Settembre 2009

Padre Pio

Si è conclusa l’ostensione del corpo di Padre Pio, a San Giovanni Rotondo. Nove milioni di persone lo hanno visitato (compresa la mia famiglia). Marina Corradi, con un bell’editoriale su Avvenire, ce ne spiega il senso.

Avvenire 25.9.2009

QUASI NESSUN RIFLETTORE E TANTA SPERANZA

 QUELL’IMMENSO POPOLO CHE SEMPLICEMENTE DOMANDA

 
MARINA CORRADI

Hanno voluto vederlo per una ultima volta. Sono venuti da Milano, dalla Germania e perfino dalla Polonia – per vederlo un’ultima volta. Prima che il sepolcro fosse definitivamente richiuso. Ieri notte sono arrivati gli ultimi, trafelati, da lontano. Poi l’ostensione del corpo di Padre Pio è terminata. Dall’aprile dello scorso anno, quasi nove milioni di uomini e donne sono andate a San Giovanni Rotondo in pellegrinaggio.
C’erano i vecchi, quelli che Padre Pio l’avevano conosciuto da ragazzi; e coppie con i bambini in passeggino; come se la memoria di quel frate fosse qualcosa che oltrepassa le generazioni, e si tramanda dai padri ai figli. Nove milioni. Come una immensa città che è scesa in questi mesi in Puglia. Inosservata, quasi; pure in un mondo in cui le telecamere abbondano, e su folle molto minori si accendono i riflettori.
Ma questo, era un popolo silenzioso. Non gridava, non accusava, non reclamava niente. Semplicemente domandava. A bassa voce. Implorando piccole e grandi grazie: un lavoro, una diagnosi benigna, la conversione di un figlio. Nella fede dei semplici, che istintivamente va a cercare chi tratta gli uomini con misericordia. Non in quella giustizia che esamina, oculatamente soppesa e condanna, ma nella misericordia di Dio: che sa e vede tutto, e tuttavia perdona.
Quarantuno anni dopo la morte – un lasso di tempo che fa dimenticare al mondo gli eroi, i campioni e i poeti – nove milioni di uomini hanno voluto salutare un’ultima volta le spoglie di Padre Pio. Che cosa mantiene questo frate del Sud così tenacemente vivo nella memoria popolare? Era, ha detto Benedetto XVI, «un uomo semplice, di origini umili, afferrato da Cristo». Afferrato da Cristo. Come ghermito dalla sua mano, e totalmente da quella mano trasformato. Passava ore e ore, dall’alba, chiuso in un confessionale. La gente lo aspettava in coda quando ancora era notte. Anni e anni passati ad ascoltare, da quella sua nicchia in convento, tutto il male di cui noi uomini siamo capaci. Ma sempre opponendo a quella mole oscura, umanamente schiacciante, la certezza del perdono di Dio. Più grande di ogni colpa o delitto. Un uomo «afferrato da Cristo» che si è consumato nell’esercizio della misericordia. E potrebbe stupire che in tempi di comunicazione virtuale una megalopoli di nove milioni di persone sia scesa fino in Puglia, davanti ai resti di un uomo morto tanti anni fa. Che cosa hanno cercato? Un segno. Affatto virtuale e anzi concreto, tangibile, certo. Venerano la memoria di un uomo che ha incarnato la più grande, inconfessabile e spesso censurata delle speranze. Quella di essere perdonati e amati, nonostante tutto ciò che siamo o abbiamo fatto. Avari, bugiardi, ladri, perfino assassini. Uomini di ogni tipo si sono inginocchiati davanti a quel frate. Che li guardava in faccia, li ascoltava, e poi tracciava sopra le loro teste un ampio segno di croce – il segno di quel Dio che largamente perdona.
Hanno voluto vederlo una ultima volta, i vecchi che lo hanno incontrato a vent’anni – come portandogli davanti, oggi, tutta una vita. Hanno condotto i nipoti. Che dei ricordi dei nonni, in genere, non sanno che farsene. Tranne che la memoria di un vecchio non intercetti una uguale loro domanda, e dunque li riguardi. In quel saio, in quella faccia da figlio di contadini, da uomo semplice, hanno cercato l’eco di una misericordia molto più grande di ogni umana giustizia. Della 'giustizia' secondo Dio. La sola, capace di fare nascere gli uomini di nuovo. 

