Ottobre 2008

le fesserie sull'università

Sono veramente stufa di sentire tutte queste calunnie e fesserie sull’università.

In questi giorni di proteste si sono sentite cose inenarrabili, soprattutto nelle trasmissioni televisive: giornalisti e politici di destra e di sinistra che straparlano dimostrando di non sapere neanche di cosa stanno berciando.

Per esempio quando puntano il dito accusatore protestando perchè ci sono 5000 corsi di laurea: mai sentito parlare di tre più due? Dove eravate quando la più grande disgrazia, il tre più due, appunto, si è abbattuta sull’università? Tutti zitti, a bersi la favola dei crediti, della riforma che ci portava in Europa, mentre diventavamo matti con le tabelle della 509 (e poi della 270), tutti impegnati con caratterizzanti, affini e tirocinio, e chi non sa di queste cose, di cosa è significato il tre più due, faccia il favore di tacere e di occuparsi di altro - ippica, per esempio - e non rompa le scatole.

Oppure la favola delle 300 e passa “facoltà” con qualche iscritto – pure questa ci è toccato sentire -  senza sapere che non si possono istituire facoltà solo con qualche iscritto, e quindi forse volevano dire corsi di laurea, che è un’altra cosa, e poi questi corsi andrebbero pure verificati perché, ammesso che esistano, probabilmente sono quelli che si stanno chiudendo per via dei requisiti minimi, o essenziali.

E poi tutti a lamentarsi dei parenti in università, cioè del fatto che in certe facoltà si entra per grado di parentela: forse sarebbe il caso una buona volta di osservare che c’è una differenza abissale fra le facoltà dove è importante la libera professione (ad esempio Medicina e Giurisprudenza) e quelle dove invece questa non c’è (Filosofia e Scienze, per esempio). Forse bisognerebbe cominciare a pensare regole differenti, quando sono in gioco interessi diversi: il medico che è anche prof. universitario chiede una parcella differente da quello che docente universitario non è, e magari ha anche uno studio professionale che vuole tramandare ai posteri, possibilmente parenti stretti. E d’altra parte è ovvio che chiamare ad insegnare in università avvocati o medici professionalmente affermati, arricchisce l’università stessa. Evidentemente bisogna pensare regole particolari, diverse, per facoltà di questo tipo.

O il problema delle sedi universitarie proliferate, anche in piccoli paesi: nessuno che spieghi  il meccanismo con cui questo è avvenuto. Se un comune mette a disposizione della sede universitaria più vicina una somma consistente per pagare qualcuno che insegni un qualche corso nel comune stesso, e una struttura per permettere l’insegnamento, mi si trovi, per favore, un rettore che dica “no grazie”: i docenti lo prenderebbero per matto, soprattutto quelli potenzialmente interessati a ricoprire i nuovi corsi. Di fronte a una cronica mancanza di fondi, mi si trovi per favore un preside disposto a rinunciare ad aprire un corso di laurea triennale ben pagato,  solo perché è in un piccolo paese.

Certo che quella non è l’università, certo che per esempio un paese come Acquacanina (dove andavo in vacanza da piccola) suonerebbe quantomeno improbabile come prestigiosa sede accademica, ma diciamolo francamente: pecunia non olet, e se per pagare qualche giovane si ha solo quello, passi pure l’università di Acquacanina. Sfido chiunque a dire il contrario. (per non parlare del vantaggio per il politico e l’economia locali)

Quello che si sta leggendo in questi giorni sull’università è indegno.

Sicuramente è un sistema con tante storture e difetti, ma non è quel covo di fannulloni e delinquenti che i media stanno descrivendo.

Ed è curioso che, pur essendo culturalmente un ambiente spesso vicino alla sinistra, non gode di buona stampa neanche nei giornali di quell’area culturale. Nessuno difende l’università.

La verità è che con tutti i suoi difetti – che non nego, sarei cieca a non vederli, e se questa è l’occasione di cambiare, sono la prima a dire “io ci sto” – l’università è forse uno dei pochi, se non l’unico, spazio libero del nostro paese. Una specie di zona franca, ordinatamente anarchica.

