Gennaio 2010

brevi dalla politica

1.     E’ mezzanotte, e Nichi Vendola sta vincendo 70 a 30 nelle primarie contro Boccia. E magari rischia pure di vincere le regionali.  Oppure le perde. Quindi in ogni caso il Pd perde, cioè perde D’Alema e il suo progetto di centro-sinistra, in primis la sua alleanza con l’Udc.

2.     Emma Bonino nel Lazio.

Mimmo delle Foglie ha commentato la candidatura, su Avvenire, e condivido tutto.

Giuliano Ferrara è furibondo, e ne ha tutte le ragioni. Interessante e preoccupante il “reportage” dal Lazio, che continuerà prossimamente, su Il Foglio.

Ma Antonio Socci mette sull’avviso:  vediamo di non darle una mano a vincere, guai a trasformare la battaglia contro la Bonino in un referendum livoroso pro o contro il Vaticano (che non c'entra), le facciamo un piacere! Non sto certo invitando a una pacatezza di toni - e ci mancherebbe pure -  la battaglia deve essere dura, chiara, condotta a voce alta e senza ambiguità, ma....attenzione alle trappole!  

3.     Domani Emma Bonino andrà a Torino a sostenere Mercedes Bresso, che ha l’indubbio merito di farsi sostenere sia dalla lista Bonino-Pannella che dall’Udc. E che faranno quelli dell’Udc mentre la Bonino spiegherà i motivi che la spingono ad allearsi con la Bresso? Si gireranno dall’altra parte? Faranno finta di non sentire? Vanno in ferie per un giorno? A pesca? Sui monti?

4.     Elezioni in Umbria: a proposito, riporto una lettera di sabato scorso, da Il Foglio:

Al direttore – L’Umbria è scomparsa dal panorama politico di queste elezioni di primavera: non interessa, non serve, non conta. La inutilità politica, sul piano nazionale, si riflette sulla mediocre statura dei suoi rappresentanti. La caratura dei propri candidati non dipende credo dalla limitata dimensione territoriale e demografica ( il nome di Magdi Allam nella remota Basilicata ne è un esempio) ma dipende dalla sottodimensione culturale della classe dirigente degli ultimi 60 anni (e ovviamente dalla corrispettiva mediocre opposizione). Chi ha seminato assistenzialismo e piagnistei per anni, raccoglie disinteresse, improduttiva mediocrità e amari silenzi. Le elezioni in Umbria non interessano nessuno perché sono inutili. Massimo Capacciola, Gubbio (Pg)

appuntamento a Perugia

PERUGIA

CENTRO CULTURALE MAESTA’ DELLE VOLTE

GIOVEDI’ 21 GENNAIO 2010 ORE 21.00 presso il Centro Mater Gratiae Montemorcino (strada San Galigano, S. Lucia 12/a) si terrà l’incontro

IL SEME DI NASISRYAH: DAL DOLORE ALLA SPERANZA – LA TESTIMONIANZA DI MARGHERITA COLETTA

Nel corso della serata sarà presentato il volume dedicato a Giuseppe Coletta, edito da Ancora editrice

ancora uno stravolgimento alla legge 40

Con la sentenza di Salerno si apre l’ennesimo squarcio nella legge 40. Non parleremo mai abbastanza male di certi giudici.

Ma non esiste un diritto al figlio, e neppure al figlio sano: lo ha scritto magistralmente Eugenia Roccella in una lettera sul Corriere della Sera.

Anche io ho scritto un pezzo su Avvenire, sull'argomento. 

E Giorgio Israel, su Il Giornale, ha rimesso le cose a posto con una lettera di risposta a Melania Rizzoli.

