Luglio 2009

arriva la Ru486

L’Aifa, l’ente di farmacovigilanza italiano, ha deciso che la pillola abortiva Ru486 sarà utilizzata in Italia, come nel resto d’Europa. E’ scoppiato un putiferio, segno che le coscienze non sono ancora andate in letargo.

Qua la mia intervista al Sussidiario.

Qui l’intervista a Eugenia Roccella su L'Osservatore Romano.

Qua l’interrogazione parlamentare che ha fatto Cossiga, una sintesi della situazione.

E infine qui la lettera che il Ministro Sacconi ha scritto all’Aifa, nella quale chiede indicazioni certe perché l’uso sia conforme alla legge 194 (e non si vada a finire, come nel resto del mondo, con l’aborto a domicilio).

Staremo a vedere.

interpellanza Cossiga sulla Ru486

ABORTO: INTERPELLANZA COSSIGA SULLA RU486

Roma, 30 lug. (Adnkronos) - Il presidente emerito Francesco Cossiga ha firmato una interpellanza al presidente del Consiglio dei ministri, al ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali sulla commercializzazione della Ru486.  

"Vista la richiesta di immissione in commercio nel nostro paese del mifepristone (MIFEGYNE) , principio attivo della Ru486, la cosiddetta pillola abortiva, mediante procedura di mutuo riconoscimento; visto che la procedura abortiva per via farmacologica richiede almeno quindici giorni per essere completata", si legge nel testo del documento."Considerato che secondo la letteratura scientifica accreditata (v. ad es. Spitz et al. N Engl J Med 1998; 338, 1241-1247) si stima che il 5% delle donne abortisca fra il primo e il terzo giorno, che l'80% abortisce entro le 24 ore dopo la somministrazione del secondo farmaco, in terza giornata, che un successivo 12-15% abortisce nei quindici giorni successivi, e che un 5-8% dovra' sottoporsi comunque successivamente a revisione delle cavita' uterina per aborto incompleto o non avvenuto, e che comunque il metodo farmacologico intrinsecamente presuppone l'incertezza sul momento dell'espulsione", considerato che l'efficacia della procedura medica (92-95%) e' minore rispetto a quella dell'aborto chirurgico (>99%)".

"Tenuto conto quanto dichiarato nella relazione sulla Legge 22 maggio 1978, n.194, Norme per la tutela sociale della maternita' e sull'intrerruzione volontaria della gravidanza, testo pubblicato a cura della redazione internet del Ced della Corte Suprema di Cassazione Legge 22 maggio 1978 n. 194 (pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 140 del 22 maggio 1978) norme per la tutela sociale della maternita' e sull'interruzione volontaria della gravidanza, testo pubblicato a cura della redazione internet del CED della Corte Suprema di Cassazione Legge 22 maggio 1978 n. 194 (pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 140 del 22 maggio 1978) norme per la tutela sociale della maternita' e sull'interruzione volontaria della gravidanza presentata in Parlamento il giorno 28 luglio ultimo corrente".  

"E' evidente la discrepanza fra l'uso, segnalato, che si fa di prassi di questa procedura abortiva, e quello consigliato da due diversi pareri del Consiglio Superiore di Sanita'; in particolare, secondo il parere del 18.3.2004 'i rischi connessi all'interruzione farmacologica della gravidanza si possono considerare equivalenti alla interruzione chirurgica solo se l'interruzione di gravidanza avviene in ambito ospedaliero'. Tra le motivazioni addotte c'e' 'la non prevedibilita' del momento in cui avviene l'aborto', e 'il rispetto della legislazione vigente che prevede che l'aborto avvenga in ambito ospedaliero'"."Secondo il successivo parere del 20.12.2005 'l'associazione di mifepristone e misoprostolo deve essere somministrata in ospedale pubblico o in altra struttura prevista dalla predetta legge e la donna deve essere ivi trattenuta fino ad aborto avvenuto'. Considerato l'uso di antidolorifici nel corso della procedura medica, per la dolorosita' del metodo; considerato che secondo la recentissima letteratura scientifica ( M. Fjerstad et al. New England J. of Med. 2009, 391, 145-151 ) viene ritenuta necessaria anche una terapia antibiotica per diminuire il rischio di gravi infezioni; tenendo conto che secondo la letteratura del settore (P. Slade et al., Br. J.Obstetr. Gynaecol. , 1998, 105, 1288-95 ) , piu' della meta' delle donne dichiara di aver riconosciuto l'embrione abortito durante la fase di espulsione".

