pure Gianfranco Fini è preoccupato

 

Campanello, anzi, campanone, ma che dico, sirena di allarme per Fini? Pare di sì. Pare che adesso abbia ben chiaro che se Berlusconi venisse travolto dalla violentissima campagna di Repubblica, se ne tornerebbe a casa pure lui, e senza Berlusconi probabilmente ci resterebbe. 

Quella dei timori di Fini è un'ipotesi non troppo fantasiosa: oggi, su un piccolo giornale locale, il Giornale dell'Umbria, è stato pubblicato un editoriale che potete leggere di seguito, firmato da Alessandro Campi, il direttore scientifico di Farefuturo, la fondazione di Gianfranco Fini, il suo "pensatoio".

 

Leggete cosa scrive Campi, considerato lo "spin doctor" di Fini: 

 

 Il Giornale dell’Umbria 20.6.2009

 

Caso Berlusconi, i giacobini e il rischio caos

 

Alessandro Campi

 

Non è un complotto, ma uno scontro di potere. Duro. Spietato. All’ultimo sangue. Non ci sono fantasmi che tramano nell’ombra, ma attori in carne e ossa – a cominciare dal partito di Repubblica, da D’Alema, da settori politicizzati della magistratura, da schegge di servizi, da qualche famiglio ingrato e invidioso – che hanno deciso di provare ad abbattere Berlusconi, a farlo dimettere e dunque a farlo scomparire dalla scena politica, utilizzando contro di lui le sue stesse debolezze private: la passione per le donne giovani e uno stile di vita che permane esuberante e godereccio a dispetto dell’età ormai avanzata.

Chi ha capito di non poterlo sconfiggere alle urne, ha deciso di tentare l’estrema carta dello sputtanamento del leader su scala planetaria, nella speranza che almeno questa operazione, l’ultima e la più azzardata, riesca.

Si è perciò arrivati – l’ha fatto ieri esplicitamente Il Riformista – a chiedere un suo gesto volontario: rimettere l’incarico e lasciare che si apra una nuova, più normale e più stabile, fase politica, nella forma di un governo tecnico o istituzionale.

Nella peggiore delle ipotesi, se proprio il Cavaliere dovesse incaponirsi, si andrebbe avanti – per settimane? Per mesi? – con questo stillicidio di voci e insinuazioni, di accuse e calunnie, sino a che uno dei due contendenti si deciderà a mollare la presa e ad ammettere la propria sconfitta. Ma potrebbe essere lo stesso Berlusconi a prendere di petto la situazione e a tentare la carta estrema, accettando il rischio di tornare davanti alle urne: in quel caso sarebbero gli italiani a decidere se liquidarlo o tenerselo ancora.

Scenari diversi, quindi, ma tutti assai cervellotici, ipotesi che reggono bene a tavolino, tipici della politica fatta con le chiacchiere, ma che in concreto sono uno più pericoloso e irrealistico dell’altro.

Lasciamo perdere se sia guisto o meno, dal punto di vista della legittimità politico-democratica, cercare di sconfiggere un avversario, regolarmente eletto dal popolo, ricorrendo ad uno scandalo di queste proporzioni e di questa particolare natura, uno scandalo che presenta non poche zone d’ombra.

Chiediamoci piuttosto cosa accadrebbe se Berlusconi fosse costretto a farsi da parte, in modo ignominioso, per una storia di donne. Sarebbe, semplicemente, il caos.

 

Altro che “governassimo”! E ciò per una ragione molto semplice, che gli apprendisti stregoni al lavoro ormai da settimane evidentemente non hanno considerato.

 

Berlusconi non è un leader democristiano qualunque, un capo corrente o un generico segretario di un qualche partito, il cui posto possa essere preso dall’oggi al domani da questo o quello. Berlusconi, per come la sua vicenda politica si è sviluppata negli ultimi quindici anni, è un sistema di potere, un sogno, un pezzo di storia italiana ormai radicatosi nell’immaginario collettivo, un simbolo nel bene e nel male, una personalità carismatica e come tale assolutamente unica, uno stile di vita, una rete assai complessa di alleanze e relazioni.

