Febbraio 2010

A Perugia il comune segue radicali e UAAR

A Perugia il consiglio comunale guidato dal Pd, ha acquisito supinamente la proposta dei radicali e dell’UAAR (Unione Atei Agnostici Razionalisti), per l’istituzione di un registro comunale dei testamenti biologici.

A favore i 20 voti del Pd, Rifondazione, Comunisti Italiani, Socialisti e Italia dei Valori; contrari gli 11 di PdL, UdC, e la lista civica Perugia di tutti.

Avevamo spiegato perché i registri comunali sono una colossale balla, impossibili da realizzare e buoni solo a una battaglia politica. Ma tant’è: l’amministrazione comunale di Perugia ha voluto spiegare da che parte sta, e abbiamo capito bene. Si troverebbero a proprio agio con la candidatura Bonino.

Qui trovate il mio intervento al Consiglio Comunale grande, nel quale ho spiegato perché questo registro non serve a niente, anzi, è impossibile da realizzare. Ce ne ricorderemo bene fra un mese, quando voteremo alle elezioni regionali. Di seguito il comunicato di Scienza e Vita Perugia

COMUNICATO STAMPA             PERUGIA 23.2.2010

TUTTI I MOTIVI DELL’INAPPLICABILITA’ DEL REGISTRO COMUNALE DEL TESTAMENTO BIOLOGICO

Scienza e Vita Perugia esplicita le incongruenze dell’atto compiuto ieri dal Consiglio Comunale perugino che ha approvato l’istituzione del registro in assenza di una legge nazionale di riferimento.

 

Ieri, lunedì 22 Febbraio, il Consiglio Comunale di Perugia ha  approvato l’istituzione del registro comunale dei testamenti  biologici, facendo propria la petizione popolare presentata dai  radicali, nonostante ne sia chiara la manifesta inapplicabilità in  mancanza di una legge nazionale a cui riferirsi. In particolare:

- nessun medico è tenuto a seguire le indicazioni depositate in tali  “biotestamenti”;
- l’eventuale figura del fiduciario che si potrebbe designare non ha  alcuna validità giuridica, e nessun medico è tenuto a seguirne le  indicazioni;
-  una volta depositato il “biotestamento”, non ci sono indicazioni  su come lo si possa modificare. Inoltre una delibera comunale non può derogare o sostituire una legge dello Stato;
- è necessario un consistente investimento economico da parte  dell’amministrazione  comunale  per rendere il suddetto registro  disponibile 24 ore su 24, giorni festivi compresi, e predisporre una  rete informatica valida sul territorio nazionale per poter accedere a  tale testamento da ogni parte della nazione (investimento che  l’amministrazione deve rendere pubblico);
-  devono essere rispettate le norme vigenti sulla privacy.

Queste elencate sono solamente le principali obiezioni all’istituzione  del registro comunale dei testamenti biologici, obiezioni già  sollevate da Scienza & Vita Perugia nel corso del Consiglio comunale grande dello scorso 15 Febbraio, rimaste evidentemente inascoltate.
Si prende atto della deriva radicale della maggioranza che compone il  Consiglio comunale di Perugia.
L’associazione perugina Scienza e Vita è pronta ad avviare ogni azione  legale che verrà ritenuta necessaria per preservare almeno il  principio di legalità, che questa iniziativa comunale ha bellamente calpestato.

E’ comunque incredibile che qualcuno provi solo a ipotizzare che una questione tanto complessa e delicata come il “biotestamento” possa essere risolta da una delibera comunale. 

 Scienza & Vita Perugia

 

E la Binetti se n'è andata....botta e risposta Bersani/Tarquinio

Paola Binetti se ne è andata dal Pd: non aveva più senso stare dentro un partito che candida Emma Bonino a governare il Lazio, una Bonino che il segretario del partito suddetto  – intendo Bersani – descrive come “una fuoriclasse, una grande personalità e come tutte le grandi personalità perfettamente in grado di interpretare tutte le sensibilità di una larga coalizione”.

Ora, le cose sono due: o non ci sono cattolici dentro il Pd, ma solo radicali et similia, allora Bersani ha ragione, oppure se fra le cosiddette “sensibilità” del Pd ci sono anche quelle cattoliche, allora che qualcuno ci spieghi in che modo Emma Bonino è in grado di interpretarle.

Avvenire ci è andato giù duro, martedì, con un interessante editoriale in cui si commentava il distacco dal Pd degli esponenti cattolici (anche se chi scrive, sommessamente, si chiede che caspita ci sono mai andati a fare, i cattolici nel Pd, là dentro per i cattolici c’è posto solo se stanno zitti!). E oggi, mercoledì, sempre Avvenire ha raddoppiato la dose per mano del direttore Tarquinio, che con due rispostine come si deve - una al segretario del Pd Bersani, e l’altra a una lettrice – ha definitivamente messo una pietra tombale sulla faccenda Bonino_cattolici_Pd.

Interessante, a proposito, pure un commento di Gaetano Quagliariello.

Devo ammettere che è veramente divertente vedere che mentre si scrivono articoli su articoli per dimostrare che il voto cattolico non conta, non vale, anzi, non esiste prorpio, dall'altra sono tutti lì a sbavare, ansiosi di prendersi i voti dei cattolici, o quantomeno preoccupati di rassicurarci, come fanno i radicali e quelli del Pd per la Bonino.....come se noi cattolici fossimo lì, beoti con l'anello al naso, a berci tutto quello che ci dicono, pronti a votare la Bonino perchè è contro la pena di morte.

Con la Bonino candidata la Binetti se n'è andata (fa pure rima). Ma che si fa adesso, con la Bresso in Piemonte?

Che ci stanno a fare i cattolici nel Pd? - tre

Avvenire 17.2.2010

Radicali, un’incompatibilità irriducibile Il direttore risponde

C
aro direttore,

sabato 13 febbraio, mentre mi accingevo a preparare la colazione, lo zapping di mia figlia ha sfiorato il canale La7, e percependo che un ospite stava facendo riferimento proprio al nostro giornale, mi sono lasciata irretire dalla discussione e ho cercato di capire.