 

 

 

L'agonia di Eluana

Avvenire 14.1.2010

NELLE CARTE IL GELO DI UN’AGONIA PROCURATA E NUDE VERITÀ
Eluana non era <<devastata>> ma è stata straziata

 LUCIA BELLASPIGA

 « In data 9 feb­braio il cadavere del­la signorina E­luana Englaro veniva trasferi­to all’obitorio della 'Quiete' su barella in ac­ciaio. Trattasi di cadavere fem­minile, della lunghezza di circa 171 centimetri, del peso di 53.5 chili, cute liscia ed elastica, ca­pelli neri... Entrambi i lobi pre­sentano un foro per orecchini. Indossa una camicia da notte in cotone rosa». Il resto ve lo rispar­miamo. Dura 133 pagine la 'Re­lazione di consulenza tecnica medico-legale', letta la quale il gip di Udine l’altro giorno ha de­finitivamente stabilito che il tut­to è avvenuto 'regolarmente'.
Un testo che si regge a fatica e che toglie il sonno, e non tanto nelle pagine dell’autopsia, quan­do ormai Eluana è morta, ma in quelle tragiche, disumane dell’agonia, quando era viva e nelle stanze udinesi della 'Quiete' la si faceva morire.
Ora lo sappiamo: nei giorni e nelle notti in cui alla giovane donna venivano sottratti l’acqua e il nutrimento (il sostegno vita­le, lo chiama il documento), l’é­quipe del dottor De Monte sede­va accanto a lei e la osservava, prendeva appunti, diligentemente compilava di ora in ora la 'Scheda di rilevazione degli ele­menti indicativi di sofferenza'.
  Una crocetta alla voce 'respiro affaticato e affannoso' ne indica frequenza e durata, un’altra rile­va 'l’emissione di suoni sponta­nei', un’altra ancora i singoli la­menti sfuggiti a Eluana 'durante il nursing', ovvero mentre le ma­ni di medici e infermieri nulla 'potevano' per salvarle la vita e dissetarla (il Protocollo parlava chiaro, e loro erano lì per appli­carlo, volontari), ma sul suo cor­po continuavano a operare quel­le piccole attenzioni richieste dallo stesso Protocollo: 'Si pro­cederà all’igiene giornaliera di routine al fine di garantire il de­coro...'. Il decoro.
  Sono pagine meticolose, capilla­ri. Gelide. Il 3 febbraio, primo giorno di ricovero alla 'Quiete' di Udine (nel cuore della notte la giovane era stata prelevata da un’ambulanza e strappata alla clinica di Lecco dove viveva da quindici anni), la voce di Eluana si è sentita sette volte, e l’équipe solerte le ha annotate tutte. I suoni si moltiplicano il 4, e poi il 5, finché il 6 (all’alba di quel giorno si è smesso definitiva­mente di nutrire e dissetare la giovane) la mano di un’infermie­ra scrive per la prima volta: 'Sembrano sospiri'. E forse lo sono, se il giorno 7 cessano an­che quelli. Eluana morirà im­provvisamente già il 9 febbraio alle 19 e 35, senza più la forza di gemere: 'nessun suono', ma ore e ore di 'respiro affaticato e af­fannoso'. Nei palmi delle mani, strette, i segni delle sue stesse unghie.
  Ancora più esplicite le pagine del diario clinico di quei sette giorni udinesi, racconto di un’a­gonia che inizia sull’ambulanza, quando il dottor De Monte an­nota la terribile tosse che scosse Eluana, e prosegue con asettico cinismo: Eluana si lamenta, E­luana non ha quasi più saliva, non suda nemmeno più, le mu­cose si asciugano, 'iniziata umi­dificazione', 'idratata la bocca', 'frizionata su tutto il corpo con salviette rinfrescanti'. Il decoro.
  L’igiene. C’è anche lo spasmo con cui la prima notte arrivò a e­spellere il sondino: allora lo scri­vemmo e ci diedero dei bugiar­di... 'Non eseguito cambio pan­nolone perché non urina più': è il giorno della morte. Tutto rego­lare, dicono i magistrati, tutto perfettamente annotato. A parte quella mezzoretta tra il decesso e la registrazione dell’elettrocar­diogramma, un 'ritardo dovuto alla difficoltà di reperimento del­lo strumento', scrive il capo dell’équipe... A parte, ancora, quelle tre ore che l’8 febbraio, il giorno prima della morte, in pie­na agonia, una giornalista di Rai 3 Friuli e un fotografo trascorro­no nella stanza di Eluana ripren­dendone gli affanni.
 Ci avevano detto che Eluana non avrebbe sofferto, e veniamo a sa­pere che morì tra gli spasmi, con 42 di febbre. Che da molti anni pesava 65 chili. Che risultava «obiettivamente in buone condi­zioni generali e di nutrizione, con respiro spontaneo e valido, vigile durante buona parte della giornata». Che da due anni ave­va di nuovo «il mestruo». Che l’alimentazione col sondino «non aveva mai dato complican­ze » e i «parametri vitali si erano sempre mantenuti stabili, la pa­ziente non ha presentato mai patologie ad eccezione di spora­diche bronchiti-influenzali, prontamente risolte con antipi­retici ». Ce l’avevano descritta co­me un corpo 'inguardabile', u­na vista 'devastante, piagata dal decubito, magra come uscita da un campo di concentramento'.
  È pure calva, aggiunse Roberto Saviano... 'Ha capelli neri, cute liscia ed elastica, corpo normale, nessun decubito', recita ora l’autopsia. Ma lo attesta il perito: «Le disposizioni sono state mi­nuziosamente seguite».

