Dicembre 2009

Notte di Natale

E’ notte fonda, ed è Natale. Ho appena finito di nascondere i regali per il resto della famiglia: è una nostra tradizione, lo facciamo da quando i bambini erano piccoli.

Abbiamo iniziato il primo anno, per caso, quando il figlio maggiore aveva cinque anni: avevamo un albero di Natale molto piccolo, e lui lo voleva più grande. Gli avevamo spiegato che non avevamo proprio tempo, loro erano tre bambini piccoli (uno, tre e cinque anni), e avevamo tanto da fare. Però ci dispiaceva non accontentarli, e allora il 24 sera, la decisione, poco prima della chiusura dei negozi: ho comprato il più alto che era rimasto al negozio di articoli natalizi – due metri di plastica, molto bello però – e insieme a mio marito, la notte, lo abbiamo montato e riempito di addobbi. La mattina dopo i bambini rimasero senza fiato di fronte a quell’albero, tanto pareva loro enorme.

I due anni successivi abbiamo invece riempito il salone di palloncini colorati: un centinaio circa, e in mezzo dovevano cercare i regali. Da allora, ogni anno, la notte di Natale preparo un addobbo a sorpresa e nascondo i regali. Adesso non sono più bambini, i figli sono quattro e hanno fra i 12 e i 16 anni, ma guai a me se la tradizione non si ripete!

Il presepio invece lo fanno da soli, e adesso che sono cresciuti ha finalmente un aspetto normale. In passato li personalizzavano; mischiavano i personaggi tradizionali con i pupazzetti con cui giocavano, e venivano fuori strane cose: pecore insieme a dinosauri, nel periodo di Jurassik Park, e poi pastori accanto alle miniature del Signore degli Anelli, e se non sbaglio qualche anno abbiamo messo anche roba della Lego. Il bambinello era rigorosamente messo da una parte fino alla vigilia, e qualche volta abbiamo rischiato di perderlo, tanto lo avevamo nascosto bene.

La messa di Mezzanotte è un must della famiglia. Siamo andati tutti insieme anche quando erano molto piccoli e si addormentavano subito, perché volevamo che capissero che la notte di Natale succede qualcosa di molto speciale.

Da qualche anno alla Messa di mezzanotte vanno insieme agli amici del quartiere. E quando li guardo, come stasera, mi pare veramente strano che siano cresciuti così in fretta. Quando è successo? Come hanno fatto?

E’ Natale.E’ anche molto tardi (o molto presto, a seconda dei punti di vista).

Vi invito a leggere come il Papa ha spiegato la tradizione del Natale ai pellegrini di tutto il mondo.

P.S.: visto cosa è successo stanotte? Ho da poco visto il video con il Papa che cadeva, e mi è venuta una stretta al cuore.

Natale in Olanda

Avvenire 23.12.2009

Amsterdam nasconde il Natale dietro le luci
 Ma tra l’indifferenza sta rispuntando la fede

 DAL NOSTRO INVIATO AD AMSTERDAM
 MARINA CORRADI

 Candida la neve, spazzata dal vento gelido del Mare del Nord, Amsterdam è festosa in questa fine di dicembre. Sfarzose luminarie illuminano la Damrak e piazza Dam. Piste di pattinaggio affollate di ragazzi ridenti, Babbi Natale, e le note di “Jingle bells” che escono dai grandi magazzini affollati. Saldi, saldi, sta scritto sulle vetrine: in Olanda, i regali li porta Santa Klaus, il 5 di dicembre. Ora già si svendono montagne di stivali e giacche a vento. Ma cosa resta del Natale in un Paese fra i più secolarizzati d’Europa, dove il 58 % della popolazione, secondo un’indagine, non sa cosa esattamente è accaduto, quel giorno? In un Paese con 900mila immigrati arabi su 16milioni di abitanti, e venti moschee nella sola Amsterdam?
 Cercando il Natale di Amsterdam

 La Oude Kerk, la più antica chiesa della città, costruita nel 1309, si erge con la sua mole nel cuore del centro. Attorno, è il Red Light District, il quartiere a luci rosse. Dalle vetrine in cui stanno esposte, le prostitute sudamericane e dell’Est bussano ai vetri per attirare l’attenzione dei passanti. Qualcuna indossa un berretto da Babbo Natale. Le guardi e cerchi di immaginare quale storia le ha condotte qui. Loro sorridono, ammiccanti. Ma le mille luci della città sono una ubriacatura che copre la falsa allegria di questi vicoli. Vai oltre. La Neuwe Kerk, la chiesa dove venivano incoronati i re d’Olanda, è un museo. L’unica «chiesa» affollata in città è Scientology, sei piani in pieno centro. « Istituto di tecnologia religiosa », si legge su un manifesto all’interno. Offrono, gratis, test sullo stress. C’è un sacco di gente.
 Strano e triste per un italiano

