno scorso di un ragazzo islamico che ringraziava gli amici cristiani per averlo desiderato nella compagnia della colletta alimentare e che io ho fatto leggere nelle classi. Non so quale strategia politica sia migliore, non so se quello che si sia discusso al sinodo sia più frutto di paure e reticenze che di fede. So per certo che ogni mattina, ogni cristiano, qui o in Algeria o in Iraq, deve ripartire da Lui: mendicarlo come il senso di ogni rapporto, con tutti e col tutto.

Grazie per quello che fai.

Sabrina

a proposito del sinodo sul Medio Oriente

A proposito del sinodo vaticano dedicato al Medio Oriente: io capisco che i vescovi mediorientali vogliono tenere i toni bassi con l’Islam per evitare di mettere a rischio i pochissimi cristiani rimasti in quelle zone. Ma, appunto, visto che dopo decenni di silenzi sulle vessazioni islamiche le comunità cristiane stanno comunque scomparendo, non sarebbe ora di cambiarla, questa politica?

I vescovi mediorientali hanno il dovere di testimoniare la verità, e cioè che i cristiani abbandonano il mediooriente perché nei paesi islamici non sono liberi, ma discriminati e perseguitati. L’unico paese mediorientale dove i cristiani possono praticare liberamente la loro religione è Israele, che è anche l’unico paese mediorientale dove i cristiani aumentano di numero, mentre da tutti gli altri scappano a gambe levate (leggete qua i numeri, impressionanti).

E allora perché non ammetterlo, una buona volta, accanto a tutte le critiche – legittime – che si possono fare a Israele? L’ atteggiamento “contro Israele sempre e comunque” di tanti vescovi mediorientali è semplicemente insensato, e gli stessi vescovi dovrebbero innanzitutto farsi un esame di coscienza, a cominciare da tale Michel Sabbah, tanto per fare nomi (ma ce ne sarebbero diversi altri), e cominciare a chiedersi se hanno sbagliato qualcosa nelle loro valutazioni, visto che le loro comunità arabo-cristiane si stanno riducendo al lumicino. Cominciassero a rispondere a una semplice domanda, per esempio: quale cristiano lascerebbe Israele per andare a vivere in qualche paese islamico?

Non tutti, fortunatamente, sono come Michel Sabbah. Per esempio, il vescovo libanese di Antiochia dei siri Raboula Antoine Beylouni ha avuto parole molto dure nei confronti dell’Islam nel suo intervento al Sinodo. Ma, come ci informa Sandro Magister sul suo blog, l’Osservatore Romano ha pubblicato solo alcuni stralci del suo discorso, tagliando le parti più dure, su disposizione della Segreteria di Stato. Capisco bene che si vogliono evitare incidenti diplomatici, soprattutto visti i precedenti, e capisco benissimo tutta la prudenza del mondo, ma  siamo sicuri che sia questa la strategia più efficace per aiutare i cristiani medioorientali?

Qua di seguito altri due pezzi sull’argomento, per capire meglio, da il Foglio, uno di Giuliano Ferrara, e l’altro di Giulio Meotti, che riporta, tra l'altro, dichiarazioni di  Vittorio Emanuele Parsi, docente di Relazioni internazionali all’Università Cattolica di Milano ed editorialista della Stampa (e io condivido tutto):

“I vescovi antisraeliani avrebbero la vita più difficile se anziché Israele denunciassero l’oltranzismo islamista che rende impossibile la vita dei cristiani in medio oriente e che è la causa principale della decrescita cristiana, non certo per la presenza d’Israele. Questi vescovi dovrebbero protestare con i governi dei propri popoli. Dal punto di vista politico attaccare Israele e l’islam radicale significa denunciare i nemici dei propri governanti, da Mubarak ad Assad: non si paga nulla, c’è furbizia politica e poco coraggio. Il Vaticano con il suo appeasement ha quindi sbagliato in medio oriente, è il momento di cambiare politica”.
P.S.: come avrete visto, da tempo ho eliminato la possibilità di inserire commenti nel blog, visto che un paio di imbecilli usano lo spazio messo a disposizione per insultare volgarmente tutto e tutti (l'insulto, si sa, è l'unica arma di chi non è capace di argomentare altrimenti). Chi volesse  scrivere, può usare l'indirizzo e-mail nella sezione contatti redazione@stranocristiano.com. Saranno pubblicati i commenti ritenuti utili alla discussione.

un sinodo antisionista

DA IL FOGLIO 23.10.2010

Uomini di Dio, sì, ma quale?

