Giugno 2009

giustizia a Teheran

La situazione in Iran sta peggiorando di ora in ora: continuano gli scontri in piazza e la polizia interviene pesantemente, oltre duemila le persone arrestate, spariti centinaia di oppositori del regime, probabilmente ingoiati dalle carceri degli ayatollah, oggi sono stati arrestati otto dipendenti iraniani dell’ambasciata inglese. Ci sono morti, non si sa quanti.

 La gente continua a protestare come può, per esempio lanciando in aria palloncini verdi, o cantando di notte sui tetti delle case, mentre arrivano i miliziani basiji che irrompono nelle abitazioni, sfondando le porte, spaccando gli interni. Video drammatici documentano tutto questo, per esempio qui, qua o anche qua.

Ma per tutto questo non si scaldano i cuori in Italia (e in Europa), c'è indifferenza, ed io lo trovo terribile.

Certo, nessuno degli oppositori di Ahmadinejad è particolarmente liberale, neppure quel Moussavi per il quale tanta gente in Iran sta manifestando.

Ma c’è un popolo che lotta per la propria libertà, – e come suona retorico scrivere queste parole, sembrano descrivere di qualcosa di antico, anzi, di vecchio – e vuole almeno che il proprio voto sia rispettato, pur con tutti i limiti di votazioni come quelle iraniane.

E l’Occidente sta a guardare. Non mi riferisco alle istituzioni, e neppure ai media, che stanno facendo bene il loro lavoro, ma all’opinione pubblica.

A Roma, in piazza Farnese, c’è stata una piccola manifestazione qualche giorno fa, organizzata dal quotidiano “il riformista”. Saranno stati massimo in duecento, e non c’è stata nessuna eco.

Ma dove sono i pacifisti? Perché non si mobilita il tavolo della pace, quella della marcia Perugia-Assisi? Nel sito di riferimento si sono limitati a riportare un paio di articoli tiepidi. Eppure dovrebbero traboccare di preoccupazione, indignazione, iniziative.

E perché per esempio ad Assisi, dove si è manifestato tanto per la pace, soprattutto in segno di amicizia verso l'Islam, a nessuno viene in mente di organizzare una manifestazione per quell'Islam che adesso chiede libertà?

Il 14 ottobre 2001, a un mese dall’attacco alle torri gemelle a New York, parteciparono in 250.000 per dire no alla guerra in Afghanistan.

Adesso tutto tace. Certo, non è una guerra fra stati, e soprattutto non si manifesta contro gli Usa, ma quanto sta succedendo in Iran potrebbe essere l'inizio di una guerra civile, il che non consola. E proprio le drammatiche immagini da Teheran ci stanno dimostrando – se mai ce ne fosse bisogno - che i musulmani non sono antropologicamente incompatibili con la democrazia: non ci sono ribellioni contro l’Islam, ma in nome dell’Islam (la rivoluzione è verde, perché verde è il colore dell’Islam), per la democrazia.

In questi giorni, per una strana ironia della sorte, nei giornali troviamo il ricordo di Woodstock: quarant’anni fa si celebrò il grande happening americano, mega concerto con mezzo milione di giovani, simbolo della cultura hippy e dei figli dei fiori. Tre giorni di pace e musica, adesso c’è pure un museo, ecco qua le foto.

Leggevo gli articoli, guardavo le foto, e pensavo: mezzo secolo di predicazioni e manifestazioni pacifiste, e poi quando veramente un popolo si ribella e viene represso sanguinosamente, tutti stanno zitti, nessuno reagisce, neanche un corteo - figurarsi un concerto - per i ragazzi e le donne di Teheran.

Che tristezza. Ma c’è ancora qualcuno che chiede giustizia? 

Neda

Il video di Neda che muore ha fatto il giro del mondo. Neda è la ragazzina iraniana di sedici anni morta durante le manifestazioni contro i brogli elettorali. E’ stata uccisa, mentre insieme a tanti altri iraniani cercava la libertà e la giustizia. Non è retorica, è la verità. Ma per noi in Italia (e anche in europa, mi pare) è una verità lontana, che non ci coinvolge.

E mentre in Iran c’è un popolo che lotta per la propria libertà, qua ci vorrebbero far credere che il problema sono i dopo cena di Berlusconi.

Una preghiera per Neda, e per il suo popolo.

lezioni di moralità

Augusto Minzolini ci piace. E’ il nuovo direttore del TG1, e ieri ha spiegato a tutti perché il suo TG non si occupa delle cene a casa di Berlusconi. Sostanzialmente, perché non ci sono notizie, solo chiacchiere. Se cliccate qua potete vedervi il video.