 È strano e triste per un italiano questo susseguirsi di chiese che non sono più chiese: ma condominii, locali, moschee. Osservi i netturbini, i manovali nelle strade, i camerieri nelle pizzerie: sono quasi tutti marocchini o turchi. Quasi un milione di mani. E anche se quasi altrettanti immigrati vengono da Paesi cristiani, gli olandesi, di tutti questi islamici, hanno paura. Il partito di Gert Wilders, destra populista in qualche modo somigliante alla nostra Lega, è il secondo per consensi, e le elezioni sono fra pochi mesi. Due terzi degli olandesi dicono che gli immigrati sono troppi. In periferia ci sono quartieri come Slotervaart, ghetti unicamente islamici, dove incontrare un olandese è quasi impossibile. Se ne sono andati tutti. Rotterdam poi ha una percentuale di islamici ancora più alta, e un sindaco musulmano. Un giornale americano l’ha chiamata « incubo Eurabia » . In realtà, le donne velate che incontri nel centro delle città olandesi sono meno che in certi quartieri di Milano. Benché gli omicidi Van Gogh e Fortuyn abbiano scosso profondamente gli olandesi, e esistano tuttora imam fondamentalisti, in grande maggioranza gli islamici sembrano voler lavorare e vivere in pace.
 La paura dell’ « Eurabia »

 La paura dell’ « Eurabia » sembra in verità solo un fatto conseguente a un fenomeno ancora più radicale: la secolarizzazione quasi totale di un Paese che, fino all’ultima guerra, era cattolico o protestante, comunque cristiano. Un crollo: solo il 7 % dei cattolici oggi va a Messa la domenica. Viene battezzato il 16 % dei bambini. Su nozze gay e eutanasia l’Olanda è stata pioniera. « Dopo il Concilio – dice il professor Wim Peeters, insegnante al seminario della diocesi di Haarlem- Amsterdam – la Chiesa olandese è entrata in una crisi profonda. La generazione degli anni Cinquanta se ne è andata, e ha dimenticato di educare i suoi figli » . Nel 1964 anche l’insegnamento religioso nelle scuole è stato abolito. Due generazioni di olandesi hanno dimenticato l’alfabeto cristiano. Nel registro del seminario di Haarlem, il numero dei preti ordinati precipita alla fine degli Anni Sessanta. Nel 1968, nemmeno uno. « Io credo – dice Peeters – che non avremmo niente da temere dall’islam, se fossimo cristiani. E spesso sembra che gli olandesi oggi abbiano paura di tutto: di avere figli, degli immigrati. Ma la paura, è l’esatto contrario della fede » .
 Una ricerca che non si ferma

 Cercando, ancora, il Natale. In Oudezijds Voorburgwal al 40, nel Red Light District, c’è un piccolo portone. All’ultimo piano del Museum Amstelkring c’è una chiesa, una chiesa clandestina, risalente al tempo delle persecuzioni calviniste che proibivano il culto cattolico. Nel sottotetto un altare, un organo, dieci panche cui i fedeli accedevano di nascosto. Ons’Lieve Heer op Solder, si chiama la chiesa, « Il nostro caro Signore in soffitta » . Cristo in soffitta, ti chiedi, è questo il Natale di Amsterdam? Eppure. Nel seminario di Haarlem- Amsterdam oggi ci sono 45 seminaristi, riflesso anche di una forte presenza neo­catecumenale. Monsignor Josef Punt, il vescovo, spiega che oggi qualcosa è cambiato rispetto alla crisi più dura, venti o trenta anni fa. Se nel ’ 68 da questo seminario non uscì un solo sacerdote, « oggi ogni anno in tutta l’Olanda vengono ordinati 15 nuovi preti, che mantengono gli organici a livello stabile. In questa diocesi alcune centinaia di persone chiedono ogni anno il battesimo da adulti. Si percepisce una nuova domanda, generata dal senso di vuoto. Certo, parliamo di piccoli numeri. Siamo una Chiesa missionaria. Tutto è da ricominciare da capo. Stiamo creando nei monasteri fuori città dei centri di evangelizzazione per chi, lontano dalla fede, voglia riscoprirla. Nella nostra scuola cattolica a Haarlem non riusciamo ad accogliere tutte le domande di iscrizione. Io ho la sensazione che questi genitori, pure non più credenti, siano affascinati dalla bellezza del cristianesimo, e la desiderino per i figli » .
 Il primo germe di una rinascita?