Perché quando ho sentito la Coscioni asserire con piglio che i cattolici in politica si riconoscono sicuramente in Bonino e in Pannella molto più che in Binetti o in Lusetti (entrambi presenti in studio), ho avuto quantomeno il dubbio di aver compreso bene quanto la signora volesse intendere. La quale ha poi proseguito dicendo che buoni cattolici si rivelano poi pessimi amministratori, mentre è vero il contrario, cioè che bravi politici possono essere invece assolutamente lontani dalla Chiesa e dalla religione.

Ora, se su questo punto il pensiero della radicale è di certo condivisibile, poiché personalmente ritengo che non tutti abbiano doti personali e capacità di amministrare e governare (anche solo un piccolo Comune), siano essi cattolici o meno, non riesco davvero a concepire come un cattolico possa identificarsi con il Partito radicale e i suoi esponenti.

Con ciò non voglio nemmeno sostenere che la casa dei cattolici in politica sia oggi facilmente individuabile, ma di certo, quando il dibattito politico chiama in causa i famosi 'valori non negoziabili' mi pare che siano ben pochi gli uomini che si impegnano per sostenerli. Ed è fondamentalmente questo che, a mio parere, dovrebbe interessare il cattolico. Perciò, quando, ahimè, un partito, che già nella sua denominazione vuol essere democratico, nega ai propri esponenti di esprimersi secondo coscienza su questioni come il fine vita (solo per fare riferimento a una problematica oggi ancora aperta, ma tanti sarebbero i punti caldi su cui soffermarsi), ebbene, credo fermamente che il concetto di democrazia si sia perso completamente.

E se è vero che un capace uomo di governo può non essere cattolico, è però necessario considerare anche che oggi in tanti 'parlamentini' si tende sempre più spesso a intervenire per vie 'legali' e 'istituzionali' anche sulla vita e sulla morte dei cittadini, di come debba o possa essere organizzata e valutata la famiglia, della nostra vita intima e privata…

 Insomma, oggi più che mai, quelle che erano davvero 'questioni di coscienza' sono diventate 'questioni politiche', che si giocano sui banchi del Parlamento e di consigli locali.

 Ecco perché può fare la differenza, a parità di capacità personali e doti umane, il fatto che il governatore, o il sindaco, o gli amministratori siano o meno cattolici coerenti e impegnati.

Basti pensare, infatti, che regioni storicamente rosse come la Toscana o l’Emilia-Romagna, in barba alle regole nazionali, si permettono di aprire registri per le unioni civili fra persone dello stesso sesso, si permettono di sperimentare pillole varie, si permettono di…

 La riflessione potrebbe diventare veramente lunga; concludo affermando che se il cattolico, in certi momenti della vita politica italiana, fa gola a tutti i partiti, una volta che i giochi sono fatti, lo si può anche rottamare; e se proprio non se ne vuole andare, gli viene fatto capire a chiare lettere che deve almeno avere la 'decenza' di tacere sulle questioni che contano...
 Cristina Tassi, Faenza

 
Ho poco da aggiungere, cara Cristina, alla sua riflessione. Fatti e misfatti, detti e contraddetti sono sotto gli occhi di tutti. Ma il 'caso radicale' sta diventando ogni giorno più curioso e inquietante. Pannella, Bonino & Co. - dopo aver praticato per anni e anni la 'politica del cuculo' cercando di insediarsi nei 'nidi' partitici ed elettorati altrui - tentano oggi con incredibile e infelice leggerezza una capriola mozzafiato e si candidano ad assumere addirittura la rappresentanza del sentire politico 'cattolico'. Dire che si tratta di un’operazione insensata
e truffaldina è persino poco.
  Siamo davanti a un autentico insulto all’intelligenza e alla memoria collettiva degli italiani: su concezione e manipolazione della vita, tutela della famiglia, difesa della libertà educativa dei genitori, solidarietà sociale e visione del mercato e del lavoro i radicali predicano sistematicamente l’opposto di ciò che afferma la dottrina sociale della Chiesa e di ciò che i cattolici italiani si sforzano di testimoniare.
  Ma una melensa propaganda di stagione – sia pure somministrata a dosi d’urto e con lo scudierato di un partito, il Pd, che si era candidato a essere schietto e originale anche nel rapporto con il mondo cattolico più consapevole e impegnato – non può cancellare decenni di tragiche battaglie radicali contro la visione cristiana della vita.
  Nessuno può presumere di poterla fare a pezzi. Ed Emma Bonino meno di tutti.