Non ci sono sindacati, perchè con i famigerati “baroni” (e parlare di baroni universitari nel 2008 suona un po’ come parlar di panda: non ci sono più i baroni di una volta, signora mia) sostanzialmente ha funzionato la cooptazione, e questo ha salvato l’università rispetto alla scuola, per esempio, dove l'alternativa ai concorsi carrozzone sono state le SISS (e ho detto tutto: per informazioni e chiarimenti, rivolgersi a professori delle superiori, o anche a studenti attempati).

In università c’è ancora, nonostante tutto, libertà di insegnamento e di ricerca, le eccellenze non mancano e non sono rare. Non è vero che il livello di preparazione è così basso: i nostri studenti, quando vanno all’estero per dottorati e borse, non sono certo disadattati, e la stragrande maggioranza riceve buone offerte per restarci, all’estero, il che qualcosa vorrà pur dire.

L’università, nonostante tutto, è ancora il posto dove continui l’esperimento in laboratorio alle tre di notte anche se non ti aumenta lo stipendio, ma lo fai perché in quel modo magari riesci a misurare qualcosa di importante, capire come funziona un sistema, imparare, scriverci su e andarlo a raccontare ai congressi. E’ il posto in cui fare ricerca è gioco di squadra, dove puoi passare il tempo a studiare, ragionare, dedurre e scoprire, dove tiri su ragazzi, da studenti te li vedi diventare ricercatori, e quindi fai di tutto per tenerli con te. Li mandi a studiare in giro per il mondo, come qualcuno ha fatto prima con te, perché solo in questo modo si cresce veramente, si diventa indipendenti, critici, si sviluppa un proprio progetto di studi, e la ricerca va avanti.

L’università, nonostante tutto, dà ancora la possibilità di incontrare gente da cui imparare, la possibilità di incontrare il mondo.

Per questo sono preoccupata dei tagli indiscriminati all’università: se tagli devono essere, che abbiano un criterio. Che si tolgano di mezzo i rami secchi, e si risparmino quelli freschi, si permetta loro di crescere.

E smettiamola di parlare a vanvera: smettiamola di sparare sull’università. E’ già sufficientemente messa male per conto suo.

Riformare l’università non sarà facile. Ci vorrà tanto tempo, come dice qua Giancarlo Cesana. Però da qualche parte dobbiamo pure cominciare, almeno noi, che in università ci viviamo e alla quale, comunque, teniamo veramente. 

Il Tremonto dell'Università

22.10.2008

 

Come dice il mio amico Ugo, tempo qualche anno e torneremo all’Università medioevale, con i testi copiati a mano a lume di candela. Niente fotocopiatrici o stampanti, ma neanche l’energia elettrica. Pochissimi i docenti, ancora meno le sedi universitarie, l’insegnamento torna ad essere una vocazione e ci si dedica chi non ha famiglia. Questo lo scenario prossimo futuro: un’Università sul viale del Tremonto.

Ironia a parte, il problema è gravissimo. Questo è un grido di dolore, una richiesta di aiuto, e non riguarda solo gli addetti ai lavori, ma tutti quanti, perché non esistono paesi sviluppati con università sottosviluppate: crescono – o crepano – gli uni e le altre, insieme. Sempre.

Cerchiamo di spiegare semplicemente cosa sta succedendo. Per vivere l’Università ha bisogno del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO), erogato dal Ministero, che va soprattutto in stipendi. In questi ultimi anni le università considerate virtuose e meritevoli sono quelle che usano non più del 90% del FFO per pagare gli stipendi. Perugia, per esempio, è un’università virtuosa, perché spende l’82% del FFO per gli stipendi del personale.

I tagli del Tremonto prevedono una diminuzione del FFO di un miliardo e mezzo di euro dal 2009 al 2013, che non tengono conto delle situazioni locali (cioè del fatto che un’università sia stata o meno virtuosa), ma saranno uguali in tutt’Italia. L’effetto è semplice: in un paio di anni tutto il FFO servirà per pagare gli stipendi, e probabilmente non basterà. In tantissime università, ad esempio, nel 2010 più del 100% del FFO andrà per pagare gli stipendi dei dipendenti. E quindi sarà impossibile chiudere il bilancio di previsione. Anche quelle adesso virtuose (come Perugia) non potranno esserlo piu'. In queste condizioni, per pagare gli stipendi bisogna ricorrere a prestiti bancari (come stanno già facendo altre università), e se si continua così magari si comincerà a pensare di tamponare la situazione con vendite di immobili.