 Occorre fiducia per crederci, in questa città dove dai campanili di chiese che non sono più chiese le campane suonano dolci melodie natalizie. Mille Babbi Natale, e nessun presepe. Tranne uno, piccolissimo, nelle stanze dell’Esercito della Salvezza, vicino alla Centraal Station, alla mensa dei poveri. Venti clochard abbrutiti dal freddo, thermos giganti di caffé caldo, e quel piccolo presepe. E poi ancora, in Egelantinstraat 147, quasi periferia, una casa povera. Suoni, ti apre una suora di Madre Teresa. Sono in quattro. Qui, ogni mattina, c’è la Messa, ogni sera i vespri. Una cappella disadorna, due suore in adorazione. Sotto l’altare, una mangiatoia vuota.
  Ma se il senso del Natale è una domanda, un’attesa, allora lo incontri ancora nelle vie di questa città. È lo zoccolo vuoto che i bambini depongono nel camino la notte di Santa Klaus, aspettando un dono. Sono quei clochard, e anche, se le guardi negli occhi, quelle giovani prostitute nelle vetrine del Red Light District. Sono i vecchi soli che camminano esitanti sulla neve, temendo di cadere e di finire invalidi in un ospedale dove forse li guarderanno come pesi inutili. Sono le sedicenni alla tavola di una pizzeria italiana dietro il Dam, che cantano tenendosi per mano « I wish you a merry Christmas and a happy new year » . Già, un anno felice. « Nonostante tutto – ci ha detto il professor Wim Peeters – la domanda della felicità, e quindi di Dio, resta sempre, nel cuore dell’uomo » .

FORZA CAV.!

Silvio Berlusconi passerà le vacanze di Natale in convalescenza dalla brutta ferita dopo l’aggressione di oggi. Tutti abbiamo visto le immagini, le foto, letto i commenti a proposito.

Il tizio che gli ha tirato la statuetta avrà pure problemi psichici, come dicono i suoi familiari, ma la storia è piena di attentati fatti da squilibrati, e non sono da sottovalutare perché e a volte riescono pure questi.

E’ chiaro che gesti così non nascono all’improvviso, neppure nella mente di persone psichicamente fragili, ma maturano nel tempo, opportunamente sollecitati. E mesi, anzi, anni di campagne internazionali di odio nei confronti di Berlusconi, non possono che concludersi in questo modo: è il minimo che possa succedere.

Personalmente – non è certo un segreto – ho votato Berlusconi e continuerò a farlo, dopo l’aggressione di oggi con ancora più convinzione.

Provo anche una profonda simpatia umana per lui, anche se non lo conosco personalmente: all’età di 72 anni sta affrontando un periodo durissimo, che abbatterebbe persone molto più giovani.

I giudici vogliono colpirlo economicamente, da una parte, e vogliono farlo passare da assassino mafioso, dall’altra, con accuse – nel migliore dei casi – fantascientifiche, senza uno straccio di prova.

Alcuni di quelli che grazie a lui sono adesso in altissime posizioni  – come Fini, tanto per non far nomi, ma il Presidente della Camera è in buona e numerosa compagnia – gli stanno facendo guerra aperta, “dimenticando” che senza di lui adesso starebbero a casa a fare l’uncinetto (magari riguardando i vecchi filmati con Almirante). Chiamarli ingrati è un eufemismo.

Ma soprattutto Berlusconi sta affrontando un divorzio. Credo che questo sia il lato più difficile, specie a 72 anni. So bene che molti pensano che lui se la sia voluta, soprattutto la questione del divorzio. Certo, bisognerebbe sapere come effettivamente sono andate le cose, per giudicare (e non è affatto detto che quel che scrivono i giornali sia la verità). Ma comunque stiano le faccende, io non credo che ne sia felice, o sollevato, e comunque credo che sempre, ma soprattutto quando una persona ha una vita intensa e complicata come quella di un Presidente del Consiglio, sia particolarmente importante poter essere certi di avere accanto la persona a cui si vuole bene. E se si attraversa momenti tanto duri, è molto più difficile farlo da soli.