Solidarietà a Giorgio Israel

Tutta la nostra solidarietà a Giorgio Israel, brillante docente universitario di matematica, intellettuale, ed amico.

Solidarietà doppia; un paio di settimane fa è stato oggetto di minacce: per essere consulente della Gelmini, ed ebreo (pare sia una doppia colpa, gravissima), lo hanno chiamato “puparo”, accostandolo a Marco Biagi, l’esperto in diritto del lavoro ucciso dalle Brigate Rosse. Per le minacce hanno usato un blog, chiaramente in forma anonima – pare vada molto di moda, negli ultimi tempi.

Un fatto gravissimo, al quale un paio di giorni fa ne è seguito un altro, patetico.

Piergiorgio Odifreddi, il sedicente matematico di cui nessuno sentiva la mancanza sulla scena pubblica, abbastanza intelligente da costruire la sua fortuna sulla sua abissale ignoranza sul cristianesimo in particolare e su questioni culturali in generale, insomma, Piergiorgio Odifreddi, dicevamo, ha restituito il premio Peano dell'Associazione subalpina Mathesis - uno dei più prestigiosi d'Italia per la divulgazione matematica - avuto nel 2002, perché quest’anno lo hanno assegnato a Giorgio Israel, ed Odifreddi non vuole stare nell'albo d'oro dei premiati insieme ad Israel. Secondo Odifreddi, Giorgio Israel è un fondamentalista.

Un fatto patetico, dicevamo, che dimostra lo squallore del personaggio Odifreddi, il suo cieco fanatismo, e soprattutto la sua totale nullità.

osservazioni

 E il Corriere ha preso una “buca”… o no?

Ieri il Card. Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano, ha ricevuto Umberto Bossi e suo figlio Renzo insieme ad alcuni importanti parlamentari della Lega.

Un incontro importante, di cui Repubblica dà notizia con un pezzo titolato “Non toccate la legge sul biotestamento”: Marco Politi, che firma il pezzo, spiega in sostanza che il Card. Bertone ha detto a chiare lettere a Bossi che il testo della legge sul fine vita approvato dal Senato va bene così, e non deve essere stravolto adesso che si va in discussione alla Camera.

Un articolo che conferma quanto già noto, e cioè che sulla legge sul fine vita  la Segreteria di Stato (Bertone) e la Conferenza Episcopale Italiana (Bagnasco), hanno da sempre espresso una posizione chiaramente unitaria.

Una notizia importante, quindi, dopo la sciagurata vicenda delle dimissioni di Boffo dall’Avvenire, con i veleni che ne continuano a seguire.

E Il Corriere, che ti fa? “Buca”  la notizia, nel senso che si può leggere, naturalmente, il pezzo sulla visita di Bossi (E Bossi va in Vaticano da Bertone, è il titolo) ma non si parla mai della legge sul fine vita, cioè del contenuto piu’ importante dell’incontro. Secondo gli autori del pezzo – Marco Cremonesi e Gian Guido Vecchi – Bossi avrebbe parlato di “radici cristiane”, di detassare a favore dei paesi poveri, etc. Gli autori sottolineano però che “di fatto la segreteria di stato ha confermato di voler continuare a gestire i rapporti con il mondo politico. Cosa che peraltro era stata messa nero su bianco da Bertone in una lettera del marzo 2007 al neo nominato Presidente Cei, in cui lo si invitava a contare sulla rispettosa guida della Santa  sede”.

Possibile che Gian Guido Vecchi, sempre ben informato, non sia venuto a sapere dell’argomento piu’ importante e piu’ attuale, quello della legge sul fine vita? Ma da chi si informa, Gian Guido Vecchi?

Oppure c’è un interesse, specie sul Corriere, a dividere la Segreteria di Stato rispetto alla  CEI, specie in politica, ed accreditare una rispetto all’altra, magari distorcendone le posizioni?