Per quel che mi riguarda, non prendo lezioni di moralità da Repubblica, nel senso del giornale.

I loro articoli sono patetici: oggi, per esempio, Edmondo Berselli parla di “amnesia etica”, e punta l’indice, orrore orrore, verso “il mondo di Noemi, il mondo di Casoria e delle feste notturne a strascico, il mondo notturno e terminale di Berlusconi e del Berlusconismo”. E quale sarebbe, l’abisso immondo di Casoria? In che consiste? Che è?

Invece, come sappiamo, il mondo di Repubblica, quello sì, tutta virtù!

Notoriamente, Repubblica è la bandiera della morale cattolica ed indica a tutti castità, sobrietà e fedeltà coniugale. Il suo padrone, DeBenedetti, è un noto benefattore dell’umanità, lui sicuramente non ha mai fatto una festa in vita sua,  tutto casa e bottega, per non parlare di Eugenio Scalfari, che quandoc’eraLui, andava in Via Veneto, e con i suoi amichetti, evidentemente, ci andava a recitare il rosario.. Le pagine di Repubblica e dei suoi inserti trasudano purezza morale, evocano valori etici ora sottoposti ad amnesia (almeno a Casoria), il paradiso dell’anima, insomma.

Ad oggi i fatti sono questi: qualcuno ha portato una prostituta (che a Repubblica chiamano escort perché sono rispettosi delle donne e poi sono tanto educati e certe brutte parole non le dicono per rispetto dei lettori)  a casa di Berlusconi, le ha fatto registrare tutto il registrabile – sei nastri almeno - per poi montare una incredibile campagna di delegittimazione.

E che forse questo qualcuno ha qualcosa a che fare con chi in quindici anni ha fatto di tutto per far fuori Berlusconi, usando pure mezza magistratura italiana, e non ci è riuscito? La domanda sorge spontanea.

Certo che quei nastri dovrebbero essere abbastanza noiosi. A quanto pare Berlusconi ha fatto vedere ai suoi ospiti tutti il filmato con Bush (quindi tutto in inglese), e poi le foto con i nipotini, ha fatto cantare Apicella, ha raccontato barzellette, insomma: che eccitazione. Che eros.

E pure Famiglia Cristiana che ci va dietro. Che fantasia. Rosi Bindi e Ignazio Marino e le loro proposte di legge su famiglia e testamento biologico: Famiglia Cristiana giusto quelli si merita.

pure Gianfranco Fini è preoccupato

 

Campanello, anzi, campanone, ma che dico, sirena di allarme per Fini? Pare di sì. Pare che adesso abbia ben chiaro che se Berlusconi venisse travolto dalla violentissima campagna di Repubblica, se ne tornerebbe a casa pure lui, e senza Berlusconi probabilmente ci resterebbe. 

Quella dei timori di Fini è un'ipotesi non troppo fantasiosa: oggi, su un piccolo giornale locale, il Giornale dell'Umbria, è stato pubblicato un editoriale che potete leggere di seguito, firmato da Alessandro Campi, il direttore scientifico di Farefuturo, la fondazione di Gianfranco Fini, il suo "pensatoio".

 

Leggete cosa scrive Campi, considerato lo "spin doctor" di Fini: 

 

 Il Giornale dell’Umbria 20.6.2009

 

Caso Berlusconi, i giacobini e il rischio caos

 

Alessandro Campi

 

Non è un complotto, ma uno scontro di potere. Duro. Spietato. All’ultimo sangue. Non ci sono fantasmi che tramano nell’ombra, ma attori in carne e ossa – a cominciare dal partito di Repubblica, da D’Alema, da settori politicizzati della magistratura, da schegge di servizi, da qualche famiglio ingrato e invidioso – che hanno deciso di provare ad abbattere Berlusconi, a farlo dimettere e dunque a farlo scomparire dalla scena politica, utilizzando contro di lui le sue stesse debolezze private: la passione per le donne giovani e uno stile di vita che permane esuberante e godereccio a dispetto dell’età ormai avanzata.

Chi ha capito di non poterlo sconfiggere alle urne, ha deciso di tentare l’estrema carta dello sputtanamento del leader su scala planetaria, nella speranza che almeno questa operazione, l’ultima e la più azzardata, riesca.

Si è perciò arrivati – l’ha fatto ieri esplicitamente Il Riformista – a chiedere un suo gesto volontario: rimettere l’incarico e lasciare che si apra una nuova, più normale e più stabile, fase politica, nella forma di un governo tecnico o istituzionale.