Non ne voglio fare un santo, e d’altra parte con una personalità così forte anche i difetti non possono che essere tanti, e notevoli.

Ma stasera, lasciatemi dire: FORZA CAV.! SIAMO TUTTI CON TE!

Lettera al Card. Tettamanzi

Lettera al Card. Tettamanzi, da Luigi Amicone, Il Foglio, 8 dicembre 2009

Eminenza carissima, uffa

Cattolico ambrosiano scrive al suo pastore. La solidarietà banale stanca, quella vera a Milano c’è. Non c’è un’idea forte e viva di Cristo, invece

Eminenza carissima, cardinale Dionigi Tettamanzi, permetta qui una confessione pubblica: sono un cattivo cattolico, le parole del mio Vescovo mi parvero negli ultimi tempi come l’eco lontana di un pastore salito sull’Alpe e rimasto lassù, mentre noi qui, pecore smarrite restiamo a brucare terra nera, spazzata dalle fatiche della quotidianità e dalle angosce per il futuro nostro e, soprattutto, dei nostri figli.

La nostra Città oggi è una città solidale, all’altezza della sua tradizione? E’ difficile rispondere con poche parole”. No, non è difficile rispondere in poche parole e con dati alla mano alla domanda contenuta nella sua omelia. Milano potrebbe figurare in cima a una enciclopedia della solidarietà in Italia. E non c’è bisogno delle ricerche del Censis per misurare questa realtà, basta la notizia di esempi che abbiamo qui sottomano. Per esempio, in quest’anno di acuta crisi economica e sociale, in una sola giornata di “spesa per i poveri”, il Banco Alimentare ha raccolto nei supermercati di Milano città 375 tonnellate di alimenti contro le 360 tonnellate dello scorso anno, incrementando la raccolta del 4 per cento rispetto al 2008 e superando di un punto la media nazionale che è stata comunque superiore di 3 punti rispetto al 2008.

Per esempio, dall’Opera Nomadi alla Casa Famiglia tutti gli operatori milanesi impegnati sul fronte zingari possono confermare alla Curia di Milano che, nonostante le difficoltà e i conflitti presenti nei quartieri più periferici e popolari (sono infatti i più poveri che soffrono il problema degli accampamenti rom), gli sgomberi di questi giorni non sono ceauseschiani, non passano i carriarmati sulle bidonville e nessun bambino rom viene sacrificato sugli altari del consumismo e di una amministrazione politica che, secondo certa visione ecclesiastica, lucrerebbe consenso investendo sulla pura immagine. Qui a Milano gli zingari prendono voucher, i bambini rom sono scolarizzati, il patto di legalità funziona e non c’è città o paese d’Italia che abbia investito in conoscenza, risorse economiche e progettualità sociale, come il capoluogo lombardo. E’ vero che le ruvide accuse della Padania bruciano e che non ha senso dare dell’imam al cardinale arcivescovo di Milano. Ma c’è disorientamento quando dal Duomo si diffonde il sospetto che nella diocesi più grande del mondo Cristo si è fermato nei modi in cui non si è fermato neanche a Eboli.

Eminenza carissima, quando qualche anno fa lei invitò a Milano Adriano Sofri perché, assieme ad altri scrittori e poeti, animasse con la lettura della Ballata del carcere di Reading i giorni della settimana santa, Lei forse non sapeva che dal carcere di Pisa Sofri aveva riflettuto sulla possibilità che la Lega Nord divenisse l’alternativa protestante alla chiesa cattolica. Sotto molti aspetti questa visione è corretta. Quanti fedeli lombardi hanno trovato nel partito di Bossi l’ascolto e la difesa identitaria che non trovano più nei Principi della chiesa? E’ un errore, lo sappiamo, poiché la chiesa non è mera difesa di una tradizione e di una identità. Brandire il crocefisso e multare chi non lo espone in pubblico, lo sappiamo, è una strumentalizzazione e una riduzione del messaggio evangelico. Poiché, come ha ricordato Lei nel suo discorso di sant’Ambrogio, la croce di Cristo è un simbolo di amore e poi noi non onoriamo un crocefisso morto, ma il crocefisso risorto.

