Luglio 2010

la fabbrica degli scandali (ovvero le bugie contro la Chiesa in Belgio)

Il primo titolo di questo post era "stronzate dal Belgio". Poi ho pensato che a una stronzata non si deve dare importanza, mentre a una fabbrica degli scandali sì, specie se nessuno dà spazio alle smentite, alle precisazioni, alla verità dei fatti. Di seguito, due articoli di Avvenire  (che oggi ha iniziato anche un'inchiesta sulla pedofilia, visto che se, giustamente, ne vogliamo parlare, allora che se ne parli a 360 gradi) che spiegano cosa è successo nella fabbrica degli scandali in Belgio

Avvenire 10.7.2010

 SCANDALI PRESUNTI

Come ti martello la Chiesa del Belgio

Raffiche di titoli di giornale appesi al nulla. Deformazioni mai smentite

UMBERTO FOLENA

In altro caso di character assassination ,di distruzione della personalità a mezzo stampa. Il tentativo di distruzione di un uomo, il cardinale Godfried Danneels; e con lui dell’intera Chiesa belga. I meccanismi sono i soliti, riconoscibilissimi. Affiancare al nome dell’arcivescovo e alla Chiesa belga le parole 'inchiesta' e 'pedofilia'; dare notizie false il giorno prima senza smentirle il giorno dopo; fornire notizie imprecise senza rettificarle. La beffa è che la magistratura ordinaria non aveva avviato alcuna indagine sui casi di pedofilia riguardanti membri del clero belga, perché tutti casi remoti nel tempo e quindi prescritti. Se la legge dello Stato soprassedeva, non così la Chiesa belga, che nel 1998 nominava una commissione indipendente d’indagine incaricata di raccogliere casi. Era quindi la Chiesa che si muoveva per prima desiderando fare verità.

Fino al blitz del 24 giugno scorso. Che La Repubblica titolava: «Pedofilia, la polizia dai vescovi belgi», con le tre parole sapientemente accostate: pedofilia- polizia-vescovi, come se questi ultimi fossero sotto inchiesta come presunti pedofili. E proprio così, in modo del tutto errato, esordiva Andrea Bonanni da Bruxelles: «La magistratura mette sotto inchiesta i vertici della Chiesa belga». Il quotidiano definiva la perquisizione – quasi un sequestro durato nove ore dei vescovi belgi riuniti in assemblea – «anti pedofilia», suggerendo tra le righe che l’intera Chiesa belga sia sospettata, o comunque complice di pedofili. Venivano perfino aperte le tombe di due arcivescovi, senza suscitare particolare stupore, figuriamoci indignazione, nella stampa nazionale.

Riassumiamo. Si scrive che l’ex primate del Belgio, il cardinale Danneels, tra l’altro per anni presentato come 'progressista' ed elogiato per le sue aperture, specialmente in campo sociale, sia «sotto inchiesta». Non è vero, ma non compare alcuna rettifica.

Si adombra che la Chiesa belga abbia chissà che cosa da nascondere, quando invece il materiale sequestrato è stato accumulato in oltre dieci anni di lavoro indipendente, mentre la magistratura non faceva niente.

La stile, assai italiano, è questo. Un esempio lampante è sui video di tutte le redazioni la mattina del 3 luglio. L’agenzia France Press alle 10.34 lancia una notizia con questo titolo: «Belgio: il ministro della giustizia disapprova il metodo brutale della polizia». Tutto il lancio riguarda la perquisizione del 24 giugno, i 450 dossier sequestrati, le dimissioni della commissione che li aveva raccolti sotto la garanzia, data alle vittime, di restare anonime. Nulla su Danneels. Alle 13.34, esattamente tre ore dopo, l’Ansa 'traduce' e ribalta con questo titolo: «Belgio; stampa, cardinal Danneels presto da giudici. Sarà sentito su 'silenzi' su abusi sessuali Chiesa belga». Alla denuncia del ministro viene concessa una riga, l’ultima.

Ma il peggio deve ancora venire. 7 luglio, Repubblica: «Il cardinale nascose dossier sul 'mostro'». Corriere della sera: «Il dossier segreto su Dutroux nell’arcivescovado del Belgio». Stampa: «Foto del caso Dutroux tra le carte dell’Arcivescovado». Terribile, si lascia sospettare una qualche complicità. O almeno omertà della Chiesa con il tristemente famoso mostro di Marcinelle. In realtà ben tre dvd di documentazione erano circolati tra i giornalisti nel 2004; uno di questi era stato inviato all’Arcivescovado dal foglio satirico anglofono The Sprout, finendo poi negli scantinati, dove l’avrebbe trovato la polizia. Una bufala; ma nessun giornale rettificava.