"Considerando che e' la donna stessa a gestire la procedura abortiva, che nelle due settimane di durata media presentera' perdite di sangue che lei stessa deve stabilire essere 'normali' o 'emorragiche', per un'eventuale ricorso di urgenza in ospedale; tenuto conto dei numerosi effetti collaterali che richiedono un follow up preciso e costante dell'intera procedura, soprattutto riguardo al controllo dell'effettiva espulsione dell'embrione dall'utero e del completamento dell'aborto; considerato che secondo la letteratura scientifica del settore ( MF Greene, New Engl. J. Med. 2005, 353, 2317-8 ), la mortalita' per aborto chimico e' dieci volte superiore a quella di aborto chirurgico".  

 "Considerato che ancora e' sconosciuto il motivo dell'elevata frequenza di gravi infezioni, soprattutto di quella mortali dovute a Clostridium Sordellii; tenuto conto delle ultime notizie dalla stampa, che riferiscono di un dossier riservato della casa farmaceutica Exelgyn, con la segnalazione di 29 morti a seguito di somministrazione della Ru486, morti delle quali l'opinione pubblica non era a conoscenza"."Considerata l'esistenza di un carteggio in corso fra gli esperti del ministero e e dell'Aifa, circa questioni inerenti alle problematiche suddette", Cossiga si chiede "se si ritiene che il metodo abortivo farmacologico in argomento sia intrinsecamente compatibile con la legge 194", "come si pensa di garantire la sicurezza delle donne se, come indicato da quanto riportato nella relazione al parlamento, la prassi diffusa e' quella del ricovero in day hospital, contrariamente a quanto indicato dai pareri CSS, prassi da cui consegue che non ci sarebbe parita' di rischio fra metodo chirurgico e farmacologico".

"Se, visto quanto sopra detto, il metodo abortivo farmacologico rientra nella legge 194, rispetto all'art.15, che parla di 'uso delle tecniche piu' moderne, piu' rispettose dell'integrita' fisica e psichica della donna e meno rischiose per l'interruzione della gravidanza'; "quali siano i costi di un aborto medico, effettuato in regime di ricovero ospedaliero per tre giorni almeno, e comunque sino ad espulsione avvenuta, rispetto a quelli di un aborto chirurgico", "se non ritenga necessario fare chiarezza sulle notizie relative alle morti, rendendo pubblici il dossier della Exelgyn e il carteggio fra il Ministero e l'Aifa".
 

L'Osservatore Romano intervista Eugenia Roccella sulla Ru486

L’Osservatore Romano 31.7.2009

I dubbi di Eugenia Roccella sull'applicabilità del protocollo

 

La pillola Ru486

è incompatibile

con la legge sull'aborto

 

di Marco Bellizi

La commercializzazione della pillola abortiva Ru486 comporta forti dubbi di incompatibilità con la legge 194, che in Italia regola fra l'altro l'interruzione volontaria di gravidanza. E sembra contrastare con due pareri che il Consiglio superiore della sanità ha già espresso circa i rischi di somministrazione della pillola stessa. In tali pareri si affermava che i rischi per la salute della donna sono analoghi in caso di aborto chirurgico e di aborto chimico solo se in quest'ultimo caso viene garantito il ricovero ospedaliero. Circostanza praticamente impossibile da rispettare. Lo conferma a «L'Osservatore Romano» il sottosegretario al ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, Eugenia Roccella, che alla vigilia della decisione dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) di commercializzare la pillola aveva richiamato l'attenzione sulle 29 donne morte a seguito dell'assunzione della Ru486. Alle quali fra l'altro andrebbero aggiunte le altre due decedute dopo l'assunzione della seconda pillola, che, contenendo prostaglandina, induce gli spasmi della gravidanza e l'espulsione del feto. «Mi chiedo — dice il sottosegretario — come  farà l'Aifa a garantire l'applicazione del protocollo. L'aborto attraverso la Ru486 è un metodo intrinsecamente domiciliare ed è difficile ricondurlo alla legge 194. Su questo punto chiederemo chiarimenti. Dove questa incompatibilità si è già verificata, come in Francia, alla fine la legge sull'aborto, che era molto simile a quella italiana, è stata modificata». In base al protocollo dell'Aifa si dovrebbe poter verificare dunque che la donna rimanga in ospedale per il periodo di tempo previsto. In alcune regioni italiane, come l'Emilia Romagna, la somministrazione della Ru486 avviene invece in day hospital. «E nel 90 per cento dei casi, da prassi, le donne vengono rimandate a casa», rivela il sottosegretario. È bene precisare che, una volta assunta la pillola, l'aborto può completarsi anche dopo 15 giorni. In qualche caso più raro anche oltre. E naturalmente in qualsiasi momento, a loro rischio, le donne possono firmare per uscire dall'ospedale.