Eminenza, lo sappiamo, lo viviamo male, ma non possiamo sfuggire alla verità che il cattolicesimo è, per definizione, “annuncio a tutte le genti”, ecumenico, universale, slegato da ogni provenienza di razza, censo, cultura e religione. Ma allora perché stiamo diventando cattivi cattolici? Perché il popolo non ha quasi più sentore dell’esistenza di una chiesa locale? Perché le Sue parole suscitano discussione quasi esclusivamente politica e vengono largamente ignorate dall’uomo della strada? Milano, la più grande diocesi del mondo, sembra subire silenziosamente il destino di un declino e di una protestantizzazione del cristianesimo. Quest’anno, dopo non so quanti anni, Milano ospiterà un grande presepe in piazza del Duomo. Ma l’iniziativa proviene dalle istituzioni laiche, dal comune, non dalla Curia. Grazie all’iniziativa delle Ferrovie dello Stato la Caritas ritroverà le sue sedi nelle stazioni e nuove risorse arriveranno per accogliere e sfamare gli ultimi, gli sbandati, i barboni.

Grazie all’opera di un’infinità di benemerite associazioni (anche vip e consumistiche) il Natale conoscerà ancora una volta un proliferare di iniziative per i poveri e di eventi di beneficenza. Eminenza, non è l’attenzione agli ultimi e il senso della solidarietà che mancano. Semmai ciò di cui si sente la mancanza è una presenza piena di ragioni, di metodo e di speranza cristiana. Sentiamo il generico richiamo a Cristo, ma non lo vediamo affermato in una proposta puntuale, che irradi intelligenza, conoscenza, fascino, e, perché no, potenza vitale.
Che ne è delle chiese e degli oratori ambrosiani dove una volta la gioventù incontrava il prete che lo trascinava in un’avventura esistenziale, piena di ragioni e di vita? Oggi gli oratori vengono dati in affitto ai club calcistici e al posto dei biliardini degli anni sessanta offrono party umanitari e discoteche allo scopo di attirare una certa “clientela”. Oggi i catechismi vengono spalmati per anni e anni, e sacramenti come la cresima vengono rinviati perché, pensano i preti, così almeno si riuscirà a tenere i ragazzini un po’ più impegnati e a trattenere più giovani in chiesa. Il risultato naturalmente contraddice i programmi: ragazzini e giovani se ne vanno anche a costo di perdere la confermazione e tutti gli altri sacramenti.

Ma esiste una valutazione serena di tutto ciò? Cosa ne è della fede, della speranza e della carità vissuti dentro un orizzonte non genericamente umanitario e moraleggiante? Oggi si deve andare nei grandi santuari per ritrovare quel popolino minuto e semplice che è stato il cuore pulsante del cristianesimo lumbard. Vai alla Madonna di Caravaggio e ogni domenica troverai come parte cospicua dei fedeli qualche vecchio agricoltore benestante e una marea di filippini che fanno pic nic e vi trascorrono l’intera giornata. Il vecchio capo della comunità cinese a Milano ha voluto farsi tumulare nel cimitero Monumentale. Ma quali presenze cattoliche si stanno muovendo per portare la buona novella a chinatown? Si parla dell’immigrazione e, giustamente, si concentrano attenzioni e ansie nella questione islamica.

Ma che senso pastorale c’è nell’affrontare il problema islam con gli appelli al dialogo interreligioso, gli incontri con imam che si fanno competizione interna e sono sul libro paga dei diversi stati mediorientali, la ripetizione dell’ovvio principio che la libertà di coscienza e di religione sono gli antemurali di tutte le libertà?
La fortuna e l’originalità del cristianesimo è che, a differenza dei musulmani, cristiani non si nasce, cristiani si diventa. Si diventa con il Battesimo e si sceglie di rimanere cristiani con un atto di libertà e di ragione. Da un certo punto di vista dovremmo riconoscere che nella secolarizzazione e nella globalizzazione c’è un processo che aiuta il cristianesimo. Quando tutte le identità e le tradizioni crollano sotto il vento della morte di Dio e della società liquida, il Cristo emerge con la sua pretesa che “nemmeno un capello del tuo capo andrà perduto”. Ma come è colta questa opportunità? Quali pastorali sono fondate non tanto sulla consolazione all’ombra dei più “poverini” quanto piuttosto sull’offensiva fondata su Colui che dice di sé: “Non sono venuto a portare pace, ma una spada”?