Giuliano Ferrara

Ha detto ieri al sinodo sul medio oriente Raboula Antoine Beylouni, vescovo libanese siro-cattolico: “Il Corano permette al musulmano di nascondere la verità al cristiano e di parlare e agire in contrasto con ciò che pensa e crede. Il Corano dà al musulmano il diritto di giudicare i cristiani e di ucciderli con la jihad (guerra santa). Ordina di imporre la religione con la forza, con la spada. Per questo i musulmani non riconoscono la libertà religiosa, né per loro né per gli altri. Non stupisce vedere tutti i paesi arabi e musulmani rifiutarsi di applicare integralmente i diritti umani sanciti dalle Nazioni Unite”.

Ratisbona docet. Questo Corano nel film francese che ha vinto l’anno scorso a Cannes (“Des hommes et des dieux”), che ha spopolato ai botteghini, che ieri è uscito in Italia, non si legge. Il precetto evangelico di amare il nemico, ciò che significa conoscerlo e riconoscerlo, è trasformato in quel racconto irenista, bello e manipolatorio, nella sordina al cristianesimo, religione che porta sulle sue spalle il senso di colpa dell’occidente ex coloniale e realizza un martirio di civiltà muto, senza significato: la carità al servizio della menzogna compassionevole, invece che della verità. Dal fragile cattolicesimo francese arriva un messaggio di successo, mainstream: la seconda morte degli otto benedettini sgozzati dagli islamisti in Algeria. Per un film abilmente manipolatorio, per un vescovo pieno di saggezza, un sinodo equivoco. Anche se non sono state le sole, si sono sentite levarsi alte, nella Roma sinodale di queste settimane, voci ecclesiali radicalmente anti-sioniste e anti-israeliane.

Legittime, senz’altro, come le repliche che ospitiamo. Israele è una ferita storica, come ogni altro stato realizzando una violenza originaria nel suo costituirsi. L’occupazione è l’occupazione, e ha le sue tristi leggi. Ma le parole pace e democrazia, tolleranza e compassione, hanno un senso solo in Israele, l’unico paese dove i cristiani sono davvero liberi. Ciò che non è nel mondo arabo-musulmano, o peggio iraniano, che circonda e minaccia questo paese in una logica divenuta di puro annientamento dopo l’ondata di islamizzazione radicale dell’ultimo quarto di secolo scorso. L’islamismo politico sa chi è il proprio nemico: ebrei e crociati. Evangelicamente e biblicamente Israele è un segno di contraddizione che contiene storicamente quel che l’ebraismo, “radice della fede cristiana” secondo Ratzinger, contiene in termini di teologia della storia: il genio religioso di Roma dovrebbe saperlo intercettare e riconoscere per tale, questo segno. La speranza è che le conclusioni del sinodo, proceduralmente complesse, siano più prudenti e coraggiose del suo svolgimento.

Il sinodo antisionista

Giulio Meotti

Roma. In un sinodo vaticano dedicato al medio oriente c’era da aspettarsi riferimenti a Israele. Ma, come registrato ieri in prima pagina sul Foglio, è stata insistente e ben scandita la retorica antisraeliana adottata dai vescovi mediorientali. Attacchi allo stato ebraico, alla sua “pulizia etnica”, all’occupazione israeliana vista come un “peccato contro Dio”, persino inviti a boicottare Israele, sono venuti dai patriarchi Michel Sabbah, Fouad Twal, Elias Chacour, Antonius Naguib e Edmond Farhat. Quindi non solo da vescovi palestinesi.

Farhat, già nunzio apostolico e rappresentante della politica vaticana, ha detto che Israele è un “trapianto non assimilabile” in medio oriente, “corpo estraneo, che corrode”, un malanno di cui non si trova “la cura”. Difficile pensare a un peggior trattamento per Israele. David Horowitz, direttore del maggiore quotidiano israeliano in lingua inglese, il Jerusalem Post, che ha denunciato gli attacchi vaticani a Israele, lancia un appello al Vaticano: “Comprendiamo che il Vaticano cerchi di salvare le vessate comunità cristiane che si trovano in un milieu islamico intollerante, ma non può avvenire a spese d’Israele. Accusare Israele del disagio quotidiano palestinese, senza citare le atrocità terroristiche che hanno reso quelle restrizioni inevitabili, significa dipingere gli israeliani come tirannici. Questa è demonizzazione. Per il bene della Santa Sede come autorità morale: non si arruoli nel carrozzone antisraeliano”.