Ma lo volete il peggio del peggio? Ieri, il Giornale: «Nel computer del cardinale c’è la foto di una bimba nuda». Il Riformista: «Foto shock nell’inchiesta belga. Bimba nuda nel pc del Cardinale». Questi i titoli terrificanti. La foto però è stata scaricata automaticamente nei file temporanei durante una visita sul sito della televisione Vrt, spiegavano ieri dalla Procura, e faceva parte di una serie di istantanee legate ad un concorso per artisti dilettanti.

Vescovi 'sequestrati' per nove ore; tombe violate; foto per nulla segrete spacciate per tali; foto finite casualmente in un file temporaneo divengono ulteriore fango schizzato addosso al cardinale. Il quale mantiene una calma esemplare. Il suo portavoce, Hans Geybels, afferma che «si mantiene saldo come una roccia, con una atteggiamento di fermezza avendo la coscienza tranquilla». Sulla coscienza di chi, in queste ore, sta scientificamente martellando la Chiesa, operando una lucida disinformazione, preferiamo non fare commenti.

 Perquisizioni «brutali» e fughe di notizie

DA BRUXELLES FRANCO SERRA

Alle indagini sui presunti casi di pedofilia in ambienti religiosi la magistratura belga affianca ora inchieste interne su come perquisizioni e interrogatori sono stati condotti: con una spettacolarità che ha sorpreso molti e con ripetute fughe di notizie – usate per insinuazioni infondate – che hanno portato alla querela per violazione del segreto istruttorio annunciata dai portavoce del cardinale Godfried Danneels, primate del Belgio fino all’anno scorso. L’avvio delle inchieste interne è stato segnalato dai media, i quali prospettano la possibilità che venga rimosso dall’incarico Wim De Troy, il magistrato che conduce l’istruttoria sulla pedofilia. «Un giudice sul seggiolino eiettabile», ha titolato in prima pagina il quotidiano La Der­nière Heure. Che le modalità seguite da De Troy fossero criticabili non lo hanno ha constatato solo il Vaticano e i vescovi belgi.

Già lo stile delle perquisizioni del 24 giugno nella sede dell’arcivescovado, mentre era riunita la conferenza episcopale, e fino alle tombe nella cattedrale di Malines, aveva lasciato perplesse le autorità belghe. Il ministro della Giustizia De Clerck si era detto «imbarazzato» dalle modalità «alquanto brutali» dell’operazione. A sua volta la procura generale di Bruxelles aveva fatto sapere di avere deciso di 'verificare' la correttezza delle perquisizioni, anche in seguito alla lettera ricevuta da Fernand Keuleneer, l’avvocato dell’arcidiocesi e del cardinale Danneels. Keuleneer chiedeva tra l’altro di verificare se quel grande schieramento di polizia fosse commisurato agli obiettivi delle ricerche, se non vi fosse stata violazione del diritto alla riservatezza degli archivi e della corrispondenza, anche in riferimento alle prerogative della Santa Sede.

Il portavoce della procura, Jean-Marc Meilleur, ha cominciato a reagire precisando che contrariamente a quanto scritto da alcuni giorn­li (probabilmente su indicazioni di qualche inquirente) il dossier affidato a De Troy «viene istruito unicamente sull’accusa di attentato al pudore», mentre «non viene presa in considerazione quella di associazione criminale», che deriverebbe da complicità nel nascondere alla giustizia atti delittuosi.

Poi, mentre martedì il 77enne cardinale Danneels veniva interrogato per dieci ore nella sede della polizia, alle critiche sulle modalità delle perquisizioni si è aggiunto lo stupore per fughe di notizie da ambienti giudiziari e per come quelle notizie sono state gonfiate dai media, in Belgio e non solo, prima di afflosciarsi in poche ore. Prima il quotidiano Het Laatste Nieuws ha scritto che negli archivi sequestrati c’erano foto dei corpi di due giovi­nette uccise dal pedofilo Marc Dutroux, che sconta l’ergastolo. È stato subito accertato, e confermato dai magistrati, che si trattava di Dvd circolati in decine di copie durante il processo Dutroux. E che un giornaletto satirico inglese, The Sprout (germoglio, ma anche cavoletto di Bruxelles) ne aveva provocatoriamente inviati a Danneels nel tentativo di averne una dichiarazione da usare chissà come. E che erano stati archiviati, come mille altri plichi ricevuti per posta.

