Padre Pio

Si è conclusa l’ostensione del corpo di Padre Pio, a San Giovanni Rotondo. Nove milioni di persone lo hanno visitato (compresa la mia famiglia). Marina Corradi, con un bell’editoriale su Avvenire, ce ne spiega il senso.

Avvenire 25.9.2009

QUASI NESSUN RIFLETTORE E TANTA SPERANZA

 QUELL’IMMENSO POPOLO CHE SEMPLICEMENTE DOMANDA

 
MARINA CORRADI

Hanno voluto vederlo per una ultima volta. Sono venuti da Milano, dalla Germania e perfino dalla Polonia – per vederlo un’ultima volta. Prima che il sepolcro fosse definitivamente richiuso. Ieri notte sono arrivati gli ultimi, trafelati, da lontano. Poi l’ostensione del corpo di Padre Pio è terminata. Dall’aprile dello scorso anno, quasi nove milioni di uomini e donne sono andate a San Giovanni Rotondo in pellegrinaggio.
C’erano i vecchi, quelli che Padre Pio l’avevano conosciuto da ragazzi; e coppie con i bambini in passeggino; come se la memoria di quel frate fosse qualcosa che oltrepassa le generazioni, e si tramanda dai padri ai figli. Nove milioni. Come una immensa città che è scesa in questi mesi in Puglia. Inosservata, quasi; pure in un mondo in cui le telecamere abbondano, e su folle molto minori si accendono i riflettori.
Ma questo, era un popolo silenzioso. Non gridava, non accusava, non reclamava niente. Semplicemente domandava. A bassa voce. Implorando piccole e grandi grazie: un lavoro, una diagnosi benigna, la conversione di un figlio. Nella fede dei semplici, che istintivamente va a cercare chi tratta gli uomini con misericordia. Non in quella giustizia che esamina, oculatamente soppesa e condanna, ma nella misericordia di Dio: che sa e vede tutto, e tuttavia perdona.
Quarantuno anni dopo la morte – un lasso di tempo che fa dimenticare al mondo gli eroi, i campioni e i poeti – nove milioni di uomini hanno voluto salutare un’ultima volta le spoglie di Padre Pio. Che cosa mantiene questo frate del Sud così tenacemente vivo nella memoria popolare? Era, ha detto Benedetto XVI, «un uomo semplice, di origini umili, afferrato da Cristo». Afferrato da Cristo. Come ghermito dalla sua mano, e totalmente da quella mano trasformato. Passava ore e ore, dall’alba, chiuso in un confessionale. La gente lo aspettava in coda quando ancora era notte. Anni e anni passati ad ascoltare, da quella sua nicchia in convento, tutto il male di cui noi uomini siamo capaci. Ma sempre opponendo a quella mole oscura, umanamente schiacciante, la certezza del perdono di Dio. Più grande di ogni colpa o delitto. Un uomo «afferrato da Cristo» che si è consumato nell’esercizio della misericordia. E potrebbe stupire che in tempi di comunicazione virtuale una megalopoli di nove milioni di persone sia scesa fino in Puglia, davanti ai resti di un uomo morto tanti anni fa. Che cosa hanno cercato? Un segno. Affatto virtuale e anzi concreto, tangibile, certo. Venerano la memoria di un uomo che ha incarnato la più grande, inconfessabile e spesso censurata delle speranze. Quella di essere perdonati e amati, nonostante tutto ciò che siamo o abbiamo fatto. Avari, bugiardi, ladri, perfino assassini. Uomini di ogni tipo si sono inginocchiati davanti a quel frate. Che li guardava in faccia, li ascoltava, e poi tracciava sopra le loro teste un ampio segno di croce – il segno di quel Dio che largamente perdona.
Hanno voluto vederlo una ultima volta, i vecchi che lo hanno incontrato a vent’anni – come portandogli davanti, oggi, tutta una vita. Hanno condotto i nipoti. Che dei ricordi dei nonni, in genere, non sanno che farsene. Tranne che la memoria di un vecchio non intercetti una uguale loro domanda, e dunque li riguardi. In quel saio, in quella faccia da figlio di contadini, da uomo semplice, hanno cercato l’eco di una misericordia molto più grande di ogni umana giustizia. Della 'giustizia' secondo Dio. La sola, capace di fare nascere gli uomini di nuovo.