Marzo 2009

prolusione - e un giudizio

La prolusione senza sconti del Presidente della CEI, Card. Bagnasco, e, di seguito, un breve giudizio su questi ultimi giorni di violenti attacchi alla Chiesa, nella persona del Papa.

 

AVVENIRE 20.3.2009

Dal dissenso legittimo all’intimidazione e al ghigno offensivo e beffardo, l’escalation di molti giornali in occasione del viaggio in Africa, di cui è stata snaturata e ridotta la portata, puntando tutto sul profilattico

 Gli attacchi concentrici a un Papa «scomodo»

 Da governi e mass media aggressione con pochi precedenti

 DI ELIO MARAONE

 « The pope is wrong» (il Papa sbaglia) nel riferirsi criticamente all’uso dei preservativi, sentenziano il New York Times e la Washington Post, in un singolare e significativo sincronismo che li porta a ribadire la «consistente» efficacia del profilattico nella lotta all’Aids, specialmente in Africa.
  Abbiamo detto «singolare e significativo sincronismo » perché è rara la coincidenza di giudizio fra le due maggiori testate statunitensi, due corazzate della comunicazione che sparano, a suon di editoriali, sulla navicella di San Pietro, e sul Papa in persona. Lasciamo ai margini la questione della discutibile e discussa efficacia del preservativo, soprattutto se presentato come strumento principe, per non dire unico, di prevenzione, e osserviamo invece, con preoccupazione crescente, come a ritmo crescente i media internazionali e gli stessi governi (ieri è stata la volta del primo ministro lussemburghese, il popolare Jean-Claude Juncker che si è detto «allarmato» dalle dichiarazioni del Pontefice) e potentati, dei quali sono spesso espressione, letteralmente si impegnino nell’aggressione di Benedetto XVI, quasi mai argomentandola razionalmente, ma per il semplice motivo che egli è emblema della Chiesa cattolica e avventura incarnata di quell’emblema.
  Per dirla in altre parole, che egli fa il suo mestiere, quello del Papa, memore, come ha detto il presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi, che «ciascuno svolge la sua missione ed è coerente con il suo ruolo». Scherzoso,l’'a parte' del leader della Lega Umberto Bossi, che dice: «Certo, se tutti facessero come me, che mi tengo mia moglie... l’Aids non si diffonderebbe».
  Tuttavia, l’aggressione mediatica e politica delle scorse settimane e di queste ore impressiona per inedita virulenza ed estensione, tanto da far sospettare una strategia comune, concertata da parte dei centri di potere e, parallelamente, di formazione del consenso laicisti, secolaristi, nichilisti. La Francia, e non è una sorpresa, guida l’aggressione, tanto che il suo ministro degli Esteri, Bernard Kouchner, non ha esitato a dire che il Papa «rivela poca comprensione della reale situazione dell’Africa», mentre Le Monde, il paludato Le Monde,  ha pubblicato una vignetta blasfema che vede la barca della Chiesa solcare un mare di africani, con a bordo Gesù che «dopo la moltiplicazione dei pani» realizza «quella dei preservativi», accompagnato da un rassegnato Benedetto XVI. La volgarità, in quella che è diventata una vera battaglia mediatica, non è più un tabù, è anzi un must, come direbbero a Londra dove si stampa quel Times, un tempo signorile, che ora pubblica una vignetta raffigurante un Papa ghignante con in capo un preservativo al posto della tiara. La satira deve essere libera, ma dovrebbe, crediamo, conoscere un limite nelle sensibilità altrui, tanto più quando questa satira, come, e più in generale, la libertà di espressione, si esercitano in un Paese-isola e in un continente che formalmente avevano fatto del rispetto delle fedi un obbligo, come insegnano le (peraltro giustificate) levate di scudi ufficiali e ufficiose contro opere antisemite o anti-islamiche. Per la Chiesa cattolica e il suo Pontefice questo obbligo al rispetto evidentemente non vale più, come hanno dimostrato in questi giorni non soltanto molti media europei, ma anche burocrati tedeschi, belgi e spagnoli.
  Abbiamo insomma un panorama intellettualmente, umanamente devastato e devastante, dove molti media e potentati (segnaliamo, tra i recenti critici del Papa, il Fondo monetario internazionale) si esibiscono in una sorta di tiro al piccione cattolico, avendo sostituito la legittima pratica del dissenso con quella dell’intimidazione, quasi che si volesse (e forse è proprio così) che la Chiesa tacesse la verità, abdicando alla propria missione di salvezza.
  Con qualche eccezione (è il caso del Daily Telegraph,  che dà ragione al Papa) questa infame pratica si allarga, anche in Italia, accusando tra l’altro il Papa, di «attentato alla vita». Peccato che la predica venga dal pulpito dei sostenitori dell’a­borto inteso anche come forma di pianificazione familiare, e di coloro che stanno riducendo a un solo aspetto, per giunta stravolgendolo, il viaggio del Papa in Africa, ossia quello dei modi per combattere la diffusione dell’Aids. Chissà se l’Occidente,
  quell’Occidente
sazio ed egoista, anche stasera, invece di pensare alle sue gravi responsabilità nei confronti dell’Africa, andrà a letto con un solo pensiero, un solo sogno: il preservativo.

due interviste

La prima, da il sussidiario.net, ad Edward Green, Direttore dell'AIDS Prevention Research Project della Harvard School of Public Health and Center for Population and Development Studies.