Nella peggiore delle ipotesi, se proprio il Cavaliere dovesse incaponirsi, si andrebbe avanti – per settimane? Per mesi? – con questo stillicidio di voci e insinuazioni, di accuse e calunnie, sino a che uno dei due contendenti si deciderà a mollare la presa e ad ammettere la propria sconfitta. Ma potrebbe essere lo stesso Berlusconi a prendere di petto la situazione e a tentare la carta estrema, accettando il rischio di tornare davanti alle urne: in quel caso sarebbero gli italiani a decidere se liquidarlo o tenerselo ancora.

Scenari diversi, quindi, ma tutti assai cervellotici, ipotesi che reggono bene a tavolino, tipici della politica fatta con le chiacchiere, ma che in concreto sono uno più pericoloso e irrealistico dell’altro.

Lasciamo perdere se sia guisto o meno, dal punto di vista della legittimità politico-democratica, cercare di sconfiggere un avversario, regolarmente eletto dal popolo, ricorrendo ad uno scandalo di queste proporzioni e di questa particolare natura, uno scandalo che presenta non poche zone d’ombra.

Chiediamoci piuttosto cosa accadrebbe se Berlusconi fosse costretto a farsi da parte, in modo ignominioso, per una storia di donne. Sarebbe, semplicemente, il caos.

 

Altro che “governassimo”! E ciò per una ragione molto semplice, che gli apprendisti stregoni al lavoro ormai da settimane evidentemente non hanno considerato.

 

Berlusconi non è un leader democristiano qualunque, un capo corrente o un generico segretario di un qualche partito, il cui posto possa essere preso dall’oggi al domani da questo o quello. Berlusconi, per come la sua vicenda politica si è sviluppata negli ultimi quindici anni, è un sistema di potere, un sogno, un pezzo di storia italiana ormai radicatosi nell’immaginario collettivo, un simbolo nel bene e nel male, una personalità carismatica e come tale assolutamente unica, uno stile di vita, una rete assai complessa di alleanze e relazioni.

 

Insomma, tutto fuorché un politico normale, che sia fungibile nel giro di ventiquattro ore attraverso una qualche alchimia di Palazzo. La sua fine traumatica sarebbe la fine di un ciclo storico, che nessuno può pensare di governare con strumenti costituzionali ordinari, come se si trattasse di un semplice avvicendamento alla guida del governo.

Cadendo dall’oggi al domani, travolto per di più dal peso di accuse infamanti, lascerebbe dietro di sé – a destra e a sinistra: sì, anche a sinistra – un campo di rovine e un vuoto enorme.

 

La transizione morbida che alcuni immaginano sarebbe, data l’anarchia generata da un dopo-Berlusconi scioccante e repentino, semplicemente impossibile. Al contrario, si creerebbe lo spazio per le peggiori e più temerarie avventure politiche: verrebbe l’ora degli uomini senza scrupoli e disposti a tutto, dei corsari e dei predatori dell’ultima ora. La confusione e lo smarrimento sarebbero generalizzati. E con un’opinione pubblica allo sbando e un sistema politico a pezzi, con un’Italia presentata agli occhi del mondo come un lupanare, nessuno può davvero prevedere ciò che realmente accadrebbe. Comincerebbe con ogni probabilità una sanguinosa guerra per bande. E dunque perderebbe e finirebbe travolto anche chi oggi crede di avere qualcosa da guadagnare dalla sua rovina politica.

 

Tutti hanno letto, quell’ormai lontano 29 aprile, lo sfogo che Veronica Lario, la consorte offesa di Berlusconi, affidò al quotidiano Repubblica. Ma pochi probabilmente ne ricordano il testo integrale. Un passaggio in particolare merita di essere richiamato, dal momento che aveva quasi il sapore di una tragica anticipazione, di una profezia politica. “Mio marito – diceva testualmente la Lario – insegue lo spirito di Napoleone, non quello del dittatore. Il vero pericolo è che in questo paese la dittatura arrivi dopo di lui, se muore la politica come temo stia succedendo”.

 

La minaccia per la democrazia italiana non è l’esuberanza sessuale di Berlusconi, ma la furia moralizzatrice e giacobina, l’incontenibile fame di potere ammantata di senso della giustizia, che rischiano di prenderne il posto.