Sgonfiatosi il falso scoop di Het Laatste Nieuws , è stata la volta di Het Nieuwsblad . Quest’altro quotidiano fiammingo ha scritto giovedì che nel computer del cardinale c’era la foto di una bambina nuda sotto la doccia. Vero, ha precisato la Procura, ma è una foto senza nulla di sconveniente, venuta dal sito di una Tv belga e scaricata nella 'memoria nascosta' del computer in modo automatico, non per volontà di chi consultava il sito. Ciò non toglie che «vari media abbiano diffuso insinuazioni totalmente infondate, riprese dalla stampa mondiale – ha osservato Hans Geybels, portavoce di Danneels – e la reputazione del cardinale ne è stata irrimediabilmente colpita». Di qui la decisione della querela.

i veri bavagli della stampa

E’ stata presentata al parlamento la relazione sulla legge 40, quella sulla procreazione medicalmente assistita, quella confermata dall'astensione al referendum del 2005, la più alta della storia referendaria del nostro paese.

Ne ha parlato solo Avvenire. Per il resto: silenzio totale. Perché? Perché la legge funziona. Nascono sempre più bambini, dalla provetta, il che, come spieghiamo nei post che seguono, non è un buon segno, di per sé, ma sicuramente significa che questa legge non ostacola come si è voluto far credere i primi anni – complice una presentazione ideologica ed errata dei dati raccolti.

E quindi, se la legge funziona, non se parla. Altro che bavaglio alla stampa: bisognerebbe scioperare CONTRO certi giornalisti, per come danno, o più spesso, per come tacciono le notizie...

Qua c’è il testo della relazione.

In questo post c’è un’intervista a Eugenia Roccella, sottosegretario alla Salute.

In questi due, invece, due miei commenti (questo è un editoriale, invece questo è nell’ultimo inserto “E’ Vita”) sull’argomento, sull’unico giornale che ancora tratta di questi temi (Avvenire). Per fortuna che Avvenire c'è!

intervista a Eugenia Roccella: relazione sulla legge 40

Avvenire 7.7.2010

Roccella «Una norma che bilancia i diritti»

DA ROMA PIER LUIGI FORNARI

« Una legge che funziona». Eugenia Roccella, sottosegretario alla Salute, commenta così la serie di dati, tutti positivi, della relazione sull’applicazione delle norme in merito alla procreazione medicalmente assistita (Pma) approvate nel 2004. «Dunque è smentita tutta la campagna di stampa secondo cui la legge non avrebbe mai funzionato – argomenta il sottosegretario –. Sulla base dei dati del 2008, quando cioè non era ancora entrata in vigore la sentenza della Consulta che ha eliminato il limite di tre embrioni, risulta che cresce il numero delle coppie che accedono alla Pma, dei cicli (più 10% rispetto al 2007), delle gravidanze (11,2%), dei bambini nati (più 13,4%), superando la soglia di 10mila. Certo, mi preme ribadirlo, non è una legge 'cattolica', ma un compromesso laico, un bilanciamento sapiente di vari interessi in gioco, dal diritto alla vita ed alla famiglia del nascituro alla salute della madre. Ma con altrettanta prudenza con la quale è stata elaborata, questa legge va applicata e valutata».

Una considerazione prettamente etica?

Considero il fatto che comunque nelle pratiche di pma c’è sempre una distruzione di embrioni: in media 9 ogni bambino nato. Quindi non si può misurare la civiltà di un Paese dalla diffusione di questi trattamenti. Comunque non ci sono ragioni per il cosiddetto 'turismo procreativo'. Del resto dai dati di una recente indagine dell’Eshre, realizzata su un piccolo campione, risulta che quasi la metà delle coppie sono male informate, perché vanno all’estero per trattamenti che potrebbero ricevere in Italia. Dati che dimostrano quanta poca conoscenza c’è dell’efficacia della legge.

Proprio qualche giorno fa l’Eshre ha celebrato i 20 anni della diagnosi preimpianto, che è vie­tata dalla legge 40.

Allora facciamo qualche bilancio. Si dice per esempio che possa evitare succesivi aborti, ma in Gran Bretagna, dove quella diagnosi è largamente consentita, l’autorithy competente sugli embrioni, a giugno, ha documentato che nel 2006 su 11.600 donne rimaste incinte attraverso la pma, 90 hanno abortito, e l’anno successivo 97 su 12.645. In Italia nel 2008 gli aborti sono stati 76 su 8.173, nell’anno precedente 77 su 7.181. Come si vede le percentuali sono molto simili a quelle inglesi. Del resto sull’attendibilità di quella diagnosi si nutrono ancora enormi dubbi.

Del tipo?

Ad esempio a causa del fenomeno mosaicismo delle cellule può darsi che quella estratta non abbia tutto il patrimonio genetico dell’embrione, con rischio anche di distruggerne uno sano. Poi ci sono altri numerosi fattori di errore.

Si giustifica spesso quella diagnosi con la guarigione di un bambino attraverso un fratellino nato dalla pma..