Che ci stanno a fare i cattolici nel Pd? - due

Avvenire 17.2.2010

SCRIVE IL SEGRETARIO DEI DEMOCRATICI. I L DIRETTORE RISPONDE 


 <Emma, un mattone nella casa comune Pd> una scelta che non si può sottovalutare

Caro direttore,

il tema della presenza dei cattolici del Pd richiede ben altro approfondimento di una breve replica a un articolo. Non posso tuttavia non rispondere al ragionamento che Sergio Soave ha sviluppato martedì 16 febbraio sulle pagine di Avvenire.
  Innanzitutto, credo davvero che non mi si possa descrivere come un segretario che ha un atteggiamento di sufficienza sulla questione. Chi ha potuto vedermi lavorare lungo ormai molti anni, non potrà certo accusarmi (credo di poter dire, onorevole Binetti compresa!) di sottovalutare la funzione della cultura cattolica nella vita pubblica del Paese. Il punto è che la costruzione del Pd pretende uno sforzo di convergenza e di mescolanza sul piano del progetto politico.
  Certamente non potrebbe esistere il Pd senza l’idea di una funzione autonoma e mediatrice della politica, funzione tanto più nobile ed importante quanto più collegata al concetto di limite della politica e di riconoscimento, quindi, del valore profondo delle convinzioni religiose ed etiche.
  Penso dunque che le adesioni o le defezioni avvengano sul piano delle scelte politiche.
  Non trovo giusto ad esempio negare in premessa ad una personalità come Emma Bonino, senatrice eletta nelle nostre liste, la capacità di interpretare l’insieme di un programma di coalizione. Così come trovo davvero stucchevole l’idea che si voglia appaltare a qualche altra forza politica la rappresentanza dei valori cattolici, secondo schemi politicisti fatti a tavolino. Distacchi dolorosi dunque, quelli avvenuti, ma che si sono determinati sul piano politico. Non è su questo che può essere messa in discussione la possibilità della cultura e dei politici cattolici di avere un ruolo nella costruzione del Pd.
  Soave scrive che non è riconosciuta nel Pd pari dignità ai cattolici. Di che cosa si sta parlando? Di posizioni nel partito? Il presidente, il vicesegretario, il capogruppo alla Camera, i responsabili di settori di lavoro crucialissimi come welfare e scuola non sono forse protagonisti di quella cultura? Si parla invece di politiche? Non conosco 'derive zapateriste'. Conosco un progetto che rivendica la laicità dello Stato legandola strettamente ai nostri principi costituzionali; conosco politiche di merito legate a principi di un umanesimo forte preoccupato della libertà e della dignità dell’uomo, a cominciare da quello debole e abbandonato; un umanesimo capace di misurarsi sui temi cruciali della vita e della morte senza dimenticare tuttavia il cammino dell’esistenza.
  Mi si permetta di dire che il nodo della questione è un altro. Le culture del Pd non possono vivere da separate in casa. Piaccia o no, non è questo il nostro progetto. Tutte le culture devono via via riconoscersi nei muri portanti della casa comune. Si potrà dire che questo lavoro è ancora all’inizio; ma chi pensa che sia un lavoro inutile o impossibile o uno sforzo a cui rinunciare dovrà ricredersi.
 Pier Luigi Bersani

 Segretario del Partito democratico

 
 Ringrazio l’onorevole Bersani per le pacate eppure appassionate argomentazioni di questa sua lettera in risposta all’acuto commento di Sergio Soave e, mi pare di
capire, al denso lavoro di indagine e di analisi che ha accompagnato su Avvenire le cronache del disincanto, del disagio e del distanziamento dal Pd di settori e personalità di cultura politica cattolica dopo l’abbraccio tra questo importante partito e la leader radicale Emma Bonino. Con una battuta potrei dire che se il segretario del Partito democratico è in coscienza tranquillo, non saremo certo noi di Avvenire a inquietarci al posto suo e degli altri dirigenti della formazione sognata da Prodi e, poi, fondata da Veltroni... E invece no, non faccio battute.
  Perché da molti mesi – proprio a partire da alcuni casi di coscienza estremamente significativi e dagli esigui spazi concessi all’esercizio della libertà di coscienza nei gruppi parlamentari dei democratici – stiamo osservando con rinnovati interesse e attenzione lo svilupparsi del progetto politico generato dalla fusione dei Ds e della Margherita. Interesse e attenzione al tema della libertà di coscienza (e dunque di 'cittadinanza') nel Pd che stranamente ci è toccato di coltivare in sostanziale solitudine, e ai quali si è via via sommato un crescente senso di allarme, largamente condiviso – posso testimoniarlo – dai nostri lettori.

Da qualche settimana, si è aggiunto il caso Bonino. Che ha ovviamente una natura sua propria, anche per l’incredibile pretesa della superabortista e iperliberista candidata a governatore del Lazio di 'rappresentare' addirittura i valori cattolici (e di questo mi occupo pure in penultima pagina, quella dedicata al colloquio coi nostri lettori).

Ma il caso Bonino, per le modalità con cui si è manifestato e per il senso politico generale che ha assunto, si sta configurando sempre più anche come un caso Pd. Lei, segretario, ha accettato senza batter ciglio l’autocandidatura della fedelissima compagna di battaglia anticattolica di Marco Pannella e, qui sopra, difende di nuovo la corsa di colei che ha più volte esaltato come «una fuoriclasse», definendo «ingiusto» il giudizio di chi non riconosce a Bonino la «capacità di interpretare un programma di coalizione».

Ma il nome e la storia di Emma Bonino 'sono' un programma. Un programma, onorevole Bersani, incompatibile con altri (per più di un aspetto anche con quello alla base dell’idea di sinistra che lei punta a rivitalizzare e rappresentare) e, in ogni caso, certamente affinato con aperta e spesso aspra ostilità verso la visione cristiana della vita e dei rapporti sociali. Decidere di fare di un simile contributo un «mattone» del muro della casa comune del Pd significa fare una scelta pesante e precisa. Che, infatti, sta producendo contraccolpi, crepe e lacerazioni.

Liberi tutti di valutare gli uni e le altre, a maggior ragione chi le subisce. Noi ci siamo permessi di sottolineare che le sottovalutazioni – le sufficienze, appunto – si pagano. E ne restiamo convinti.