L'aborto procurato con la pillola Ru486 non è, secondo le ricerche, meno invasivo dell'aborto chirurgico, né meno pericoloso. Anzi. Sempre più frequentemente all'assunzione della prima pillola e della prostaglandina fa seguito l'assunzione di routine di antibiotici, per l'insorgenza di infezioni maggiori, e di antidolorifici. C'è inoltre il rischio che la paziente, una volta a casa, possa sottovalutare la pericolosità dei sintomi che accusa.

Per le donne, sostanzialmente, si tratta di un passo indietro nella tutela della salute. Non a caso — spiega il sottosegretario Roccella, che nel 2006 ha pubblicato insieme con Assuntina Morresi il libro La favola dell'aborto facile. Miti e realtà della pillola Ru486  (Milano, Franco Angeli) — «le prime a battersi contro l'uso della Ru486 negli Stati Uniti sono state delle femministe».

E lo stesso accade in molte parti del mondo, anche in luoghi dove di solito non si accusa lo Stato di essere condizionato dalle autorità religiose. Critiche alla pillola abortiva si registrano in Australia. Movimenti femministi sono stati attivi in Germania e in Gran Bretagna (dove fra l'altro si sono registrati cinque dei 29 decessi dovuti alla Ru486).

Non si tratta, dunque, di uno scrupolo tutto italiano. In Italia, però — ricorda Roccella — «abbiamo dei buoni risultati riguardo al numero degli aborti, che è in calo. E sono in calo anche fra le minorenni. Ho i miei dubbi che la decisione dell'Aifa vada nella stessa direzione. Il pericolo che si voglia aprire con questa decisione un altro fronte, che ha come obiettivo la 194, c'è. La promozione della pillola è stata tutta politica, tutta basata sul fatto fra l'altro che si tratta di un metodo meno invasivo e meno doloroso, quando invece tutta la letteratura scientifica dimostra il contrario. Noi abbiamo fornito all'Aifa tutta la documentazione che ci aveva trasmesso la ditta produttrice affinché valutasse tutto. La risposta dell'agenzia non ci ha soddisfatto, perché rimangono delle zone oscure sulle quali continueremo a chiedere chiarimenti al comitato tecnico-scientifico. Però solo l'Aifa in presenza di novità può tornare sulle decisioni prese. E in base a quanto ci hanno risposto le 29 morti non erano per loro una novità».

Ignazio Marino e gli squarci inaspettati della politica...

Un mio carissimo amico di recente mi ha detto che la bellezza della politica è quando all’improvviso, come accade con una scoperta scientifica, si aprono squarci inaspettati. Le intelligenze si uniscono, le coscienze si allertano, gli animi si risvegliano. E’ l’inizio del discorso di Ignazio Marino - il chirurgo delle interviste agiografiche, il chirurgo buono con lo sguardo che guarda lontano -  per la presentazione del suo programma come candidato segretario per il Partito Democratico. E in effetti stamattina uno squarcio inaspettato si è aperto, e pure qualche coscienza dovrebbe essersi allertata: sul Foglio è stata pubblicata una lettera in cui si spiega che nel 2002 Marino è stato allontanato da uno dei più importanti centri trapianti d’Europa, l’ISMETT di Palermo, e soprattutto dall’University of Pittsburgh Medical Center (UPMC), perché accusato di irregolarità amministrative, cioè di aver percepito rimborsi spese doppi, per circa ottomila dollari.