Pensierini

Pensierino numero uno

Capisco che siamo in un periodo confuso, che la politica la fanno i giornali, che qua conta solo chi strilla e a ragionare siamo rimasti in pochi, etc. etc., ma almeno qualche calcolo elementare dovrebbe essere alla portata di tutti.

L’ultima novità sulla legge sul fine vita è che venti deputati PdL hanno scritto una lettera a Berlusconi per chiedere di rivedere il testo Calabrò, approvato al Senato. Essendo i deputati PdL 270, se ne deduce che 250 sono invece a favore del testo di legge. Di quei venti, poi, una – Souad Sbai – ha detto di non aver firmato, e un altro – Stracquadanio – è favorevole al “lodo Sacconi”, cioè alla leggina salva-Eluana, quella che impedisce di sospendere alimentazione e idratazione, cuore del testo Calabrò. E allora di che stiamo a parlare?  

Pensierino numero due

Il Pd non vuole l’indagine conoscitiva in parlamento sulla pillola abortiva Ru486. Sarebbero stati d’accordo solo se si fosse fatta dopo il congresso del partito. E poi dicono che è un’indagine del tutto inutile. Ma se è inutile, qual è il problema? Che c’entra il congresso del partito, con un’indagine inutile?

Non fuggiremo, li fronteggeremo, non li odieremo

La morte ha colpito anche i nostri soldati a Kabul.

Per  ricordarli, vorrei invitare tutti a rileggere  la straordinaria omelia del Card. Ruini, in un’analoga, drammatica occasione, quella dell’attentato a Nassiriya, in Iraq.

Per una tragica ironia della sorte, quei funerali furono una grande testimonianza di vera unità del nostro paese. Ironia, perché l’Italia è uno dei paesi meno bellicosi del pianeta: fuggiamo le guerre, ma il coraggio non ci manca, e possiamo dirlo con orgoglio. Ironia, perché quei funerali insieme alle parole del Card. Ruini

Non fuggiremo davanti a loro, anzi, li fronteggeremo con tutto il coraggio, l’energia e la determinazione di cui siamo capaci. Ma non li odieremo, anzi, non ci stancheremo di sforzarci di far loro capire che tutto l’impegno dell’Italia, compreso il suo coinvolgimento militare, è orientato a salvaguardare e a promuovere una convivenza umana in cui ci siano spazio e dignità per ogni popolo, cultura e religione

sono state forse la testimonianza più grande della vera unità del nostro popolo, unità che ha origine dalla fede comune, a dispetto di chi ancora va blaterando che è stata la Chiesa un ostacolo all’unità d’Italia …. ma mi faccia il piacere!

 

 

omelia del Card. Ruini dopo la strage di Nassiriya

Omelia del cardinale Camillo Ruini ai funerali di Stato per gli italiani caduti in Iraq 

18 novembre 2003 

Celebriamo questa messa di esequie, funerale di Stato per i caduti dell'attentato terroristico a Nassiriya, con animo profondamente commosso ma anche con intatta fiducia in Dio e con intima gratitudine per questi nostri fratelli, il cui sacrificio è di esempio e di monito per tutti noi.

L'Italia intera ha già manifestato in molti modi, in questi lunghi giorni dalla tragica notizia dell'attentato, un affetto, una riconoscenza e una solidarietà per i caduti, per i feriti e per i loro familiari che vengono dal cuore del nostro popolo e che esprimono la sua profonda unità e la consapevolezza del suo comune destino.

Con questa messa ci rivolgiamo a Dio nostro creatore e padre, onnipotente e ricco di misericordia, e gli affidiamo uno per uno questi nostri morti e le loro famiglie, ciascuno dei feriti, tutti gli italiani, militari e civili, che sono in Iraq e in altri Paesi per compiere una grande e nobile missione, e con loro questa nostra amata Patria, la pace nel mondo e il rispetto per la vita umana.

Soltanto Dio, infatti, non può essere fermato dalle barriere della morte e soltanto il suo amore e il suo perdono sono più grandi dell'intera somma dei peccati che attraversano la storia del genere umano. Come abbiamo udito dalle parole dell'Apostolo Giovanni nella seconda lettura di questa Messa, in Gesù Cristo, risorto dai morti, Dio ci ha fatti realmente suoi figli, per il tempo che ci è dato di vivere su questa terra ma soprattutto per l'eternità, quando saremo in contatto diretto con Lui, lo vedremo così come Egli è, lo ameremo con animo non diviso e parteciperemo per sempre alla pienezza della sua vita.