D’altra parte, oltre ai tagli c’è il problema del turn over: nei prossimi tre anni si potrà assumere una persona solo ogni cinque pensionamenti. Questo significa che i docenti diminuiranno, i corsi non potranno essere coperti, e molti corsi di laurea dovranno chiudere, perché mancherà il numero minimo di docenti per tenerli aperti, indipendentemente dagli iscritti. Chiaramente, di assumere giovani non se ne parla neppure, almeno finora.

C’è solo una parola per spiegare tutto questo: collasso. Fine. Kaputt.

Il problema non è tanto l’obiettivo della manovra, e cioè ridurre drasticamente le spese in un sistema che certo ha anche le sue colpe – e non poche – per la crisi in cui versa. Sappiamo tutti che certi atenei, o certe facoltà, hanno sprecato risorse umane ed economiche senza produrre niente di buono, e se questa è l’occasione per riorganizzare l’università, siamo i primi a dire “io ci sto”.

Il problema è il metodo: in questo modo l’Università muore, perché si dovranno per forza chiudere corsi e forse facoltà, tenendo conto solamente di fattori economici, e non di scelte programmatiche. Ci sarà una selezione darwiniana degli atenei, alcuni sopravviveranno e altri no, solo in base al fattore economico.

E non mi si venga a dire che per trovare i soldi possiamo fare le fondazioni: come spiega bene questo pezzo del sussidiario.net, la norma che regola la formazione delle fondazioni universitarie è praticamente inapplicabile.

Adesso servono soldi: pochi, maledetti e subito.

Pochi (non ne servono poi tantissimi, per l'urgenza iniziale): nei prossimi anni gli aumenti automatici degli stipendi – che non decidono le università, ma l’economia centrale – dovrebbero essere dati dallo stato, e non devono essere presi dal bilancio delle università. Dal 1993, infatti, lo stato dà un fondo fisso di FFO, e gli aumenti degli stipendi l’università è obbligata a pagarseli da sola.

Maledetti: i tagli non possono essere uguali per tutti. Il governo calcoli un rapporto fra docenti/non docenti/studenti ottimale da raggiungere, per il quale è disposto a garantire gli stipendi, e lo inserisca in un piano di programmazione triennale, mettendolo come obiettivo. Sarà responsabilità delle singole università fare le scelte di come tagliare e cosa promuovere.

Subito: non c’è da perdere tempo. L'anno prossimo non si riuscirà a chiudere il bilancio di previsione, la faccenda è grave.

Bisogna muoversi, se vogliamo evitare il definitivo Tremonto dell’Università.

Muoversi non significa sfasciare, distruggere, ma proporre e tentare di costruire.  Per questo, oltre a quanto detto sopra, invitiamo alla lettura del documento di Aquis, l’Associazione degli Atenei piu’ produttivi.

Per aggiornamenti, consultate il sito Universitas University.

 

 

Si parte, Eluana

Questa è una mail a siti unificati: viene spedita sia alla mailing list del sito salutefemminile.it che al nuovo blog, che prende il posto di stranau.it, e riprende anche il nome con cui è iniziata l’avventura, e cioè stranocristiano.

Stranocristiano diventa quindi un blog personale, sul quale commenterò di volta in volta fatti e notizie, così come eravamo abituati con stranau, mentre salutefemminile.it ha una redazione (Francesco per gli esteri, Nadia e Alberta agli interni, per ora, oltre me), e continuerà ad essere dedicato ai temi della biopolitica.

Le mail saranno sempre separate, tranne in casi eccezionali come oggi: eccezionali sia perché è la prima del ritorno di stranocristiano, sia perché non si può non commentare quanto sta succedendo a Eluana Englaro, la ragazza in stato vegetativo da sedici anni, al centro di una battaglia giudiziaria che ha fatto da spartiacque nella giurisprudenza italiana, tanto da determinare la necessità di una legge sul fine vita  – e su questo potete documentarvi in dettaglio su salutefemminile.it.