Pur con tutti i suoi lati patetici e ormai francamente insopportabili, pur con tutte le sue umane debolezze, compensate tuttavia da una simpatia istintiva e debordante, da una creatività e da una capacità di lavoro politico fuori dal comune, da una grande e riconosciuta generosità, Berlusconi è stato e rimane un grande leader democratico, che il consenso non se l’è comprato con i miliardi, ma conquistato mettendoci la faccia e le idee, incarnando agli occhi di milioni di italiani una grande voglia di cambiamento, il desiderio di un’Italia meno socialmente ingessata e finalmente sottratta al controllo ferreo delle oligarchie dei vecchi partiti.

Il suo bilancio, dopo quindici anni, potrà apparire deludente o francamente fallimentare, ma nessuno può contestare che egli abbia sempre vinto (e perso) per ragioni schiettamente politiche, per ciò che ha pubblicamente detto e promesso agli italiani, per ciò che ha realizzato quando è stato al governo, per il modo con cui ha dato voce e rappresentanza ad una vasta maggioranza di connazionali, non per ciò che ha fatto di pruriginoso o di poco commendevole nel chiuso delle sue ville.

 

E dunque attenti – a destra come a sinistra, soprattutto a sinistra – nell’immaginare scenari politici talmente perfetti da risultare perfettamente irrealizzabili.

Guai a non considerare i guasti incalcolabili per l’Italia che un’eventuale caduta di Berlusconi, in questo clima, con queste modalità, inevitabilmente produrrebbe. La verità è che senza rendersene conto molti, forse perché offuscati dall’odio o da un eccesso di ambizione, stanno scherzando con il fuoco. Ma una volta appiccato l’incendio non ci sarà salvezza per nessuno.

aggiornamenti, e Catilina

La Fnomceo, la federazione degli ordini dei medici, ha elaborato un documento sulle dichiarazioni anticipate di trattamento, molto discusso e discutibile.

Qua un mio editoriale sulla faccenda, su Avvenire, e qui, invece, un'intervista a Eugenia Roccella, sempre sul documento Fnomceo, anche questa pubblicata su Avvenire.

Dopo questo post, invece, alcune considerazioni su Adriano Sofri e dintorni.  

E a commento della squallidissima piega della politica di queste ultime settimane, un pezzo molto interessante di Deborah Bergamini

Il Corriere della Sera 18.6.2009

Il Cavaliere, moderno Catilina e le persecuzioni dei riformatori

Deborah Bergamini

Caro direttore,

salvare Catilina, salvare la Repubblica. Roma, I secolo A. C.: Lucio Sergio Catilina è un patrizio romano, uomo coraggioso e di parola. In breve tempo percorre con inaspettato successo tutta la carriera politica, coltivando idee di giustizia sociale e libertà. Per tre volte tenta di raggiungere la carica di console, massima autorità repubblicana, spinto da un consenso popolare straordinario frutto di posizioni anticonformiste, progetti di riforma e profondo senso della Patria.
Per tre volte i poteri forti del tempo utilizzano tutti i mezzi, leciti ed illeciti, per combatterlo e sconfiggerlo. Nella Roma del 50 a.C. esisteva una norma molto lontana dall'attuale concezione del diritto, che alcune moderne marionette del giustizialismo italico vorrebbero applicare anche alla nostra democrazia: ai cittadini romani anche solo inquisiti veniva impedito l'accesso ad ogni carica pubblica. Ed è sulla base di questa norma che Lucio Sergio Catilina viene per due volte accusato di nefandezze a pochi giorni dalle elezioni, interdetto e poi assolto dopo il voto. Ma a chi vede in Catilina e nel suo partito un pericolo troppo grande per i propri interessi, l'esclusione anche solo temporanea del «rivoluzionario conservatore» non può bastare: occorre distruggerne il consenso per intero. Il compito viene affidato al più famoso e abile avvocato del tempo, Marco Tullio Cicerone, alla sua spregiudicatezza e alla sua straordinaria capacità di falsificare i fatti. Cicerone trasforma Catilina in un hostis, un nemico della Patria, servendosi dei più efficaci strumenti dell'epoca: dalle accuse basate su lettere anonime, ai brogli elettorali, ai discorsi retorici tesi a costruire l'immagine più degenerata del suo avversario, fino alle palesi violazioni della legge romana. Tra le accuse più infamanti, Cicerone imputa a Catilina di aver corrotto una giovane vestale, vergine e consacrata alla dea del focolare.
 