Durissimo il commento di Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica di Roma: “C’è una contraddizione tra l’azione svolta dalla diplomazia vaticana su Israele e l’azione e il pensiero degli uomini di fede in medio oriente. Non è soltanto atavico odio antisemita e antisionista, queste espressioni contro Israele care alla propaganda islamica e negazionista forse sono un ricatto delle tirannie che tengono i cristiani in ostaggio. Non si erano visti mai tanti attacchi a Israele, in un sinodo che nasce dalla legittima preoccupazione del mondo cattolico rispetto alla propria condizione nei paesi islamici, dove si registrano violenze anticristiane che sfociano, nel migliore dei casi, in stupri e intimidazioni, ma spesso in massacri. Ma c’è anche il silenzio assordante del Vaticano, pronto a stigmatizzare le politiche di sicurezza e di difesa dei suoi cittadini attivate da Israele”.

Parla da posizioni di realismo cattolico il fondatore di Sant’Egidio, lo storico Andrea Riccardi: “I cristiani orientali condividono le opinioni del mondo arabo. Non accettano Israele, loro che sono stati i fautori dell’arabismo del Baath. I primi traduttori dei ‘Protocolli dei savi anziani di Sion’ sono stati i cristiani arabi. La domanda per me è un’altra: le minoranze cristiane sono arrivate alla fine o avranno un futuro? Se si estingueranno, il mondo islamico sarà più fondamentalista e totalitario. E’ interesse d’Israele e dell’occidente che i cristiani restino nel mondo arabo”. Molto più diretto è il commentatore e accademico cattolico Vittorio Emanuele Parsi: “Questi vescovi sono duri con i deboli e deboli con i duri, perché sanno che non pagheranno alcun prezzo nelle loro critiche a Israele”.

“I vescovi antisraeliani avrebbero la vita più difficile se anziché Israele denunciassero l’oltranzismo islamista che rende impossibile la vita dei cristiani in medio oriente e che è la causa principale della decrescita cristiana, non certo per la presenza d’Israele”, continua Vittorio Emanuele Parsi, docente di Relazioni internazionali all’Università Cattolica di Milano ed editorialista della Stampa. “Questi vescovi dovrebbero protestare con i governi dei propri popoli. Dal punto di vista politico attaccare Israele e l’islam radicale significa denunciare i nemici dei propri governanti, da Mubarak ad Assad: non si paga nulla, c’è furbizia politica e poco coraggio. Il Vaticano con il suo appeasement ha quindi sbagliato in medio oriente, è il momento di cambiare politica”.

Più sfumato il giudizio del direttore di AsiaNews, Bernardo Cervellera: “Politicamente i palestinesi vedono le loro difficoltà dovute all’occupazione d’Israele, il muro a Betlemme, gli insediamenti di coloni israeliani. I soldati israeliani lì fanno il bello e il cattivo tempo”. Quanto al riconoscimento d’Israele come “stato ebraico”, Cervellera è duro: “Una forzatura”. La commentatrice e parlamentare Fiamma Nirenstein attacca il “palestinismo”, una distorsione della legittima rivendicazione palestinese a uno stato: “Nel sinodo si è infiltrato un negazionismo sempre più mainstream nella politica vaticana. Un terzomondismo cristiano, associato all’odio per l’ebraismo sinonimo di imperialismo, sta dilagando poi nelle chiese mediorientali. La Santa Sede deve smontare quest’ideologia orrenda e falsa. L’impellenza più netta dell’alleanza ebraico-cristiana è la difesa della democrazia e dei diritti umani, da pericolose forze che le attaccano, prima fra tutte l’integralismo islamico che odia sia cristiani che ebrei. Cristiani ed ebrei, dice giusto il Papa, sono sullo stesso fronte nella battaglia per la vita e per la pace”. Andrea Riccardi conclude così: “L’accettazione dell’ebraismo da parte dei cristiani arabi è un passaggio obbligato. Gli ebrei non sono gli Ixos, i barbari, del medio oriente”.