  Marco Tarquinio

Che ci stanno a fare i cattolici nel Pd? - uno

Avvenire 16.2.2010

IL PD E IL PROGRESSIVO DISTACCO DEGLI ESPONENTI CATTOLICI

  La strana sufficienza del <partito del secolo>

SERGIO SOAVE

 La sofferta decisione di Paola Binetti di lasciare il Partito democratico per aderire all’Udc ha suscitato freddi commenti burocratici nel vertice e un irrefrenabile moto di soddisfazione nei settori più laicisti di quel partito. Com’è noto Binetti aveva più volte chiesto che il carattere pluralistico e accogliente del Pd venisse effettivamente espresso nelle scelte politiche concrete, ma la sua richiesta è stata ignorata anche nel momento di massimo dissenso, quello originato dall’accodamento dei democratici all’autocandidatura della leader radicale Emma Bonino alla guida della regione Lazio.
  Lo stillicidio di personalità di cultura cattolica che abbandonano il Pd ormai rappresenta un elemento permanente del nostro panorama politico, che ha nella scelta di Paola Binetti l’ultima – nel senso di più recente – conferma. Il fatto che questo fatto non venga considerato un problema ai piani alti del partito, con Pierluigi Bersani che, dopo aver espresso il suo dolore di circostanza, parla di nuove acquisizioni che faranno del suo, addirittura, «il partito del secolo», è piuttosto sorprendente.
  Da quando è stato progettato nei congressi paralleli dei Ds e della Margherita, il Partito democratico ha già subito altri abbandoni o secessioni preventive. In quei casi, come la scissione promossa da Fabio Mussi e altri esponenti della sinistra dei Ds, nessuno espresse giubilo, nemmeno tra le file della Margherita. Al contrario, parve grave che nella fase di costruzione di un contenitore pluralista, come sono in sostanza tutti i grandi partiti occidentali, venisse meno una componente, per quanto collocata su posizioni piuttosto eccentriche rispetto all’asse riformista dato come fondamentale. Nei confronti, invece della secessione di esponenti moderati o cattolici, già più di una mezza dozzina solo tra i parlamentari, pare si riscontri, nel migliore dei casi, un disinteresse colmo di sufficienza. A questo si aggiunge un diffuso dileggio incomprensibile (o fin troppo comprensibile...) nei confronti dell’Opus Dei, ai funerali del cui fondatore avevano invece partecipato con rispetto e commozione esponenti della sinistra, dal leader storico Massimo D’Alema a Cesare Salvi, riferimento dell’area più legata al radicamento 'socialista' dei Ds.
  Quella che Binetti denuncia come «deriva zapaterista», anche se forse non coinvolge l’intero partito, si presenta come una tendenza rilevante e forse prevalente nel Partito democratico, che ovviamente non esclude gli apporti cattolici, ma rifiuta di fatto una loro pari dignità che può essere garantita solo dal limpido e pieno rispetto della libertà di coscienza nelle scelte che hanno un oggettivo rilievo etico.
  C’è chi pensa che in questo modo si ralizza un progetto strategico attribuito a Bersani, quello di lasciare fuori dal partito i settori moderati e cattolici, per poi recuperarli 'dall’esterno' con un’alleanza organica con l’Udc. Però è proprio sul terreno delle alleanze che si sono determinate le condizioni per l’abbandono di Binetti e di altri. Una tattica studiata a tavolino, che pensa di poter spostare le truppe come in un gioco di soldatini di piombo, trascura la soggettività delle scelte politiche, che è poi il connotato fondamentale della libertà in generale e dell’agibilità effettiva di una formazione che si autodefinisce come presidio fondamentale della democrazia.

tre domande per le elezioni regionali

L'Associazione Scienza & Vita di Perugia ha posto tre domande a tutti i futuri candidati alle prossime elezioni regionali.

Ve le propongo di seguito: sarebbe interessante sapere le risposte non solo dall'Umbria, ma anche dal Piemonte, ad esempio, dalle Marche, dalla Liguria, per non parlare del Lazio..e comunque da tutte le regioni in cui alla fine di marzo si rinnoveranno le amministrazioni.

I prossimi 28 e 29 marzo in Umbria si terranno le elezioni regionali.

E’  un appuntamento importante e significativo: le politiche locali, in special modo quelle regionali, sono destinate ad avere un peso sempre crescente nella vita di tutti noi, soprattutto se si considera l’evoluzione in senso federalista del governo del nostro paese. E d’altra parte, anche nell’affrontare le problematiche presentate dallo specifico territorio regionale, le amministrazioni locali seguono necessariamente indirizzi politici e culturali ben precisi.

Fra i possibili, diversi criteri con cui giudicare i programmi dei candidati al governo dell’Umbria, riteniamo innanzitutto necessario chiarirne il riferimento antropologico, e cioè a quale idea di persona, di famiglia e di società ci si riferisce nella progettualità politica.

Proponiamo quindi tre domande a tutti i futuri candidati, di tutti gli schieramenti e partiti politici, invitando a rispondere e a confrontarsi pubblicamente nel merito.

1.     La famiglia è considerata da tutti l’elemento fondante della società, e tutti gli schieramenti chiedono che, soprattutto in tempo di crisi come quello che stiamo attraversando, venga adeguatamente sostenuta dalle istituzioni. Non possiamo che essere d’accordo. Ma di quale famiglia stiamo parlando? Quale tipo di famiglia si vuole sostenere? Quella dell’art.29 della Costituzione “come società naturale fondata sul matrimonio”  tra un uomo e una donna o altri tipi?

2.     Anche la legge 194, che pure ha reso legale l’aborto nel nostro paese, non lo considera un diritto, ricorda che “non è mezzo per il controllo delle nascite”, e lo ritiene un evento fortemente negativo, da prevenire e tenere sotto stretto controllo da parte delle istituzioni. Quali programmi per la prevenzione dell’aborto e a sostegno della maternità difficile intendono proporre i candidati alle elezioni regionali?

Nel nostro paese sta per arrivare la Ru486, la pillola abortiva. E’ un metodo che, non cambiando la sostanza dell’aborto, che resta la soppressione di una vita nascente, può però banalizzarlo, perché rischia di introdurre surrettiziamente l’aborto a domicilio, in violazione, tra l’altro, della stessa 194.  I candidati all'amministrazione regionale vorranno evitare il rischio di un aborto fai-da-te a domicilio, almeno prevedendo un regime di ricovero ordinario in ospedale?

3.     E’ in discussione in parlamento una legge sulle Dichiarazioni Anticipate di Trattamento (il cosiddetto “testamento biologico”). Alcune amministrazioni locali stanno promuovendo registri comunali del testamento biologico, senza attendere l’esito del voto parlamentare. I candidati alle elezioni regionali intendono incoraggiare questi percorsi locali oppure aspetteranno la normativa nazionale? 