Ci spostiamo di oltre 2000 anni

. Al famoso avvocato pensano di sostituirsi procure politicizzate e redazioni di giornali. Al posto delle orazioni di Cicerone, si ascoltano i teoremi mediatici e giudiziari, si assiste all'uso spesso indecente di foto, video e intercettazioni. La tentazione è sempre la stessa: demonizzare il «rivoluzionario conservatore» di oggi. Gli optimates di ieri che armarono le azioni di Cicerone erano i rappresentanti di una classe senatoriale gelosa custode di privilegi politici ed economici; gli optimates che violentano le regole di oggi sono potentati senza patria, politici mediocri e polverosi intellettuali. Il potere non accetta gli imprevisti e spesso i grandi riformatori, gli uomini in grado di cambiare la storia, si presentano all'appuntamento senza bussare. Questo li rende inaccettabili.

Ma la storia maledice il suo ritorno. Il suo tragico fugge davanti alla farsa in cui si trasforma. E così accade che oggi, per distruggere l'uomo che sta cambiando l'Italia, si è persino disposti a distruggere l'Italia stessa. Minando la fiducia nelle istituzioni che quell'uomo rappresenta, il valore di una democrazia fondata sul consenso popolare, l'immagine di una nazione all'estero e la percezione che il Paese ha di se stesso. Si è disposti a far precipitare la dignità nazionale dentro il buco di una serratura. Un'opera di demolizione che non dovrebbe giovare a nessuno. O forse sì. Quando l'avversario politico viene trasformato per forza in un nemico della patria, quando diviene normale distruggerne il nome, la famiglia, gli amici, i collaboratori, la vita stessa, quando trionfano coloro che accusano per mestiere, con illazioni e teoremi, dietro il velo di un'informazione che è spesso solo fango, allora il diritto scompare, le Repubbliche cadono, le libertà civili si spezzano e i Cesari, quelli veri, arrivano di lì a poco. 

Adriano Sofri vuole fare la morale....

Anche oggi (venerdì) Adriano Sofri in prima pagina su Repubblica ha scritto un articolo molto violento contro Berlusconi. Ultimamente ne ha scritti altri così grevi, sulla vicenda di Eluana Englaro, essendo lui d’accordo nell’interrompere alimentazione ed idratazione assistita.

Adriano Sofri, fondatore e leader carismatico di Lotta Continua, è stato condannato in via definitiva: la giustizia italiana, in tutti i gradi di giudizio, lo ha riconosciuto colpevole in quanto mandante dell’omicidio del commissario Calabresi.

Adriano Sofri si è sempre dichiarato innocente. Liberissimo lui di farlo, naturalmente. Liberissimi noi di dubitare della sua innocenza, e di ricordargli sommessamente che c’è una certa differenza fra essere sospettato di andare a puttane, ed essere condannato in via definitiva come mandante di un omicidio.

E lui stesso, comunque, pur ritenendosi innocente dal punto di vista penale per l’omicidio Calabresi, si considera corresponsabile per quel che ha scritto e fatto a quei tempi. Che ha da moraleggiare, allora?

Adriano Sofri non è scappato ed è andato in galera, quando è stato riconosciuto colpevole, ma non mi pare che per questo debba essere trattato come un eroe.

Non è questione di essere vendicativi con chi ha sbagliato. Pagati i propri debiti con la giustizia, si ha certamente diritto di parola. Ma a mio avviso il massimo del moralismo ipocrita, e insopportabile, è leggere Adriano Sofri che consiglia Berlusconi di lasciare la politica, che “non è mai stato l’affar suo”, con un “dignitoso congedo”, per il quale “venti minuti al Quirinale sarebbero perfino troppi”. Sì, lo scrive proprio lui, Adriano Sofri, lui che in politica ha rappresentato il peggio del peggio, la peggiore gioventù del nostro paese, quella che il giorno dopo l’uccisione di Calabresi titolò il pezzo dedicato all’omicidio, su Lotta Continua “Giustizia è fatta”.

E se Sofri pensa che uno come Berlusconi dovrebbe lasciare la politica, cosa dovrebbe fare lui stesso, Adriano Sofri, se usasse su di sé i medesimi criteri di giudizio che usa per Berlusconi?

Adriano Sofri, per definizione innocente, solo perché fa parte della casta, quella giusta, quella vera, quella degli intellettuali raffinati pensosi colti e chic sinistreggianti, signora mia, che non se ne trovano più.

Come direbbe Totò: ma mi faccia il piacere……

è vero, c'è un piano eversivo

E’ in atto un’operazione eversiva per delegittimare Berlusconi e obbligarlo a dimettersi da Presidente del Consiglio.

In pratica si cerca di rifare quello che è successo con “mani pulite” nel 1993: allora volevano delegittimare tutta una classe politica (colpevoli e innocenti insieme, e se qualcuno ha avuto la vita distrutta e qualcun altro si è pure suicidato, e chissenefrega) per far prendere il potere a chi non ci riusciva ( e continua a non riuscirci)  con le elezioni.