finalmente una buona notizia. Boffo a TV2000

da Avvenire.it

18 Ottobre 2010

MEDIA

Dino Boffo nominato
direttore di rete di Tv2000

Dino Boffo è stato nominato direttore di rete e di palinsesto di TV2000, nel corso di una riunione del Consiglio di amministrazione di Rete Blu. La notizia è stata resa nota dallo stesso consiglio di amministrazione con il seguente comunicato: "Il Consiglio di Amministrazione di Rete Blu S.p.A. comunica che in data odierna il dott. Dino Boffo è stato nominato Direttore di rete e di palinsesto di TV 2000.  Il medesimo Consiglio formula altresì auguri sinceri di un fecondo lavoro, nella certezza della competenza e della rettitudine della persona".

La nomina è stata salutata dal Comitato di redazione di Tg2000 - telegiornale diretto da Stefano De Martis - che ha espresso "profonda gratitudine all'editore" per questa nomina, definita "una scelta coraggiosa e lungimirante, che rende finalmente e definitivamente giustizia a un uomo e a un giornalista che tredici mesi fa si è fatto da parte, con generosità e spirito di servizio, per porre al riparo le nostre redazioni e la Chiesa stessa dalla campagna di stampa di inaudita violenza - una vera e propria impostura mediatica - orchestrata dal Giornale".

"È con estrema soddisfazione ed orgoglio - prosegue la nota della redazione e del Cdr di TV 2000 - che diamo il ben tornato al Direttore, cui ribadiamo tutta la nostra fiducia e stima. Siamo certi che, con la sua autorevolezza, la sua competenza e il suo rigore, con la passione e la capacità di 'far squadra', Boffo saprà consolidare e rilanciare la presenza della nostra emittente, anche in vista delle nuove sfide introdotte dall'avvento del digitale terrestre".

luci e ombre

Ombre. Quelle della politica. Tira un' aria veramente brutta, i tempi sono proprio cupi, e l’incertezza regna sovrana. Questo, almeno, quel che appare sfogliando i giornali, e leggendo le cronache politiche.

Certo, come dicevamo stasera al telefono con il mio amico Angelo, governare è difficile, e non solo in Italia. Lo vediamo bene con Sarkozy, in Francia, in forte difficoltà e in picchiata in quanto a consensi: il suo trionfo elettorale ormai è un ricordo lontano. Anche Zapatero se la passa mica male, per non parlare di Obama: per il presidente americano, Nobel per la pace e simbolo stesso di speranza, alle elezioni del prossimo novembre ci si aspetta una gran batosta. Insomma, c’è parecchia turbolenza in giro, e non lo dico per consolarci, ma per renderci conto che l’incertezza sta diventando la cifra dei nostri tempi.

Luci: stasera vorrei parlare delle settimane sociali, e invitarvi a leggere la prolusione del Card. Bagnasco, il Presidente della CEI, con particolare attenzione all’ultima parte del suo discorso, quell’ultimo paragrafo intitolato “La questione antropologica e l’unità dei cattolici in politica”, in cui spiega il senso dell’impegno politico dei cattolici e le priorità di tale impegno.

La questione antropologica è la chiave interpretativa dei nostri tempi lanciata del Card. Ruini, una sua geniale intuizione: il suo successore, il Card. Bagnasco, l'ha fatta sua, e la rilancia sempre ed ovunque, instancabilmente, in piena continuità con chi l'ha preceduto.

Io l’ho imparato da loro, leggendo e ascoltando Ruini prima e Bagnasco poi, e su questo avevo scritto a proposito di Bioetica nelle Settimane Sociali, nell’inserto E’ Vita di Avvenire del 30 settembre scorso, concludendo con una frase di Benedetto XVI dalla Caritas in veritate, la stessa con cui il Card. Bagnasco ha iniziato proprio quell’ultimo paragrafo: “La questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica”.

E a proposito di questione antropologica, la settimana scorsa, di nuovo un tentativo di attaccare la legge 40, quella sulla procreazione assistita. Qua il mio editoriale su Avvenire, in cui spiego di che si tratta, e commento di conseguenza.

prolusione Card. Bagnasco alle Settimane Sociali

Qua tutto il testo della prolusione, bellissimo, assolutamente da leggere. Di seguito, in particolare,  l'ultimo paragrafo, particolarmente utile e illuminante, vista la confusione intorno a noi.....