Un procedura che ha l’effetto dominante di distruggere una enormità di embrioni. Dai dati di due grandi centri europei risulta che 10 trapianti sono il risultato di 4.175 ovociti raccolti (da 139 coppie), di cui sono stati fecondati 2.725. Di questi embrioni solo 250 sono stati impiantati, con la nascita di 51 bambini. Quindi un’efficacia scarsissima: per realizzare dieci di questi interventi sono stati distrutti circa tremila embrioni.

Che dire della tarda età a cui le donne italiane arrivano alla p­ma?

La media europea nel 2005 era dei 33,8 anni, in Italia nel 2008 è di 36,1. Nel nostro Paese un ciclo su 4 è effettuato da una donna con più di 40 anni, con un aumento ulteriore rispetto al 2007. Quindi un scostamento significativo rispetto alla media europea che incide negativamente sulla efficacia dei trattamenti, in forte calo con l’aumentare dell’età: sotto i 29 anni è del 36%, tra i 40-42 è intorno al 14%. Sopra i 45 è dell’1-2%. Se nonostante ciò, le medie finali sono positive, vuol dire che la legge non ostacola affatto l’efficacia dei trattamenti.

Altri dati da registrare?

La percentuale delle complicanze per iperstimolazione ovarica, già molto più bassa delle media europea, è ancora diminuita (0,45% dei cicli).

il dottore col bimbo in braccio

Avvenire 8.7.2010

Se l’embrione è un prodotto

Assuntina Morresi

Un medico con il camice e la mascherina, che solleva fra le mani un neonato: è la nuova icona della maternità, quella del dottore – anziché della mamma – con il figlio in braccio. Un’immagine ricorrente quando si tratta della fecondazione in vitro, che spuntava qua e là fra le centinaia di diapositive proiettate durante il recente convegno internazionale dell’Eshre, la Società europea di riproduzione umana ed embriologia, che si è tenuto a Roma.

È un’istantanea che riassume bene il contenuto del congresso, e che ne dà una potente chiave di lettura. I numeri presentati, gli argomenti affrontati, le tecniche illustrate e le prospettive suggerite per il futuro: tutto ciò di cui si è parlato non si può capire fino in fondo se non si tiene conto della rappresentazione simbolica della maternità data da quell’immagine. È il medico da solo che mostra al mondo il bambino. Non è ritratto insieme ai genitori, e non potrebbe esserlo, visto che con le nuove tecniche i 'padri' e le 'madri' sono molteplici, sempre più sfuggenti e difficili da individuare: possono essere sociali, biologici, donatori o, più spesso, venditori di gameti, affittuari di uteri, single, coppie omosessuali... E come chiamare quelle donne che ricevono l’ovocita 'fresco' dalle figlie o dalle nipoti (la procedura è descritta come donazione intergenerazionale di gameti)? Ma potremmo continuare a lungo nell’elenco delle 'forme parentali' oggi possibili in laboratorio...

In altre parole, le tecniche di fecondazione in vitro disegnano un nuovo percorso di maternità, nel quale l’attore principale è il medico/tecnoscienziato, ma dove all’inizio ci sono solo cellule, 'progetti di vita' o 'vite potenziali', embrioni che acquisteranno valore solamente se diventeranno bambini in braccio, possibilmente sani. Non a caso viene specificato con insistenza, da una parte del mondo scientifico, che la gravidanza inizia con l’annidamento dell’embrione nell’utero, e non con il concepimento: una distinzione di cui si capisce il senso se si fa riferimento alla fecondazione in vitro. Riesce difficile, infatti, pensare a una gravidanza iniziata guardando qualche embrione di poche cellule attraverso l’obiettivo del microscopio, difficile anche per chi quel figlio lo sta disperatamente cercando. Ma se gravidanza non è, allora quello in corso può solamente essere un processo di sviluppo cellulare, che acquisterà importanza solo se andrà avanti correttamente.

Un concepimento in laboratorio implica poi l’uso di termini da addetti ai lavori per indicare i nuovi esseri umani, che in una gravidanza naturale non ci sarebbe bisogno di definire. Si parlerà di pre-zigoti, zigoti, morule, blastocisti: le immagini al microscopio non riescono a rendere conto dell’enorme complessità – per larghissima parte ancora misteriosa – di quanto sta accadendo. Il problema principale in questa fase è produrre un numero di embrioni tali da poterne scegliere i migliori, per poi trasferirli in utero. Che senso ha allora cercare di formare il numero minimo di embrioni, per perderne il meno possibile, come indica la legge 40? L’obiettivo è invece averne a disposizione a sufficienza per garantire la scelta del migliore (il «best embryo», come ormai si usa dire), e poter essere liberi di disporre degli altri come meglio si crede. Non acaso il verbo utilizzato più spesso dagli addetti alla provetta accanto alla parola 'embrioni' è 'produrre'. Come un oggetto.

la provetta è tecnica non libertà

Avvenire 7 luglio 2010

 Ma la provetta è tecnica non libertà

 Assuntina Morresi

 Luci e ombre nella relazione annuale al Parlamento sull’attuazione della legge 40, che regola la procreazione assistita in Italia. I numeri ci dicono che la legge funziona, ma allo stesso tempo che qualcosa sta mutando nel vissuto di chi desidera mettere al mondo dei figli, un campanello di allarme che dobbiamo ascoltare.