Ma nel 1993 avevano cominciato con reati veri – tangenti – e volevano far fuori un’intera classe politica, mentre adesso vogliono eliminare innanzitutto Berlusconi dalla scena, usando di tutto: cinquemila – diconsi  cinquemila – foto fatte dentro casa sua, con appostamenti per mesi e mesi. Hanno pure fotografato gente che si faceva la doccia (e leggete qua il gustosissimo pezzo di Nicoletta Tiliacos). Per non parlare della storia del compleanno di Casoria.

E siccome hanno archiviato la faccenda dei voli di stato con ospiti a bordo (come era ovvio, visto che una, due o tre persone in più non aggiungono neanche un euro di costo, e Berlusconi è obbligato a prendere gli aerei di stato per questioni di sicurezza. Ricordo a tutti che lui ha una flotta aerea privata), e siccome l'incontro con Obama è andato benone, sì, proprio con Obama, quello che tuttipazziperObama  (e leggete qua il commento del foglio, quanto je rode), allora hanno tirato fuori la storia di Bari. E chissà cosa spareranno i prossimi giorni. Prepariamoci a tutto.

E, fatalità, Massimo D’Alema,formalmente ex comunista, proprio domenica scorsa aveva annunciato “scosse” future nella maggioranza, per cui l’opposizione si sarebbe dovuta tenere pronta per soccorrere la nazione e – ma che grande sacrificio! – magari tornare pure al governo. E chissà, a lui glielo avrà detto un uccellino, che si stava preparando qualcos'altro. Oppure avrà fatto anche lui una seduta spiritica, come Prodi ai suoi bei tempi.

Non so cosa potrà uscire sui giornali i prossimi giorni. So solo che la sinistra è a pezzi, e non riuscendo a mettere insieme neanche due mezze idee per uscire dalla crisi nera – dalla quale non usciranno mai, perché la sinistra sta uscendo dalla storia, ringraziando Iddio, ed era ora – ha lasciato a Repubblica il compito di fare la vera opposizione nel paese. E oggi, con la storia di Bari, ci si è messo pure il Corriere della Sera (ma poteva mancare?)

Repubblica, Il Corriere. La voce dei poteri forti, insomma. Altro che Casoria, e Noemi, e tutta la parentela....Vogliono la testa di Berlusconi.

 Quel Berlusconi che vince troppo, che non riescono a sconfiggere in nessun modo. Quel Berlusconi che odiano, perché ha feeling con la gente. Quel Berlusconi che ci ha salvato dal regime dei giudici e delle toghe rosse del '93. 

L’attacco c’è, ed è personale, a lui. Era preparato da tempo, ed è scattato quando Berlusconi ha raggiunto il massimo della popolarità, dopo il terremoto.

Dobbiamo capirlo, e fare bene attenzione.

quanto je rode

Il Foglio 17 giugno 2009

Quanto je rode

Sullo svenimento dei republicones dopo le carinerie di Obama al Cav. 

Sono rimasti senza parole, tramortiti e addolorati, confortati soltanto dal fuso orario che perlomeno ha evitato la diretta in prime time televisivo a canali unificati. Ma come è possibile? No, non può essere possibile. Non è vero. Non può essere vero. “Great to see you, my friend”, con sottolineatura sul “my friend”, più doppia pacca sulle spalle. Di Obama a Berlusconi, non di Berlusconi a Obama. Mancava che gli facesse cucù. E poi quel continuo insistere sul grande “apprezzamento” per la “leadership” mostrata dal Cav. su questo e quel dossier internazionale.

Ma è impazzito? Gli ha pure chiesto consigli sulla Russia. A papi. E invece che le dieci domande dei segugi di Repubblica, gli ha rivolto tante belle parole e tanti ringraziamenti. Dice anche che sono amici e che i rapporti tra l’America e l’Italia sono migliorati. E poi quel devastante “il primo ministro Berlusconi mi piace personalmente” che decreta una volta per tutte la fine della triste pubblicistica italiota del “ci fa fare brutte figure all’estero”.
Ora immaginatevi le facce di Max D’Alema, quello che piaceva personalmente ad Hezbollah, o di Alexander Stille, o di uno qualsiasi di guardia nella caserma di largo Fochetti: una vita spesa a indignarsi per la cafonaggine del Cav., devastata dall’endorsement personale e politico del presidente super elegante e supercool che, come racconta chi ha partecipato all’incontro, ha capovolto i ruoli e ha fatto lui il Cav., mettendo a suo agio un serissimo Berlusconi. 