La seconda da Avvenire:

Avvenire 20.3.2009

Paola Germano, responsabile del programma «Dream» di Sant’Egidio

 «Ma ha chiesto cure gratis, in sintonia con la scienza»

 Andrea Lavazza  « Gli attacchi al Papa sul tema dei profilattici nella lotta all’Aids sono sorprendenti, per l’ampiezza e per il merito. In questo momento, chi ( come noi medici) è in prima linea contro la malattia si sente circondato da molta approssimazione, che può penalizzare il nostro lavoro sul campo. Alla fine a rimetterci davvero rischiano di essere i malati. Ma non per le parole del Papa. C’è anzi una novità radicale nel discorso di Benedetto XVI. E cioè che esiste un diritto umano fondamentale, quello alle cure per l’Aids, cure gratuite, da garantire a tutti. Si tratta della via più efficace per sconfiggere davvero la pandemia, e rendere efficace la prevenzione. Per di più in sintonia con la scienza».
  Che cosa ha detto veramente il Papa, al di là dei fraintendimenti?
 Ha affermato che l’epidemia di Hiv si ferma con le cure e con le cure gratuite – s’infervora Paola Germano, medico responsabile del progetto anti-Aids 'Dream' della Comunità di Sant’Egidio –. Per più di un decennio il pensiero unico e l’approccio unico, anche delle grandi agenzie internazionali, è stato 'condom per tutti'. Ma recentemente la stessa Organizzazione mondiale della sanità ha rimarcato come sia l’accesso ai farmaci da parte del maggior numero possibile di persone la prima strategia per combattere il contagio. D’altra parte è successo così anche in Italia.
 Ci spieghi meglio. Chi è in cura con gli antiretrovirali ha minori possibilità di diffondere il virus?

 Esattamente. Quando il 95% della popolazione infetta è sotto trattamento, il processo di contagio rallenta moltissimo. È per questo che nel nostro e in altri Paesi ricchi l’emergenza è stata messa sotto controllo.
 Quindi puntare tutto sul profilattico non è la soluzione?
 
Si guardi all’Europa dell’Est, dove è stata fatta una massiccia campagna di prevenzione fondata sul preservativo. L’Aids è cresciuto in maniera esponenziale. Il condom, da solo, non basta di certo. In tutta questa vicenda, vi sono schemi occidentali che non si misurano con la realtà: ovvero la debolezza della donna africana rispetto all’uomo, le resistenze culturali, ma anche il fatto che un numero significativo di nuovi contagi avviene per infezioni ospedaliere o con le lame dei riti di iniziazione o con siringhe riutilizzate...
  Qual è la linea d’azione più efficace?
 Potrà sembrare sorprendente a chi si muove dentro un pensiero unico, ma è proprio quella che ha indicato il Papa. C’è il discorso morale di ordine superiore, proprio del suo magistero, e c’è la necessità di rendere accessibili le cure a quante più malati possibile. È su questo punto che i governi dovrebbero fare una vera autocritica. Se le cure e gli esami per un anno costano 600 dollari, come potrà pagarli una persona che ha un reddito magari di due o tre euro al giorno, quando non inferiore. Non dimentichiamo poi che, fino a pochi anni fa, i brevetti, strenuamente difesi dalle aziende farmaceutiche americane ed europee, tenevano altissimi i prezzi dei farmaci. Ora, con i prodotti generici indiani, i costi sono scesi.
 Anche i dati epidemiologici sembrano dare ragione al Pontefice?

 È vero che nelle campagne, dove vi è meno promiscuità, anche per il controllo familiare, il contagio risulta limitato, mentre nelle città, con fenomeni diffusi come la prostituzione, la percentuale dei malati è superiore.
 La vostra esperienza
come 'Dream' che cosa vi ha insegnato?
 Che bisogna stare vicino alle persone, fare informazione per vincere i pregiudizi – quelli ad esempio che legano l’Aids alla stregoneria – e convincere la gente a sottoporsi ai test. Soprattutto, che è sbagliato cercare di imporre categorie estranee. Come si può parlare di profilattici a donne poverissime, che magari vivono in un contesto di poligamia e sono in competizione per la sopravvivenza con altre donne? In quella situazione, chi farà più figli avrà più attenzione dal marito. Se non si sa questo, si può anche attaccare il Papa, ma non si aiuta davvero chi è colpito dalla malattia. Tanto più che un altro aspetto induce a considerare tutta la polemica come essenzialmente ideologica.
 A che cosa si riferisce?

 Ad esempio, al fatto che per anni il governo sudafricano ha sostanzialmente ignorato l’emergenza Aids, propagando una follia scientifica dalle conseguenze tragiche per la popolazione, ovvero che il virus si potesse combattere con l’aglio. Quasi nessuno ha gridato allo scandalo come si è fatto in questa occasione. Eppure, è stata una condotta che ha prodotto enormi danni al Paese. È la prova che ci sono due pesi e due misure.

il problema più grande del pianeta

Pare che quello dei preservativi sia il problema di gran lunga più importante del pianeta. Altro che fame nel mondo, altro che inquinamento, mortalità materna, ritorno della malaria, guerre, dittature, carenza d’acqua, deserto che avanza, effetto serra, buco dell’ozono, meteorite che precipita, etc. etc…il problema è il preservativo.