Niente fuga di cervelli, insomma, per l’addio di Marino all’Italia nel 2002, ma un episodio abbastanza imbarazzante, soprattutto per un personaggio che si presenta come bandiera della legalità e della moralità.

E oggi su Marino è calato il gelo: neanche uno straccio di agenzia, neanche l'ombra di un comunicato, da stamattina fino alle 14.31, quando Mario Adinolfi - non proprio un big nel PD – dà la sua solidarietà al chirurgo. Bisogna poi aspettare fino alle 16.00 per un comunicato dello stesso Marino, che annuncia solennemente la sua intenzione di … cambiare l’arredamento della sede del Pd se verrà eletto segretario. Vuole comprare un tavolo rotondo, per far partecipare tutti.

Il novello cavaliere della tavola rotonda un quarto d’ora dopo può leggere una dichiarazione di Bersani, che dà la sua solidarietà, ma senza troppo entusiasmo: “Non so se lui risponderà o vorrà precisare ma per come l'ho conosciuto voglio ribadire la mia stima”.

E poi basta. Dal resto del Pd, silenzio di tomba. Niente, niet, nisba. Tutti zitti, nel partito, ma zitti pure quelli di Micromega, che lo amano tanto , e muto è stato pure quel Beppino Englaro che Ignazio Marino ha definito un “eroe civile”, che è entrato apposta nel Pd per sostenere il chirurgo e che fino a ieri si è spellato le mani per applaudirlo.

In rete cresce l’agitazione dei “sottomarini” – così si chiamano i suoi sostenitori – che gli chiedono disperatamente di smentire: un po’ difficile, visto che la lettera in questione è controfirmata dallo stesso Marino, che quindi l’ha condivisa, a suo tempo. Ma finalmente, alle otto di sera Marino riesce a rispondere in merito, e tira fuori dal cassetto una lettera con cui il suo avvocato avrebbe smentito quella dell’UPMC.

Certo che dodici ore per trovare la lettera di smentita sono un po’ tantine…evidentemente il chirurgo aveva tanto da fare oggi, e prima di stasera non ha avuto tempo di pensare a queste sciocchezzuole.

Vedremo domani cosa ci diranno i giornali.

Certo, se noi fossimo maligni –ma non lo siamo – penseremmo che non è un caso che questa faccenda sia venuta fuori proprio il giorno dopo la sua candidatura alla guida del Pd. Candidatura vivamente sconsigliata da tanti “compagni” del Pd.

Se fossimo veramente cattivi, ma proprio cattivi – ma noi non lo siamo – ci ricorderemmo dei metodi del vecchio PCI per far fuori gli avversari.

E se la cattiveria aumentasse, e diventasse malvagità – sarà il caldo a fare certi effetti – allora penseremmo che la candidatura di Marino rompe le uova nel paniere – tanto per ricordare qualcosa di rotondo – innanzitutto al candidato Bersani, che non si può certo far superare a sinistra sul tema della laicità.

La candidatura di Marino ha terremotato tutti gli equilibri nel Pd, spostando l’asse della competizione per la segreteria verso un laicismo e una radicalizzazione alla Micromega, che poi inevitabilmente fa perdere consensi al partito. Il Pds-Ds-Pd ha dato tanto spazio a laicismo e antiberlusconismo, troppo spazio, e di questo rischia di morire.

La “scoperta” della lettera pubblicata oggi potrebbe essere l’estremo tentativo di ciò che resta del Pd, di evitare una destabilizzazione irrecuperabile, una sterzata che allontanerebbe altri elettori, che non si riconoscono nella deriva radicale impersonata da Marino. Ma non sarà troppo tardi, per loro?