Cari fratelli e sorelle, questa non è soltanto la nostra speranza, questa è la realtà del destino che attende ogni persona che si sforza di vivere con retta coscienza e generosità di cuore. Oggi, questo è il destino dei nostri caduti, che hanno accettato di rischiare la vita per servire la nostra nazione e per portare nel mondo la pace.

E questa è anche la più forte e sincera consolazione per le loro spose, figli, genitori, per i loro compagni d'armi, per tutti quelli che hanno loro voluto bene. Ascoltiamo ancora ciò che ci dice il Signore, attraverso le parole della Sapienza antica che abbiamo letto nella prima lettura: 'Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, la loro fine fu ritenuta una sciagura, ma essi sono nella pace. Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza e' piena di immortalità.

Cari fratelli e sorelle, Gesù nel Vangelo ci ha avvertiti che il criterio in base al quale saremo giudicati è quello dell'amore operoso, che sa riconoscere la sua misteriosa presenza nel più piccolo e più bisognoso dei nostri fratelli in umanità. Abbiamo perciò ascoltato con intima commozione le parole della sposa di uno dei caduti che, dopo aver letto un altro, molto simile brano del Vangelo, quello nel quale Gesù ci invita ad amare anche i nostri nemici, ci ha detto con semplicità che di quella parola di Gesù lei e suo marito avevano fatto la regola della propria vita.

E' questo il grande tesoro che non dobbiamo lasciar strappare dalle nostre coscienze e dai nostri cuori, nemmeno da parte di terroristi assassini.

Non fuggiremo davanti a loro, anzi, li fronteggeremo con tutto il coraggio, l'energia e la determinazione di cui siamo capaci. Ma non li odieremo, anzi, non ci stancheremo di sforzarci di far loro capire che tutto l'impegno dell'Italia, compreso il suo coinvolgimento militare, è orientato a salvaguardare e a promuovere una convivenza umana in cui ci siano spazio e dignità per ogni popolo, cultura e religione.

Questi primi anni del nuovo secolo e del nuovo millennio appaiono particolarmente duri, crudeli e tormentati. Troppe popolazioni inermi sono colpite, da ultimo gli ebrei delle sinagoghe di Istanbul. Ma proprio in questa circostanza chiediamo a Dio, con umile fiducia, di rinsaldare nei nostri animi la convinzione e la certezza che il bene è più forte del male e che anche nel nostro mondo, segnato dal peccato, è possibile, con il suo aiuto, costruire condizioni di libertà, di giustizia e di pace.

Mentre affidiamo alla misericordia di Dio le anime dei nostri fratelli caduti a Nassiriya, confermiamo e rinnoviamo il sincero proposito di essere degni della grande eredità che essi ci hanno lasciato.

Vorrei aggiungere un'ultima, sommessa preghiera: la tragedia di Nassiriya ha sollevato in tutta Italia una grande onda di commozione e ci ha fatti sentire tutti più vicini, ma ha anche istillato in noi una sensazione di freddo e di paura, di fronte all'incertezza della vita e alla ferocia che può annidarsi nell'animo umano.

Voglia il Signore riscaldare i nostri cuori, donare speranza e serenità soprattutto a coloro che in questa tragedia hanno perduto i loro cari e devono ora disporsi ad affrontare un futuro non previsto, più triste e più duro. E voglia dare al nostro Paese e alle sue istituzioni efficace e duratura determinazione di non dimenticarli e di non lasciarli soli. Il Signore benedica e protegga il nostro popolo e i nostri soldati.

Stiamo lottando per Caterina

Stiamo lottando per Caterina

Posted: 13 Sep 2009 11:20 PM PDT

Ringrazio immensamente tutti coloro che in queste ore pregano per mia figlia, Caterina, 24 anni, che si trova in coma all’ospedale di Firenze per un inspiegabile arresto cardiaco.