E a leggere le dichiarazioni indignate alle parole del Papa (sconsiglia i preservativi! Ma che novità sconvolgente! Che notizia bomba inaspettata!) da parte dei politici di tutto il mondo, intellettuali, dotti medici e sapienti, insomma, pare proprio che sia fondamentale. Utilissimo per un sacco di cose. Sicuro e infallibile. Impossibile non usarlo, non averlo sempre con sé.

Una mano santa per l’AIDS, innanzitutto: efficacissimo per combattere la pandemia. Una barriera invalicabile che arresta di colpo il contagio, annichilisce il virus. (dovrebbe far pensare il fatto che in occidente, soprattutto nei paesi dove il consumo dei preservativi è più alto, il virus non si è affatto fermato). E d’altra parte l’Africa è inondata dai preservativi, eppure l’AIDS non è certo sparito: tutti sciolti al sole africano?

Infallibile pure per tutte le malattie sessualmente trasmesse, gravidanza compresa.

Se lo usi per coprire le orecchie, previene l’otite. Se invece ci infili le dita, proteggi le unghie. Se lo tieni in tasca ti senti protetto, e non ti viene l’influenza. Se lo porti con te per la spesa, puoi usarlo come sacchetto per le monoporzioni. Puoi metterci i pesci rossi che vinci al luna park, acqua compresa. Oppure le conchiglie che raccogli in riva al mare. O anche i trucioli delle matite dopo che le hai temperate, così non sporchi a terra. In tutto il mondo lo usano per farci i gavettoni e, se sono colorati, si possono gonfiare come piccoli palloncini, e ci si possono fare scritte con i pennarelli.

E se i più volgari critici del Papa se lo infilassero in testa, oltre a ripararsi dalla pioggia, sarebbe pure più semplice, come dicono a Parigi, riconoscere i testa …..

dall'Uganda ad Avvenire

Avvenire 14.3.2009

testimonianza Uganda: amare una figlia frutto di violenza

 L a sera del mercoledì delle ceneri ero letteralmente sfinito: avevo celebrato tre sante Messe e imposto le ceneri sulla testa a qualche migliaio di persone. Anche se non è festa di precetto, tanta gente, nell’intervallo del pranzo o alla sera subito dopo il lavoro, viene alla santa Messa per ricevere le ceneri. Portano anche i bambini e guai a non mettere le ceneri anche a loro.
  Molti poi, oltre a ricevere la cenere sul capo, la vogliono pure in mano o in un pezzetto di carta o in un fazzoletto, così da poterla portare a casa per coloro che non hanno potuto venire in chiesa. È un atto penitenziale e qualche volta mi viene persino il dubbio che ci sia un po’ di fanatismo, ma vedendo la devozione che ci mettono, debbo dire che è fede ed è un modo per esprimere pentimento del proprio essere peccatori. Tutto quanto detto non c’entra nulla con la ragione per cui le scrivo, ma in qualche modo fa da contorno. Stavo per andare a letto ed entrai nel mio ufficio solo per assicurarmi che le porte anteriori fossero chiuse. Notai sul mio tavolo una lettera che non avevo ancora aperto. La aprii e lessi.

  Eccoti il contenuto:
 Caro Padre, sono una ragazza di 14 anni, nativa di Gulu, Layibi. Nel 1993 mia madre era una studentessa del terzo anno di scuola superiore presso il collegio del Sacro Cuore di Gulu. Mentre era in vacanza i ribelli del Lra (
Lord’s Resistance Army, Esercito di resistenza del Signore: gruppo di ribelli ugandesi, Ndr)
 arrivarono al suo villaggio, uccisero i suoi genitori, violentarono mia mamma e sono nata io. Oltre ad aver concepito me, mia mamma ha pure ricevuto il virus dell’Aids e ora è sieropositiva Hiv. Io invece sono nata pulita.
  Non posso sapere chi può essere stato mio padre, ma la mamma sì: mi ha fatta nascere, mi ha cresciuta e pure mandata a scuola. Per pagare la mia scuola elementare ha lavorato cucendo e ha avuto molta cura di me, però ora non riesce a guadagnare soldi sufficienti per la scuola superiore. Ho saputo che tu aiuti gli orfani e hai una scuola ove c’è molta disciplina. Mi potresti prendere e aiutare a pagare
la retta? Io voglio studiare per poter aiutare e aver cura di mia mamma che sta diventando sempre più debole. Spero che tu consideri questa mia domanda e io pregherò per te perché Dio ti benedica e assista ad aiutare coloro che hanno bisogno.
 Maria Goretti Anena