Di solidarietà e sobrietà, Eminenza carissima, lei parlò all’omelia di Natale dello scorso anno, ci tornò sopra in una prima serata di primavera televisiva in cui fu ospite di Fabio Fazio e infine ne ha parlato di nuovo nella sua predica di Sant’Ambrogio. Lei ripete che “la comunità cristiana può e deve diventare molto più sobria”. Che “c’è uno stile di vita costruito sul consumismo che tutti siamo invitati a cambiare per tornare a una santa sobrietà”. Che “con la sobrietà è in questione un ‘ritornare’” perché “ci siamo lasciati andare a una cultura dell’eccesso, dell’esagerazione” e “soprattutto la sobrietà è questione di ‘giustizia’, siamo in un mondo dove c’è chi ha troppo e chi troppo poco e…”. Uffa. Ma quanto ancora sentiremo la volgarizzazione delle tesi di Erich Fromm, delle confetture di Medici senza frontiere, delle denunce antimafia contro i pericoli delle infiltrazioni per qualunque cantiere aperto per modernizzare la città e dare lavoro alla gente?
Piuttosto, qualche anno fa, per iniziativa della Curia di Milano venne promossa in tutta la diocesi una ricerca sullo stato di salute della fede praticante.

Anche il sottoscritto, come tutti i frequentatori delle messe festive, fu chiamato a esprimersi su una batteria di domande che indagavano sulla pratica religiosa. Come mai a distanza di oltre un lustro i risultati di quella inchiesta non sono ancora stati noti? La sensazione diffusa è che nella più grande diocesi del mondo il tasso di disaffezione al precetto festivo e a tutti gli altri sacramenti abbia raggiunto percentuali da paesi del nord Europa. Forse la diocesi di Milano non sarà un “cimitero”, come dicono le statistiche sul cristianesimo in Belgio o in Olanda. Ma tutto lascia supporre che la strada imboccata è quella di una pace senza vita. Senza contare che in quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno, la mezzaluna di Maometto ha preso stabile dimora. Ma se Muhammad è il nome più diffuso tra i neonati di Milano (notizia Apcom del 31 maggio 2008), Eminenza, non sarebbe forse anche l’ora di consigliare ai milanesi di essere meno sobri nel controllo delle nascite e più appassionatamente sostenitori di persone come Paola Bonzi? Forza, Eminenza carissima, non si faccia rinchiudere nel capitolo della teologia moralista, civilista e borrelliana. Lei sa, meglio di noi pecorelle erranti e sghimbesce, che il cristianesimo esige coraggio, testimonianza e profezia, innanzitutto dai suoi Pastori.

© 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO

osservazioni post no-B-day

Qualche osservazione dopo la manifestazione “no-Berlusconi-day” di ieri.

1.     La scelta del colore viola è in linea con il calendario liturgico: siamo in Avvento e, come anche per la quaresima e i funerali, i sacerdoti indossano paramenti di questo colore, a segnare un tempo di penitenza e di attesa. Forse i manifestanti, indossando qualcosa di viola, intendevano dire che loro si pensano umilmente come sacerdoti di un nuovo rito, o forse che sono in attesa che Berlusconi si dimetta, o forse che fanno penitenza per questo …. in ogni caso, diciamo loro: aspetta e spera.

2.     Dicono di essere stati più di un milione. La polizia dice circa 90.000 (un po’ meno, direi). C’è un modo per saperlo: al Family Day – ricordate quella manifestazione a P.zza San Giovanni di qualche anno fa che mise la pietra tombale sui DICO? – furono pubblicate foto aeree e riprese dall’alto, per far vedere quanta gente c’era. Sicuramente esistono anche foto aeree della manifestazione di ieri. Propongo: perché qualcuno non le paragona – rigorosamente dall’alto - magari pubblicandole una accanto all’altra? Così anche noi facciamo i nostri quattro conti.

3.     I principali sponsor della manifestazione sono stati Repubblica e Micromega. Andando velocemente a memoria, queste due pubblicazioni hanno sostenuto convintamente: i comunisti, Pds, Ds, i quattro sì al referendum sulla legge 40, i Dico, i girotondi, l’Ulivo, Romano Prodi, Valter Veltroni, l’Unione, l’Onda. Ci sono quindi buone probabilità che pure il no-B-day faccia la stessa fine.

