intervista a Franco Cuccurullo (CSS)

Avvenire 20.11.2008

«Morirà per eutanasia
  Non della sua malattia»
 Cuccurullo : siamo di fronte a una pericolosa deriva

 DA MILANO ENRICO NEGROTTI

 « Eluana non muore della patologia da cui è affetta, muore di fame e di sete. Anzi viene fatta morire, quindi si tratta di eutanasia». Il professor Franco Cuccurullo , rettore dell’Università di Chieti e presidente del Consiglio superiore di sanità, è docente di Medicina interna e non condivide affatto – pur rispettandola – la serie di decisioni della magistratura che stanno portando Eluana a morire. «Parlando da medico, mi resta grande perplessità e rammarico – aggiunge –. Penso che si apra una deriva pericolosa per le persone incapaci ».
 Professor Cuccurullo , lei ha dichiarato che l’adempimento delle sentenze della magistratura nel caso di Eluana Englaro configurerebbe un caso di eutanasia. Perché?

 Si tratta di eutanasia perché la morte di Eluana sarebbe causata dalla sospensione di idratazione e alimentazione, non dalla patologia di base dalla quale è affetta. Vede, io faccio due esempi: un paziente cui si interrompe un trattamento terapeutico o quello cui si toglie il sostegno alle funzioni vitali. Il primo caso è per esempio una persona affetta da una malattia tumorale allo stadio terminale. Io posso interrompere una chemioterapia che sottopone il paziente a ulteriori sofferenze senza migliorarne le condizioni. In questo caso la morte che sopraggiunge è una conseguenza diretta della malattia da cui è affetto il paziente. Viceversa – è il secondo caso – se a un paziente io sospendo l’idratazione e l’alimentazione non muore per la sua malattia, ma muore di sete e di fame. Non è la malattia che lo fa morire, il decesso non è conseguenza diretta della patologia che lo affligge. Muore per disidratazione.
 Ma qualcuno sostiene che essendo atti medici sono analoghi. Non è vero?

 Torniamo al primo caso. Se sospendo un trattamento chemioterapico a un paziente terminale di cancro che può dare solo disturbi, poi in presenza della comparsa di dolori, cercherò di alleviare le sofferenze, userò farmaci antidolorifici. In altre parole, metterò in atto un trattamento palliativo che non risolve la patologia ma lenisce il sintomo. Ma se a quello stesso paziente, alleviato il dolore, tolgo l’acqua, subirà la sofferenza da disidratazione. E se per risolvere il sintomo dolore, io somministravo un antidolorifico, per risolvere i disturbi da disidratazione, la soluzione non è l’antidolorifico. Proviamo a immaginare una persona dispersa nel deserto, che viene ritrovato disidratato: per lenirgli le sofferenze gli somministriamo antidolorifici? No, gli diamo acqua.
 Viene anche sostenuto che è ormai opportuno far riprendere il suo corso alla malattia, che è stata come bloccata dai medici quasi 17 anni fa. Non è così?

 Non è così. Eluana Englaro non morirebbe della sua malattia, che è in uno stato stabile. C’è una forte spinta vitale in quell’organismo: per fermarla occorre sospendere idratazione e alimentazione. Cosa c’è di diverso dall’eutanasia, o dall’omicidio? Ruotiamo intorno a questi concetti, è difficile discriminare. Diverso era il caso di Piergiorgio Welby. La ventilazione meccanica era la terapia indispensabile alla sostenerlo nella sua malattia, che colpendo i muscoli rendeva impossibile anche la respirazione. La sospensione del funzionamento della macchina portava il paziente a morire della sua malattia.
 Qualcuno sostiene anche che Eluana non soffrirebbe, perché la corteccia è totalmente compromessa. Però nel decreto della Corte d’Appello di Milano si prevede un accompagnamento alla morte che fa uso di sedativi e antiepilettici. Che cosa significa?

 Siamo di fronte a grandi contraddizioni: povera figlia, non è una vita che si spegne, ma che viene spenta. Io non conosco le condizioni cliniche specifiche, e quindi non mi posso pronunciare oltre un certo limite. Posso dire che esistono test specifici per stabilire se un paziente avverte il dolore. In questo caso credo che la morte sopravvenga per una insufficienza renale legata alla disidratazione progressiva. E finora questa non è la sua patologia. Ho grande perplessità e rammarico di fronte a queste sentenze: penso che si apra una deriva pericolosa per le persone incapaci.
 «Se a un malato di cancro che sta morendo tolgo la chemioterapia, offro comunque un trattamento palliativo, e non penso certo di smettere l’idratazione»