 Dopo aver letto la lettera, sono andato a letto ma non sono riuscito a dormire. Ero disturbato dentro di me da un misto di gioia, di rabbia, di soddisfazione e di riconoscenza verso Dio che sa trarre atti eroici dalle persone semplici e insignificanti come possono essere queste nostre ragazze appena cristianizzate.
  Perché la rabbia ? Perché un esempio come questo dovrebbe far ammutolire quegli spacciatori di civiltà fasulla che abbiamo nel mondo progredito pronto a legiferare contro il diritto alla vita.
  Come è andata a finire questa storia? Al mattino mi sono alzato; sono andato alla scuola; mi sono assicurato che il direttore mi trovasse un posto per inserire questa ragazza (solo la mattina precedente gli avevo promesso che non avrei portato alcun nuovo studente). E il direttore mi disse che dovremo farla dormire per terra, perché anche i letti a tre piani sono tutti occupati. Se la ragazza accetta, la prendiamo. Chiamai la ragazza; le dissi di venire con la madre e vennero il giorno dopo. Feci un po’ di domande trabocchetto per assicurarmi che non mi avessero detto bugie e le proposi di dormire per terra su un materasso di gomma piuma. Si inginocchiò davanti a me e mi disse: ora sono contenta perché so di avere un papà anch’io! La madre mi ringraziò e mi disse: «Padre, io finché posso continuerò a lavorare e contribuirò per le spese della mia figlia». Le chiesi pure: perché hai dato il nome di Maria Goretti a tua figlia?
  Rispose che era stata la piccola a volere quel nome quando era in terza elementare: il catechista raccontò la storia di Maria Goretti e lei la scelse come nome e santa protettrice.
  Qui alla scuola abbiamo 10 ragazze che negli anni novanta furono rapite dai ribelli alla scuola di Aboke; passarono 8 anni come mogli schiave dei ribelli; quando fuggirono scapparono tutte coi loro figli e vennero da me a chiedermi se le accettavo alla scuola.
  Accettai le ragazze alla scuola e i figli furono lasciati in varie famiglie e ora pure loro vanno a scuola col nostro aiuto.
  Scusate se ho disturbato, ma ho pensato che forse potreste far sapere che esistono ragazze che hanno il coraggio di tenersi e amare il frutto della violenza. Chissà che non serva!
 padre John Scalabrini

Englaro: botta e risposta fra comune e arcidiocesi

dal blog di Sandro Magister

DELIBERA DEL CONSIGLIO COMUNALE DI FIRENZE

Il consiglio comunale,

considerato che la scelta di Beppino Englaro di sospendere l’alimentazione e l’idratazione nei confronti della figlia Eluana,vittima di un tragico incidente che l’aveva costretta allo stato vegetativo da 17 anni, è stata decisione umanamente difficile e dolorosa;

considerato che Beppino Englaro ha fatto della propria dolorosa storia personale una battaglia politica in difesa della laicità, dell’umanità, della civiltà;

ricordato che la richiesta di sospensione dell’accanimento terapeutico formulata da Beppino Englaro è stata accolta dalla suprema corte e ritenuta pertanto legittima;

considerato che la drammatica vicenda personale di Beppino Englaro e della sua famiglia non è un caso isolato, ma è un’esperienza che tragicamente riguarda molte famiglie e cittadini del nostro paese, e che in via teorica può riguardare ognuno di noi;

considerato che la battaglia di Beppino Englaro per affermare in modo così tenace e non violento i diritti dei cittadini a poter disporre fino alla fine della propria autonomia e della propria libertà rappresenta un insegnamento di grande integrità morale e di coraggio umano e civile;

visto che nel clamore e nella tragedia umana di Eluana Englaro e della sua famiglia dopo anni di stasi il parlamento ha accelerato i tempi per arrivare ad una legge sul tema del testamento biologico che rischia di essere inquinata da posizioni ideologiche che distolgono dalla centralità della tutela dei diritti;

ritenuto che la città di Firenze, attraverso un atto simbolico quale quello del conferimento della cittadinanza onoraria, possa sostenere con forza l’art. 32 della costituzione per cui la “legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”;

visto il sostegno di premi Nobel e di numerose personalità alla battaglia di Beppino Englaro anche in favore di una legge sul testamento biologico che confermi il diritto alla salute, ma che rispetti il diritto di ogni persona a poter scegliere;

considerato infine che Beppino Englaro è divenuto un simbolo prezioso di quella parte del paese che crede alle istituzioni, alla libertà, all’autonomia dei poteri;

delibera

di conferire per i motivi suddetti la cittadinanza onoraria di Firenze a Beppino Englaro, quale simbolo di eccellente insegnamento di grande integrità morale, di coraggio umano e civile, in difesa della legalità della laicità dello Stato, dell’umanità, della civiltà.

*

COMUNICATO DELL’ARCIDIOCESI DI FIRENZE

Una maggioranza, peraltro sfilacciata, del consiglio comunale di questa città ha pensato bene di dare un tono di protagonismo a un finale di legislatura perlomeno problematico, approvando la concessione della cittadinanza onoraria di Firenze al signor Giuseppe Englaro, protagonista di una delle vicende più laceranti per la convivenza civile del nostro paese negli ultimi tempi.

Opporsi a questa improvvida decisione non vuole dire opporsi alla persona del signor Englaro o voler mancare di rispetto alla sua dolorosa vicenda familiare. Ma dopo aver assicurato rispetto e comprensione, si ritiene doveroso affermare con nettezza che l’atto che una parte del consiglio comunale ha voluto imporre a tutta la città appare pretestuoso, offensivo e distruttivo.