Eluana, un anno dopo. Tre

 

 

Avvenire 9 Febbraio 2009

 

LA RICERCA IN BELGIO

 

Liegi, dove si trova la vita anche nei «vegetativi»

 

Dal nostro inviato a Liegi Viviana Daloiso

 

Chilometri di fili, scrivanie som­merse di cartelle cliniche, i ri­cercatori che studiano accam­pati nei corridoi, perché manca lo spazio, ma c’è così tanto da fare: il Centro Cyclotron dell’Università di Liegi è, a oggi, l’unico posto al mon­do in cui le domande sullo stato ve­getativo trovano una risposta. Non è la risposta del cuore, o della fe­de, o dell’etica: quelle sembrano non bastare a chi ragiona in termini di 'e­videnze' sulla vita umana. A Liegi la risposta è quella oggettiva della scienza, e a piantartela davanti agli occhi è un fisico nucleare che del­l’etica potrebbe persino infischiarse­ne. Non fosse per quella videata in cui un cervello comincia a colorarsi, a da­re segnali di coscienza e attività là do­ve era impossibile persino sognarle. Non fosse che il cervello appartiene a un malato in stato vegetativo da 5 an­ni – la giovane vittima di un inciden­te stradale, per essere precisi – in un Paese come il Belgio, dove l’eutanasia è pratica legale già da tempo.
Da qualche mese è lui il protagonista indiscusso del laboratorio di Steven Laureys e lo è anche della ricerca ap­pena pubblicata sul New England Journal of Medicine, che tanto ha fat­to scalpore sui giornali e in tv. Perché questo 'vegetale', considerato privo di ogni traccia di coscienza e perce­zione di sé, incapace di seguire gli og­getti con gli occhi e inchiodato a un letto senza via di scampo, senza bat­tito di ciglio, può comunicare. Può di­re sì o no, se qualcuno gli chiede con­ferma del suo nome. Può spostarsi, mentalmente, e allo stesso modo per­sino giocare a tennis. Pensare che a vederlo dal vetro dell’o- spedale, Alan (lo chiameremo così, per questioni di privacy), è un caso disperato. Proprio come Rom Hou­ben, l’uomo che ha commosso il mondo raccontando i suoi sedici an­ni di urla nella gabbia dello stato ve­getativo, e che oggi è a Liegi, per una visita di controllo.
Lo vedi coricato nello scanner, coi suoi movimenti in­consulti, senti la voce della dottores­sa Audrey che gli dice «relax», attra­verso il microfono: nella stanza ci so­no sei medici, fuori altrettanti prati­canti e ricercatori, ed è incredibile, perché al centro di questo consesso i­perspecializzato, al cuore di tanta at­tenzione e del dibattito che si innesca davanti alle immagi­ni della risonanza magnetica, c’è quel­la che per alcuni è so­lo una vita spezzata, inutile, un fantasma d’essere umano. Non qui. 'Miracoli' di Liegi, li chiamano: in realtà non c’è alcun prodigio in corso, se non quello di vedere la vita – e non smet­tere di cercarla – là dove sembrereb­be aver vinto la morte. Il Cyclotron non è l’Enterprise, non siamo nello 'spazio profondo': il pa­lazzo grigio è un po’ scalcinato, un punti­no sulla collina uni­versitaria di Liegi, e la struttura è pubblica, finanziata nei tempi e nei modi noti an­che in Italia, efficaci magari, ma lenti. Ci sono i macchinari che troveresti in qualsiasi altro ospe­dale o centro di ri­cerca: la Pet (la tomografia a emissio­ne di positroni), la Rmnf (la risonan­za magnetica nucleare funzionale).

Ci sono gli specialisti che preparerebbe ogni università: neurologi, psicologi, fisici, chimici. Eppure qui c’è una ri­voluzione in corso, che attira le mae­stranze intellettuali di mezzo piane­ta e non accenna ad arrestarsi. Inizia con Athena, Audry e Marie Aurélie: età media 25 anni, la prima greca, la seconda fiamminga, la terza italo­belga. Insieme, sono l’enciclopedia di neurologia applicata ai disordini di coscienza che tutti gli specialisti del campo vorrebbero in tasca. La matti­na vanno in corsia, incontrano le fa­miglie dei pazienti, effettuano i test comportamentali sui vegetativi: la pressione sulle dita, il giro della stan­za con lo specchio (i pazienti in que­sto seguono più facilmente la propria immagine con gli occhi, che quella di un oggetto), le stimolazioni sonore. È il protocollo aggiornato della Coma recovery scale, quello che qui è basta­to già un centinaio di volte per rico­noscere una diagnosi sbagliata su un paziente (risultato non essere affatto vegetativo) e che è facilmente reperi­bile online. Eppure il resto del mon­do – tranne Athena, Audrey e Marie Aurelie – sembra non saperlo. Il pomeriggio tocca agli esami: le ri­sonanze, le tomografie, in una paro­la le partite di tennis. In un altro la­boratorio Andrea Soddu, fisico delle particelle italiano convertito alle neu­roscienze, analizza le immagini del cervello dei pazienti a riposo, ottenu­te con la risonanza. Immagini e ana­lisi, anche qui nessun prodigio.

Dopo una settimana la normalissima riu­nione di confronto, in cui tesi e anti­tesi sono messe in campo, e si giun­ge a una diagnosi condivisa. Steven Laureys, che è il responsabile del Coma group, lo ripete di continuo a chi incontra, a chi telefona, ai con­vegni e alle conferenze: «Quello che facciamo può essere fatto da qualsia­si parte, si deve solo cominciare». Non basta: nel pomeriggio arrivano altre cinque chiamate, una è dall’Italia. È la mamma di Luca, vive a Milano, suo fi­glio è immobile e in stato vegetativo da dodici anni. Chiede aiuto. Vorreb­be che i medici di Liegi lo vedessero, perché «siete gli unici a vedere vera­mente ». Sarebbe disposta a dividere la spesa con un’altra famiglia, anche loro hanno un figlio così. Non hanno abbastanza soldi per il viaggio però, e forse il ragazzo non è trasportabile: «Perché i medici che ho incontrato fi­nora non mi hanno detto niente di più?». Stato vegetativo, ci sono rispo­ste. Basta vederle. Il professor Steven Laureys (il medico al centro) insieme a due assistenti del Centro Cyclotron che dirige all’Università di Liegi, durante l’esame clinico a un paziente

 

Eluana, un anno dopo. Due

 

Avvenire 9 Febbraio 2010

 

IL LUNGO CALVARIO

 

Quando Eluana chiamò «mamma»

 

Lucia Bellaspiga e Pino Ciociola

 