C’è una cosa importantissima e preziosissima che si può fare: pregare! Far celebrare messe e recitare rosari per la sua guarigione  è, in questo momento, la speranza più grande. Noi e gli amici lo stiamo facendo instancabilmente, anche con la recita della preghiera per ottenere l’intercessione di don Giussani (ve la copio qua sotto).

Io e tutta le mia famiglia ve ne siamo grati.

Che Dio vi benedica.

Antonio Socci

Signore Gesù, tu che ci hai donato don Giussani come padre e ci hai insegnato, attraverso di lui, la gioia di riconoscere la nostra esistenza come offerta a te gradita, concedici per sua intercessione la grazia della guarigione di Caterina. Te lo chiediamo per la sua glorificazione e per la nostra consolazione. Amen.

Dino Boffo e la lettera anonima

Con un grazie ad Anna Vercors che ha segnalato il carteggio.

 

Avvenire 9 Settembre 2009

 

BOFFO E LA LETTERA ANONIMA

 

E Traiano sentenziò: scritti pessimi e indegni

 

Assuntina Morresi

 

Plinio il Giovane era governatore della Bitinia negli anni 111-113 d.C. quando si trovò coinvolto in una serie di processi contro i cristiani. Non se ne era mai occupato prima, ne sapeva poco e si sentiva impreparato: decise quindi di scrivere direttamente al suo imperatore, Traiano, per raccontare quanto stava facendo e per chiedere indicazioni su come comportarsi, visto che «un gran numero di persone di ogni età, classe sociale, donne e uomini, vengono messi sotto accusa e tutto lascia pensare che la cosa continuerà».Plinio ha molti dubbi – per esempio non sa se si deve perseguire un cristiano in quanto tale, anche in mancanza di precisi atti criminali – e racconta lo svolgimento dei suoi interrogatori: fra l’altro, «è stata fatta pervenire una lista anonima che contiene i nomi di molte persone autorevoli», e di quella si è servito, spiega, precisando di aver torturato due donne per ottenere più informazioni, senza però trovare granché «degno di biasimo se non la cieca e incrollabile natura della loro superstizione».

L’imperatore risponde brevemente, dando alcune indicazioni, per esempio che è sufficiente dichiararsi cristiani per essere condannati, ed approvando l’operato del suo governatore – «ti sei comportato bene, caro Plinio» – tranne che per un punto: «Le denunzie anonime non debbono aver spazio in nessun procedimento giudiziario perché sono pessimi precedenti e indegne dell’epoca nostra». Questo in sintesi un carteggio di duemila anni fa nell’impero romano, ben noto agli studiosi del settore e molto opportunamente messo in circolazione in internet in questi giorni di gogna mediatica a Dino Boffo, direttore galantuomo di Avvenire.

Persino un imperatore pagano, che riteneva di dover condannare i cristiani in quanto tali, anche se non colpevoli di reati specifici, e che non si scomponeva per la tortura sulle donne, considerava le missive anonime «pessime» e soprattutto «indegne», ordinando al suo governatore di non servirsene, senza neppure porsi il problema del loro contenuto. Un rifiuto a prescindere, insomma. Ma duemila anni non sono bastati a far capire il concetto. Una lettera è anonima perché chi scrive non ha il coraggio di sostenerne e difenderne pubblicamente il contenuto, ovviamente accusatorio – mai vista una lettera anonima piena di complimenti. Un atto vile, insomma, perché chi la scrive e la diffonde non vuole prendersi alcuna responsabilità per le conseguenze delle sue azioni, e, solitamente, ne gode tanto più quanto maggiore è il danno alla sua vittima, mentre lui se ne sta tranquillamente a guardare.

Un atto vile perché l’autore scrive qualcosa che non è disposto a dire pubblicamente, guardando in faccia la persona che sta accusando. Un atto vile, perché chi pretende di dire la verità non si può nascondere dietro un anonimato che è già una menzogna. Assurdo, quindi, e soprattutto ancora più vile pretendere dall’accusato di difendersi da una missiva anonima, come continuiamo a leggere e sentire in questi giorni. Il processo mediatico imbastito nei confronti di Dino Boffo non riguarda l’ammenda pagata per molestie: su quello Boffo ha già risposto pubblicamente, dimostrando e denunciando le «dieci falsità» che hanno innervato il feroce attacco del 'Giornale' nei suoi confronti.