Pretestuoso perché anzitutto non si scorge quale specifico nesso possa aver legato o legare il signor Englaro alla nostra città di Firenze, primo requisito per dare una cittadinanza onoraria. Ma forse la pretestuosità più evidente, apparsa fin dall’inizio di questo triste dibattito fiorentino, è nel voler imporre alla città una scelta che serviva soltanto a segnare i confini di una parte politica e a spostarli in direzione di un più accentuato laicismo, rispetto a quanto gli stessi cittadini avevano voluto esprimere nelle recenti elezioni primarie di quello stesso settore politico. Ma ridurre una questione alta, come il senso e la dignità della vita, a mezzuccio di concorrenzialità politiche è per lo meno avvilente, se non desolante anche in rapporto al futuro di questa città.

Il gesto compiuto è però, più che pretestuoso, offensivo. Lo è nei confronti di quella non trascurabile parte della città che nel corso della vicenda Englaro ha manifestato orientamenti ben diversi da quelli di cui il signor Giuseppe Englaro e il gruppo che lo ha sostenuto erano portatori. Ma l’offesa più grande è stata fatta verso i genitori, fratelli, amici e gruppi di volontari che si stringono attorno ai loro oltre 2500 cari che vivono in situazioni similari a quelle da cui è stata strappata a forza Eluana Englaro, persone che chiedono invece di essere sostenute nella loro dedizione, nella loro fatica e nella loro speranza. Tutti costoro, nel momento in cui il signor Englaro viene accolto con onore in questa città, ne sono stati, per così dire, cacciati fuori, non forse con atteggiamento di repulsione, ma senz’altro con atteggiamento di noncuranza e di abbandono.

Da ultimo appare evidente come la pretesa di un gruppo di consiglieri di fare una scelta a nome di tutta una città, che si sa bene non essere tutta concorde su questo gesto, sia di fatto un atto di disprezzo verso la minoranza dei rappresentanti del popolo e verso una presunta minoranza di cittadini, inferendo una profonda lacerazione nella convivenza. È infatti a tutti palese che un atto del genere non può essere imposto da un gruppo a tutti, e nemmeno da una maggioranza a tutti, a meno che non si abbia una concezione della vita pubblica cittadina in cui vige la guerra per bande e non lo scopo di edificare l’unità nella convivenza. Ma qui, probabilmente, a chi ha approvato questa sciagurata delibera non interessa nulla di Eluana Englaro e tanto meno della convivenza civica della nostra amata Firenze, ma solo il poter mostrare con un ultimo gesto di arroganza la disponibilità di un potere esercitato come arbitrio, a spregio di chi ha altre opinioni e ritiene la vita un bene indisponibile perché sacro, e questo non per scelte religiose ma per convincimento razionale, perché sa che su questa sacralità della vita è stato edificato l’umanesimo della nostra civiltà che ha contribuito a denotare in tutto il mondo Firenze città di accoglienza e cura per i più deboli e bisognosi.

Su questa verità, lo si sappia con certezza, la Chiesa di Firenze, non farà mai un passo indietro e denuncerà con forza ogni sopruso, perché tale è l’atto nefasto appena deciso.

dalla parte della bambina brasiliana

L’Osservatore Romano 15.3.2009

 

Dalla parte della bambina brasiliana

 

di Rino Fisichella*

 

Il dibattito su alcune questioni si fa spesso serrato e le differenti prospettive non sempre permettono di considerare quanto la posta in gioco sia veramente grande. È questo il momento in cui si deve guardare all'essenziale e, per un attimo, lasciare in disparte ciò che non tocca direttamente il problema. Il caso nella sua drammaticità è semplice. C'è una bambina di soli nove anni — la chiameremo Carmen — che dobbiamo guardare fisso negli occhi senza distrarre lo sguardo neppure un attimo, per farle capire quanto le si vuole bene. Carmen, a Recife, in Brasile, viene violentata ripetutamente dal giovane patrigno, rimane incinta di due gemellini e non avrà più una vita facile. La ferita è profonda perché la violenza del tutto gratuita l'ha distrutta dentro  e  difficilmente  le  permetterà in futuro di guardare agli altri con amore.

 

Carmen rappresenta una storia di quotidiana violenza e ha guadagnato le pagine dei giornali solo perché l'arcivescovo di Olinda e Recife si è affrettato a dichiarare la scomunica per i medici che l'hanno aiutata a interrompere la gravidanza. Una storia di violenza che, purtroppo, sarebbe passata inosservata, tanto si è abituati a subire ogni giorno fatti di una gravità ineguagliabile, se non fosse stato per lo scalpore e le reazioni suscitate dall'intervento del vescovo. La violenza su una donna, già grave di per sé, assume una valenza ancora più deprecabile quando a subirla è una bambina, con l'aggravante della povertà e del degrado sociale in cui vive. Non c'è linguaggio corrispondente per condannare tali episodi, e i sentimenti che ne derivano sono spesso una miscela di rabbia e di rancore che si assopiscono solo quando viene fatta realmente giustizia e la pena inflitta al delinquente di turno ha certezza di essere scontata.

Carmen doveva essere in primo luogo difesa, abbracciata, accarezzata con dolcezza per farle sentire che eravamo tutti con lei; tutti, senza distinzione alcuna. Prima di pensare alla scomunica era necessario e urgente salvaguardare la sua vita innocente e riportarla a un livello di umanità di cui noi uomini di Chiesa dovremmo essere esperti annunciatori e maestri. Così non è stato e, purtroppo, ne risente la credibilità del nostro insegnamento che appare agli occhi di tanti come insensibile, incomprensibile e privo di misericordia. È vero, Carmen portava dentro di sé altre vite innocenti come la sua, anche se frutto della violenza, e sono state soppresse; ciò, tuttavia, non basta per dare un giudizio che pesa come una mannaia.