I dati presentati si riferiscono al 2008, un periodo precedente alla sentenza della Corte Costituzionale con cui si è abolito il limite massimo dei tre embrioni da formare, e confermano che anche con la norma originaria è aumentato l’accesso alla fecondazione assistita: sempre di più le coppie coinvolte, i cicli di trattamento, le gravidanze e i nati che hanno superato la soglia dei diecimila.

Gli stessi numeri direbbero pure che l’infertilità è in aumento nel nostro Paese. Un fatto preoccupante, ma il condizionale è d’obbligo: quanti dei trattamenti sono dovuti a una prolungata infertilità, e quanti invece a un accesso più rapido delle coppie alla provetta? Per quanti la fecondazione assistita è stato l’ultimo tentativo di avere un figlio, e per quanti invece è stato percepito come un percorso alternativo a quello naturale, che si imbocca alle prime difficoltà? L’insieme dei dati indica anche un disagio che si sta insinuando nel generare: continua ad esempio ad aumentare l’età media delle donne che accedono alla provetta, che adesso ha superato i 36 anni, e un trattamento su quattro è per una donna con più di quarant’anni.

Non è una novità: si comincia a cercare un figlio sempre più tardi, ma con l’età aumentano pure le difficoltà biologiche, e allora ci si rivolge alle nuove tecniche nell’illusione (falsa) che in laboratorio si risolva più facilmente il problema del tempo che passa. Non è così. Ed è difficile accettare che a una prolungata gioventù dei corpi, specie femminili, non possa corrispondere anche una prolungata fecondità: la medicina ha fatto tanto per migliorare le nostre condizioni fisiche, ma il famoso (o famigerato) orologio biologico femminile è rimasto sostanzialmente inalterato, e anche in vitro i tentativi tardivi di maternità sono destinati quasi sempre al fallimento.

D’altra parte, il ricorso alla fecondazione in laboratorio è sempre più spesso dipinto nei mezzi di comunicazione come ulteriore possibilità di pianificazione delle nascite: la possibilità di congelare da giovani i gameti femminili, gli ovociti, per usarli nella fecondazione in vitro più avanti nel tempo è descritta come un’opportunità per posticipare a piacimento la maternità. La provetta, insomma, sta lentamente entrando nell’immaginario collettivo come una possibile alternativa al percorso naturale di maternità, come se il concepimento in vitro fosse non l’estrema opportunità per chi non riesce altrimenti ad avere un figlio, un cammino difficile e assai spesso fallimentare, ma una questione di libertà di scelta, una ulteriore possibilità per ogni coppia, e quindi un indice di modernità e progresso.

Di fronte al fatto che in Europa viene effettuato il 54% dei cicli di fecondazione in vitro di tutto il mondo, si può parlare di "successo" delle tecniche, di "avanguardia" del Vecchio Continente, o forse bisognerebbe esprimere anzitutto preoccupazione rispetto a una sterilità che avanza? Quale sarebbe il "progresso" nell’aumento della fecondazione in vitro? Le critiche feroci alla legge 40 si sono dimostrate ampiamente immotivate, ma resta la perplessità per una tecnica che tende sempre più a modificare nel profondo una delle esperienze più significative della nostra vita: quella del diventare madri e padri.

ecco perchè la Lega attacca Formigoni

Perchè il capogruppo della Lega in regione Lombardia ha protestato pesantemente contro i cosiddetti “contributi” (cioè gli stand di pubblicità delle varie iniziative e realtà della Lombardia) della Regione Lombardia al meeting di Rimini?

Leggete qua di seguito,

Manovra, Galli (LN): Formigoni? Faccia l'Expo' a Rimini

Roma, 06 LUG (Il Velino) - "Mi sembra strano che Formigoni prenda le distanze dalla finanziaria e si erga a paladino delle Regioni del Sud e poi non dica nulla su una regalia da 234mila euro". Stefano Galli, capogruppo della Lega in Regione Lombardia, in un'intervista al quotidiano online Affaritaliani.it, bacchetta la Regione che ha stanziato 234mila euro a favore della kermesse ciellina. E sui ritorni economici per la Lombardia stimati dal capogruppo del Pdl Valentini dice: "Se avessimo saputo di tutti questi ritorni potevamo organizzare l'Expo a Rimini. Intanto mi mettano nero su bianco quanto guadagneranno le imprese lombarde da questo investimento". "Mi scrivano nero su bianco quanti soldi il meeting di Rimini girera' alla Regione - continua Galli -e quanti miliardi di euro guadagneranno le imprese grazie alla kermesse ciellina. Se avessimo saputo di tutti questi ritorni potevamo organizzare l'Expo a Rimini.
Avrebbero pensato loro a fare tutte le procedure per un'ottima realizzazione dell'evento. Ma Al di la' delle battute c'e' un fatto che voglio sottolineare: mi sembra strano che Formigoni prenda le distanze dalla manovra e si erga a paladino delle Regioni del Sud e poi non dica nulla su una regalia di 234mila euro".