Obama è un politico, non il garante dei lettori di Repubblica. Si occupa di cose serie, non di guardare dal buco della serratura chi si fa una doccia. Il Cav. gli ha fatto tre grandi favori, sul G20, sull’Afghanistan e su Guantanamo, cose su cui Francia, Germania e Gran Bretagna hanno invece storto il naso. Ed è per questo che è stato estremamente amichevole con il Cav. e  freddino con gli altri tre (il mitologico Zapatero, invece, non se l’è ancora filato).
I custodi della nostra moralità si aspettavano invece che il superfigo Obama alzasse il sopracciglio e liquidasse il bauscia, come in un’Amaca di Michele Serra. Leggetevi l’articolo di ieri del magnifico Vittorio Zucconi. Capirete quanto je rode.

orribili sconcezze

Il Foglio 13.6.2009

Scoperte nuove orribili sconcezze sotto il cielo di Sardegna, stivali di velluto

Nicoletta Tiliacos

Roma. Salvate i soldati Paolo Berizzi e Carlo Bonini. Anime candide e ragazzi d’altri tempi, che Repubblica manda allo sbaraglio nel mondo del peccato, della smodata e non autorizzata lussuria, sulle tracce di inenarrabili malefatte della carne, consumate tra cactus e oleandri nei giardini di villa Certosa, succursale sarda di Sodoma e Gomorra.

 Sconvolti dalla visione di migliaia (e sottolineiamo migliaia) scatti rubati dal fotografo Antonello Zappadu, Berizzi e Bonini scrivono ormai in stato di evidente e insano turbamento, nonostante lo stesso Zappaddu, evidentemente rotto a ogni bruttura, si premuri di sottolineare che in quelle foto in fondo non c’è “nulla di pruriginoso. Piuttosto, direi immagini politicamente imbarazzanti”.

La fa facile, lui. Per dirne una, “nei giardini della villa, c’è un finto matrimonio tra Berlusconi e una ragazza. Ci sono il bouquet di fiori e un gruppo di altre ragazze intorno a loro che applaudono divertite”. Non basta. C’è pure “una donna bruna vestita di scuro, gli occhiali da sole dalla grande montatura, che anticipa il presidente del consiglio sulla pista dell’aeroporto di Olbia e lo aspetta per imbarcarsi con lui”. Insospettiti dalla “grande montatura”, da cronisti di razza quali sono, Berizzi e Bonini, che le montature sono abituati a smascherarle, procedono vieppiù turbati eppure decisi ad arrivare fino ai bassifondi della deboscia berlusconiana: “Si è scritto nelle scorse settimane di ‘docce saffiche’, di nudi in topless a bordo piscina, di ragazze, ora in pigiama, ora in baby-doll a passeggio nel patio della villa, lasciando immaginare squarci vouyeristici. In realtà, quello che colpisce delle sequenze in cui le ragazze vengono ritratte, non è tanto quel che fanno (c’è una doccia, ma non è saffica, tanto per dirne una), ma come appaiono”.

Ecco. Li immaginiamo sempre più confusi e sudati, poveri Berizzi e Bonini, minacciati nella loro commovente integrità dagli “squarci voyeristici” su quelle ragazze in pigiama e soprattutto in baby-doll, indumento del quale non sentivamo parlare dal 1956. Il fatto è che “alcune sembrano avere tratti slavi.

E, nonostante vengano tutte riprese sempre in pieno giorno (normalmente tra le 13 le 16), è come se indossassero un costume di scena. Passeggiano nel parco non in jeans o in scarpe da ginnastica, ma con stivali in velluto (viola, bianchi) scarpe dai tacchi alti, ridottissime minigonne, abiti colorati che ne fasciano i corpi”. Un brivido corre lungo la schiena di chi legge, e non può che essere il pallido riflesso del brivido che deve aver squassato Berizzi e Bonini, messi di fronte a quelle foto sconvolgenti. Abiti colorati che fasciano i corpi, capite? Non li nascondono né tantomeno li coprono: li fasciano. Abiti di un “giallo acceso”, per esempio, per non parlare di “una maglietta rosa”, e soprattutto delle “ridottissime minigonne”. Non le solite minigonne al ginocchio o al polpaccio, come siamo abituati a vedere in giro nei posti perbene.

E’ veramente orribile che certe sconcezze siano praticate così, all’aria aperta, sotto il cielo di Sardegna. Ed è ancora più terribile che i poveri Berizzi e Bonini siano stati costretti a un contatto tanto brutale con cose che, fino a oggi, noi umani non avremmo potuto nemmeno immaginare.