4. La questione antropologica e l’unità dei cattolici in politica

E’ in questa cornice dialogica che si pone la questione antropologica che è il cuore della società, dell’agire politico di tutti, a cominciare dai cattolici. Ed è il centro della Dottrina Sociale della Chiesa: “La questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica” (Benedetto XVI, Caritas in veritate, 75).

Scopo della politica, infatti, è la giustizia che è un valore morale, un valore religioso. Ma anche la fede, nella sua missione salvifica ha a cuore la giustizia, quella giustizia che scende da Dio in Cristo e che rende l’uomo nuovo, capace di creare rapporti giusti e strutture eque nel mondo. La giustizia, nella riflessione di San Tommaso, significa la “ferma e costante volontà di dare a ciascuno ciò che gli è dovuto”, “habitus secundum quem aliquis, constanti et perpetua voluntate, jus suum unicuique tradit” (II-II, q. 58, a.1). Ma cosa è dovuto a ciascuno, così che una società inadempiente possa essere considerata ingiusta e viceversa?

Emerge, a questo punto, la necessità e l’urgenza di rispondere alla domanda che il secolo appena concluso ci ha lasciato: chi è l’uomo? Cos’ è l’umano? Ci sono dei riferimenti plausibili e concreti così che l’uomo si distingua dal resto del creato non in termini di sviluppo quantitativo, ma di differenza qualitativa? Potrebbe sembrare una questione oziosa, puramente accademica, in realtà la cronaca ci documenta e spesso ci sgomenta circa l’eclisse del senso comune, la confusione che pare regnare al riguardo e che ispira decisioni e comportamenti. Una visione dell’uomo che non sia aperta alla trascendenza, ma che cerchi di fondare se stessa, si rivela subito debole e fragile: può l’immanenza fondare se stessa? Può garantirsi di fronte alla violenza codificata? Solamente l’Assoluto, solo l’Incondizionato può fondare e garantire ciò che è limitato e contingente. Senza voler qui affrontare la questione, mi limito a ricordare quelli che il Santo Padre ha voluto chiamare “valori non negoziabili” in quanto stanno nel DNA della natura umana e sono il ceppo vivo e vitale di ogni altro germoglio valoriale. Il Santo Padre, dopo aver ricordato che “la verità dello sviluppo consiste nella sua integralità” (ib 18), afferma che il vero sviluppo ha un centro vitale e propulsore, e questo è “l’apertura alla vita”: infatti, “quando una società s’avvia verso la negazione e la soppressione della vita, finisce per non trovare più le motivazioni e le energie necessarie per adoperarsi a servizio del vero bene dell’uomo. Se si perde la sensibilità personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di accoglienza utili alla vita sociale si inaridiscono” (ib 28). Insieme alla vita, da accogliere dal concepimento fino al tramonto naturale, Benedetto XVI indica la famiglia come cellula fondamentale e ineguagliabile della società, formata da un uomo e una donna e fondata sul matrimonio, e pone anche la libertà religiosa e educativa. Non è un elenco casuale, ma fondativo della persona e di ogni altro diritto e valore: senza un reale e non nominalistico rispetto e promozione di questi principi primi che costituiscono l’etica della vita è illusorio pensare ad un’etica sociale che vuole promuovere l’uomo ma in realtà lo abbandona nei momenti della maggiore fragilità. Ogni forma di fragilità chiede alla società intera di essere presa in carica per sostenere in ogni modo il debole e l’incapace: e questo “prendersi cura” nel segno della buona organizzazione, di efficienti strutture e della tenerezza relazionale, rivela il grado umanistico e civile della compagine sociale. Ogni altro valore, necessario per il bene della persona e della società – come il lavoro, la casa, la salute, l’inclusione sociale, la sicurezza, le diverse provvidenze, la pace e l’ambiente…- germoglia e prende linfa da questi. Staccati dalla accoglienza radicale della vita, questi valori si inaridiscono e possono essere distorti da logiche e prospettive di parte. Di grande significato è anche la recente Dichiarazione del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee, a conclusione dell’Assemblea Plenaria a Zagabria all’inizio di ottobre: “Siamo convinti che la coscienza umana è capace di aprirsi ai valori presenti nella natura creata e redenta da Dio per mezzo di Gesù Cristo. La Chiesa, consapevole della sua missione di servire l?uomo e la società con l’annuncio di Cristo Salvatore, ricorda le implicazioni antropologiche e sociali che da Lui derivano. Per questa ragione non cessa di affermare i valori fondamentali della vita, del matrimonio fra un uomo e una donna, della famiglia della libertà religiosa e educativa: valori sui quali si impianta ed è garantito ogni altro valore declinato sul piano sociale e politico” (Assemblea Plenaria CCEE, Zagabria 3.10.2010).