Nel caso di Carmen si sono scontrate la vita e la morte. A causa della giovanissima età e delle condizioni di salute precarie la sua vita era in serio pericolo per la gravidanza in atto. Come agire in questi casi? Decisione ardua per il medico e per la stessa legge morale. Scelte come questa, anche se con una casistica differente, si ripetono quotidianamente nelle sale di rianimazione e la coscienza del medico si ritrova sola con se stessa nell'atto di dovere decidere cosa sia meglio fare. Nessuno, comunque, arriva a una decisione di questo genere con disinvoltura; è ingiusto e offensivo il solo pensarlo.

Il rispetto dovuto alla professionalità del medico è una regola che deve coinvolgere tutti e non può consentire di giungere a un giudizio negativo senza prima aver considerato il conflitto che si è creato nel suo intimo. Il medico porta con sé la sua storia e la sua esperienza; una scelta come quella di dover salvare una vita, sapendo che ne mette a serio rischio una seconda, non viene mai vissuta con facilità. Certo, alcuni si abituano alle situazioni così da non provare più neppure l'emozione; in questi casi, però, la scelta di essere medico viene degradata  a  solo  mestiere  vissuto  senza entusiasmo  e  subito  passivamente. Fare  di  tutta  un'erba  un  fascio, tuttavia, oltre che scorretto sarebbe ingiusto.

Carmen ha riproposto un caso morale tra i più delicati; trattarlo sbrigativamente non renderebbe giustizia né alla sua fragile persona né a quanti sono coinvolti a diverso titolo nella vicenda. Come ogni caso singolo e concreto, comunque, merita di essere analizzato nella sua peculiarità, senza generalizzazioni. La morale cattolica ha principi da cui non può prescindere, anche se lo volesse. La difesa della vita umana fin dal suo concepimento appartiene a uno di questi e si giustifica per la sacralità dell'esistenza. Ogni essere umano, infatti, fin dal primo istante porta impressa in sé l'immagine  del  Creatore,  e  per questo siamo convinti che debbano essergli  riconosciuti  la  dignità  e  i  diritti di  ogni  persona,  primo  fra  tutti quello  della  sua  intangibilità  e  inviolabilità.

L'aborto provocato è sempre stato condannato dalla legge morale come un atto intrinsecamente cattivo e questo insegnamento permane immutato ai nostri giorni fin dai primordi della Chiesa. Il concilio Vaticano ii nella Gaudium et spes — documento di grande apertura e accortezza in riferimento al mondo contemporaneo — usa in maniera inaspettata parole inequivocabili e durissime contro l'aborto diretto. La stessa collaborazione formale costituisce una colpa grave che, quando è realizzata, porta automaticamente al di fuori della comunità cristiana. Tecnicamente, il Codice di diritto canonico usa l'espressione latae sententiae per indicare che la scomunica si attua appunto nel momento stesso in cui il fatto avviene.

Non c'era bisogno, riteniamo, di tanta urgenza e pubblicità nel dichiarare un fatto che si attua in maniera automatica. Ciò di cui si sente maggiormente il bisogno in questo momento è il segno di una testimonianza di vicinanza con chi soffre, un atto di misericordia che, pur mantenendo fermo il principio, è capace di guardare oltre la sfera giuridica per raggiungere ciò che il diritto stesso prevede come scopo della sua esistenza: il bene e la salvezza di quanti credono nell'amore del Padre e di quanti accolgono il vangelo di Cristo come i bambini, che Gesù chiamava accanto a sé e stringeva tra le sue braccia dicendo che il regno dei cieli appartiene a chi è come loro.

Carmen, stiamo dalla tua parte. Condividiamo con te la sofferenza che hai provato, vorremmo fare di tutto per restituirti la dignità di cui sei stata privata e l'amore di cui avrai ancora più bisogno. Sono altri che meritano la scomunica e il nostro perdono, non quanti ti hanno permesso di vivere e ti aiuteranno a recuperare la speranza e la fiducia. Nonostante la presenza  del  male  e  la  cattiveria  di molti.

 

*Arcivescovo presidente della Pontificia Accademia per la Vita

il Direttore di Avvenire risponde

Avvenire 3 marzo 2009

Il direttore risponde Eluana: ciascuno è dinanzi alla verità di Dio

Mi dica la verità, direttore: da come distribuisce in pagina le notizie di questi giorni si capisce che lei non crede molto all’indagine giudiziaria in corso a Udine, che coinvolge i medici e gli infermieri che hanno portato a morte Eluana, o mi sbaglio?
 Lettera firmata