 

Insomma, tutto fuorché un politico normale, che sia fungibile nel giro di ventiquattro ore attraverso una qualche alchimia di Palazzo. La sua fine traumatica sarebbe la fine di un ciclo storico, che nessuno può pensare di governare con strumenti costituzionali ordinari, come se si trattasse di un semplice avvicendamento alla guida del governo.

Cadendo dall’oggi al domani, travolto per di più dal peso di accuse infamanti, lascerebbe dietro di sé – a destra e a sinistra: sì, anche a sinistra – un campo di rovine e un vuoto enorme.

 

La transizione morbida che alcuni immaginano sarebbe, data l’anarchia generata da un dopo-Berlusconi scioccante e repentino, semplicemente impossibile. Al contrario, si creerebbe lo spazio per le peggiori e più temerarie avventure politiche: verrebbe l’ora degli uomini senza scrupoli e disposti a tutto, dei corsari e dei predatori dell’ultima ora. La confusione e lo smarrimento sarebbero generalizzati. E con un’opinione pubblica allo sbando e un sistema politico a pezzi, con un’Italia presentata agli occhi del mondo come un lupanare, nessuno può davvero prevedere ciò che realmente accadrebbe. Comincerebbe con ogni probabilità una sanguinosa guerra per bande. E dunque perderebbe e finirebbe travolto anche chi oggi crede di avere qualcosa da guadagnare dalla sua rovina politica.

 

Tutti hanno letto, quell’ormai lontano 29 aprile, lo sfogo che Veronica Lario, la consorte offesa di Berlusconi, affidò al quotidiano Repubblica. Ma pochi probabilmente ne ricordano il testo integrale. Un passaggio in particolare merita di essere richiamato, dal momento che aveva quasi il sapore di una tragica anticipazione, di una profezia politica. “Mio marito – diceva testualmente la Lario – insegue lo spirito di Napoleone, non quello del dittatore. Il vero pericolo è che in questo paese la dittatura arrivi dopo di lui, se muore la politica come temo stia succedendo”.

 

La minaccia per la democrazia italiana non è l’esuberanza sessuale di Berlusconi, ma la furia moralizzatrice e giacobina, l’incontenibile fame di potere ammantata di senso della giustizia, che rischiano di prenderne il posto.

Pur con tutti i suoi lati patetici e ormai francamente insopportabili, pur con tutte le sue umane debolezze, compensate tuttavia da una simpatia istintiva e debordante, da una creatività e da una capacità di lavoro politico fuori dal comune, da una grande e riconosciuta generosità, Berlusconi è stato e rimane un grande leader democratico, che il consenso non se l’è comprato con i miliardi, ma conquistato mettendoci la faccia e le idee, incarnando agli occhi di milioni di italiani una grande voglia di cambiamento, il desiderio di un’Italia meno socialmente ingessata e finalmente sottratta al controllo ferreo delle oligarchie dei vecchi partiti.

Il suo bilancio, dopo quindici anni, potrà apparire deludente o francamente fallimentare, ma nessuno può contestare che egli abbia sempre vinto (e perso) per ragioni schiettamente politiche, per ciò che ha pubblicamente detto e promesso agli italiani, per ciò che ha realizzato quando è stato al governo, per il modo con cui ha dato voce e rappresentanza ad una vasta maggioranza di connazionali, non per ciò che ha fatto di pruriginoso o di poco commendevole nel chiuso delle sue ville.

 

E dunque attenti – a destra come a sinistra, soprattutto a sinistra – nell’immaginare scenari politici talmente perfetti da risultare perfettamente irrealizzabili.

Guai a non considerare i guasti incalcolabili per l’Italia che un’eventuale caduta di Berlusconi, in questo clima, con queste modalità, inevitabilmente produrrebbe. La verità è che senza rendersene conto molti, forse perché offuscati dall’odio o da un eccesso di ambizione, stanno scherzando con il fuoco. Ma una volta appiccato l’incendio non ci sarà salvezza per nessuno.