Caritas in veritate

Il Riformista 8 Luglio 2009

 

DOTTRINA SOCIALE E DIFESA DELL’UOMO

di Eugenia Roccella

 

 

La politica tende a ridurre le mille sfumature che differenziano la grande e multiforme famiglia cattolica, comprimendole in due sfere separate: l’etica del sociale e l’etica della vita. Lo schema segue le grandi semplificazioni generalizzanti, come la distinzione tra laici e cattolici, destra e sinistra; in questo caso, o si privilegia la difesa della vita, e si sta più a proprio agio con il centrodestra, o il terreno del sociale, e si pende a sinistra. Ci possono essere sovrapposizioni e accavallamenti, ma in genere si appartiene all’una o all’altra tribù, che ha il proprio linguaggio, i propri temi privilegiati. Sempre di "ultimi" si tratta: i più fragili, e dunque gli embrioni, i non ancora nati, i disabili estremi, i malati gravi; oppure gli ultimi nella scala sociale, i poveri, gli immigrati, i rifiutati, i bisognosi. L’enciclica "Caritas in veritate" fa piazza pulita di questa distinzione, affermando, con la forza di un pensiero straordinariamente limpido, che «la questione sociale è diventata integralmente questione antropologica».

 

Il rischio all’orizzonte è la fine di qualunque forma di umanesimo, forse persino la fine dell’umano tout court, grazie alla manipolazione non solo della biologia umana e del corpo, ma delle relazioni fondamentali, come quelle tra genitori e figli, e all’indebolirsi di quei rapporti che, attraverso la gratuità e il dono, affermano la fratellanza e l’uguaglianza tra persone.

È un rischio che la politica fatica a leggere, perché sempre troppo coinvolta nel presente, nelle urgenze del momento, mentre la Chiesa, che ha uno sguardo che oltrepassa la contingenza storica, da anni lancia l’allarme, insistendo, come ha fatto il cardinale Ruini, sulla questione antropologica, e non soltanto sulla tutela della vita.

 

Il Papa è chiarissimo: l’enciclica sociale di Paolo VI, la "Populorum progressio", e il concetto di sviluppo su cui fa perno, va integrato con l’"Humanae vitae", e bisogna ricordarsi che «il primo capitale da salvaguardare è l’uomo, la persona nella sua integrità». Non c’è vero sviluppo senza «apertura alla vita», senza combattere la cultura del «disincanto totale, che crede di aver svelato ogni mistero», e che promuove una «concezione meccanicistica» della vita umana.

«Come ci si potrà stupire dell’indifferenza per le situazioni umane di degrado, se l’indifferenza caratterizza perfino il nostro atteggiamento verso ciò che è umano e ciò che non lo è?». Questa è la domanda che la politica, tutta, deve porsi, se vuole attrezzarsi per affrontare le nuove disuguaglianze che si prospettano, che già si stanno creando.

 

Asimmetrie sociali che derivano, per esempio, dall’idea che il corpo e le sue parti siano oggetti materiali, a disposizione del mercato, di cui si possono stabilire i diritti di proprietà. Non parlo solo dell’angosciante questione degli embrioni crioconservati, vite umane sospese tra l’essere e il non essere, ma anche dei molti problemi posti dall’utilizzo di cellule e tessuti, sia conservati per uso personale che a fini di ricerca; o ancora dalla possibilità di produrre farmaci su misura del singolo paziente, e dai nuovi pericoli di disparità di accesso che emergeranno.

Parlo di un mercato del corpo che già esiste, ed è l’altra faccia dei diritti individuali reclamati da alcuni: per esempio la vendita e il traffico di ovociti, problema inseparabile dalla fecondazione eterologa, di cui costituisce il versante commerciale negato.

Potrei citare l’esistenza di una rete internazionale di biobanche private, pronte a coprire ogni offerta possibile, da quella di embrioni belli e fatti (perché fare la fatica di sottoporsi ai trattamenti di fecondazione artificiale, quando si può avere il prodotto semilavorato?) a quella della conservazione delle staminali del cordone per uso autologo, ampiamente pubblicizzata nonostante la comunità scientifica sia concorde nell’affermare che ad oggi non c’è alcun vantaggio concreto per chi lo fa.

Solo il mistero della Creazione, che non si lascia penetrare così facilmente, ci ha salvato dalla produzione di ibridi uomoanimale, consentita dall’apposita Authority inglese, ma fallita nei laboratori; e saranno forse i risultati poco felici della diagnosi preimpianto a impedire che il nuovo eugenismo prenda piede, stabilendo nei fatti, oltre ogni proclama della Convenzione Onu sulla disabilità, che chi è imperfetto non ha diritto a nascere, e che una vita con qualche disabilità non è degna di essere vissuta.