A Boffo è stato, e continua ad essere, domandato di chiarire l’autenticità del contenuto di una lettera anonima, quando i giudici competenti hanno già dichiarato che negli atti ufficiali non figurano le accuse contenute nella missiva anonima; e d’altra parte chi continua a chiedere che tutti gli atti relativi all’ammenda per molestie vengano comunque resi pubblici, dimostra non solo di non avere alcuna fiducia in Boffo – risparmiatevi, allora, l’ipocrita attestato di solidarietà – ma anche, paradossalmente, di non fidarsi neppure degli stessi giudici, i quali hanno già spiegato i motivi della riservatezza del fascicolo.

Il vigliacco che si è nascosto dietro l’anonimato, e coloro che di quella missiva si sono serviti, sia per diffonderla, sia per continuare a chiedere a Boffo di renderne conto, dimostrano quindi di non essere affatto interessati a conoscere la verità, ma solo a colpire una persona, per infangarla e distruggerla. «Indegni dell’epoca nostra», avrebbe detto il pagano imperatore Traiano, cestinando il tutto. 

 

Le dimissioni di Dino Boffo

Alla fine del Meeting sono andata con la mia famiglia una settimana in vacanza alle isole Tremiti, senza computer. Pensavo: il Parlamento è chiuso, cosa vuoi che succeda in pochi giorni? Per una settimana, posso anche staccare.

Le ultime parole famose …. è letteralmente scoppiata la bufera. Mi riferisco allo scriteriato attacco al direttore di Avvenire, Dino Boffo, da parte di Vittorio Feltri, che da poco è tornato a dirigere “Il Giornale”. Vista la gravità assoluta della faccenda, è bene mettere un po’ di ordine.

     Vittorio Feltri la settimana scorsa ha sparato in prima pagina il contenuto di una lettera anonima che circolava da diversi anni e che, prendendo spunto da un’ammenda pagata da Dino Boffo, ne voleva dimostrare l’omosessualità.

Troppo semplice? No, i fatti sono veramente così.

Chiaramente non sono i fatti legati all’ammenda pagata da Boffo ad interessare “Il Giornale”, ma la sua presunta omosessualità, una tendenza inammissibile per chi dirige il giornale della CEI, e soprattutto – secondo Il Giornale – per chi come Boffo ha dato voce alle critiche a Berlusconi sulla faccenda delle escort, rispondendo ad alcune lettere di protesta.

Feltri ci dovrebbe spiegare per quale motivo un direttore di un giornale avrebbe dovuto ignorare le lettere dei suoi lettori: forse Feltri si comporta così?

Ma della presunta omosessualità del direttore di Avvenire non si parla in nessun documento ufficiale, neppure negli atti del fascicolo nelle mani del Tribunale - non sono stati resi pubblici, ma i giudici hanno dichiarato che nel fascicolo non c’è niente del genere, neanche un’allusione: c’è solo una lettera anonima che lo dice, e che magicamente diventa oro colato per un bel po’ di gente, e dalla quale lettera dovrebbe difendersi Boffo.

Il quale Boffo risponde spiegando i fatti – basta andare a guardare Avvenire di questi giorni, per esempio qua.

La madre della ragazza a cui erano arrivate le molestie telefoniche, nel 2001, aveva sporto denuncia contro ignoti, e quando dal tabulario delle chiamate era venuto fuori il numero di un telefonino in uso a Boffo la querela era stata ritirata: la famiglia conosceva Boffo, e ne avrebbe riconosciuto la voce, se fosse stato lui l’autore delle telefonate. Ma per molestia si procede d’ufficio, e il gip non ha ritenuto attendibile la versione di Boffo, e cioè: l’autore delle telefonate era un suo collaboratore, che aveva cercato di aiutare dandogli lavoro (aveva problemi di droga, e poco dopo è morto di overdose), e che poteva avere accesso al telefonino.

Per proteggere il ragazzo e farla corta, Boffo decide di non impugnare la decisione del gip, iniziativa che avrebbe portato a un processo, e paga la multa. E’ così preoccupato della faccenda che non nomina neanche un avvocato di fiducia, ma lascia che si nomini un difensore d’ufficio.