L’apice dell’obbrobrio è in quegli “stivali di velluto”. Ombre di feticismo si allungano sul paesaggio finto bucolico di villa Certosa. Berizzi e Bonini non la bevono e denunciano. Loro, del resto, fino a oggi si sono astenuti anche solo dallo sfogliare Velvet, il mensile fashion di Repubblica, direttore Ezio Mauro.

Non volevano correre il rischio di incappare nelle foto di occhiali con grandi montature, di minigonne ridottissime, di ragazze dai sospetti tratti slavi, di abiti colorati che fasciano i corpi. Velvet, come velluto, dove si può leggere (pag. 176 dell’ultimo numero) un elogio delle “donne smodate, ingorde, incontentabili, puttane e ninfomani, se volete utilizzare un linguaggio caro a beghine, signori ipocriti e baciapile di centrodestra”. E allora capiamo il senso della perturbante immagine descritta, alla fine del loro pezzo, da Berizzi e Bonini: “Appaiono ospiti di mezza età. Il primo veste un maglione beige e ha il volto incorniciato da baffi e capelli bianchi. Anche il secondo gli sembra coetaneo: capelli bianchi, golf blu, pantaloni scuri. L’ultimo, sullo fondo, osserva la scena: stringe una rivista”. Velvet?

 

elezioni

Finalmente è finita la campagna elettorale più brutta della storia italiana.

Il crollo della sinistra in tutta Europa ha sepolto – speriamo per sempre – le paginate ignobili su Noemi, la sua parentela, l’amante di Veronica Lario (il segreto di Pulcinella), le foto di Villa Certosa, etc. etc.

Ai sondaggi personalmente non credo. Penso che con tutti gli attacchi, pesantissimi, di queste settimane - quella delle foto di Villa Certosa era una trappola preparata da tempo, Noemi è stata una casualità, e ai nemici di Berlusconi non è parso il vero di avere a disposizione un compleanno di una ragazzina a Casoria - vista l'aria, insomma,  il 35% sia un'ottima percentuale, per il PdL.

E’ comunque sempre bello vedere la sinistra perdere clamorosamente, soprattutto dopo questa campagna.

Ma questi “nun ce vonno sta’”: oggi Repubblica titolava il suo editoriale in prima pagina “La crepa”, e il suo fantasioso direttore cercava di convincere i lettori che la crepa aperta era quella nel fronte berlusconiano. Tutti da ridere anche i titoli: “Il Pd tiene al centro: in testa a Bologna e Firenze” (dove sono crollati e vanno al ballottaggio, il titolo del Corriere per Bologna era “Debacle del Pd, meno del 40%, a Bologna i democratici perdono più che alle europee”), in prima pagina, e dobbiamo arrivare a pagina 15, sezione “il caso”, a mezza pagina, per leggere “la “frana” delle regioni rosse in Umbria e Marche addio primato”. Proprio così, con la parola “frana” fra virgolette. Come se si potesse chiamarla in altro modo (possiamo suggerire, in alternativa, disfatta, disastro, catastrofe, echicipensava).

Solo stasera Franceschini, di fronte al crollo della sinistra ha ammesso “è andata male”. Ma va’. Chi l’avrebbe mai detto? Bisogna ammettere che ha fatto progressi: solo ieri diceva: “Il governo è in minoranza nel paese”. Ci vuole coraggio, a dirle, certe cose. Tanto, tanto coraggio.

E che dire delle dichiarazioni di Monica Frassoni, co-presidente dei Verdi al Parlamento Europeo: “Piena sintonia tra verdi europei e italiani”? Peccato che, nonostante la sintonia, fra i verdi al Parlamento europeo quelli italiani non ci stanno, affondati insieme ai partitini dell’estrema sinistra.

Alle europee in Umbria - e così pure a Perugia città - per la prima volta da sessant’anni il primo partito non è di sinistra: il PdL ha superato il PD. Un evento assolutamente straordinario. Qua noi non credevamo ai nostri occhi, ce li siamo stropicciati diverse volte, ieri mattina, prima di realizzare che era proprio vero. E anche se alle elezioni per il sindaco al comune di Perugia poi ha vinto la coalizione di sinistra, al primo turno, lo ha fatto con il 53%, quando alle scorse amministrative il sindaco sostenuto dal centro-sinistra aveva avuto il 66% (si, proprio il sessantasei, sempre al primo turno, che giusto in Unione Sovietica ai tempi che furono). Percentuali che lasciavano senza speranza alcuna per il futuro: rossi per sempre, pensavamo rassegnati. E invece, pare proprio di no.

E adesso, si riparte.