Non si sbaglia. Ritengo questa indagine importante almeno nella misura in cui altri atti, secondo me dovuti, in precedenza non sono stati neppure avviati. Ma non mi aspetto niente di più.
  Diciamolo, è un pro-forma: qualcosa che a questo punto non si può evitare, ma che porterà a nulla, e questo – come s’usa dire – «a prescindere». Immagini lei la scena. Questi signori – medici e infermieri – che sfilano uno dopo l’altro attraverso le porte della procura, che ad un certo punto si siedono dinanzi a chi li interroga, che rispondono come si usa fare in questi casi. Ma che, arrivati al dunque, possono all’incirca obiettare con questo ragionamento: «Signor pm, ho fatto quello che voi avete disposto. Non solo, ho fatto quello che voi avete garantito con tanta perizia, preservandolo da qualunque incursione e qualunque intoppo.
  Cosa vuole ora da me?». Sguardo imbarazzato da entrambe le parti, e via. Sotto un altro. La conclusione è già stata anticipata dal cronista che dall’inizio della vicenda funge da porta parola «occulto»: infatti ha potuto bruciare sui tempi la concorrenza, annunciando l’apertura dell’inchiesta con un giorno di anticipo – lui poteva – ma premurandosi di spargere tranquillità e rassicurazioni: «Forse si tratta di un fascicolo che si apre velocemente e altrettanto velocemente si chiuderà. Una sorta di atto dovuto». Infatti, all’uscita dalla procura questi convocati appaiono tutt’altro che allarmati: anziché giustificarsi, attaccano, senza curarsi troppo dei particolari. Non importa se per ostentare sicurezza schizzano melma sul mondo, suore comprese. D’altra parte, di che cosa dovrebbero preoccuparsi? Sanno già di non rischiare l’incriminazione, se no i giudici dovrebbero per coerenza logica e formale incriminare anzitutto se stessi. Non facciamoci dunque distrarre dai diversivi. Ma concentriamoci piuttosto sull’iter della legge sulla fine della vita, che è in allestimento. È l’unica cosa che oggi si può fare per dare moralmente ragione del sacrificio di Eluana. Questo però non significa che, a commento della fatidica inchiesta, si possa dire ciò che incautamente ha affermato per esempio il ministro Bondi: «È tutto poco civile e per niente cristiano».
  Domanda: perché, signor ministro, l’inchiesta ora aperta sarebbe poco cristiana? Poteva dire che è sciocca, inutile, dispendiosa, ma perché scomodare un aggettivo tanto impegnativo, da maneggiare sempre con cura? E che cosa c’è, secondo lei, di veramente cristiano in tutta questa storia? La prego, ce lo dica. E precisi, se può, in base a quale catechismo lei ritiene di poter sentenziare questo. Viviamo, ne converrà, tempi strani. Tutti che pontificano. Il senatore Marino ritiene che, essendo stato trent’anni fa uno scout provetto, ciò che oggi sostiene e fa, tra lo sbigottimento pressoché generale, sia per forza di cose un’espressione di cattolicesimo doc. Non ci si accontenta di avanzare le proprie tesi, di sostenerle con impegno e talora forzando magari la logica, no: si deve puntualmente auto­attribuirsi il timbro canonicale. E siccome l’incompetenza è spesso madre dell’arroganza, ecco che lo si fa anche con un tono di protervia degno di miglior causa. Di grazia, perché mai? In nome di che cosa?
  Di qualche frequentazione o di qualche furtiva pacca sulle spalle?
  Il mio parlare – ben inteso – vale per uno; una cosa tuttavia vorrei dirla tra fratelli di fede (seppure, credendo che il nostro sia il Dio vero, trattasi di discorso che in un modo o nell’altro tocca tutti).
  Eluana era in vita e oggi, in seguito a quello che le è stato fatto, non lo è più. La sua forma di vita era la stessa per la quale 2.500 famiglie circa si stanno prodigando notte e giorno attorno al letto di un loro congiunto in stato vegetativo persistente. Tutti dementi? Tutti poveri illusi? Tutti catturati da un simulacro che nulla ha a che fare con la vita? Non bestemmiamo. E almeno non offendiamoli. Lo stesso papà Beppino ha detto e fatto al momento della morte di Eluana ciò che ogni papà compie al congedo estremo di un figlio. Eluana c’era, e oggi non c’è più. Ebbene, non amando le polemiche ad oltranza, si può anche rinunciare alla precisione lessicale, e controllando il vocabolario si può anche dire che Eluana è morta di sentenza anziché uccisa, ma scrivere uccisa non è – onorevole Bondi – inappropriato.
  Sarà magari scomodo, o inopportuno, o sconveniente, di sicuro è politicamente scorrettissimo, ma inappropriato proprio no. E nel profondo inconfessabile del cuore non c’è nessuno, di questo sono certo, che non sia stato almeno per un istante raggiunto dal dubbio radicale che queste parole includono. Capisco che perfino monaci famosi possano mettere la loro scienza spirituale a servizio delle vostre sicurezze, ma neppure loro taceranno a se stessi fino in fondo la verità. Qui peraltro non stiamo mettendo in discussione le intenzioni segrete e gravide di mistero delle persone, sappiamo di dover sempre distinguere l’atto da chi lo compie – tanto più quando è un atto affollato nel concorso delle responsabilità – e nessuno è autorizzato a scrutare nelle coscienze, tranne il Padreterno. Ma, per quanto parcellizzata, la responsabilità non viene mai nullificata. Ci rincorre sempre.
  Dunque, non forzando il mistero delle coscienze, sappiamo di «comandamenti» che sono iscritti nella natura dell’uomo. Diceva il professor Melloni, mai tenero nelle sue sentenze sull’agire ecclesiale, che nell’intera vicenda di Eluana è mancato l’annuncio del mistero cristiano. Non so che cosa intendesse dire. Ognuno naturalmente parla per sé. Per me – peccatore – posso dire però che non mi ha mai, neppure per un istante, abbandonato la certezza dei
 Novissimi:
morte, giudizio, inferno e paradiso. E che la coscienza di dovermi un giorno presentare dinanzi all’Altissimo mi ha continuamente tormentato. «Cosa ho fatto io per fermare il meccanismo di morte?».
  Terrorismo psicologico, questo?
  Non scherziamo, amici.
  Semplicemente non desidero imbrogliare me stesso. Né imbrogliare voi. Quel giudizio decide della mia pace quaggiù e del mio destino lassù. I conti in casa degli altri non li faccio. Ma non accetto che altri abusino della mia educazione e facciano i conti con troppa disinvoltura a spese mie e a spese delle persone più semplici.
  Onorevole Bondi, senatore Marino: voi che amate tanto la precisione, per cortesia, astenetevi dal distribuire qualifiche 'cristiane'.
  Abbiamo già i nostri profeti (cfr Luca 16,29). Grazie.