Questi valori non sono divisivi, ma unitivi ed è precisamente questo il terreno dell’unità politica dei cattolici. E’ questa la loro peculiarità e l’apporto specifico di cui sono debitori per essere sale e lievito, ma anche luce e città posta sul monte, là dove sono. Su questa linea, infatti, si gioca il confine dell’umano. Su molte cose e questioni ci sono mediazioni e buoni compromessi, ma ci sono valori che non sono soggetti a mediazioni perché non sono parcellizzabili, non sono quantificabili, pena essere negati.

Ed è anche questa la ragione per cui la Chiesa non cerca l’interesse di una parte della società – quella cattolica o che in essa comunque si riconosce – ma è attenta all’interesse generale. Proprio perché i valori fondamentali non sono solamente oggetto della Rivelazione, ma sono scritti nell’essere stesso della persona e sono leggibili dalla ragione libera da ideologie, condizionamenti e interessi particolari, la Chiesa ha a cuore il bene di tutti. Essa deve rispondere al suo Signore non ad altre logiche, nella fedeltà esigente al mandato ricevuto. Inoltre , come Pastori, non possiamo tenere solo per noi l’ incomparabile ricchezza che ci proviene dalla vicinanza concreta e quotidiana alla gente, cattolici o no, e che, direttamente e tramite i nostri sacerdoti, i consacrati, gli operatori laici, abbiamo la grazia di vivere. Le 25.000 parrocchie sparse per l’Italia, vero dono della bimillenaria storia cristiana, rappresentano la prossimità continua dell’amore di Dio per gli uomini là dove vivono, la condivisione della loro vita, la conoscenza discreta di angustie e speranze. E’ stato detto e ripetuto non in modo retorico né casuale che è auspicabile una nuova generazione di cattolici impegnati in politica. Ciò non vuol suonare come una parola di disistima o peggio per tutti coloro, e non sono pochi, che si dedicano con serietà, competenza e sacrificio alla politica diretta, forma alta e necessaria di servire gli altri. A loro rinnoviamo con rispetto l’invito a trovarsi come cristiani nella grazia della preghiera, a non scoraggiarsi mai, a non aver timore di apparire voci isolate. Nessuna parola vera resta senza frutto.

Ma, nello stesso tempo, auspichiamo anche che generazioni nuove e giovani si preparino con una vita spirituale forte e una prassi coerente, con una conoscenza intelligente e organica della Dottrina sociale della Chiesa e del Magistero del Papa, con il confronto e il sostegno della comunità cristiana, con un paziente e tenace approccio alle diverse articolazioni amministrative. Tutto s’impara quando c’è convinzione e impegno.

Cari Amici, vi ringrazio per l’attenzione paziente e per la presenza che esprime amore al Signore Gesù e alla sua Chiesa, ma esprime anche la passione per l’Italia e la “res publica”. E’ l’ora di una nuova cultura della solidarietà tra società civile e Stato: se ogni soggetto, singoli, gruppi, istituzioni, fa la sua parte pensando non tanto a quanto devono fare gli altri ma a ciò che spetta a lui, si rinnoverà uno stile, una prassi virtuosa che non significa scaricare responsabilità o manlevare da compiti, ma significa dare concretezza ad alcune considerazioni che spero di aver offerto. La solidarietà deve avvenire a tutti i livelli tra loro e ciascuno al proprio interno: si può discutere e confrontarsi anche su cose gravi, ma è possibile un “confronto solidale” che è tale perché ha di mira non un interesse individuale o di parte, ma il bene armonico di tutti. In questa prospettiva, si potrà anche cedere, fare passi indietro, rettificare posizioni, ma non sarà mai perdere o sentirsi sconfitti, sarà sempre un andare avanti, perché andrà avanti il Paese. Il Signore Gesù Cristo, Via-Verità-Vita, illumini le menti e sostenga i passi nostri e di tutti.