4.     Molti fra i partecipanti alla manifestazione sono convinti che Berlusconi sia colluso con la mafia, e sospettano che “stia dietro” le stragi mafiose dei primi anni ’90, come suggerito da tale Spatuzza (50 omicidi, fra cui un bambino sciolto nell’acido, e dice che non ha parlato prima perché aveva paura. E DI CHE?). Noi, a dire la verità, sospettiamo anche che Berlusconi, di cui non si conoscono bene le origini, sia coinvolto rispettivamente con: il delitto Matteotti; la morte di Vilma Montesi; l’eccidio delle fosse ardeatine; la strage di Katyn; l’epidemia di febbre spagnola (40 milioni di morti fra il 1918 e il 1919); lo tsunami di qualche anno fa in estremo oriente (con l’aggravante che le sue tv non avvertirono in tempo le popolazioni di quelle regioni); l’incendio di Roma e le false accuse ai cristiani; l’estinzione dei dinosauri; la deriva dei continenti; le macchie solari. Sicuramente troveremo testimoni di tutto questo.

5.     Berlusconi è al tramonto, dice Bersani (che qualcuno gli ricordi i concetti evangelici di pagliuzza altrui e trave propria) . E’ vero, dico io: grazie agli Spatuzza, ai giudici che gli credono, a Micromega, Repubblica, e ai no-B-day, siamo ai suoi ultimi secoli.

Feltri ammette. false le accuse a Boffo

Feltri ammette: false le accuse a Boffo.

Oggi su Il Giornale, richiamo a pag.1, seguito a pag.48.

Caro direttore,
ho letto nel suo fondo alcune considerazioni su Dino Boffo, il direttore di Avvenire che si dimise in seguito a una intricata vicenda di molestie. Devo dirle che mi sono sempre domandata perché una cosa così piccola sia diventata tanto grande al punto da procurare un fracasso mediatico superiore a quanto meritasse. Lei che ha acceso la miccia che ne dice a distanza di tre mesi?
Eva Cambra
Gentile signora,
quando abbiamo pubblicato la notizia, per altro non nuova (era già stata divulgata da Panorama sia pure con scarsa evidenza) eravamo consapevoli che non sarebbe passata inosservata. Ma non per il contenuto in sé, penalmente modesto, quanto per il risvolto politico. Infatti era un periodo di fuochi d'artificio sui presunti eccessi amorosi di Berlusconi. La Repubblica in particolare si era segnalata con servizi quotidiani su escort e pettegolezzi da camera da letto. Il cosiddetto dibattito politico aveva lasciato il posto al gossip usato come arma contro il premier anche in tivù, oltre che sulla stampa nazionale e internazionale.
Persino l'Avvenire, di solito pacato e riflessivo, cedette alla tentazione di lanciare un paio di petardi. Niente di eccezionale, per carità; data però la provenienza, quei petardi produssero un effetto sonoro rilevante. Nonostante ciò, personalmente non mi sarei occupato di Dino Boffo, giornalista prestigioso e apprezzato, se non mi fosse stata consegnata da un informatore attendibile, direi insospettabile, la fotocopia del casellario giudiziale che recava la condanna del direttore a una contravvenzione per molestie telefoniche. Insieme, un secondo documento (una nota) che riassumeva le motivazioni della condanna. La ricostruzione dei fatti descritti nella nota, oggi posso dire, non corrisponde al contenuto degli atti processuali.
All'epoca giudicammo interessante il caso per cercare di dimostrare che tutti noi faremmo meglio a non speculare sul privato degli altri, perché anche il nostro, se scandagliato, non risulta mai perfetto.
Poteva finire qui. Invece l'indomani è scoppiato un pandemonio perché i giornali e le televisioni si scatenarono sollevando un polverone ingiustificato. La «cosa», come lei dice, da piccola è così diventata grande. Ma, forse, sarebbe rimasta piccina se Boffo, nel mezzo delle polemiche (facile a dirsi, adesso), invece di segretare il fascicolo, lo avesse reso pubblico, consentendo di verificare attraverso le carte che si trattava di una bagattella e non di uno scandalo. Infatti, da quelle carte, Dino Boffo non risulta implicato in vicende omosessuali, tantomeno si parla di omosessuale attenzionato.
Questa è la verità. Oggi Boffo sarebbe ancora al vertice di Avvenire. Inoltre Boffo ha saputo aspettare, nonostante tutto quello che è stato detto e scritto, tenendo un atteggiamento sobrio e dignitoso che non può che suscitare ammirazione.