E vogliono anche negare i patrocinii, sempre quelli della Lega, come potete leggere qui:

Apc-Lombardia/ Lega contro fondi a Meeting Cl, stop anche a patrocinii

Sospesa approvazione delle richieste di patrocinio

Milano, 6 lug. (Apcom) - Dopo la denuncia del capogruppo della Lega al Consiglio regionale della Lombardia contro lo stanziamento di 234mila euro da parte di alcuni esponenti della Giunta Formigoni a favore dell'annuale "Meeting" di Comunione e liberazione a Rimini, arriva anche lo stop dell'Asssemblea ai patrocinii. L'Ufficio di Presidenza dell'assemblea del Pirellone, guidata dal leghista Davide Boni, ha infatti deciso di sospendere l'approvazione delle richieste di patrocinio e contributo in attesa dell'approvazione del nuovo regolamento che fisserà i criteri e i parametri di erogazione.

L'obiettivo delle nuove regole, fa sapere l'Ufficio composto anche dai vice presidenti Franco Nicoli Cristiani (Pdl), Filippo Penati (Pd) e dai consiglieri segretari Massimo Ponzoni (Pdl) e Carlo Spreafico (Pd), è quello di "premiare quelle iniziative che hanno una reale pregnanza sociale e un concreto interesse regionale. In un periodo di crisi e di tagli è stato anche deciso di sospendere tutte le missioni estere, valutando tutti i protocolli d'intesa in essere per valutare quali proseguire e quali interrompere".

La proposta di stanziamento era all`ordine del giorno della commissione tecnica in materia di Comunicazione, editoria e immagine che si riunisce oggi. Al centro dell'iniziativa ci sono una serie di iniziative che riguardano il turismo e i prodotti tipici, il servizio civile e il sistema ferroviario lombardo. Sul sito del Meeting di Rimini, in programma dal 22 al 28 agosto, sono già presenti banner pubblicitari delle Ferrovie Nord.

La risposta è semplice: perché Formigoni si è messo di traverso contro Tremonti, al quale contesta – giustamente – la finanziaria. Lo scontro fra Formigoni e Tremonti è durissimo. E Tremonti, si sa, è il primo ministro in pectore della Lega, formalmente nominato da Berlusconi, ma di fatto legato a doppio filo a Bossi. E quindi, una volta attaccato, fa rispondere ai suoi, cioè ai leghisti, oltre che ai poteri “forti” su cui ha influenza (leggi: il solito Corriere della Sera).

E’ Tremonti che sta cercando di espugnare Palazzo Chigi, con alle spalle le truppe cosacche della Lega, e l’attacco a Formigoni è solo un assaggio di quel che sarà, se la mossa gli riesce, e se diventasse premier.

Tornando al meeting, è bene tenere presente che si parla di cifre molto modeste: per il bilancio della regione Lombardia, stand pubblicitari per duecentomila euro sono veramente briciole.

E d’altra parte sarebbe interessante andare a vedere quanto spendono i lùmbard per le sagre delle ranocchie padane. Perché non si comincia a risparmiare dal lì?

Il Meeting è l’unica manifestazione culturale di caratura internazionale, di area cattolica, ma da sempre aperta a tutti: è inutile difendere i crocifissi se poi si fanno pesanti polemiche strumentali contro uno dei pochi posti in cui si danno pubblicamente le ragioni per la battaglia per il crocefisso….

i mondiali, una fiction, e la biopolitica

Avvenire 1. 7. 2010

Teniamoci stretta la nostra "eccezione"

Assuntina Morresi

Ventotto anni fa, in questo stesso periodo, preparavo gli esami di maturità. Studio matto e disperatissimo, che si interrompeva solo per vedere in Tv le partite della nazionale – il mitico Mundial di Spagna ’82 – e Dancing Days , telenovela brasiliana di successo in cui la protagonista, interpretata da Sonia Braga, era appena uscita da più di dieci anni di prigione: tante difficoltà per ricominciare, grandi passioni, amicizie, la nuova vita, una figlia ritrovata, e il lieto fine con l’amore vero.