La faccenda sarebbe finita lì, se una manina interessata non avesse cominciato a mandare in giro lettere anonime che, prendendo spunto dal fatto, raccontano che Boffo è omosessuale. Un’accusa inconciliabile con i suoi importanti incarichi all’interno della Chiesa.

Lettere anonime che però nessuno ha preso in considerazione per ben quattro anni: ne aveva parlato Panorama, nel 2005, nell’indifferenza generale.

E Feltri che fa? Si procura – e sarebbe interessante sapere da chi, visto che solo personale addetto poteva procurarselo – copia della condanna pecuniaria e ci appiccica dietro la lettera anonima, come se fosse un documento ufficiale a spiegazione dell’ammenda pagata.

A questo punto assistiamo all’inverosimile: si chiede conto a Boffo dei contenuti della lettera anonima.

MA DA QUANDO IN QUA UNA LETTERA ANONIMA E’ DIVENTATA UNA FONTE ATTENDIBILE?

Dico io: siamo matti? Ho letto allibita il pezzo di Messori sul Corriere, che spiega alla Chiesa che ci voleva più prudenza, non avrebbe dovuto dare tanti incarichi a Boffo, perché “un uomo immagine della Chiesa italiana ha campeggiato e campeggerà a lungo sulle prime pagine, sospettato dei gusti «diversi» la cui ombra grava oggi, più che mai, sugli ambienti clericali.”

Ma di quali sospetti stiamo parlando? Di quelli di una lettera anonima? Sull’ammenda – l’unico fatto certo – Boffo ha dato la sua spiegazione (e non vedo perché non credergli: qualcuno ha dimostrato il contrario?), e comunque di omosessualità parla solo la lettera anonima, e nient’altro. Per quale motivo qualcuno avrebbe dovuto prendere in considerazione una lettera anonima?

Peggio ancora De Mattei, che pensa che Feltri “ in fin da conti fa il suo mestiere di giornalista” – cioè i giornalisti pubblicano lettere anonime per mestiere, secondo De Mattei – e che dopo un pistolotto incredibile, in cui dimostra di bersi il testo anonimo come notizia certa, conclude: “quel che appare grave ai semplici fedeli è …. il silenzio con cui lo scandalo giudiziario è stato fino ad oggi coperto da chi aveva il dovere di intervenire e ha ora quello, impellente, di rimuovere dal suo incarico il direttore di “Avvenire””.

Ma di quale “scandalo giudiziario” stiamo parlando? Un’ammenda? Una lettera anonima?

I più rigidi pastori protestanti non avrebbero potuto far di meglio. Cosa c’è di cristiano in tutto questo? Dove sarebbe l’amore alla verità tanto sbandierato?

Ma ci rendiamo conto che nessuno, nessun direttore di quotidiano, nessun professore, nessun politico, nessun giornalista, neppure la persona più integerrima del mondo, insomma, nessuno può essere immune da diffamazioni di lettere anonime?

Che ognuno di noi provi solo per un attimo a pensare cosa succederebbe in un tribunale in cui accuse anonime venissero prese sul serio …. chi si salverebbe?  

Il Corriere della Sera, e non solo, attribuisce la lettera anonima a vicende interne al mondo cattolico. Non so se sia vero o no.

Per ora, solo alcune tristi certezze. La prima: Feltri ha fatto un mostruoso autogol, un danno devastante al PdL e al suo editore Berlusconi, dimostrando, insieme a tutti quelli che sostengono la nuova direzione de "Il Giornale", di non aver capito niente della Chiesa.

Il Giornale di Feltri ha colpito, incredibilmente, il punto di riferimento di gran parte dell’elettorato del PdL, dimostrando di non distinguere gli amici dai nemici (per un direttore di quotidiano non è un gran complimento), e cadendo nell’enorme contraddizione di attaccare – del tutto infondatamente, e anche questo non è il massimo per un giornalista – una persona sul piano privato, dopo che per mesi, giustamente, ha difeso Berlusconi da attacchi simili.  Un attacco incomprensibile per chiunque appartiene a quel mondo.