Ospedale di Sondrio, Divisione di Lun­godegenza, ore 4 del mattino del 15 ottobre 1993. Eluana è in stato vege­tativo 'permanente' – come si diceva allora – da quasi due anni. Nella sua stanza succe­de qualcosa: «La paziente ha cominciato a la­mentarsi facendo versi...», si legge nella 'Do­cumentazione clinica' che la riguarda (e rac­conta i 17 anni dall’incidente alla morte). Non è un’eccezione che Eluana emetta suoni, so­spiri, gemiti, le accade da due anni e lo farà per altri 15, fino al giorno prima della morte a 'La Quiete' di Udine. Ma quella notte non si placa, forse appare più agitata del solito, forse ha accanto un’infermiera più attenta, forse lì con lei è rimasta sua madre, non lo sappiamo. Fatto sta che Eluana continua a 'lamentarsi', come volesse dire qualcosa, e chi è lì la incoraggia, porge l’orecchio a quei 'versi', finché – è scritto nella cartella clinica – «stimolata a dire la parola 'mamma' è riu­scita a dirla due volte, in modo comprensibi­le».
Sono passati quasi due anni dall’inciden­te d’auto che prima l’ha condotta in fin di vi­ta e poi sprofondata nello stato vegetativo, ma Eluana chiama mamma Saturna, evoca l’im­magine cui ci si rivolge nel bisogno. Nei due anni di ricovero a Sondrio mamma Saturna la raggiunge quotidianamente da Lecco, pur di restarle accanto e continuare a spiare in lei quei segnali che solo un genitore può cogliere, il movimento di un dito, un so­spiro più lungo... Messaggi spediti dal profon­do di una coscienza nascosta, da sottolinea­re con trepidazione al medico di turno: «La madre riferisce, nel pomeriggio, la comparsa di movimenti spontanei di estensione del go­mito sinistro», era scritto qualche pagina pri­ma. Ogni genitore resta sempre in attesa, scru­ta ed ascolta, aspetta una risposta che maga­ri arriverà tra vent’anni, stimola, chiama, ac­carezza, spera.

Così Eluana «saltuariamente esegue ordini semplici su comando della ma­dre», ad esempio «flessione dorsale dei piedi, flessione esterna delle ginocchia». Poi quel­l’invocazione due volte ripetuta, e chissà co­me avrà rimbalzato sul cuore di Saturna do­po anni di silenzi: «Mamma, mamma». Ha viaggiato molto, Eluana, nei 17 anni di 'sonno', di ospedale in ospedale, per brevi ricoveri, esami, riabilitazioni, e ogni volta – si legge – «nessun problema durante il trasferi­mento». È tranquilla, non necessiterebbe nemmeno di farmaci antiepilettici, nessuna crisi, mai. Il penultimo viaggio importante è quello che la porta a Lecco, dalle suore Mise­ricordine, dove la famiglia chiede che sia o­spitata perché è là che Saturna l’aveva parto­rita il 25 novembre del 1970, e là ora avrebbe potuto continuare ad assisterla, a due passi da casa. La speranza non muore, specie se i me­dici a Sondrio hanno scritto che «a tratti fissa e sembra contattabile», o che «se adeguata­mente stimolata esegue ordini semplici», non un mignolo mosso, non un colpo di palpebra ma addirittura «la apertura e chiusura della mano sinistra»...

Fantasie di una madre che vede ciò che vuo­le vedere? No, osservazioni di medici e in­fermieri: «...Emetteva qualche vocalizzo, fis­sava e cercava di incrociare lo sguardo del­l’interlocutore ». «Messa prona con appog­gio sui gomiti accettava la posizione», anche se poi «non riusciva a raddrizzare il capo». « Sembra muovere le dita dei piedi su co­mando... ». Alla fine, «considerata la giovane età della paziente e la continua evoluzione anche se lenta, si consiglia il prosieguo del trattamento riabilitativo». La speranza non muore, ma ce ne vuole dav­vero tanta, e Saturna si ammala di dolore, le loro strade si separano. Eluana è curata nella casa di cura delle Misericordine fino alla not­te tra il 2 e il 3 febbraio di un anno fa, quan­do il padre la fa trasferire a 'La Quiete' di U­dine, dove dovrà morire (un ricovero ufficial­mente finalizzato al suo «recupero funziona­le» e «alla promozione sociale dell’assistita»). E durante il viaggio questa volta Eluana si di­batte, fino a espellere il sondino.

Eluana, un anno dopo. Uno

 

Avvenire 9 Febbraio 2010

 

AL SUO FIANCO

 

«Lei, creatura. E l’evidenza della sua vitalità»

 

Marina Corradi

 

Nevica in questo inizio di febbraio, e il lago è can­cellato dalle nuvole basse. Nella stanza al secondo piano del­la clinica Beato Talamoni Eluana non c’è più da un anno, dalla not­te del 3 febbraio 2009, quando un’ ambulanza la portò via, a Udine, dove sarebbe morta. Quella not­te pioveva forte, e anche oggi su Lecco si rovescia pioggia mista a neve, ed è buio come se l’inverno non dovesse finire mai. In clini­ca, tutto è uguale. Suor Albina Corti, la responsabile, è sempre di corsa tra corridoi e reparti. Quando finalmente si ferma e ti si siede davanti ne incontri il volto aperto da lombarda, restio alle parole e però incline al sorriso. «Sì, è un anno», dice, come chi ri­corda qualcosa che ha costante­mente nei pensieri. Poi, cam­biando impercettibilmente il to­no della voce: «Sa, l’altro giorno u­na dipendente è venuta ad an­nunciarmi che aspetta un bam­bino. Era contenta e anche un po’ preoccupata, per via del lavoro. Ma, le ho detto, i problemi li af­fronteremo: intanto dobbiamo essere felici per il tuo bambino che arriva. E insieme abbiamo gioito di questa nuova vita. Allo­ra, istintivamente ho pensato a E­luana. Era viva anche lei, mi sono detta; era anche lei come quel bambino una persona, una crea­tura» . Una persona, e quasi una figlia, dopo quindici anni qui dentro. Imboccata, lavata, accudita per quindici anni.
Suor Rosangela, quella che era accanto a Eluana ogni giorno, non partecipa a que­sto colloquio, non interrompe il suo silenzio. Ma anche nei tratti forti di suor Albina, in quel dire ' era viva', compare un’incrina­tura, l’affiorare di una sofferenza profonda.
Madre, «se per qualcuno è mor­ta, lasciatela a noi che la sentia­mo viva» : furono le vostre sole parole un anno fa. Per molti E­luana era solo un corpo vegetan­te. In quale modo voi la sentiva­te viva?
«Che fosse viva – risponde la suo­ra – era un’evidenza, e non solo perché respirava naturalmente, senza alcuna macchina. Pensi a un bambino neonato: non capi­sce, non parla, non risponde, ma forse non è una evidenza che è u­na persona? E quel solo suo esse­re vivo, non dà gioia?»