Una domanda

Domanda: Pierferdinando Casini, il leader del Udc, si candida ad essere il nuovo Romano Prodi?

Alle prossime regionali pare proprio che sarà alleato del Pd nelle Marche, in Piemonte, in Liguria, in Basilicata e alla fine lo sarà anche in Puglia: vogliono costruire una sinistra riformista, dicono.

“Noi che da sempre ci battiamo contro gli estremismi, come possiamo non sostenere la linea riformista di stampo blairiano imboccata da Bersani?” dice Casini, e lo riporta oggi il Corriere della Sera.

Ricordiamo cosa ha fatto l’amministrazione Blair, al di là della conversione personale e post-governativa del suo leader: la pillola del giorno dopo gratis a scuola per le minori; la libertà di educazione che non c’è, basti pensare all’educazione sessuale nelle scuole;  il via all’ “aggiornamento” della legge sulla procreazione medicalmente assistita, molto più permissiva della precedente, con la ricerca sugli embrioni umani e misti umano/animali, e i bambini che possono nascere anche in assenza del padre; le unioni omosessuali con il Civil Partnership Act (proprio Tony Blair aveva “benedetto” la coppia Elton John/David Furnish), l’adozione dei bambini anche alle coppie omosessuali con obbligo anche per le agenzie cattoliche, che se si rifiutano di farlo chiudono, e via dicendo…. per non parlare delle fallimentari politiche di integrazione con gli immigrati.

L’Udc appoggerà il Pdl nelle regioni in cui i candidati sono finiani: in Calabria ed in Lazio, per esempio. Pare che in Lombardia Pezzotta (che sta con loro) correrà da solo. In Veneto stanno aspettando.

E anche noi aspettiamo di vedere come si comporterà l’Udc insieme al Pd. In Piemonte, per esempio, saranno alleati di Mercedes Bresso, la più laicista dei presidenti di regione, che si era generosamente offerta di accogliere Eluana Englaro nel suo ultimo ricovero, e che ha difeso a spada tratta l’introduzione della pillola abortiva Ru486. E loro, quelli dell’Udc, intendo, che faranno a riguardo? 

E sui registri comunali per il testamento biologico, che diranno?

E come si comporteranno, sulle politiche per la famiglia? Fino ad ora hanno chiesto un fisco più equo per la famiglia. Giusto.

Ma, memori del Family Day, ricordiamo che in quell’occasione si è chiesto un sostegno economico alle famiglie ma allo stesso tempo si è anche ribadito con forza che la famiglia è una sola. Non si può scindere la questione economica da quella antropologica. Insomma: quando parliamo di "sostenere la famiglia", di quale famiglia stiamo parlando?

Quelli dell'Udc lasceranno che il riformismo bersaniano, con i “moderati” presidenti di regione del Pd, approvi norme e provvedimenti per le “nuove famiglie”, magari in cambio di qualche aiuto economico alle famiglie in difficoltà?