Angelo Card. Bagnasco

Arcivescovo Metropolita di Genova

Presidente della Conferenza Episcopale Italiana

due aggiornamenti

Un paio di aggiornamenti, importanti.

il primo: oggi su Avvenire un editoriale in prima pagina del direttore chiarisce il senso dell'impegno in politica dei cattolici. Parole belle e chiare che ancora una volta spiegano il fondamento dell'impegno in politica, per i cattolici. DA LEGGERE, per mantenere chiara la rotta nonostante tutte le polemiche, e il titolo già è un programma: NON PER TATTICA MA PER CIO' CHE VALE.

Il secondo: sono morte altre due donne dopo aver abortito con la Ru486. Nel silenzio della quasi totalità dei media, il conto delle morti è aggiornato a trentuno. Qua un mio pezzo su Avvenire.

 

non per tattica ma per ciò che vale

Avvenire 3 ottebre 2010

LA NUOVA FASE POLITICA E I CATTOLICI

NON PER TATTICA MA PER CIÒ CHE VALE

MARCO TARQUINIO

S i è dunque aperta una nuova fase nella XVI legislatura, con solidi intendimenti da parte di chi regge il timone dell’Esecutivo, ma in un quadro politico che si è fatto complicato e fragile. E poiché nessuno ha la sfera di cristallo, nessuno è davvero in grado di dire fin dove potrà spingersi l’orizzonte dell’azione di governo e dell’attività parlamentare. I nostri lettori sanno che noi ci auguriamo anni di lavoro intenso e utile per il Paese. E sanno anche che apprezziamo una maggioranza e un’opposi­zione capaci di assumersi con chiarezza le rispettive responsabilità, ma ancor più forze politiche che si dimostrino in grado di convergere – ogni volta che sarà possibile e opportuno – sulle iniziative e sulle scelte riformatrici necessarie per preparare e ben orientare il futuro dell’Italia.

Le cinque 'e' – etica, educazione, energia, equità fiscale, equilibrio istituzionale – sono forse solo un esempio dei terreni sui quali sarebbe indispensabile dare segnali positivi agli italiani. Ma è un esempio calzante, che spiega quanto sia urgente concentrarsi con stile adeguato e lungimiranza su una seria agenda di legislatura.

La sensazione è che invece, in questa fase nuova, più che su contenuti legislativi e obiettivi strategici, in troppi – e, sorprendentemente, anche tra coloro che fanno esplicito richiamo all’ispirazione cristiana – si stiano dedicando alla tattica e alle meccaniche di schieramento. Quasi che si fosse imparato poco o nulla dagli errori del passato più recente, quelli che hanno segnato i sedici anni di vita della cosiddetta Seconda Repubblica. Di quegli errori, qui, ce ne interessa, appunto, il principale: la presunzione equilibrista di poter costruire coalizioni o soggetti politici solo sulla base di una polemica con il 'nemico' prescelto e in forza di 'numeri' potenzialmente sufficienti a vincere una determinata scommessa elettorale. Così sono nati e caduti il primo governo Berlusconi, il primo governo Prodi, due governi D’Alema e il secondo governo Berlusconi. Così è stato messo a rischio il governo in carica, quello che ora cerca un rilancio.

Nel frattempo, certo, si è governato. Ma quante riforme di sistema sono state portate a buon fine? È un’incompiutezza che pesa e, lunedì scorso, il presidente della Cei lo ha ricordato a tutti con lucidità e angustia.

La democrazia dell’alternanza che si è affermata negli ultimi tre lustri si è portata, insomma, in cuore un’alternanza delle instabilità, e nessuna alchimia elettorale maggioritaria riesce a curarla. Perché i numeri – cioè il consenso popolare e la rappresentanza parlamentare – in qualunque democrazia sono indispensabili, ma non bastano e non tengono senza le idee-cardine che danno vera forza a un progetto politico.