un editoriale da leggere, da Avvenire

Avvenire 3 marzo 2009

UDINE, IL SOVVERTIMENTO DELLA REALTÀ

 
 IL NICHILISMO IN ARMI NON RISPARMIA LE SUORE 

  MARINA CORRADI  

Da Repubblica, intervista a Maria Marion, una delle infermiere accanto a Eluana negli ultimi giorni. Il giornalista: «Qualcuno pensa che lei abbia concorso a un’eutanasia » . La Marion: « Un termine che rifiuto, anzi per me nei confronti di questa ragazza c’è stato un accanimento terapeutico » .
  Dunque le suore che per tanti anni hanno dato a Eluana nutrimento e acqua, che l’hanno lavata e mille e mille volte voltata nel letto a evitare il decubito, si sono accanite su quel corpo. Si sono accanite, anche, ad aiutare Eluana a liberarsi dalla saliva che le ostacolava il respiro. Per quindici anni a Lecco c’è stato un pervicace, cocciuto accanimento: a una malata assente hanno dato nientemeno che da bere, e mangiare. Le han liberato la gola dalle secrezioni, cosa del tutto normale in pazienti immobili e incoscienti. Da una intervista della stessa Marion al Corriere emerge che quando Eluana è arrivata a Udine, nessuno sapeva a che servissero quelle pile di bavaglini mandati da Lecco. E sì che una che fa l’infermiera da 35 anni certe cose dovrebbe averle viste. Stupore invece: a che serviranno mai i bavaglini? La saliva fa tossire Eluana, la tosse espelle il sondino. Quando Avvenire scrisse di quei colpi di tosse, alcuni scrissero: favole. E invece la verità delle ultime ore della Englaro dice di volontari colti di sorpresa dalla donna che stenta a respirare. Penosissima verità: Eluana ha passato i suoi ultimi giorni nell’abbandono di quelle mani che conosceva e la amavano, che sapevano mantenerne limpido il respiro. Quando la disidratazione ha fatto il suo lavoro – « Chiazze rosse sulla pelle, temperatura alta » – l’équipe è rimasta a osservare il precipitoso decorso di una morte « naturale » .
  Ma non basta ancora. Non è eutanasia, si afferma, quel tagliare acqua e cibo, ma è « accanimento » , invece, l’averlo per anni dispensato. Al partito della morte non basta di avere sepolto Eluana; l’obiettivo è più ambizioso, è il rovesciamento, la sovversione anzi, della realtà. Dare acqua e cibo e lavare un malato inerte, si chiama « accanimento » .
  Non è una questione linguistica. È importante, il nome che si dà alle cose. Hannah Arendt nella Banalità del m­le  spiega come il nazismo abbia evitato accuratamente di usare la parola « sterminio » circa la eliminazione degli ebrei. L’ordine era di parlare di « soluzione finale » . Suonava meglio, e qualcuno poteva fare finta anche di non aver capito. Le parole, sono importanti. Attribuire alle suore di Lecco un « accanimento terapeutico» – ma il padre, perché tanto a lungo ha lasciato loro la figlia? – è sovvertire la realtà di ciò che è stato. Dire che a Udine « non è stata eutanasia » è altrettanto mendace – se non per il fatto che eutanasia è soppressione del consenziente, e Eluana non ha mai espresso un positivo consenso alla sua morte.
  A Udine la morte è stata data attivamente, sopprimendo ciò che è vitale all’uomo. Giuliano Ferrara ha scritto che allora un’iniezione sarebbe stata un gesto più franco. Già, ma un’iniezione sarebbe stato aperto omicidio, e questo oltre a essere illegale avrebbe mostrato a tutti come la fine di Eluana « naturale » non fosse per niente. E invece « naturalmente » doveva morire: di fame e sete, naturalissima morte. Manca la perfezione dell’opera: convincerci che accanimento è stato quello delle mani di tre suore, per quindici anni, a lavare e vestire e carezzare. Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto. Il darsi più totale e gratuito si vuol chiamare « accanimento terapeutico » ,in questa Italia a forza liberata. Ma perché il rivoltarsi contro chi ha solamente dato? Si direbbe che il pensiero unico nichilista non tollera il bene gratuito. Proprio non lo sopporta. Forse perché lo avverte, della sua ansia di nulla, radicalmente nemico.