Le risponderebbero in molti: un bambino cresce e va verso la vi­ta, Eluana era lì da tanti anni im­mobile, assente…
« Non era così totalmente inerte e assente. Quando la si chiamava per nome reagiva con una quasi impercettibile agitazione che però noi, abituate a starle accan­to, coglievamo. E la sua pelle, sembrava assaporare le carezze. Certo sperare in un migliora­mento non era immaginabile, a meno di chiamare questo miglio­ramento ' miracolo'. Però Eluana era viva. Quando l’altro giorno ho sentito delle ricerche riportate dal New England Journal of Medicine su quei pazienti in stato vegetati­vo in cui alcune aree cerebrali rea­giscono agli stimoli, mi sono chie­sta se anche lei non poteva esse­re in simili condizioni» .

Com’era concretamente la gior­nata di Eluana, come viveva in quella stanza al secondo piano?
«Molti si immaginano una came­ra di rianimazione, un corpo at­taccato a una macchina. Qui non c’era nessuna macchina. Eluana respirava naturalmente. Al matti­no veniva lavata, e per tagliarle i capelli ogni tanto veniva un par­rucchiere. Era una donna fisica­mente sana, bella, non magra, mai ammalata, con una pelle ro­sea da bambino. Dopo l’igiene c’era la fisioterapia, poi veniva messa in carrozzella, se c’era bel tempo si andava in giardino. A Natale, l’avevamo portata in chie­sa con noi» .

È la vita che fa oggi in una di que­ste stanze un altro paziente nelle stesse condizioni. Nella sua ca­mera però si alternano la moglie e i parenti e gli amici, in una rete di affetti. Eluana, di visite non ne riceveva quasi: negli ultimi tem­pi il padre aveva ristretto la cer­chia delle persone ammesse a ve­dere la figlia. Suore, infermiere e medici le erano però sempre ac­canto. Suor Rosangela, soprattut­to. E non smettevano di parlarle, come si parla a una persona viva. «Quel giorno che è stato annun­ciato che venivano a prenderla – riprende suor Albina senza guar­darci, come fissa nel suo ricordo – noi non ci credevamo. Era stato minacciato tante volte, e non era successo niente. Quel pomerig­gio invece è arrivato il padre, e mi ha detto che Eluana se ne anda­va. L’ho pregato: ci ripensi, per fa­vore, signor Englaro. Lui non ha risposto, ha salutato e se ne è an­dato. Mi è sembrato in quel mo­mento un uomo pietrificato dal­la sua stessa scelta» . E in quella notte di pioggia, ri­corda la suora, «Eluana sembra­va all’improvviso agitata. Sono ar­rivati gli infermieri. Noi le parla­vamo, le ripetevamo di stare tran­quilla. Le dicevamo che andava in un posto in cui le volevano be­ne» ( di nuovo la voce della suora si incrina). « Le abbiamo dato un bacio. L’hanno portata via» .

L’assedio dei giornalisti, il lam­peggiare dei flash, l’Italia ammu­tolita a guardare. E qui quella stanza abbandonata. Le fotogra­fie e i quadri alle pareti, i due pe­luches sul letto ( il terribile vuoto delle stanze di chi se ne va per sempre). E le quattordici Miseri­cordine di Lecco a aspettare, in­sieme a tutta la loro congregazio­ne: a pensare a quella ragazza, per quindici anni come una figlia, che andava a morire di sete e di fame. Quelle donne, a pregare. Madre Albina tace, le parole non possono bastare. Dice solo, pen­sando all’ultimo saluto: «Ho pen­sato che la Via Crucis la si fa da soli. Anche il Signore, quel gior­no, si è trovato solo» . Dai corridoi intanto, dalle stanze, il sommesso rumore di un ospe­dale quieto e affaccendato: car­relli che passano, telefoni che suonano, voci. (Qui e altrove, in chissà quante case di cura, quan­ti malati ogni giorno, passivi in un letto, vengono lavati, curati, ali­mentati come Eluana? Non in sta­to vegetativo magari, ma sempli­cemente persi nella demenza o nell’Alzheimer; o nati incapaci, e per sempre incoscienti e bambi­ni? Li curano, li accudiscono nel­l’antica certezza quasi tacita­mente tramandata dal cristiane­simo: sono persone. Ma, pensate a un mondo di questa certezza di­mentico, che rivendicando li­bertà, diritti e 'dignità della vita' mandi gli inermi a morire, come Eluana. E poi come su Wikipedia affermi di lei: morta 'per morte naturale').

Madre, lei cosa risponderebbe a quelli, e sono tanti, che dicono: se toccasse a me d’essere immo­bile e incosciente in un letto, fa­temi morire?
«Direi di pensarci davvero. Senza fermarsi a immaginare astratta­mente ciò che non sanno. Perché organizzano una vita da malati di cui non hanno alcuna esperienza. E una morte, di cui sanno ancor meno» .

Una pausa. « Perché, vede – e qui la suora sembra riprendere ener­gia e speranza – certi pazienti co­me Eluana bisogna vederli con i propri occhi. Non immaginarli soltanto: perché allora prevale la paura. Vederli come sono, vivi, in una stanza piena delle loro cose, come una stanza di casa nostra; vivi e così indifesi, così inermi. Proprio come bambini neonati. Come si può non amare chi è co­sì inerme e bisognoso di noi, an­che se non capisce e non rispon­de? Come si può non amare un bambino?» . E c’è in questa domanda la chia­ve della dedizione delle Miseri­cordine a Eluana, e di tanti altri, a tanti altri sconosciuti malati. Un amore per la vita non astratto, ma che attinge alla sorgente di una maternità profonda, e più gran­de di quella carnale. Dove un pa­dre ha giudicato che quel modo di vita era intollerabile, non degno, delle madri per quindici anni hanno abbracciato: grate di un fremito della pelle, grate comun­que di quel respiro. Come due di­versi sguardi sul mondo si sono incrociati sopra a questa tran­quilla clinica di Lecco. Poi, quel­la notte, l’ambulanza è partita e E­luana se ne è andata. Altri come lei, forse, arriveranno. E suor Al­bina e le sue sorelle e le infermie­re li cureranno. Serene, certe. Co­me dicendo, nella forza pacata delle loro facce: «Non vedete? È un’evidenza, che sono vivi».