Eluana Englaro, che in sedici anni non ha mai avuto neanche un raffreddore, che respira da sola, che non fa nessuna terapia ma si nutre con un sondino, ieri ha avuto un’emorragia interna improvvisa e abbondante, che l’avrebbe potuta portare in poco tempo alla morte se non si fosse arrestata, all’improvviso, così come era cominciata, senza nessun intervento esterno.

Adesso le sue condizioni sono stazionarie, gravi, ma potrebbe ancora riprendersi se l’emorragia non ricomincia.

Il modo con cui i giornali hanno raccontato la faccenda, e le dichiarazioni rilasciate hanno dell’incredibile. Per esempio Carlo Alberto Defanti, il neurologo di Eluana, da sempre favorevole a staccarle il sondino: “Per il momento non è più a rischio di vita immediato. L’importante è che l’emorragia non ricominci”. Ma come, all’improvviso parliamo di “rischio di vita”? Non avete detto fino a cinque minuti fa che era un vegetale, una pressoché morta? E poi: perché adesso è diventato improvvisamente importante che l’emorragia non ricominci, per il medico che vuole farla morire di fame e di sete?

Sempre Defanti, in una intervista su Repubblica: “Da un certo punto di vista è un peccato che succeda adesso, perché per me si doveva andare fino in fondo”.  Certo, in effetti, un gran peccato, non c’è che dire, se Eluana muore per conto suo per una complicazione naturale, anziché di fame e di sete: qua, invece, siamo tutti di un pezzo, qua si tira dritto, si va fino in fondo, non sia mai che ci si fermi prima, che peccato, signora mia….e  l’intervista continua “Ma sono anche sollevato, se Eluana arriverà alla fine dei suoi giorni adesso, si risparmieranno ulteriori polemiche e gli scontri furibondi che ci sarebbero sicuramente stati durante l’agonia, che sarebbe potuta durare almeno 15 giorni una volta tolto il sondino”.

Risparmiamoci le polemiche, insomma, mica l’agonia: questa scocciatura di polemiche per un’agonia di  almeno quindici giorni…perchè questo toccherà ad Eluana se l’interruzione della nutrizione verrà confermata definitivamente l’11 novembre prossimo dalla Cassazione (se per allora sarà ancora viva).

Certo che un qualche dubbio ci sorge, a leggere: forse che a qualcuno importa di più la battaglia di cui Eluana è diventata la bandiera, piuttosto che la vita di Eluana?

In effetti, sempre Defanti su Repubblica “Vorrei che questo avvenimento non scoraggiasse la lunga campagna che la famiglia Englaro ha combattuto in questi sedici lunghissimi anni. […] una battaglia che è stata comunque vinta”

E anche il drammatico racconto di Beppino Englaro: “Mi hanno chiamato stamattina “Eluana sta male, devi venire”. Sono corso, l’ho vista, non mi capacitavo che fosse in quello stato, ero disperato”. Disperato come tutti i genitori, quando sta morendo un figlio. Ma, per l’appunto, di solito si muore da vivi. “ero disperato, era pallida con lo sguardo che vagava”.. E continua il giornalista “Il volto di Eluana è chiaro e disteso. Englaro la osserva “sta meglio rispetto a come l’ho vista stamani”. Ma non è solo apparenza. Alle 18 il destino torna a stupire. L’emorragia si è fermata […] Si torna a sperare al secondo piano della Casa di cura. Suore in festa, il peggio si allontana. […] Eluana potrebbe farcela. Il purosangue non è ancora caduto”.

Ma come, non era un vegetale? E come fa un vegetale ad avere lo sguardo che vaga? Come fa ad impallidire, e poi a migliorare, un ortaggio? E perché adesso vi scappa pure di scrivere che il peggio si allontana, quando Eluana migliora? Forse che Eluana non è una pianta di insalata, ma una persona? Ma non l’avete descritta sempre come una non-viva? “questa vita, non-vita o non-morte”, spiega il non-giornale Repubblica.

Come ha dichiarato oggi Eugenia Roccella “Mai come adesso si capisce che Eluana è viva”.

Saranno i medici a decidere se curarla o meno, adesso, tocca a loro, in scienza e coscienza. Noi, per ora, continuiamo a dire che Eluana è viva, e che non spetta a noi stabilire quando e come deve morire.