Imiteranno il vecchio governo di centro-sinistra, che si era occupato così tanto di famiglia che voleva riconoscere pure quelle “nuove”, e si era inventato i DICO?

Insomma: quelli dell’Udc dicono che le alleanze loro le fanno sui programmi di governo. Ci piacerebbe sapere su quali programmi di governo si sono accordati con il Pd.

il vertice di Copenaghen sul riscaldamento globale è andato male

Il Sole 24 Ore 3.1.2010

Europa e Usa a nozze sulla CO2

Carlo Bastasin

Il retroscena del vertice di Copenhagen sul riscaldamento globale rivela qualcosa di ancora più preoccupante dell'impasse nella salvaguardia ambientale del pianeta. Secondo la ricostruzione che è stato possibile raccogliere da fonti vicine alla presidenza americana e al governo tedesco, il summit ha infatti segnato una svolta molto negativa nelle relazioni tra Usa, Europa e Cina. La speranza di una governance multilaterale ispirata da obiettivi comuni si è infranta in un atteggiamento di rifiuto da parte cinese che ha scioccato gli europei, ma ha anche costretto a un radicale ripensamento il presidente Obama e ancor più il segretario di stato Hillary Clinton. Secondo una fonte di Washington, è probabile che le conseguenze più rilevanti di Copenhagen siano proprio quelle di politica estera, ma per ora la Casa Bianca considera poco utile che motivi di ostilità alla Cina vengano alla luce del sole, indisponendo il Congresso americano in vista del varo delle prossime leggi su commercio, ambiente ed energia.Il braccio di ferro
L'imbarazzo per i nuovi rapporti di forza è diventato evidente la sera di venerdì 15 dicembre, in chiusura del vertice, con una serie di equivoci che hanno umiliato sia gli europei sia gli americani. Alle sette di sera il presidente Obama, costretto a subire il rinvio di tre quarti d'ora dell'incontro bilaterale con il premier cinese Wen Jiabao, ha scoperto che Wen si stava incontrando segretamente con Ignacio Lula (Brasile), Jacob Zuma (Sud Africa) e Manmohan Singh (India), i quali a loro volta stavano cercando di evitare gli inviti ricevuti da Obama a incontri bilaterali. Singh in particolare aveva fatto sapere agli americani di essere già partito in aereo. Superato lo stupore - «tanto meglio», ha commentato Obama aprendo la porta dietro a cui si svolgeva l'incontro segreto - il presidente americano ha deciso di entrare nella sala senza esitazioni chiedendo a Wen ad alta voce: «È pronto per me adesso, signor premier?». Ma i quattro capi di governo, presi di sorpresa, non erano affatto pronti, al punto che Obama ha dovuto recuperare una sedia per accomodarsi al tavolo: «Non vi preoccupate, mi siederò al fianco del mio amico Lula». Dopo un'ora e un quarto, la trattativa si sarebbe chiusa poco gloriosamente, con un accordo che verrà firmato entro il 1° febbraio da un centinaio di paesi, ma che è stato privato di ogni potere vincolante e che corrisponde esattamente alla posizione che i cinesi avevano imposto dall'inizio.