 

«Il problema dello sviluppo è strettamente collegato anche alla nostra concezione dell’anima dell’uomo» si legge nella "Caritas in veritate". La tensione verso la felicità, richiamata nella Costituzione americana, presuppone la capacità umana di guardare verso l’alto, come diceva Simone Weil, e non solo in avanti.

libertas ecclesiae e dintorni

“Gli illuministi non volevano abolire i valori cristiani [ ….] ma non volevano seguire la Chiesa, non volevano continuare a riconoscere Cristo come decisivo per la vita. Allora difendevano i frutti che Cristo aveva portato separandoli dall’origine; hanno voluto fare un cristianesimo senza Cristo, difendendo i valori cristiani a prescindere dalla fonte, dalla sorgente di questi valori”. E’ uno stralcio da Romano Guardini, citato da Don Carròn, per spiegare che non hanno senso le battaglie sui “valori” di per sé – la vita, la famiglia – se non se ne afferma l’origine e il significato.

E’ profondamente vero, ed è il motivo per cui, per esempio, non abbiamo seguito l’amico Giuliano Ferrara quando alle scorse elezioni politiche ha presentato la lista contro l’aborto, pur condividendone - ovviamente – lo scopo: non sono i discorsi sulla sacralità della vita che fanno cambiare idea ad una donna decisa ad abortire.

Noi chiediamo innanzitutto la libertas ecclesiae, la libertà della Chiesa di esistere, e usiamo questo come criterio per scegliere, ad esempio, quale partito votare o quali candidati scegliere alle elezioni.

Ma dobbiamo capire bene cosa significa adesso, ai nostri giorni, chiedere la “libertas ecclesiae”, nel nostro paese, altrimenti rischiamo di equivocare quanto detto finora.

Alcuni miei amici dicono che Libertas ecclesiae significa poter costruire le nostre opere – dalle scuole, al Banco Alimentare, al Meeting – per fare esperienza e testimoniare la bellezza dell’incontro fatto.

Ma allora dovremmo anche ammettere che se domani, ad esempio, la Corte Costituzionale consentisse anche la diagnosi preimpianto degli embrioni, o la fecondazione eterologa, per le nostre opere non cambierebbe niente: ci sarebbe lo stesso il Meeting, faremmo ugualmente la Colletta Alimentare, le nostre scuole continuerebbero ad esistere.

E d’altra parte nella Spagna di Zapatero l’introduzione del matrimonio omosessuale non ha impedito certo ai cattolici di andare in piazza – ci sono andati a milioni – ai vescovi di parlare, ai movimenti e alle famiglie cattoliche di esistere e di operare, di continuare ad esempio le loro opere di carità.

Quindi leggi di questo tipo non impediscono la libertas ecclesiae, se con questa espressione si intende semplicemente la possibilità di costruire le nostre opere, e testimoniare pubblicamente.

Allora, le possibilità sono due: o questi fatti nuovi (fecondazione artificiale, etc.) non hanno niente a che fare con la libertas ecclesiae, e quindi possiamo ignorarli ed andare avanti sulla nostra strada – e allora tutte le conferenze episcopali del mondo stanno sbagliando – oppure dobbiamo chiederci se abbiamo capito cosa significa libertas ecclesiae.

Libertas ecclesiae significa la possibilità che ognuno incontri Cristo, nell’esperienza del popolo cristiano, cioè che abbia la possibilità di vivere l’appartenenza alla Chiesa. Per fare questo incontro dobbiamo innanzitutto poter paragonare quel che ci accade con le nostre esigenze ed esperienze elementari, con quello che chiamiamo cuore.

Ma per la prima volta nella storia dell’umanità – per la prima volta, è bene sottolinearlo – sta accadendo qualcosa di totalmente nuovo: si stanno sovvertendo tutte le categorie fondamentali dell’esperienza elementare. Si sta distruggendo l’umano nelle sue fondamenta.

Un esempio: in Spagna qualche settimana fa è stata data la notizia di due donne lesbiche che, sposate fra loro, hanno avuto due figlie. Ognuna  delle due ha donato i propri ovociti all’altra, con lo sperma di un donatore sono stati fecondati, e ognuna ha portato nel suo utero la figlia “genetica” dell’altra.