 

 

 

 

 

 

 

Il disarmo dei cattolici in politica - Giuliano Ferrara

PANORAMA  11.2.2010

Arcitaliano

Il disarmo dei cattolici in politica

Quella cultura delle istituzioni e della società che ha guidato il paese, tenendo alta la bandiera dell’identità atlantica e democratica, non esiste più. La sua scomparsa è un lutto per tutti.

GIULIANO FERRARA

I cattolici in politica non sanno più che pesci pigliare. La Dc, è risaputo, risolveva i problemi con la mediazione: accettava e accompagnava la secolarizzazione dei costumi e delle idee, ma al tempo stesso incarnava e univa in modo liberamente coeso l’intera classe dirigente cattolica, in tutte le sue sfumature. Dopo la scomparsa di quel partito-stato e partito-chiesa, con le sue due facce sempre in evidenza, l’unico progetto sensato era parso quello di Camillo Ruini, uno dei cardinali più interessanti della storia ecclesiastica del Novecento, l’uomo che Giovanni Paolo II e Joseph Ratzinger avevano scelto per rischiare una Chiesa “contestata” ma in grado di uscire dall’irrilevanza nell’arena pubblica.

Le tensioni interne alla Chiesa, denunciate energicamente dal Papa come tendenze pericolose al carrierismo dei vescovi, nascono anche da questa circostanza che sta sotto gli occhi di tutti: la crisi del progetto ruiniano di politica fondata sulla rivalutazione della funzione della ragione, sull’alleanza con i laici non credenti ma consapevoli del ruolo del Cristianesimo nella storia, sulla battaglia intorno ai dogmi nichilisti dell’ultrasecolarismo che nega se stesso e si fa ideologia intollerante, impulso totalitario, libertinaggio di massa nel campo della sessualità della vita umana manipolata e offesa e della famiglia.

In nome del pauperismo, del solidarismo e dell’ideologia astratta dell’accoglienza, come se la politica e l’attività sociale non fossero norme regolative della coesistenza civile ma servizio evangelico, si finisce alla base della Chiesa per votare Emma Bonino, un campione della menzogna sulla vita umana, ma presuntivamente “dalla parte dei deboli” perché schierata a sinistra. La contraddizione con il magistero dei tre ultimi papi, l’”Evangelium vitae”, e con il “sensus fidei” e la tradizione cristiana è patente, esplosiva, ma la tendenza a scavalcare il problema etico centrale del nostro tempo, a infischiarsene, diventa sempre più evidente.

Basta guardare Pier Ferdinando Casini e, con qualche elemento di consapevolezza in più, Rocco Buttiglione, i due cattolici “liberali” che dovrebbero occupare significativamente quel che è il residuo spazio centrale nella struttura bipolaristica e tendenzialmente bipartitica del nostro sistema politico. Sono anche loro in condizione di drammatica subalternità, per quanto tentino di mascherarla, e si consegnano a una strana politica dei due forni: quella della DC era per stare sempre al governo sfruttando l’appoggio degli altri, quella di Casini & C. è offrire il proprio appoggio agli uni e agli altri per finire sistematicamente all’opposizione.

Non parliamo poi dei cattolici cosiddetti democratici, che hanno in Rosy Bindi e Dario Franceschini i loro ultimi portavoce nel mondo postprodiano del Partito Democratico, l’una in maggioranza con Pier Luigi Bersani ed Enrico Letta, l’altro all’opposizione con Walter Veltroni.

Se i popolari di Franco Marini e Giuseppe Fioroni sono pesci fuor d’acqua che fingono di navigare, perché niente di quel che credono e che appartiene alla loro identità si riflette più nella formazione politica che si sono scelti, i cattoprogressisti alzano la voce e sembrano più a loro agio, ma è un gioco di riflessi illusorio. Anche loro sono la debole mediazione culturale cattolica a disposizione del corpaccione d’apparato postcomunista, che decide e dispone secondo i suoi disegni e progetti, senza vera discussione, senza vera fusione di anime e tradizioni politiche.

Il disarmo dei cattolici non deve far piacere nemmeno a chi cattolico non è. Perché quella cultura delle istituzioni e della società è stata il motore della crescita italiana del dopoguerra, ha tenuto alta la bandiera dell’identità nazionale e internazionale atlantica e democratica, dell’Italia repubblicana. La sua scomparsa è un lutto per tutti.

due appuntamenti a Perugia

Due appuntamenti a Perugia:

-         Giovedì 4 febbraio, ore 21.00, alla Sala dei Notari,

incontro con

S. E. Mons. Luigi Negri, Vescovo di San Marino – Montefeltro

 

LA CARITAS IN VERITATE: AL CUORE DELLA POLITICA E DELLA ECONOMIA

a cura   del Centro Culturale Maestà delle Volte

 

-         Lunedì 8 febbraio, ore 21.00, Sala del Dottorato della Cattedrale,

piazza IV novembre

I REGISTRI COMUNALI DEL TESTAMENTO BIOLOGICO ALLA LUCE DELLA NORMATIVA NAZIONALE IN CORSO DI APPROVAZIONE

con

Paola Binetti, Parlamentare

Massimo Gandolfini, Membro del direttivo nazionale di Scienza & Vita

Assuntina Morresi, Presidente dell’Associazione Scienza & Vita di Perugia

 

moderatore dell’incontro: Simone Pillon, Presidente delle Associazioni Familiari dell’Umbria

a cura dell’Associazione Scienza & Vita di Perugia

qua la locandina