L'immagine degli europei esclusi dalla sala sarebbe solo una parte minore della storia di Copenhagen. L'incontro infatti era inteso come un bilaterale tra Obama e Wen a cui doveva far seguito un nuovo incontro multilaterale con gli europei. Secondo una fonte americana che ha partecipato alla trattativa, dal punto di vista della politica estera il dato più interessante del vertice è che d'ora in poi gli Usa negozieranno "in stretto coordinamento" con l'Europa, nei confronti dei paesi emergenti, «Cina in particolare». Washington considera la posizione europea ormai come unica e non frammentata, ma si riferisce in realtà alle posizioni comuni dei leader di Germania, Francia e Gran Bretagna. Dell'Europa viene piuttosto criticata la scarsa preparazione con cui i paesi si erano avvicinati alla conferenza. Non utilizzando ancora il rappresentante comune di politica estera, non avevano condotto sondaggi tecnici preliminari né con Pechino, né con gli altri maggiori paesi, Usa esclusi, limitandosi agli incontri tra singoli capi di governo che erano rimasti nel perimetro di scambi formali d'informazioni diplomatiche.
Proprio per questo, lo shock europeo di fronte all'opposizione cinese sarebbe stato terribile. Ma la Cina non È entrata da sola nel mirino della critica di Europa e America. Lo scontro a Copenhagen si è esteso ai paesi Basic (Brasile, Sud Africa, India e Cina) ed è quindi il primo segnale di un conflitto tra paesi sviluppati e nuove potenze emergenti che si basa su un contrasto tutt'altro che formale tra paesi europei che vogliono regole sovranazionali e statuite in forma di trattato vincolante nei confronti di tutti, e paesi come i Basic che non vogliono essere tenuti a rispettare regole comuni. In un certo senso si tratta di un bivio decisivo tra il possibile governo della globalizzazione e il caos.

Tra questi due poli si muove con grande ambiguità l'amministrazione americana. La versione ufficiale è che Washington preferisce evitare una soluzione "dall'alto verso il basso" come quella richiesta dagli europei. Ma la verità che emerge a Washington è che le uniche soluzioni negoziate a livello globale accettabili per l'Amministrazione sono quelle che possono essere approvate facilmente dal Congresso. E attualmente non esiste consenso alcuno per impegni fiscalmente onerosi. L'insistenza europea nel volere un Trattato da ratificare risale proprio al timore che un cambio di maggioranza politica a Washington porti gli americani a rinnegare unilateralmente impegni poco vincolanti.

 

Il ruolo dei «Basic»
Almeno da luglio nessuno, si osserva a Washington, si poteva aspettare che da Copenhagen uscisse un Trattato legalmente vincolante. Per tre ragioni: la prima è che Europa, Giappone e Australia non intendono accettare una continuazione del protocollo di Kyoto a meno che anche gli Usa non s'impegnino a rispettarlo legalmente. La seconda ragione è che gli Usa sono disponibili a impegni legali, ma non nella forma di Kyoto che applica l'obbligo di rispetto degli obiettivi solo ai paesi sviluppati. Obama sa che non c'è tuttora sostegno politico in America per ratificare accordi in cui Usa e Cina hanno status legali diversi (per gli Usa gli impegni sarebbero vincolanti e per la Cina volontari), mentre è d'accordo nel distinguere gli impegni dei singoli paesi sulla base del diverso livello di sviluppo economico. Infine o Basic, pur disponibili a impegni volontari non vogliono alcun vincolo legale che li equipari ai paesi sviluppati e preferiscono di gran lunga rinunciare a qualsiasi accordo internazionale.Durante l'intera conferenza, i Basic sono riusciti a screditare con violenza la presidenza danese con l'obiettivo di rinviare ogni tentativo dei danesi di portare il negoziato al livello politico più alto dei capi di governo, in modo da aggirare il problema della natura legale dell'accordo legittimandolo di fatto con la firma dei vertici di tutti i paesi chiave. Secondo un ministro tedesco, la Cina è arrivata a utilizzare il premier sudanese Lumumba Di-Aping, il cui paese dipende dagli aiuti finanziari di Pechino, per attaccare le iniziative danesi. A Washington si sospetta Pechino di aver fatto filtrare documenti danesi che dovevano restare segreti accrescendo l'imbarazzo della presidenza.