L’essenzialità di questo punto è sempre più evidente. Lo sforzo per avvicinare culture ed esperienze politiche diverse è certo importante e può diventare addirittura meritorio, ma non può mai essere pagato in termini di chiarezza. Perché non tutti i progetti sono compatibili, e i fatti si sono incaricati di confermare – e questo a noi importa molto – una condizione di disagio e persino d’insignificanza per i politici di ispirazione cristiana disposti a mettere tra parentesi, per tattica, un impegno coerente su ciò che davvero conta. E ciò che davvero conta per chi voglia fare politica con una limpida visione umanistica e, a maggior ragione, da cristiano e da cattolico è la determinazione a non dimenticare mai e a tenere per bussola i «valori non negoziabili». Papa Benedetto XVI li indicò magistralmente, era il marzo del 2007, ai leader del Partito popolare europeo. Il cardinale Angelo Bagnasco, nella sua prolusione ai lavori del Consiglio permanente dell’episcopato che si è appena concluso e in questa vigilia della Settimana Sociale dei cattolici di Reggio Calabria, li ha richiamati con altrettanta forza e chiarezza: vita (dal concepimento alla morte naturale), famiglia uomo-donna, libertà religiosa e libertà educativa.

È questo il «fondamento» che garantisce ogni altro valore e impegno, ha detto il presidente della Cei. Sta alla base di un’azione politica davvero orientata alla costruzione del bene comune. Perciò, ieri, non doveva essere messo tra parentesi e, oggi, non può essere lasciato cadere sotto il tavolo di alcuna trattativa.

pensieri politici

Il mio amico Angelo mi ha chiesto perché passo il mio tempo – veramente voleva dire che spreco il mio tempo, ma è stato gentile – a parlare di Gianfranco Fini.

Sia chiaro: non me ne potrebbe importare di meno di lui, della sua compagna Elisabetta, del cosiddetto cognato, di tutti i Tulliani e della faccenda penosa e imbarazzante in cui si è cacciato.

Ma non posso fare a meno di pensare con amarezza che avevamo, noi tutti, nel senso noi italiani, una grande opportunità, che per la vanità e la smania di potere – perché di questo si tratta – di Fini abbiamo perso. Mi riferisco ai tre anni che ci stavano davanti senza elezioni.

Un governo eletto con una maggioranza ampia, e sostanzialmente confermato alle scorse elezioni regionali: questo avevamo. E tre anni prima delle elezioni successive: un’occasione unica per mettere mano veramente a quelle riforme che tutti chiedono ma che non si sa più se qualcuno veramente vuole.

E invece, neanche venti giorni dopo il successo delle regionali, ecco Fini e i suoi patetici seguaci che mandano tutto all’aria.

Ma perché, dico io? E’ evidente che non è questione di mancata democrazia all’interno del PdL: diciamolo pure, vogliamo parlare di come Fini ha sempre gestito l’MSI prima, e poi AN? Ma vogliamo scherzare? Lezioni di democrazia dall’Msi?

E poi, dopo tutte le lezioni di alta moralità fatte con il ditino puntato, lui, l’erede di Almirante, il capo del partito specializzato in gite a Predappio, che ti combina?  Veniamo a sapere della patetica faccenda della casa di Montecarlo, dei contratti Rai alla suocera casalinga, tutte cose che non riesce più a smentire, e neanche ci prova. Che squallore!

E quindi molto probabilmente andremo a votare a primavera, grazie a Fini e ai suoi, che te li raccomando.

Ancora peggio se guardiamo a quelli dell’UdC. Che dopo aver appoggiato la Bresso in Piemonte, e avere perso, e dopo avere scelto di stare con il Pd pure in Sicilia, adesso fanno l’occhietto a Fini. Sarebbe questo il partito di riferimento dei cattolici (come dicono sempre loro)? E quali sarebbero i loro punti di riferimento: D’Alema e Fini?  Altro che cattolici, il loro ideale è: con tutti tranne Berlusconi. Come Di Pietro, insomma. Per carità, ognuno la pensa come vuole, e ha le strategie politiche che meglio crede. Ma poi mi devono spiegare perché un cattolico dovrebbe votarli. Me lo devono proprio spiegare bene, perché adesso, visti i fatti e le scelte concrete, di motivi proprio non ce n’è neanche uno. Che garanzie danno, visto che le posizioni della Bresso prima, e di Fini adesso su certi temi a loro non fanno problema?

E poi non ci si può sorprendere se in questo clima di odio totale – ma l’avete sentito Di Pietro l’altro giorno? E l’avete visto Fini, che non gliene poteva fregar di meno, alla faccia della sua carica istituzionale? - qualcuno prende una pistola e spara. Belpietro, il direttore di Libero, l’ha scampata bella. Per caso, però.

Si, sono preoccupata. Anche per questo mi occupo, e continuerò a farlo, di Fini.