Lo ha appena riconosciuto anche Fabrizio Cicchitto, che non è esattamente un esponente della gerarchia cattolica.

Avvenire non è un giornale qualsiasi. In Avvenire si riconosce un popolo, quello cattolico, compreso chi non lo legge quotidianamente, anche chi non condivide tutto quel che c’è scritto; è stato il punto di riferimento delle nostre battaglie, ma è anche l’unico che racconta di tanta vita del popolo cattolico che altri giornali si guardano bene dal prendere in considerazione.

Chi festeggia insieme a “Il Giornale”, poi , non ha capito che la Chiesa non è un partito politico, al quale si possono dare colpi bassi, e con cui poi ricucire, come si fa in politica. La Chiesa non è questo, e chi la tratta così non può andare molto lontano.

Ci sarebbe molto altro da dire. Per ora vi segnalo tre contributi utili: il primo è quello di Antonio Socci, il secondo di Sandro Magister, ed il terzo è la lettera di dimissioni di Dino Boffo, con il commento di Giuliano Ferrara.

se lo dice pure Cicchitto....che errore!

AVVENIRE: CICCHITTO, ATTACCO A BOFFO E' STATO UN ERRORE

(AGI) - Telese, 5 set. - L'aggressione del Giornale di Vittorio Feltri al direttore di Avvenire Dino Boffo "e' stata un errore, perché il garantismo vale in primo luogo nei confronti degli avversari politici e dei nemici". Lo ha affermato il presidente dei deputati del Pdl, Fabrizio Cicchitto, ospite della festa dell'Udeur. "Inoltre - ha aggiunto Cicchitto - non ci si occupa della vita privata delle persone come ritorsione, dopo che ci si é occupati della vita privata di Berlusconi ed infine dare addosso ad un esponente cattolico come Boffo non ha fatto altro che allentare il rapporto tra Pdl e gli elettori cattolici, moderati e riformisti. Insomma é stata una cosa sbagliata in sé ed in termini politici".
Per Cicchitto, però, "l'imbarbarimento del confronto politico a cui si sta assistendo negli ultimi tempi" si è scatenato perché "qualcuno tenta di cambiare lo scenario politico del paese gettando veleni ed attaccando la vita privata del Presidente del Consiglio. Una delle vittime della barbarie é stato - ha aggiunto il capogruppo - lo stesso Clemente Mastella. Tutto questo e' cominciato dal '92-'94, ha colpito prima Dc e Psi, poi con la discesa in campo di Berlusconi é incominciato un tormentone giudiziario nei suoi confronti, proseguendo successivamente; quindi non si dica che tutto é iniziato con il caso Boffo, perché l'imbarbarimento risale a molto prima".

mio padre

Mio padre

Mio padre ha ottantasei anni. Le gambe cominciano a tradirlo, ma è ancora perfettamente lucido. E’ stato sindaco per la DC nel nostro paese, eletto come indipendente, negli anni ’60. Ha sempre letto il Corriere della Sera, ero piccola e già lo comprava: ha interrotto solamente per un paio di anni, dal giorno dopo dell’editoriale con cui Paolo Mieli ha dichiarato il sostegno a Romano Prodi, fino a quando Prodi è caduto.

Ieri sono passata a trovarlo. Mi ha chiesto subito: “Ma perché Feltri ha attaccato Avvenire?”. Gli ho spiegato delle critiche a Berlusconi. “Quali critiche? Ma non era Repubblica ad attaccare Berlusconi?”. Si, certo, gli ho risposto. “E Feltri non era del centrodestra?” Ma certo, rispondo io.  “E allora perché Feltri ha attaccato Boffo?”. E allora gli ho spiegato la faccenda del decreto (non sentenza) di condanna per molestie, e lui, impaziente e innervosito, mi fa: “Ma si, certo, questa la so, ho letto, ho capito. Ti sto chiedendo un’altra cosa: perché Feltri ha attaccato Boffo? Che ci guadagna il PdL?” A questo punto mi sono dovuta arrendere: “Non lo so” ho risposto. “Ecco, appunto. Ma chi l’ha capito?” A questa non ho neanche risposto.