In un cruciale meeting a cui hanno partecipato 30 leader tra cui Obama, Merkel, Sarkozy, Brown, Medvedev, Hatoyama, l'australiano Rudd, l'etiope Meles Zenawi (in rappresentanza del gruppo africano), il premier del Bangladesh e quello di Grenada (per le isole dell'Aosis), i cinesi e i loro alleati avevano inviato solo rappresentanti di secondo rango. Lo scontro tra il viceministro degli Esteri cinese He Yafei e Obama era stato tale da richiedere una revisione ex post del verbale commissionata dallo stesso premier Wen Jiabao. Il delegato cinese si era messo a urlare contro Obama e contro Sarkozy, quest'ultimo è parso vicino a passare a vie di fatto. Ma il tabù dell'insulto al presidente Obama in una fase negoziale era ormai stato infranto.
Obama e gli europei hanno deciso allora di incontrarsi nuovamente e sarebbe stato a quel punto che - secondo un consigliere di Obama - Merkel, Sarkozy e Brown avrebbero delegato il presidente americano a tentare un ultimo accordo bilaterale con Wen ed eventualmente con Lula o Singh. Durante la sua recente visita a Pechino, Obama si era convinto di aver costruito un rapporto molto positivo con Wen, inoltre aveva appena offerto a Singh una grandiosa cerimonia per la prima visita ufficiale alla Casa Bianca, ma l'incredibile episodio di venerdì sera, con l'incontro segreto e i tentativi di dissimulazione, ha gettato una nuova luce sulla trasparenza dei rapporti tra paesi sviluppati e le nuove potenze.

Obama e gli europei
A Berlino negano decisamente che fosse stato affidato a Obama un mandato a negoziare per conto degli europei. Come testimonierebbe il fatto che i leader europei non sono stati informati dell'accordo dal presidente americano nemmeno dopo che l'intesa era stata trovata. «Così ci era sembrato di capire», replica la fonte di Washington. Ma un consigliere della cancelliera Merkel definisce addirittura vergognoso il comportamento cinese. Non solo il presidente Hu Jintao è rimasto a Pechino, ma Wen si è mostrato una volta sola nel pubblico dei delegati, in occasione del discorso di Obama al plenum. Per il resto ha inviato delegati di secondo livello, chiudendo con un funzionario di livello ancor più basso, comicamente definito "ministro delle miniere" dalla delegazione americana.

Durante il vertice, He Yafei ha costretto trenta capi di governo ad attendere che lui telefonasse a Wen per prendere ogni decisione. Merkel e Sarkozy hanno protestato per questa procedura e alla fine Obama ha deciso: «basta, non voglio più prestarmi a questo pasticcio, parlo solo con Wen». Ma per quasi tutto il suo soggiorno a Copenhagen, Wen è rimasto nel suo albergo, distante dal Bella Center dove si svolgeva la conferenza, costringendo gli altri capi di governo, compreso Obama, a incontrarlo nel suo hotel. A Berlino si accusano i cinesi di manipolazione dei 130 paesi del G77, molti dei quali ansiosi di sviluppare rapporti economici con Pechino. Ma secondo gli americani il risultato cinese è stato opposto. Molti paesi poveri sono infatti molto vulnerabili dai rischi climatici e temono l'ostruzionismo dei cinesi, che hanno visto opporsi perfino agli aiuti finanziari promessi al G77 dai paesi più sviluppati.

L'intero svolgimento della Conferenza ha gettato una luce triste sullo stato dei negoziati multilaterali. Ma ne ha gettato una ancora più inquietante sul ruolo che I cinesi sono in grado di giocare se Europa e Usa non formeranno una massa critica prima che gli equilibri economici e politici si spostino decisamente a favore dell'Est asiatico. Anche per l'Europa il fallimento di Copenhagen rappresenta una lezione severa. Gli europei si sono presentati dietro una posizione di superiorità morale, sottovalutando le difficoltà del negoziato e ritenendo di poter influenzare Usa e Cina, i due grandi paesi inquinatori, con la sola forza del proprio esempio e dei propri buoni propositi. A due giorni dal fallimento, il presidente della Commissione, José Manuel Barroso, ancora invitava Pechino e Washington a firmare un trattato, come se il negoziato non si fosse da tempo arenato in un'impasse strategico. L'invito è parso ancor più patetico che velleitario. A rendere inefficace il ruolo europeo non è stata la divisione tra i paesi, bensì l'incapacità di pensare in termini d'influenza strategica, nonché la mancanza di responsabilità politica di fronte a un fallimento che ogni leader nazionale può scaricare sull'Europa anziché su se stesso.