Ci ripensavo in questi giorni, quasi trent’anni dopo. Un periodo di lavoro molto intenso, intervallato dalle partite del mondiale sudafricano e, una sera, dalla pausa con una fiction di successo, Brothers & Sisters . È la storia di una famiglia americana, con una madre rimasta vedova – la bravissima Sally Field – e cinque figli ormai adulti, tre maschi e due femmine. Indicativa la trama dell’episodio che ho visto casualmente. Uno dei tre figli maschi, Tommy, è sposato e ha una bambina di due anni, dalla salute incerta fin dalla nascita, che improvvisamente peggiora: dicono i medici che dipende dal fatto che è nata prematura e che ha bisogno urgente di un trapianto di fegato. Però la mamma non è compatibile e Tommy è solo il suo papà 'sociale': la bambina è nata con la fecondazione assistita, lo sperma è stato donato dai due fratelli di Tommy, ma non si sa quale dei due sia effettivamente il padre (evidentemente il liquido seminale è stato mischiato prima della fecondazione).

Dall’esame del Dna si scopre che il papà biologico è Kevin, che dei due fratelli è quello omosessuale, regolarmente sposato con il suo partner. La sera prima dell’operazione i due parlano della procura legale con cui Kevin autorizza suo 'marito' (si indicano così fra loro nel telefilm) a 'staccare la spina' nell’eventualità che qualcosa vada male durante l’operazione e lui resti 'come un vegetale'. «Meno male che siamo sposati – dice Kevin – altrimenti mia madre la spina non la staccherebbe mai». Mentre la bambina e lo zio/padre sono in sala operatoria, Tommy si confida con Kitty, una delle sue sorelle: lei lo può capire, visto che sta aspettando un bambino ma con una mamma surrogata, perché non riesce a rimanere incinta. Alla fine, happy end: l’operazione è riuscita e tutti insieme festeggiano il giorno del Ringraziamento.

Il paragone con la telenovela di Sonia Braga non potrebbe essere più impressionante. Una rivoluzione antropologica, in trent’anni, riassunta in una puntata qualsiasi di una fiction (la moderna telenovela) di seconda serata, trasmessa dalla Rai: inizio e fine vita, 'nuove' famiglie e rapporti di parentela complicati, con un lessico proprio (madre surrogata, padre biologico). Un super-condensato di bioetica, insomma, compreso il trapianto fra viventi, l’analisi del Dna e le conseguenze di un parto prematuro. Bisogna anche precisare, però, che all’epoca della storica partita Italia-Brasile 3-2 (Rossi, Socrates, Rossi, Falcao, Rossi; e adesso siamo già a casa...) c’erano già tutti i presupposti: Louise Brown, la prima bambina concepita in provetta, nel 1982 aveva già quattro anni.

Karen Ann Quinlan, la prima icona del diritto a morire, era in stato vegetativo da sette anni, e già da sei le era stato staccato il respiratore, su richiesta del padre e con l’autorizzazione dei giudici. Sarebbe morta nel 1985. Nel giugno 1982, a mondiali iniziati, si inaugurava a Bologna il primo Centro di cultura omosessuale, il Cassero, a Porta Saragozza, in una sede offerta dall’amministrazione comunale. Ventotto anni fa, quando con tre goal l’Italia travolgeva la Germania ed era incoronata Campione del mondo, guardavamo Dancing Days ma tutto era già pronto per Brothers & sisters , una trama che all’epoca non saremmo stati in grado neppure di immaginare. Tutto era pronto, ma qualcosa è successo, per cui almeno da noi certe fiction 'biopolitiche', fortunatamente, non si possono ancora ambientare.

La legge 40 sulla procreazione assistita, e il clamoroso fallimento del referendum nel giugno 2005 che la voleva sostanzialmente abolire – un referendum sostenuto pressoché dalla totalità della stampa e dei mezzi di comunicazione, è bene ricordarselo –, hanno addirittura quasi fatto dimenticare che prima della legge, fino al febbraio 2004, anche in Italia era possibile fare di tutto con le nuove tecniche: fecondazione eterologa, compravendita di gameti (ovociti e spermatozoi), embrioni umani prodotti, congelati e distrutti senza limiti, maternità surrogata, diagnosi preimpianto e via dicendo. Il Family Day del maggio 2007, poi, la grande manifestazione nazionale delle famiglie a piazza San Giovanni a Roma, ha seppellito la proposta di legge del governo Prodi sui Dico, che voleva riconoscere le coppie di fatto anche omosessuali, e che inevitabilmente ne avrebbe sdoganato anche il matrimonio, come è successo in tanti altri Paesi occidentali.