Le bambine nate hanno quindi due mamme, di cui una genetica, che ha dato l’ovocita, e l’altra che l’ha portata in grembo, e l’ha registrata all’anagrafe a suo nome. Non hanno padre, legalmente.

Un fatto come questo scardina tutti i rapporti umani naturali esistenti dagli albori dell’umanità. Significa che quel rapporto uomo-donna su cui si basa L’UMANO non è più un dato di fatto oggettivo, un’esperienza umana fondante, ma una delle possibili varianti dell’umanità.

Tecnicamente, un bambino oggi può avere fino a sei genitori, di cui tre fornitori del patrimonio genetico (una donna fornisce l’ovocita, un’altra i mitocondri dell’ovocita, un maschio lo sperma, e quindi il patrimonio genetico del bambino proviene da tre persone), e poi una terza donna mette a disposizione l’utero, una quarta sarà la madre “sociale”, che lo registra all’anagrafe come figlio suo, insieme ad un secondo maschio, il sesto genitore, che sarà il padre sociale.

Qual è l’esperienza elementare di questo bambino? Quale è la sua “certezza morale” o “certezza esistenziale”?

Immaginiamo di raccontare a questo bambino l’esempio che ci faceva Don Giussani per spiegarci la “certezza morale”: se vai a casa e tua madre ti dà il risotto, tu non ti poni il problema di analizzarlo per verificare se è avvelenato, prima di mangiarlo, sarebbe irragionevole. Per il bambino con sei genitori, invece, il problema è capire se ha una mamma e chi è, prima ancora del risotto potenzialmente avvelenato, o no. L’esempio non vale più. (E chi conosce il libro “il senso religioso”, può provare a scorrere il testo e domandarsi quali degli esempi valgono ancora per il bambino con sei genitori).

Non è una questione di “valori” – il valore della famiglia, il valore della vita – ma sono in gioco i fondamenti dell’antropologia.

Paradossalmente possiamo dire che il problema non è l’aborto o il divorzio: che l’aborto fosse un grande male lo sapeva anche Ippocrate, e la fedeltà coniugale senza l’esperienza cristiana è un’eroica eccezione. Adesso aborto e divorzio sono praticati su larga scala, ma fanno parte della carne e del sangue dell’esperienza umana, così come le guerre, gli omicidi, e tante altre manifestazioni del male che la storia dell’uomo conosce, da sempre, e che il cuore dell’uomo – queste sì – pure riconosce.

Ma lo scardinamento del rapporto uomo-donna e la possibilità di creare la vita in laboratorio in forme nuove, e di disporne, questo no, non è mai successo. Così come l’eutanasia – l’uccisione per pietà – c’è sempre stata, più o meno, mentre non si è mai teorizzato il diritto a morire, la scelta di morire quando si vuole.

Mentre per quelli della mia età i sei genitori possibili sono aberrazioni evidenti, dobbiamo essere consapevoli che per i nostri figli e nipoti questa sarà una variante dell’esperienza umana, e anche se non sarà la loro esperienza personale, sarà quella che vedranno nei compagni di scuola, o in televisione. E quanto resisterà, il loro “cuore”?

Non sono solo temi etici, insomma, quelli di cui abbiamo parlato, ma le fondamenta dell’umano. Non sono i “valori” ad essere in gioco, e la differenza fra la Spagna e l’Italia non è che loro hanno Zapatero e noi solo Prodi; la differenza è il Card. Ruini, che ha capito che siamo di fronte a una questione epocale, la questione antropologica. Ed è stato in grado di affrontare la situazione in modo adeguato ed efficace.

La libertas ecclesiae è in pericolo quando si impedisce o si rende comunque difficile il paragone con l’esperienza elementare, perché in questo modo si impedisce l’esperienza cristiana.

Credo che spesso la nostra idea di “libertas ecclesiae” sia legata agli anni passati, quando il problema era avere il diritto di cittadinanza, pubblicamente: appendere un volantino, mettere su il Banco Alimentare, fare le scuole libere. Ma adesso la situazione è cambiata, e non è più questo il problema.

Si potrebbero dire molte altre cose, ma per ora mi fermo qua.

Credo sia importante cominciare a riflettere su tutto questo, se vogliamo capire meglio cosa sta accadendo intorno a noi, e cosa significhi adesso la “libertas ecclesiae”.