Un’intelligente iniziativa politica insieme a un movimento popolare trasversale, in cui si sono riconosciuti credenti e non, grazie all’impostazione culturale non fideistica ma realmente laica con cui sono state impostate le due battaglie: dapprima il varo e la difesa di una legge, la 40, e poi il rifiuto di un’altra, quella sui Dico. E pure la drammatica fine di Eluana è stata vissuta in modo analogo, lasciando un segno incancellabile nelle coscienze. Pezzi importanti della nostra storia che hanno permesso all’Italia di rimanere una felice eccezione nella società occidentale, che invece è stata completamente trasformata – e frastornata – dalle mutazioni antropologiche della tecnoscienza.
Un’esperienza culturale e politica preziosa, di cui dobbiamo essere consapevoli.

Una vita 'normale'

Avvenire  02-07-2010

 Stefania, una vita ‘normale’. E quei mille chilometri per le cure.

 Viviana Daloiso

 Ha quarant’anni, Stefania Mosca, e sulla sedia a rotelle sta da quando ne aveva nove. Camminava su un marciapiede di Guardavalle, in provincia di Catanzaro, insieme ai suoi genitori: all’improvviso un uomo ha perso il controllo della sua auto, le è piombato addosso, l’ha fatta stramazzare a terra e venti metri di distanza. E le ha portato via per sempre la possibilità di una vita 'normale'. ‘La chiamano cosi’ – racconta lei –, la vita sulle tue gambe, ma a me la vita sembra normalissima come l’ho vissuta e la vivo ogni giorno. Non mi sono mai fermata, mai sentita diversa, o fuori posto’.

 Merito di due genitori, Assunta e Giuseppe, che non si sono mai arresi. A partire da quel giorno terribile del 1979, in cui la piccola è finita di corsa in ospedale a Locri, e poi a Reggio Calabria e poi ancora su, su, fino nel Lazio, fino ad Ariccia, in un centro ortopedico specializzato, perchè ‘forse lì qualcuno avrebbe potuto fare qualcosa’. All’epoca il caso di Stefania sembrava addirittura disperato: per mesi nessuno si azzardò nemmeno a scommettere che potesse riprendere coscienza appieno, figurarsi che potesse sollevarsi da un letto. Tranne Assunta e Giuseppe. Che telefonavano, si informavano, scoprivano pian piano il dramma della paraplegia.

Ad Ariccia, per fortuna, la bambina veniva seguita con tutte le dovute accortezze. Capitò anche che papa Giovanni Paolo II arrivasse in città nel corso di una visita pastorale. Il primo 'miracolo' nella vita di Stefania: Assunta ferma il Papa al passaggio, per strada, e gli racconta della sua bambina appesa alla vita. Il giorno dopo all’ospedale arriva un’ambulanza direttamente da Città del Vaticano. Stefania viene portata a Castel Gandolfo, con una barellina fin sotto gli occhi del Pontefice, che la accarezza, la stringe. E che con Stefania prega, nella sua cappella. Terminate le cure, Stefania torna a casa. Papà Giuseppe non vuole saperne di tenerla lontana dalla scuola, nascosta, e ce la accompagna tutti i giorni, in braccio, su per la scale, visto che con la sedia a rotelle non può arrivare in classe: ‘La tua vita è normale, normalissima ‘, le ripete sempre. Anche quando tutto sembra andare a rotoli, anche quando i soldi non bastano, e Giuseppe deve pure ridurre gli orari di lavoro per starle vicino.

 I viaggi della speranza, lontano dalla Calabria priva di strutture adeguate e di risposte terapeutiche, continuano. I genitori di Stefania tentano tutte le strade: la portano al San Camillo di Roma per i primi interventi alla colonna, poi in Germania, a Heidelberg. Niente da fare: il trauma non può essere curato e la ragazza deve rimanere sulla sedia a rotelle. Stefania non ha paura. però: ‘Non ho mai smesso di vedere il mio futuro, non mi sono mai arresa. Sono sempre 'partita', e sono andata avanti fino a quando non ho trovato un ostacolo. E anche lì, ho sempre tentato di superarlo, e quando non ce l’ho fatta sono tornata indietro e il giorno dopo ho riprovato’.

Un coraggio da togliere il fiato: Stefania ha finito la scuola, ha preso la patente e guida la sua macchina 'speciale', si è laureata, ha girato l’Europa, ha vinto un concorso pubblico e trovato un lavoro, ha un fidanzato, Gaetano, con cui sta progettando una vita. Eppure oggi, nel 2010, deve ancora fare più di mille chilometri per le visite di controllo e per i piccoli interventi di cui ha bisogno periodicamente: ‘Da Lamezia, vado all’Unità spinale del Niguarda di Milano. La mia Regione preferisce pagare le trasferte ogni anno, a me e agli altri nelle mie condizioni, piuttosto che costruire un centro specializzato’. Sorride, Stefania, sul letto dell’ospedale milanese, dove dall’aeroporto è arrivata in taxi, sola: è un altro ostacolo che può superare.